FAGAGNA (Ud). Chiesa di San Giacomo Apostolo, con Ultima Cena.

La chiesa parrocchiale di San Giacomo Apostolo fu costruita nel 1744 circa, su un precedente edificio cinquecentesco.
Venne quasi completametne rifatta nel ‘800, su progetto del parroco Giacomo Zozzoli e disegni del fratello ing. Antonio.
I lavori consistettero nell’aggiunta di un’altra arcata oltre alla tre già esistenti, la costruzione del coro, l’innalzamento del soffitto (1845 c.).
Fu poi affrescata da Sebastiano Santi nel 1849-50, che ha raffigurato nelle pareti: L’Ultima Cena, l’Adorazione dei Magi e, nell’abside, la Trasfigurazione.
L’altare maggiore ha due statue del 1859-60 di Luigi Minisini raffiguranti la Madonna Addolorata e S. Giovanni. Conserva inoltre alcune tele di Giacomo Secanti, raffiguranti la Madonna con Bambino con i Ss. Girolamo e Valentino (1555). L’Adorazione dei pastori è di ignoto pittore seicentesco, mentre di Giuseppe Buzzi (1683-1769) il S. Domenico in gloria e i Ss. Nicolò e Sant’Antonio da Padova.
Gli affreschi nella volta del coro raffigurano nel lunettone: La chiamata di S. Giacomo e S. Giovanni, i figli di Zebedeo, l’apostolato nelle rive del lago di Genezareth, opera di Giovanni Maria Lendaro (1913-14).
In sacrestia di Giuseppe Malignani (1855) un ritratto del cardinale Fabio Maria Asquini.

Localizzazione: Fagagna, chiesa di San Giacomo Apostolo
Autore: Sebastiano Santi
Periodo artistico: XIX sec. (1849-1850)
Data ultima verifica: 29/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VERCELLI. Museo Borgogna, Ultima Cena di Bernardino Lanino

Ultima cena, affresco staccato a massello nel 1750 e strappato nel 1901 dall’antico refettorio della chiesa di San Cristoforo, Vercelli, in deposito dall’Istituto di Belle Arti di Vercelli, inv. 55 (133 x 274 cm), opera di Bernardino Lanino (Mortara, Pavia 1512 ca. – Vercelli 1583-84 ca.)

Proveniente dall’antico refettorio del convento di San Cristoforo,l’affresco è menzionato nell’inventario dei beni del 1629, in cui si riferisce l’opera al Lanino. Già intorno al 1750 il dipinto venne staccato a massello pochi anni dopo la costruzione di un nuovo cenacolo in cui venne trasferito.
L’affresco, inserito in una ricca cornice in bronzo, divenne proprietà municipale dopo l’acquisizione, nel 1867, del soppresso convento.
Per le precarie condizioni conservative, nel 1901 l’Istituto di Belle Arti di Vercelli ne curò lo strappo ed il trasporto su tela ad opera dell’estrattista bergamasco Giuseppe Steffanoni. Questi venne colpito dalla qualità dell’opera ed eseguì l’intervento con particolare cura, conservando il maggior spessore possibile di intonaco.
Collocato nel 1912 a palazzo Tizzoni Mariani, tra le opere della pinacoteca dell’Istituto, dal 1934 è esposto al Museo Borgogna di Vercelli.
Si deve a Frizzoni nel 1891 la prima attribuzione al Lanino, tuttavia a lungo prevalse il riferimento a Gaudenzio. Emerge infatti l’addolcito linguaggio gaudenziano del giovane Lanino che, pur nella ripresa del noto modello leonardesco milanese (1494-97), ne stempera la concitata atmosfera attraverso una più misurata espressività degli apostoli.
Malgrado la mensa apparecchiata sia oggi solo intuibile, per la perdita di parte della stesura a secco, si intravedono ancora i preziosi calici in vetro, dettagli che trovano un modello nella sensibilità per il quotidiano testimoniata da Gaudenzio in San Cristoforo.
L’opera, accostabile al disegno della Pinacoteca di Brera (n. 249 bis), a lungo ritenuto preparatorio ma probabilmente successivo, può essere assegnata al 1533-34, dopo la conclusione del cantiere di Gaudenzio.

Fonte: Museo Borgogna

Localizzazione: Vercelli, Museo Borgogna
Autore: Lanino Bernardino
Periodo artistico: XVI sec. (1533-1534)
Data ultima verifica: 27/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO. Pinacoteca di Brera, Ultima Cena di Pietro Paolo Rubens.

