Le donne nell’Ultima Cena?

Secondo i Vangeli, all’Ultima Cena non erano presenti figure femminili, ma alcuni artisti hanno realizzato Cene in cui vi sono donne.
Quali episodi volevano raffigurare?
Forse le varie “unzioni” raccontate dagli Evangelisti?
Forse hanno fuso  avvenimenti diversi in un’unica scena?

Per approfondire:
Crosta Angela – Le donne nell’Ultima Cena?-pdf

L’ambientazione del Cenacolo si ispirò al monastero di Civate?

Leonardo da Vinci si è ispirato ad una sala del monastero di San Calocero di Civate (LC) per ambientare la sua celeberrima “Ultima Cena”?

E’ questo l’intrigante quesito posto da Dario Monti e Rosalba Franchi, due studiosi che hanno approfondito i legami dell’artista con il territorio lecchese, individuando nelle linee e nella luce del dipinto possibili legami con il centro abitato che si affaccia sul lago di Anone.

La ricerca  è stata pubblicata sul sito  http://viestoriche.net/  e ripercorre i passaggi che hanno condotto a formulare tale ipotesi.

Immagine da:
https://www.leccoonline.com/

Libro: Berogno; Urcioli, “Gerusalemme: ultima cena”

Marta Berogno, Generoso Urciuoli, Gerusalemme: ultima cena, Ananke, Torino 2015

Una storia dove il cibo è inconsapevolmente protagonista. In maniera più corretta, si dovrebbe affermare che Gerusalemme: Ultima Cena è una storia che utilizza il cibo per indagare su uno degli avvenimenti chiave per la cultura occidentale e per tutta l’umanità: l’Ultima Cena, evento presumibilmente accaduto all’inizio del I secolo d.C. e inserito in un contesto ben preciso e articolato. Il cibo, però, come elemento di indagine, non è stato l’unico ad essere sottoposto alla lente di ingrandimento: la Palestina, Gerusalemme, l’impero romano, il popolo eletto, le Sacre Scritture e non solo, sono gli altri ingredienti, dal fascino fortissimo e dal sapore esotico, che vengono imbanditi sul tavolo di questa ricerca. La ricetta sarebbe risultata incompleta senza uno di essi e il preparato finale privo di sapore; infatti, il criterio di sostituibilità che vale in cucina, se non si ha a disposizione un alimento, se ne utilizza un altro simile, non è accettabile nel ricostruire il quadro ipotetico di quell’evento. L’indagine condotta dagli autori, se pur archeologica, storica, antropologica, religiosa e sociale, utilizza il filtro del cibo, elemento che fornirà una sensazione di realtà e di tangibilità. L’obiettivo del libro è quello di fornire delle risposte al qui, dove, quando, perché, ma soprattutto al cosa è stato servito su quella “tavola”. E le ricette? Ci saranno!

(Dalla presentazione del libro)

Libro: Elisabetta Sangalli, “Leonardo e le dodici pietre del Paradiso”

 

Elisabetta Sangalli, Leonardo e le dodici pietre del Paradiso (Leonardo and the twelve stones of Heaven), Genialtutor.com, 2016

Per la prima volta, un libro affronta la simbologia delle pietre dipinte da Leonardo nell’Ultima Cena. Il testo espone l’argomento considerando elementi assai differenti: l’impiego delle gemme nelle civiltà antiche, la tradizione ebraica, la conoscenza deli minerali nel Medioevo e il loro uso nel Rinascimento.

Scrive l’autrice Elisabetta Sangalli, storica dell’arte: “preparando una lezione sul Cenacolo vinciano, ho focalizzato un giorno lo sguardo sulla pietra-castone dipinta da Leonardo sulla veste del Cristo. Conoscevo bene il dettaglio delle pietre, tuttavia non mi ero interrogata sul loro significato. Ho così iniziato a chiedermi perché mail l’artista avesse dipinto le pietre preziose sulle vesti dei personaggi, quale messaggio volesse comunicare. Così è iniziato il mio viaggio alla scoperta del significato delle dodici pietre”.

 

Altre info su:
https://www.youtube.com/watch?v=194woXU4ZBo

https://500leonardodavinci.com/libro-leonardo-da-vinci/

GRAN BRETAGNA – LEDBURY. Chiesa parrocchiale di St. Michael and All Angels, con Ultima Cena attribuita a Tiziano

La chiesa parrocchiale di Ledbury, che già ha sull’altare una copia ottocentesca del Cenacolo di Leonardo, vedi scheda, conserverebbe una seconda Ultima Cena, addirittura di Tiziano.

Questa ipotesi, esposta in un’intervista alla BBC il 1 marzo 2021, è dello storico dell’arte britannico Ronald Moore, che tre anni fa era stato contattato dalla Parrocchia per fare delle ricerche e poi restaurare il grande dipinto – lungo circa 381 cm, ma originariamente circa 4 m, e forse tagliato anche in altezza.
La firma di Tiziano è stata trovata sul vaso in basso a sinistra, utilizzando la luce ultravioletta.

Inoltre – afferma ancora Moore – uno degli Apostoli è simile all’autoritratto di Tiziano e tra i personaggi raffigurati si vedono due che sembrano i figli di Tiziano. (1)

 

 

 

 

Il dipinto stava ignorato da oltre un secolo nella chiesa parrocchiale cui era stato donato nel 1909 da un discendente di John Skippe, un artista formatosi a Oxford e noto collezionista, che in una lettera del 1775 scrisse sull’acquisto di un “quadro meglio conservato di Tiziano” da una ricca famiglia veneziana, i Da Mula, aggiungendo che fu commissionato da un monastero veneziano.
More afferma che le prove lo hanno portato a concludere che il dipinto fu completato intorno al 1580, dopo la morte di Tiziano a causa della peste nell’agosto del 1576, dai figli – forse da Orazio – e da altri assistenti della sua bottega e che è probabile che quattro o cinque mani diverse abbiano elaborato il progetto iniziale del Maestro.(2) Forse i figli, a causa della peste che infieriva, trasformarono il quadro della Cena in un ritratto di famiglia.

I risultati delle ricerche di Moore sono stati esposti in un libro che sarà pubblicato a giugno 2021:
Moore R., Titian’s Lost Last Supper: A New Workshop Discovery, Unicorn Publishing Group, 2021

 

(1)  http://www.artemagazine.it/attualita/item/12654-la-firma-di-tiziano-su-un-dipinto-scolorito-in-una-chiesa-parrocchiale-inglese

(2)  https://www.churchtimes.co.uk/articles/2021/5-march/news/uk/ledbury-church-painting-may-be-a-titian

Immagini da:
https://news.artnet.com/art-world/art-restorer-unknown-titian-1948479

Altri link:
https://www.ampgoo.com/parish-church-discovers-its-painting-of-last-supper-bears-touch-of-titian

https://twitter.com/japanauthor/status/1366456804880875531

Localizzazione: GRAN BRETAGNA - LEDBURY. Chiesa parrocchiale di St. Michael and All Angels
Autore: ipoteticamente Tiziano Vecelio
Periodo artistico: 1580 circa
Rilevatore: AC

Giovanni Maria PALA. La musica celata.

Recensioni con una strana teoria sul Cenacolo, vedi allegato: Le note celate di Leonardo incantano gli studiosi Usa
Spiegata però bene nel video, vai a:
https://www.youtube.com/watch?v=gmSpjx-ZO3Q&ab_channel=PyrozMS

Autore: Giovanni Maria Pala
Rilevatore: Angela Crosta

Angela CROSTA. La figura di Giuda nell’Ultima Cena di Rocca di Cambio (Aq).

L’abbazia di Santa Lucia a Rocca di Cambio rappresenta uno dei più importanti complessi abbaziali italiani di architettura gotico-romanica; la sua costruzione si fa risalireal XII secolo sui resti di una piccola costruzione rettangolare che ne costituisce oggi la cripta.
La prima data certa in cui l’abbazia di Santa Lucia viene citata espressamente è nell’inventario delle chiese della diocesi aquilana, nell’anno 1313. Probabilmente la prima costruzione, eretta secondo la tipologia degli edifici minori dell’Abruzzo aquilano, fu realizzata tra XI e XII secolo, in un’epoca di grande fioritura monastica.

Leggi tutto nell’allegato: La_figura_di_Giuda_Ultima_Cena_ Rocca-di-Cambio.pdf

Localizzazione: Rocca di Cambio
Autore: AC
Periodo artistico: XII sec.
Data ultima verifica: 23/02/2021
Rilevatore: Angela Crosta

MILANO. Il Cenacolo di Leonardo: 4 piccoli misteri.

Nel Cenacolo di Leonardo da Vinci ci sarebbero davvero le prove che il genio toscano fosse un eretico? Ecco le risposte degli storici dell’arte e della scienza.
Il Cenacolo o Ultima Cena di Leonardo da Vinci, il genio toscano di cui si celebrano i 500 anni dalla morte (2 maggio 1519), è una delle “vittime” favorite dell’ultima tendenza esoterica emersa dopo la pubblicazione del bestseller di Dan Brown Il Codice da Vinci. Il testo del romanzo, però, non passa la verifica storica. Ecco perché…
Il coltello impugnato da una presunta “mano fantasma”, dopo l’ultimo restauro (terminato nel 1999 dopo quasi 20 anni di lavoro), risulta chiaramente appartenere a Pietro. Questa iconografia s’ispira a un episodio del Vangelo in cui l’apostolo taglia l’orecchio a Malco, servo del sommo sacerdote Caifa, in difesa di Gesù arrestato nel giardino del Getsemani.
E che dire della somiglianza di Giovanni con Maria Maddalena? A detta di qualcuno sarebbe la prova che Leonardo credesse nell’unione tra Gesù e Maddalena, idea sostenuta anche dal fantomatico Priorato di Sion, di cui, secondo Dan Brown, Leonardo fu Gran Maestro dal 1510 al 1519. Peccato, però, che il Priorato non sia mai esistito.
Altra nota “misteriosa” è per molti il fatto che Giovanni sia raffigurato come un giovane dall’aspetto effeminato, ma questa era la prassi, come attestano molti dipinti medievali e rinascimentali che hanno l’Ultima Cena come soggetto.
Per quanto riguarda infine l’assenza del calice e dell’eucarestia (altre presunte prove dell’eresia di Leonardo), è bene specificare che l’opera s’ispira a un episodio che “precede” la consacrazione del pane e del vino, ossia quello in cui Gesù dichiara agli apostoli che uno di loro lo tradirà. Lo scompiglio fra i discepoli, dunque, è dovuto a questa notizia, e non alla designazione di Maddalena a successore di Cristo.

Fonte: www.focus.it, 12 gen 2019

Localizzazione: Milano
Autore: Leonardo da Vinci
Periodo artistico: XV sec.
Data ultima verifica: 18/12/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

L’apparecchiatura della tavola nel Rinascimento: l’Ultima Cena di Leonardo e le tavole di Gesù e dell’Imperatore, a cura di Gloria Salazar.

Di antica famiglia sardo-spagnola per parte di padre e di antica famiglia modenese per parte di madre, Gloria Salazar è attenta e meticolosa studiosa di storia e di tradizioni.
Diplomata archivista e restauratore di dipinti, ha collaborato con i Musei Vaticani e con la Biblioteca Apostolica Vaticana. Autrice del libro “L’Arte del Convivio” di imminente pubblicazione.
Nell’ambito delle “Chiacchierate Vivant”, in collaborazione con UNI.VO.C.A. ed il progetto “Agorà del Sapere”.

Vedi:

https://www.youtube.com/watch?v=ouGQpxwxBGM&t=405s

https://www.youtube.com/watch?v=ouGQpxwxBGM&t=405s&ab_channel=UNIVOCATORINO

Data ultima verifica: 04/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

L’Ultima cena di Leonardo da Vinci, di Marco Carminati.

Vedi: https://www.youtube.com/watch?v=l0wpQC486AY

Localizzazione: Milano
Autore: Leonardo da Vinci
Data ultima verifica: 04/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

L’APPARECCHIATURA DELLA TAVOLA NEL RINASCIMENTO: l’Ultima Cena di Leonardo e le tavole di Gesù e dell’Imperatore. , di Gloria Salazar.

Di antica famiglia sardo-spagnola per parte di padre e di antica famiglia modenese per parte di madre, Gloria Salazar è attenta e meticolosa studiosa di storia e di tradizioni.
Diplomata archivista e restauratrice di dipinti, ha collaborato con i Musei Vaticani e con la Biblioteca Apostolica Vaticana.
E’ autrice del libro “L’Arte del Convivio” e di un manuale sulle buone maniere di Vivant, entrambi di prossima pubblicazione.

Vedi:  https://youtu.be/ouGQpxwxBGM

Nell’ambito delle “Chiacchierate Vivant”, in collaborazione con UNI.VO.C.A. e il progetto “Agorà del Sapere”.