L’Ultima Cena è un dipinto di Pieter Paul Rubens, realizzato a olio su tavola. Scomparto centrale di un trittico, fu realizzato nel 1632 e ha dimensioni di 304 x 206 cm. Oggi l’opera è conservata alla Pinacoteca di Brera di Milano.
La grande pala d’altare fu dipinta da Rubens nel 1632 su commissione di Caterina Lescuyer, per essere collocato sopra sepolcro del padre, Pawels Lescuyer, all’interno della cappella del Santissimo Sacramento della chiesa di Saint-Rombaut a Malines nelle Fiandre. L’opera era completata da due tavole che costituivano la predella illustranti due episodi della vita di Gesù, precedenti al momento dell’istituzione dell’eucaristia: L’entrata di Cristo a Gerusalemme e La lavanda dei piedi.
Rubens sviluppò per la prima volta la composizione dell’Ultima Cena in uno schizzo ad olio ora a Mosca (Museo Pushkin, inv. 653). Dopo aver completato la pala per San Rombout, Rubens dipinse uno schizzo a grisaglia, oggi in collezione privata, estremamente dettagliato, come modello per l’incisore Boëtius à Bolswert.
Nel 1793, durante la Campagna delle Fiandre di Napoleone, la tavola centrale e la predella furono prelevate e destinate al Museo del Louvre. Nel 1803, le due tavole raffiguranti L’entrata di Cristo a Gerusalemme e La lavanda dei piedi, drasticamente tagliate nel XVIII secolo, furono inviate al Museo delle belle arti di Digione.
La grande pala centrale con L’ultima Cena fu ceduta, invece, alla Pinacoteca di Brera nel 1813, nell’ambito di uno scambio voluto dal direttore generale del Museo del Louvre, Denon, che cedette alla la Pinacoteca milanese quattro importanti opere di artisti fiamminghi, in cambio di capolavori del rinascimento italiano.
Cristo siede a tavola circondato dagli apostoli e benedice il pane e il vino. Il posizionamento degli apostoli attorno a un tavolo quadrato (e non rettangolare) aveva una lunga tradizione pittorica. Immediatamente a destra di Cristo è Pietro, e a sinistra, Giovanni. Seduto sul lato opposto del tavolo è Giuda, con una posa contorta e uno sguardo accigliato, espressione esteriore del suo stato mentale agitato. Sotto suoi i piedi un cane rosicchia un osso, forse simbolo di avidità o bramosia.

Fonte: it.wikipedia.org

Localizzazione: Milano
Autore: Rubens Pietro Paolo
Periodo artistico: XVII sec. (1632)
Illustrazione opera: MILANO. Al via il restauro del Cenacolo di Rubens alla Pinacoteca di Brera. Dopo il successo dell’iniziativa Sguardi dalla Torre – Picasso, che ha permesso di visitare gratuitamente all’ultimo piano della Torre PwC a Milano l’opera La loge (Le balcon) di Pablo Picasso (proveniente dalla collezione della Pinacoteca di Brera), la realtà attiva nei servizi di revisione e consulenza strategica e fiscale alle imprese guidata da Giovanni Andrea Toselli torna a collaborare con l’istituzione milanese, restituendo al pubblico un grande capolavoro della collezione permanente. Si tratta del Cenacolo di Pieter Paul Rubens che è oggetto di un importante restauro targato PwC per la cultura, il progetto attraverso il quale il gruppo di specialisti contribuisce alla crescita socio – culturale del Paese organizzando iniziative di condivisione e promozione del patrimonio artistico italiano. Parte di un retablo (un polittico monumentale), il Cenacolo del pittore fiammingo venne commissionato nel 1631 da Catherine Lescuyer in memoria del padre, per poi essere collocato sull’altare della cappella del Santissimo Sacramento della chiesa di San Rambaud a Malines, in Belgio. Appartenente alla collezione permanente della Pinacoteca di Brera, il dipinto è oggetto di un profondo restauro condotto a vista, dando l’opportunità ai visitatori di seguire dal vivo tutte le fasi del ripristino dell’opera. Restauratori, storici dell’arte e scienziati compongono il team di lavoro guidato da Andrea Carini, responsabile del laboratorio di restauro della Pinacoteca di Brera. Il restauro prevede diverse fasi, in primis quella conoscitiva in cui si cerca di aumentare il più possibile la conoscenza dell’opera (anche con l’uso della diagnostica per immagini che ne svela gli strati sottostanti), riunendo le prime fasi di pittura e le modifiche nello sviluppo finale del dipinto. Successivamente si passa alla fase della pulitura, dove vengono assottigliate le sostanze in eccesso che impediscono una corretta lettura dell’immagine. Infine, si passa al ritocco pittorico nei punti in cui non c’è più il colore originale, reintegrando i pigmenti mancanti con materiali compatibili e reversibili. “Il supporto al nostro laboratorio trasparente di restauro e al restauro di un capolavoro di Rubens dimostra ulteriormente l’impegno del progetto culturale di PwC che ha introiettato i valori della responsabilità sociale nei riguardi del patrimonio artistico”, sottolinea Angelo Crespi, direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense.“Patrimonio artistico che non è solo un generatore di senso e bellezza ma soprattutto un giacimento di identità per l’Italia e Milano e che trova nella Pinacoteca di Brera una delle sue massime espressioni”. Autore: Valentina Muzi Fonte: www.artribune.com 11 apr 2025
Data ultima verifica: 27/10/2020 - 12 aprile 2025
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CITTÀ DEL VATICANO. Ultima Cena di Cosimo Rosselli