Gli usi della tavola nel Rinascimento: il riferimento dell’Ultima Cena, a cura di Gloria Salazar.

Di antica famiglia sardo-spagnola per parte di padre e di antica famiglia modenese per parte di madre, Gloria Salazar è attenta e meticolosa studiosa di storia e di tradizioni.
Diplomata archivista e restauratore di dipinti, ha collaborato con i Musei Vaticani e con la Biblioteca Apostolica Vaticana
Iniziativa di VIVANT, nell’ambito delle “Chiacchierate di Vivant”, in collaborazione con UNI.VO.C.A. ed il progetto “Agorà del Sapere”.

Video:
https://www.youtube.com/watch?v=a5Nkbs-Vo8k

L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci in carne ed ossa.

Come si è svolta l’Ultima Cena di Gesù? Anzi, come l’ha immaginata e dipinta uno degli artisti più grandi della storia, Leonardo da Vinci?
A questa domanda ha risposto con un realismo stupefacente un genio cinematografico, il regista e creatore Armondo Linus Acosta in “The Last Supper: The Living Tableau”.
Per arrivare alla perfezione immaginata, Acosta ha chiamato tre collaboratori italiani vincitori del premio Oscar: Vittorio Storaro (cinematografia), Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (scenografia e decorazione scenica).
Il risultato non è un film, anche se è una produzione cinematografica, ma piuttosto un vero e proprio “tableau vivant”, un’opera d’arte tridimensionale, che in nove minuti permette di rivivere il dipinto leonardesco.
Il Living Tableau condivide l’esperienza “più appassionatamente e divinamente ispirata possibile” dell’Ultima Cena, afferma Acosta in un comunicato inviato questo Giovedì Santo ad Aleteia.org.
Ogni elemento del “Tableau” è stato realizzato con grande rispetto per l’opera di Leonardo e il dipinto (circa 1495-1497), riflette rigorosamente i parametri rivoluzionari della sua prospettiva, grazie alla quale l’arte è stata trasformata per sempre.
Acosta spiega: “Ho filmato The Living Tableau intenzionalmente al rallentatore estremo poiché non considero questo lavoro un film in sé, ma un ‘tableau’”.
Un pezzo minuziosamente accurato in cui hai l’opportunità di meditare sui dettagli divini di questo straordinario capolavoro spirituale di Leonardo da Vinci.
La scena si apre su un paesaggio senza tempo sopra le prime note profonde dello Stabat Mater di Rossini. Da questo punto di vista, la stanza e il tavolo iconico vengono lentamente rivelati diventando un momento di riflessione in cui i dodici apostoli attendono l’arrivo di Gesù.
Mentre gli uomini sussurrano l’un l’altro e si chiedono perché siano stati lì riuniti, Gesù entra e prende il centro della scena. Dopo aver benedetto sia i discepoli che il pasto, l’annuncio di un tradimento da parte di uno di loro è sentito da tutti.
Per la prima volta, l’opera d’arte è stata trasmessa questo Giovedì Santo da TV 2000, nel programma “Diario di Papa Francesco”, come omaggio al Santo Padre ed invito alla preghiera in questo momento di difficoltà per il mondo intero in tempi di coronavirus.
“The Last Supper: The Living Tableau” è stato pubblicato anche questo Giovedì Santo su Internet (nella piattaforma YouTube) da “Il Corriere della Sera”, la cui proiezione proponiamo ai nostri lettori qui integrata.

Vedi:
https://it.aleteia.org/2020/04/09/stupefacente-lultima-cena-di-leonardo-da-vinci-in-carne-ed-ossa/

Fonte: http://it.aleteia.org

MILANO. “SPOLVERO. IL CENACOLO RIVELATO”

“La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca”, ha detto Leonardo Da Vinci.
È in questa sua idea che “Spolvero. Il Cenacolo rivelato” trova luogo: presenza e assenza, visibile ed invisibile, spolvero e rilievo.
Un sistema circolare che sottrae l’opera per poi restituirla attraverso la fruizione collettiva e multisensoriale.
Un’opera multisensoriale che ribalta la prospettiva del “Cenacolo”, scambiando il ruolo tra chi vede e chi non vede.
Realizzato dall’artista Lucrezia Zaffarano, dal grafico Matteo Carbonara e dal film maker Andrea Sartori, il progetto è anche un omaggio a cio` che non si vede mai, ma esiste prima ancora dell’opera “visibile”: spolvero e` infatti il disegno preparatorio, quel “prima dell’opera” che e` stato scelto per la correlazione con l’alfabeto braille. Lo spolvero è già l’immagine che non sarà mai visibile, quel “prima” sempre presente, una presenza assente. L’installazione è tra i vincitori del concorso “Milano da Vinci”, lanciato a dicembre 2018 con l’obiettivo di premiare le migliori idee di giovani creativi under 35 capaci di raccontare lo spirito innovatore di Leonardo da Vinci attraverso l’utilizzo dei nuovi media. Il team vincitore del concorso ha potuto avvalersi del prezioso supporto della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, partner del concorso, i cui docenti hanno accompagnato la trasformazione del progetto da idea artistica a installazione multimediale, esaltandone così le potenzialità espressive.

Info:
La mostra Spolvero. Il Cenacolo rivelato è realizzata da Fondazione Italiana Accenture, Fondazione Stelline e Comune di Milano.
Dal 13 settembre al 13 ottobre 2019, martedì – domenica, 10 – 20 – ingresso libero
Palazzo delle Stelline, corso Magenta, 61 – Milano – tel. 0245462411 – https://stelline.it

MILANO. L’ultima cena di Leonardo diventa multisensoriale.

Chi l’avrebbe mai detto che “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci sarebbe stata fruibile anche per i non vedenti e gli ipovedenti? Con una tecnica ispirata all’alfabeto Braille, infatti, Lucrezia Zaffarano, Matteo Carbonara e Andrea Sartori hanno reinventato il cenacolo dell’artista toscano, proponendo una versione multisensoriale, che da ieri è esposta presso la Fondazione Stelline di Milano nella mostra “Spolvero. Il Cenacolo rivelato”.
Ed è davvero una rivelazione, una bella rivelazione, o meglio una piacevole scoperta. Nel cinquecentenario della morte di Leonardo, questo omaggio all’artista è un buon segnale verso le possibilità, forse infinite, delle nuove tecnologie. L’installazione è tra le opere vincitrici del concorso Milano da Vinci, un concorso lanciato lo scorso dicembre rivolto a giovani under 35.
«Un’opera affascinante – ha affermato Filippo Del Corno, assessore alla Cultura – che ha saputo interpretare al meglio le intenzioni del concorso, trovando una chiave innovativa per utilizzare le tecnologie più avanzate. Grazie al grande lavoro dei creatori, sarà possibile fruire in un modo inedito, trasversale e accessibile a tutti una delle opere d’arte più famose al mondo».
L’opera è stata progettata in due parti: la prima parte è la scultura de “L’ultima cena”, realizzata con la tecnica simil-Braille, la quale permette ai visitatori di toccare con mano l’opera; la seconda parte, adagiata sulla parete difronte in maniera speculare, è una sorta di costellazione, ovvero puntini luminosi che riproducono l’opera per filo e per segno.
L’idea centrale del progetto è la visibilità. Bisognava rendere visibile l’opera a tutti, anche alle persone non vedenti. L’opera è anche un non visibile che diviene visibile, poiché “Spolvero” è il disegno preparatorio, un disegno presente che è assente nell’opera finita. L’installazione poi ha necessariamente e volontariamente soverchiato uno dei tabù onnipresenti nei musei: l’opera che non può essere toccata.
“Il Cenacolo rivelato” deve essere toccato, altrimenti non si riesce a vivere quest’esperienza multiprospettica e multisensoriale. Senza contare che la visita è accompagnata da un audio ipotetico dell’Ultima cena, ricreato per la mostra in Ebraico Biblico.
«[…] Spolvero – ha dichiarato Simona Torre, Segretario Generale Fondazione Italiana Accenture – si distingue per la capacità di interpretare il genio vinciano in modo non convenzionale, coniugando tradizione e innovazione tecnologica».

La mostra è visitabile presso le Stelline di via Magenta fino al 13 ottobre 2019, ad ingresso libero.

Autore: Lorenzo Maria Lucenti

Fonte: www.qaeditoria.it, 12 set 2019

Cristina UGUCCIONI, Leonardo, il fine indagatore dell’umano.

A Cinquecento anni dalla morte, le opere a soggetto religioso del genio vinciano nell’intervista a Timothy Verdon.
Quest’anno ricorre il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci, avvenuta ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519. Mentre in Italia si moltiplicano le iniziative per celebrare il genio vinciano, Vatican Insider indaga i suoi dipinti a soggetto religioso in questa conversazione con monsignor Timothy Verdon, docente di storia dell’arte alla Stanford University e direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

Leonardo, che ha creato una delle massime icone dell’arte sacra, l’Ultima Cena, eseguita nel refettorio del convento milanese di Santa Maria delle Grazie nell’ultimo decennio del Quattrocento, era un uomo di fede?
«Questa meravigliosa opera indurrebbe a pensare che lo fosse. In realtà nulla, nella sua vita, conferma questa supposizione: al contrario, molti aspetti della sua biografia suggeriscono che fosse un artista appassionatamente dedito all’arte ma molto meno all’aspetto religioso dei soggetti dipinti, a differenza di un artista santo come Beato Angelico o di un artista peccatore ma profondamente credente come Michelangelo. Ci si potrebbe dunque chiedere come abbia fatto a creare l’Ultima cena e anche altri dipinti che con grande eloquenza parlano a tutti i credenti di Gesù. Ebbene, e vengo al punto centrale della mia riflessione: Leonardo (che certo non era ateo come ad esempio Perugino, autore di Madonne piissime) era un uomo poco interessato alla dimensione squisitamente religiosa mentre era invece affascinato dalla psicologia umana, dal legame profondo tra i nostri gesti e i nostri pensieri, i nostri sentimenti, quelli che lui chiamava i moti della mente: questo legame era, per Leonardo, la sicura chiave per aprire il senso dei soggetti religiosi. Quando doveva affrontare un tema religioso si volgeva senza esitazione alla dimensione umana. Nell’Ultima cena l’armonia, la perfezione anatomica dei corpi organizzati intorno al tavolo, ma soprattutto l’indagine psicologica dei personaggi, della gestualità come espressione di reazioni psicologiche assolutamente credibili creano un’opera che parla ai credenti ed esprime un contenuto centrale della fede: il cristianesimo è fede in un Dio che si è fatto uomo, un Dio che ha voluto condividere l’umano con le sue gioie e i suoi dolori, inclusa la morte».