Nella Cappella Sistina, nella decorazione del registro mediano, si trova l’affresco di una Ultima Cena (349 x 570 cm.) realizzata da Cosimo Rosselli e aiuti, tra cui Biagio d’Antonio, tra il 1481 e il 1482.

Localizzazione: Città del Vaticano
Autore: Cosimo Rosselli
Periodo artistico: 1481-1482
Data ultima verifica: 25/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

PELUGO (Tn). Chiesa cimiteriale di Sant’Antonio abate, con Ultima Cena.

La chiesa cimiteriale intitolata a sant’Antonio abate si trova dislocata rispetto al centro abitato, sulla pianura formatasi dall’alluvione del fiume Sarca, lungo la strada statale SS 239, in direzione di Spiazzo.
Non vi è un documento che indichi la data esatta della sua edificazione, ma dallo studio relazionato da un archeologo tedesco nel 1903 poi conservato da don Gregorio Fruner nell’archivio parrocchiale, la sua datazione, in base alla conformazione dei cantonali delle muraglie, e dal modo in cui sono state tagliate le pietre a punti di mazza, che confermerebbero la sua antica struttura romanica, sarebbe riconducibile al IX secolo, parti del fabbricato ancora visibili.
Il primo documento che la cita è un lascito testamentario del 1375, dal quale si deduce che era anticamente intitolata anche a san Giacomo. L’edificio ebbe una riqualificazione nel XV secolo nella conformazione gotica. Parte dell’edificio come il coro e i tre altari, furono consacrati l’11 ottobre 1498 dal suffraganeo del vescovo principe di Trento Udalrico Lichtenstein.
A causa dell’epidemia del 1630, le pareti furono intonacate con la calce per evitare ulteriori contagi, con la conseguente scialbatura degli affreschi.
Inoltre un incendio nel 1664 rovinò ulteriormente le pitture. Vi fu quindi una grande ristrutturazione negli anni successivi, con un ammodernamento strutturale, la navata fu modificata con la copertura a volte a botte unghiata e la formazione di nuovi altari. Nel susseguirsi dei secoli l’edificio necessitò di ulteriori restauri, sia nella parte strutturale, come il tetto, che nelle parti pittoriche.
La chiesa venne costruita, secondo la tradizione, sul luogo dove san Vigilio avrebbe celebrato un’ultima messa prima del martirio, e forse qui sorse la prima pieve di tutta la val Rendena. Si trova all’interno dell’area del camposanto.
La facciata è semplice, a capanna, e tutta la sua superficie, con l’esclusione della parte bassa col solo intonaco, è affrescata. Tali opere sono attribuite alla famiglia Baschenis.
Gli affreschi della facciata hanno mantenuto il loro aspetto originario grazie alla protezione delle gronde del tetto dalle allungate dimensioni. Il grande affresco raffigurante San Cristoforo col Bambino porta la firma dell’artista Dionisio Baschenis: «Ano DN CHR. MCCCCLXXX-XIII (1493) Die Mensis Octubris Ego Dionisius De Averara pixi».
La raffigurazione prosegue con l’immagine dell’Annunciazione e centrale quella di sant’Antonio abate, quest’ultimo è firmato da Cristoforo e datato: «die VI octobris» 1474. La raffigurazione prosegue con l’immagine della Madonna in trono con Bambino, la Trinità, san Giorgio che uccide il drago e sant’Orsona con le mille compagne martiri.
Sul lato sinistro dell’edificio si trova una finestra a lunetta e un ingresso secondario. Anche questa parete è riccamente affrescata.
Gli affreschi su questo lato della chiesa sono divisi su due livelli e raccontano le storie della vita di sant’Antonio, storie che fanno parte della tradizione popolare. Il livello superiore propone pitture ben conservate grazie all’ampia gronda del tetto che le protegge. I dipinti sono divisi su trenta riquadri con relativa didascalia in volgare, non sempre leggibile.