Analizziamo dunque l’Ultima cena in questa chiave.
«In quest’opera Leonardo, come uomo del Quattrocento e al pari di altri autori fiorentini, analizza le reazioni dei discepoli: mentre però gli altri artisti avevano cercato di interpretare ogni singolo apostolo come una monade, un piccolo mondo a sé stante, Leonardo comprende che quei dodici uomini che avevano vissuto insieme, uniti nella fede in Gesù, non avrebbero reagito individualmente alle parole pronunciate dal Maestro durante l’ultima cena ma, al pari di tutti gli esseri umani, avrebbero subito interagito fra loro, avrebbero chiesto gli uni agli altri cosa intendesse dire il Signore parlando di tradimento. Leonardo quindi ci mostra non dodici monadi, come si vedono nei Cenacoli di autori quali Andrea del Castagno o Domenico Ghirlandaio, ma quattro gruppi di tre uomini, due a destra due a sinistra della figura isolata e centrale di Cristo. I tre apostoli di ogni singolo gruppo interagiscono tra loro e i gesti e le posizioni uniscono i due gruppi a destra e a sinistra presentandoci una realtà articolata che rispecchia la realtà della Chiesa, nella quale, certo, ognuno ha una reazione personale ma – poiché l’esperienza della sequela è condivisa con altri – ci si parla, si interagisce, si cerca luce nella interpretazione che offre il fratello vicino. Leonardo comprende tutto ciò in base alla sua analisi della natura umana: si può dire che per un caso felice, anzi provvidenziale, questo grande indagatore dell’umano è in grado di raccontare la drammaticità di quel momento in un modo che altri artisti, forse più convenzionalmente credenti, non avrebbero mai potuto fare. Cristo è la figura centrale dell’opera verso cui convergono i gesti dei discepoli e le linee della prospettiva della sala: attingendo all’antica tradizione religiosa dell’arte fiorentina, Leonardo prende in prestito la grande figura medioevale del Cristo seduto con le braccia distese in forma di croce, presente nel Battistero di Firenze, l’opera materialmente più grande (alta otto metri) esistente in città all’epoca, e lo trasforma nell’uomo solitario al centro della tavola che apre le sue braccia accettando la passione che lo attende: con la mano destra si muove verso un bicchiere di vino mentre con la sinistra indica un pane sul tavolo. Si comprende che Leonardo sta illustrando il momento in cui Cristo istituisce l’Eucaristia. L’accoglienza della passione si trasforma davanti ai nostri occhi nel dono che Lui dà liberamente della Sua vita offerta nel pane e nel vino. Leonardo non rispondeva a questo dono con la fede, ma lo conosceva molto bene perché faceva parte di quel secolo, di quella società ed era stato educato a comprendere il senso di questi misteri. Cristo, il cui capo inclinato è attraversato da una sottile tristezza, si mostra come uomo consapevole di andare incontro alla morte che accetta liberamente, «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, e che era venuto da Dio e a Dio ritornava» (Gv 13,3), “sapendo”, “accettando”, ma soffrendo umanamente, rilassando le redini dell’emotività, come dirà un contemporaneo di Leonardo, Pico della Mirandola. Il Cristo di Leonardo si trova esattamente di fronte a un altro Cristo: nel refettorio di santa Maria delle Grazie vi sono, infatti, due grandi affreschi: uno è il Cenacolo vinciano, l’altro è una grande Crocifissione eseguita da un artista milanese, Donato Montorfano, negli stessi anni in cui era al lavoro Leonardo: le due opere quindi fanno parte di un unico programma: la prima, il Cenacolo, narra il giovedì santo, la Crocifissione il venerdì santo. Leonardo collega quindi le braccia che già si aprirono giovedì sera, quando – accettando la passione – Cristo ne spiegò il senso mediante i segni del pane e del vino, con il mistero della fedeltà compiuto il pomeriggio seguente, venerdì, quando Cristo aprì le sue braccia sulla croce. La passione per l’umano di Leonardo, il suo desidero ispirato di cogliere il senso umano dei gesti di Cristo lo porta a penetrarne la figura in modo incomparabile: se Dio si è fatto uomo allora Gesù agiva come vero uomo non solo come Dio. Leonardo ci mette a contatto con il Dio che ha voluto condividere la nostra natura: in questo senso l’artista ha offerto un contributo straordinario al modo in cui i cristiani d’Occidente da allora hanno vissuto il rapporto con il Salvatore».

Quali altre opere in particolare rivelano il Leonardo fine indagatore dell’umano?
«Penso ad alcune opere mariane di grande interesse dal punto di vista religioso e psicologico. La prima, oggi conservata al museo del Louvre di Parigi, è un dipinto che probabilmente l’artista iniziò già a Firenze prima di trasferirsi a Milano nel 1481, la cosiddetta Vergine delle rocce: mostra Maria seduta davanti a una grotta alpestre; di fronte a lei vi sono due bambini: Gesù, seduto accanto ad uno stagno, nell’atto di benedire il piccolo Giovanni Battista inginocchiato a mani giunte. Leonardo, che da buon fiorentino conosceva tutte le storie riguardanti il Battista, patrono della città, sta mostrando il momento, raccontato nelle leggende, in cui, durante la fuga in Egitto, i due bambini si sarebbero incontrati e avrebbero parlato della futura passione di Gesù. Per Leonardo dunque, Giovanni, che da adulto annuncerà Cristo “agnello di Dio”, già da bambino avrebbe intuito la morte del Signore e ne avrebbe parlato al piccolo Gesù il quale, benedicendolo, avrebbe accettato questa profezia. Nel dipinto, Maria ha la mano destra sulla schiena di Giovanni: se si analizza la posizione delle dita della Vergine si comprende che lei sta gentilmente cercando di trattenere Giovanni dall’avvicinarsi a Gesù mentre con l’altra mano, la sinistra, comincia un gesto protettivo: la mano infatti scende verso la testolina del Figlio, per proteggerlo. Vi è però una quarta figura nel dipinto, un angelo inginocchiato alla sinistra di Maria, che ci guarda e, con la sua mano destra, interrompe la discesa della mano della Vergine, indicando Giovanni. Leonardo ci sta dicendo che Maria, come madre, vorrebbe evitare la futura morte cruenta del Figlio e cerca di proteggerlo, ma questo gesto di protezione non potrà mai compiersi perché interviene un messo divino. Leonardo anziché mostrarci, come molti altri artisti hanno fatto, una Maria totalmente passiva, ci dice che questa giovane, purissima donna, chiamata ad essere la madre di Dio, alla fine accetterà il destino del Figlio e sarà accanto a Lui sotto la croce, ma nel momento in cui le viene annunciata la morte del Figlio ha istintivamente opposto resistenza. Leonardo illustra quella mente divisa, quella sorta di crisi spirituale di Maria di cui alcuni autori spirituali dell’epoca (siamo intorno al 1480) avevano scritto. Questa donna da una parte è la perfetta serva del Signore e accetterà tutto, dall’altra è una madre e, come tutte le madri, istintivamente vuole proteggere il proprio figlio. Questa lotta interiore è visibile sul volto teso di Maria: certo, sul volto non compare quella paura, quel terrore che avrebbe potuto dipingere un artista come Caravaggio, ma non vi è neppure quella perfetta e passiva dolcezza più tipica del secondo Quattrocento. Leonardo fa propria una domanda che molti continuano a porsi: Maria, che tutto ha accettato, cosa provava come madre? È ciò che Leonardo esplora».

Alla National Gallery di Londra è esposta un’altra versione della Vergine delle rocce. Quali le differenze con l’opera del Louvre?
«Quella presente alla National Gallery è una versione successiva e, se da un punto di vista catechetico è più esplicita, da quello psicologico è meno intensa. A prescindere dalle differenze di tecnica, che a molti studiosi ancora oggi suggeriscono si tratti di un’opera di bottega magari diretta da Leonardo ma materialmente eseguita dai suoi assistenti anche se con qualche tocco del maestro, chi ha dipinto la versione londinese ha voluto esplicitare l’idea di Leonardo mettendo in mano del piccolo Giovanni Battista la tradizionale croce: chiaramente dunque il Battista profetizza la passione, poiché la croce portata da Giovanni, nell’arte non solo fiorentina, indica la profezia che pronuncerà da adulto. Sul piano catechetico si tratta, come dicevo, di un vantaggio ma sul piano psicologico, drammaturgico, quella croce riduce l’immagine, la priva del fascino dell’opera del Louvre nella quale Leonardo obbliga lo spettatore a leggere con attenzione il dipinto rendendolo indimenticabile. Di primo acchito l’opera del Louvre sembra mostrare Maria che spinge i due bambini a giocare tra loro: quando però si analizzano le dita della Vergine e il rapporto tra Cristo e Giovanni ci si rende conto con un senso quasi di stupore della trama nascosta e a quel punto si legge il volto della Vergine con una comprensione diversa. Leonardo ha preparato un itinerario di scoperta nel quale la realtà profonda dei personaggi viene gradualmente dischiusa davanti allo spettatore e, così facendo, ha creato un’esperienza del tutto simile a quella vissuta da ogni essere umano: ognuno di noi, infatti, nella vita quotidiana deve compiere uno sforzo, fare fatica e riflettere per decifrare e cogliere il senso autentico dei gesti e delle espressioni delle persone: la comprensione dei moti dell’anima non è immediata, richiede tempo e impegno».

Leonardo tornerà sulla figura di Maria in grande disegno andato perduto, di cui scrive anche Giorgio Vasari.
«Certamente: si tratta di grande disegno, forse eseguito a Milano, che Leonardo portò con sé nel 1501, quando tornò a Firenze, ed espose nel convento dei padri serviti. Vasari racconta che l’intera città andò a vedere quest’opera che mostra Maria, seduta sulle ginocchia di sant’Anna, mentre tiene in braccio il piccolo Gesù che cerca di liberarsi dall’abbraccio materno per andare verso un agnello. Conosciamo la descrizione dettagliata del disegno da un contemporaneo di Leonardo, il carmelitano Pietro da Novellara, che a Firenze era l’agente della duchessa di Ferrara Isabella d’Este. In questo disegno Maria cerca di trattenere Gesù dall’abbracciare e quindi accettare la morte cruenta simboleggiata dall’agnello. Sant’Anna ha una mano alzata e con un dito indica il cielo: il frate, in una lettera alla duchessa d’Este, racconta di aver compreso che sant’Anna rappresenta la Chiesa nell’atto di insegnare alla figlia che la Chiesa ha bisogno della morte salvifica di Gesù: sant’Anna, indicando il cielo, sta affermando che la volontà del Padre è più importante di quella di Maria. Di questo disegno, andato perduto, esiste un’altra versione attualmente conservata alla National Gallery di Londra, che mostra lo stesso tema; vi è però una differenza: al posto dell’agnello vi è il piccolo Giovanni Battista e Gesù cerca di liberarsi dalle braccia della madre per abbracciarlo. Nel volto di Maria nuovamente si coglie quel combattimento interiore tra l’istinto materno e la perfetta oblazione alla volontà di Dio. A questi disegni segue poi un’opera, esposta al Louvre, che mostra Maria sulle ginocchia di sant’Anna e Gesù che cerca di abbracciare l’agnello: Leonardo tornò quindi all’idea sviluppata nel disegno andato perduto. Sant’Anna però non indica il cielo ma l’espressione del suo volto permette di capire che guarda la figlia con compassione intuendo la sua lotta interiore. Leonardo, in questa profonda analisi dell’animo di Maria, sviluppa un tema importante dell’umano, perché ogni madre, prima o poi, deve affrontare il momento in cui il proprio figlio si sentirà chiamato a fare qualcosa che potrà anche rappresentare un pericolo. Leonardo ci fa ragionare sulla figura di Maria in un modo nuovo e significativo per la nostra personale maturazione di fede».
Vasari, nella biografia di Leonardo, scrive che l’artista, ormai anziano, dopo una lunga malattia «e vedendosi vicino alla morte […] con molti pianti, confesso e contrito, sebbene e’ non poteva reggersi in piedi, sostenendosi nelle braccia d’i suoi amici e servi, volse divotamente pigliare il Santissimo Sacramento fuor del letto».
«Questo percorso interiore che porta Leonardo a cercare l’Eucaristia è assolutamente comprensibile poiché l’artista era vissuto immerso nel cristianesimo. Non dobbiamo dimenticare l’enorme forza di gravità della tradizione a quell’epoca: anche se Leonardo non era particolarmente religioso conosceva assai bene i Vangeli e la teologia perché era un pittore e ai pittori, in quel tempo, era chiesta questa conoscenza: come ho scritto anche in un mio libro, “Michelangelo teologo”, tutti gli artisti conoscevano la religione cristiana molto più delle comuni persone poiché la maggior parte delle commissioni proveniva dalla Chiesa la quale non si accontentava di interpretazioni banali dei fatti di fede. La sfida, per gli artisti, era trovare un modo nuovo, affascinante e aderente alle Scritture di narrare la fede cristiana».

In che modo Leonardo ha influenzato l’arte dei secoli successivi e quali artisti sono stati maggiormente segnati dalle sue opere?
«Distinguerei due livelli. Il primo, meno importante: Leonardo ha avuto un seguito, una sorta di scuola a Milano, città nella quale si era sviluppato come artista maturo tra il 1480 e la fine del secolo. Vi è una serie di opere che imitano il suo stile, che replicano le sue idee, opere eseguite da artisti lombardi quali Bernardino Luini e Marco D’Oggiono, che hanno avuto fama soprattutto in Lombardia. Vi è poi un secondo livello, meno facilmente definibile ma più importante. Leonardo nel 1501 tornò a Firenze e, prima di andare in Francia, visse, forse anche lavorò (sebbene non vi siano state commissioni ufficiali), alla corte pontificia di papa Giulio II ed è lecito supporre che mostrò le sue opere. Il suo stile, le sue idee circolarono e influenzarono il primo Cinquecento: in alcuni disegni, ad esempio, Michelangelo mostra chiaramente di ispirarsi al famoso disegno vinciano andato perduto. Anche Raffaello, che si recò a Firenze, creò la serie delle Madonne fiorentine in certo modo partecipando al fermento presente in città tra gli artisti animati dal desiderio di rispondere al disegno esposto da Leonardo nel 1501. Ma, soprattutto a Roma, Raffaello mostrò di aver compreso da Leonardo come svecchiare lo stile quattrocentesco in cui era stato educato dal Perugino. È a Roma infatti che Raffaello si rivela capace di usare un linguaggio molto più monumentale, fluido e vicino da una parte alla natura, dall’altra all’ideale della natura, che diventerà lo stile dell’alto rinascimento esportato nel resto dell’Europa. Si può dire che la maturazione dello stile di Raffaello va attribuita quasi certamente anche a una sua diretta esperienza delle opere di Leonardo».

Fonte: www.lastampa.it, 25 Aprile 2019

TORINO, Cosa mangiarono gli apostoli nell’Ultima Cena?

Viaggio degli archeologi da Torino a Gerusalemme per scoprire il cibo di 2000 anni fa.
Il progetto unisce archeologia e cultura del cibo, il viaggio partirà da Torino per terminare a Gerusalemme, dove la ricerca esaminerà e ricostruirà il menù dell’Ultima Cena tra cibo di oggi e di duemila anni fa.
Interessante questo progetto di Archeoricette, che nasce come strumento di divulgazione scientifica, fondato da un archeologo che ha coinvolto nel tempo diversi professionisti. Archeoricette prende in esame diverse civiltà in base alla storia delle abitudini culinarie: Mesopotamia, Egitto, Persia ed Etruria tra gli altri sono i punti di partenza per un’esame meticoloso della cucina dell’epoca.
La nuova avventura di Archeoricette è dedicata all’Ultima Cena, un viaggio da Torino a Gerusalemme per scoprire il cibo, le lavorazioni, un percorso nel gusto che si concretizzerà in un libro, un ricettario e insieme una guida turistica nel tempo.
La ricostruzione del menù avverrà a tappe, con l’apporto di due archeologi esperti Generoso Urciuli e Marta Berogno e della Sarah Scaparone giornalista e food blogger saranno oggetto di analisi piatti come il Sabich, Chamin, Rugelach e Shakshouka.
Le città visitate invece, saranno decisive per capire come può essere stato influenzato il menù più famoso della storia: Tel Aviv, Tiberiade, Belt she’an, Nazareth, Cesarea, Haifa, Jiaffa e Gerusalemme.
Il viaggio archeo gastronomico ha però bisogno di un contributo per poter concretizzare tutte le ipotesi, per permettere all’associazione di raccogliere tutto nel libro. Su indiegogo è presente infatti una proposta di crowdfunding, da 1 euro a 100 euro con alcune tappe intermedie. Per chi deciderà di contribuire ci saranno diversi omaggi a seconda della cifra impiegata per aiutare Archeoricette.
Alcune certezze già ci sono, come ha dichiarato l’associazione in una nota: ‘Gesù e i suoi erano Ebrei’, si consideravano Ebrei (forse i veri Ebrei) e seguivano la tradizione il Cristianesimo è l’unica religione monoteista che non ha divieti alimentari (l’astensione dalla carne in alcuni giorni non può essere considerato un divieto) il quadro alimentare della Gerusalemme del I secolo a. C. era variegato e ricco’.
Interessante comunque il lavoro dell’associazione, che si concretizza per loro stessa ammissione spesso anche in ricette: ‘Il risultato delle ‘indagini’ di Archeoricette si concretizza spesso sotto forma di ricetta. In alcuni casi sono ricette vere, tramandate dalle fonti, in altri casi sono delle ricostruzioni realizzate grazie all’analisi del contesto e gli assemblaggi proposti sono verosimili o ‘filologicamente’ accettabili’.


Fonte: http://www.torinofree.it, 2 marzo 2014

REGGIO EMILIA. Andy Warhol a Palazzo Magnani.

È una Pasqua all’insegna di Andy Warhol, quella che attende Reggio Emilia.
Dal 31 marzo al 15 aprile 2012, Palazzo Magnani ospita The Last Supper, una delle opere più significative nella produzione del genio che ha lasciato un’impronta indelebile sull’arte del secondo Novecento.
The Last Supper è infatti una straordinaria interpretazione del Cenacolo di Leonardo da Vinci, operata da Andy Warhol nel 1986.
L’evento, che cade nel 25° della morte di Warhol, è parte del progetto Arte in Agenda. A tu per tu con… ideato e promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia.
The Last Supper sarà affiancata da un raro disegno dell’Ultima cena leonardesca eseguito da Francesco Hayez (protagonista, fino al 1 maggio, a Palazzo Magnani della grande mostra INCANTI DI TERRE LONTANE. HAYEZ, FONTANESI E LA PITTURA ITALIANA TRA OTTO E NOVECENTO) che consentirà di sviluppare un confronto tra le modalità di rilettura dei modelli classici operata da due autori così distanti, ma uniti dall’esigenza che hanno avvertito di confrontarsi con il genio del Rinascimento italiano.

Info:
CLP Relazioni Pubbliche
Via F.lli Bronzetti 27, 20129 Milano
tel. 02 36755700 – fax. 02 36755701
www.clponline.itmedia@clponline.it

Autore: Dal 31 marzo al 15 aprile 2012 Palazzo Magnani

MILANO. La restauration de La Cène de Léonard de Vinci réalisée en 1999 comporterait une erreur.

Les restaurations de «La Cène» de Léonard de Vinci s’étaient achevées en 1999 après 20 ans de travaux. Le 13 mars 2012, le directeur d’ArtWatch, Michael Daley, a annoncé avoir constaté que le restaurateur avait fait une erreur dans les repeints de la figure du Christ.
Le différend peut sembler anecdotique. La maladresse de restauration relevée par ArtWatch («chien de garde» des restaurations d’art) tient à un détail : après les repeints, la manche de la main droite du Christ repose sur la table, alors que les nombreuses copies de l’œuvre de Léonard de Vinci montrent que la draperie de la manche retombe derrière la table.
Michael Daley a comparé la figure actuelle du Christ à des photographies précédant la restauration et à des copies, dont la version presque contemporaine de Giampietrino, disciple du maître florentin. Cette copie (conservée à la Royal Academy of Arts de Londres) a en effet été effectuée seulement deux décennies après l’original du monastère de Santa Maria delle Grazie qui date de 1498. Il base également son étude sur une gravure considérée comme la plus proche copie de La Cène et datée de 1500. Dans The Independent, Michael Daley suppose qu’ « il y a peut-être maintenant une présentation sérieusement inexacte de la composition finale de Léonard de Vinci ».
La dernière restauration, de 1978 à 1999, avait divisé la communauté artistique de l’époque. ArtWatch relance la polémique. Michael Daley se dit surpris que les restaurateurs aient ignoré l’œuvre de Giampietrino. « Pourquoi ce témoignage, prouvant que la draperie du manchon retombe derrière la table, n’a-t-il pas été pris en compte ? ».
Le professeur Pietro Marani, responsable des restaurations à l’époque, minimise la controverse ironisant : « Un petit bout de draperie. Oh, mon Dieu ! ». Il présume que le restaurateur avait dû trouver des pigments rouges apparemment liés à la draperie de la manche, ce qui l’a incité à repeindre ainsi. Argumentant que les copies altèrent parfois les détails (les couleurs ou les objets posés sur la table), s’y fier peut aussi prêter à confusion. Mais Michael Daley rejète cette théorie : les copies peuvent, certes, présenter des différences infimes avec l’original, mais le nombre élevé de copies de La Cène montrant le même détail au niveau de la manche du Christ semble indiquer que le remodelé actuel n’est pas conforme à l’historique de l’œuvre.
La Cène est l’une des œuvres les plus célèbres de l’art de la Renaissance, pourtant il ne reste que peu de traces de la main même du maître. La technique expérimentale employée par Léonard de Vinci n’était pas concluante et les détériorations de la fresque ont débuté à peine l’œuvre achevée. Le dernier chantier avait pour but de nettoyer l’œuvre, d’enlever les restaurations antérieures et de stopper son délabrement. Charles Hope, expert de Léonard de Vinci, estime que l’intégralité de la restauration était « inutile » tant il reste peu de choses de l’original du maître.
« C’est seulement à travers Giampietrino et les autres copies que l’on peut se faire une idée de la véritable fresque ».


Autore: Da Fonseca Chloé


Fonte: Le Journal des Arts.fr, 22 marzo 2012

MILANO. Salviamo l’Ultima Cena di Leonardo.

Il Cenacolo dipinto da Leonardo da Vinci è sopravvissuto ai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale e all’esposizione ad uno dei peggiori inquinamenti atmosferici in Europa. Ma non sono finite le minacce alla famosa opera d’arte, in particolare da composti che si diffondono dalla pelle dei turisti in visita.
Un team internazionale di scienziati ha campionato particelle nell’aria immediatamente fuori e dentro il refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano, dove da Vinci dipinse il murale nel 1490. Un sistema di ventilazione installato di recente all’ingresso della chiesa protegge il dipinto da fuliggine e da altri residui di emissioni aeree.
Ma dentro il refettorio sono stati riscontrati livelli sorprendentemente elevati di squalani, composti del carbonio, naturalmente emessi da piante, pelle umana e cosmetici e lozioni, come rivelano i ricercatori in un rapporto di prossima pubblicazione su Environmental Science&Technology. Non ci sono piante all’interno, i visitatori sono individuabili come unica fonte, dice Nancy Daher, ingegnere ambientale della University of Southern California a Los Angeles.
Gli scienziati hanno inoltre individuato acidi grassi, forse da cere utilizzate nei primi restauri del dipinto. Composti come squalani e acidi grassi agganciano la polvere e possono attaccarsi al suolo e alle opere d’arte. Ridurre la polvere può contenere il problema, altrimenti, potrebbe essere necessario per i turisti lavarsi le mani prima di vedere la Cena.

Fonte: Scienze News, 05/12/2011

GRAN BRETAGNA – CAMBRIDGE. Quella non fu l’Ultima cena: il Giovedì Santo slitta di una settimana.

Colin Humphreys, uno scienziato dell’Università di Cambridge, ne è convinto: l’Ultima Cena si è tenuta mercoledì, e non giovedì.
Nel suo libro, The Mistery of the Last Supper (Il mistero dell’Ultima cena), il professore cerca di ‘smontare’ la data comunemente accettata nel Cristianesimo per la celebrazione della Pasqua attraverso l’incrocio di dati astronomici, storici e biblici.
Se la sua tesi fosse vera, quella che comunemente festeggiamo come Ultima Cena sarebbe in realtà la penultima di Gesù Cristo prima della sua crocifissione. E, di conseguenza, il Giovedì Santo slitterebbe di una settimana.
Le ricerche dello storico di Cambridge partono da un’apparente incoerenza della Bibbia. Gli evangelisti Matteo, Marco e Luca scrivono che l’Ultima Cena è coincisa con l’inizio della celebrazione ebraica della Pasqua, mentre Giovanni sostiene che si trattava di una normale cena consumata il giorno prima.
Humphreys è convinto che ‘il popolo ebraico non confonderebbe mai il pranzo di Pasqua con un altro pasto, per cui è molto difficile che i Vangeli si siano sbagliati a riguardo’.
La soluzione del rompicapo sta nel calendario ebraico che Cristo e i suoi discepoli avrebbero seguito. Differente, secondo Humphreys, rispetto a quello usato da Giovanni. Il figlio di Dio si basò su un antichissimo calendario ebraico, mentre Giovanni l’Evangelista usò il calendario lunare, già diffuso ai tempi di Cristo e usato ancora oggi.
Secondo il calendario lunare, la Pasqua ebraica (e quindi l’Ultima Cena) sarebbero coincise il mercoledì prima dell’uccisione di Cristo. Secondo Humphreys ‘l’Ultima cena di Gesù Cristo si è tenuta mercoledì primo aprile dell’anno 33‘.
Il professore crede quindi in una data univoca per la Pasqua nel nostro moderno calendario solare. Sulla base delle sue ricerche astronomiche, Gesù morì il 3 aprile e risorse il 5.
A confermare la sua tesi c’è anche un altro elemento. Gli esperti della Bibbia e i cristiani credono che l’Ultima Cena sia cominciata il giovedì dopo il tramonto e che la crocifissione abbia avuto luogo il venerdì mattina seguente, alle 9 circa. Ma il processo di Gesù è stato organizzato in diverse zone di Gerusalemme, e gli storici che hanno percorso la città santa con un cronometro hanno concluso che è impossibile che gli avvenimenti si siano svolti nell’arco di una notte.

Fonte: Yahoo, 19-04-2011

Autore: Le ricerche di un professore di Cambridge: l'equivoco sarebbe nato dall'uso di due calendari diversi.

MILANO. L Ultima Cena di Leonardo: riflessioni e risultati nel decennale dalla conclusione del restauro.

Allegato: L Ultima Cena di Leonardo.pdf

Autore: AA.VV. Milano, 14 dicembre 2009

ASCOLI SATRIANO (Fg). La scoperta durante una campagna di scavi in Puglia. Da secoli gli archeologi ne cercavano le tracce.

Nella villa di Faragola, vicino ad Ascoli Satriano, è venuto alla luce uno stibadium in muratura veramente eccezionale, costruito apposta per la sala da pranzo della villa e tutto rivestito di marmi pregiati.

Allegato: ascoli satriano.pdf

Link:
https://www.romanoimpero.com/2020/08/villa-di-faragola.html 

http://www.comune.ascolisatriano.fg.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20030/idtesto/104

Autore: Cinzia Dal Maso, La Repubblica, 03/08/2005