Il primo riquadro a sinistra del livello superiore raffigura i genitori del santo che si recano per devozione al santuario di Santiago de Compostela. Il secondo illustra il voto che la madre fa al diavolo durante la traversata via mare: «Lo demonio fece rompir barbero de la nave». La terza tavola è la nascita del santo: «Come sancto Antonio nascete». La quarta raffigura sant’Antonio scolaro, la quinta il santo quando viene a conoscenza della sua nascita e decide di abbandonare per questo i genitori: «Antonio tolse cumiato». Nella sesta il santo si reca a Roma a servizio di un cardinale. La settima racconta come il papa che lo aveva assunto a suo servizio, conosciuta la sua storia lo caccia da Roma: «Cazava via sancto Antonio per pagura». Nell’ottava tavola sant’Antonio riceve l’aiuto di un eremita ma nella nova è raffigurato l’angelo che ordina all’asceta di allontanarlo. Il decimo riquadro illustra la disperazione del santo che chiede ospitalità al diavolo, il solo che lo possa aiutare. L’undicesimo affresco il santo è all’inferno e ne riceve le chiavi con il potere di aprire le porte alle anime dannate, ma data la sua incapacità di condannare viene allontanato anche dall’inferno: «Come sancto Antonio se foe liberare et fare le carte dalla Morte». Nel dodicesimo il santo fa ritorno a casa. Nel riquadro tredicesimo il santo viene tentato dal diavolo che vesti i panni di una giovane. Il quattordicesimo dipinge il santo che dona i suoi beni ai poveri, mentre nel quindicesimo viene vestito dagli abiti monacali da un vescovo: «Come sancto Antonio fu vestito da monaco da un vescovo».
Gli affreschi successivi sono troppo ammalorati e di difficile identificazione.
La torre campanaria nella sua forma stretta e alta, si oppone alla struttura ad andamento orizzontale della chiesa. Questa è costruita con pietra a vista, vicina alla parte presbiteriale dell’edificio. Ha un aspetto solido, e in alto mostra finestre bifore su due ordini, le superiori leggermente più ampie. La copertura è a piramide sormontata dalla croce.
L’aula a unica navata risale al XVI secolo, ampliata e modificata in quello XVIII, si presenta disadorna, non vi sono arredi che la completino, perché furono stati distrutti dagli incendi e saccheggiati da furti sacrileghi che si sono susseguiti negli anni, unico rimasto è l’altare ligneo opera di Antonio Hail di Fisto datato 1694, questo è in legno policromo dorato da Giovanni Battista Bezzi di Cusiano e presenta due colonne barocche intagliate e scanalate. Il presbiterio si presenta leggermente rialzato con gradini e soglie in pietra. Alla destra dell’abside rimane l’arco trionfale della primitiva chiesa romanica, mentre è ancora visibile sulla controfacciata la conformazione del tetto precedente l’ampliamento.

Molte sono le parti dell’aula affrescate con dipinti attribuiti a Dionisio Baschenis. Sul lato sinistro del presbiterio, nel vano più grande, vi è la raffigurazione dell’Ultima Cena che è uno dei lavori di maggior interesse pittorico, viene infatti dipinta la tavola imbandita con una forzatura prospettica tipica dei Baschenis d’Averara, e con la presenza di alimenti dalla forte simbologia, come i gamberi rossi simbolo di resurrezione ma anche simbolo eterodosso. Sul livello superiore sono dipinte altre scene della vita di Gesù: la Fuga in Egitto e Gesù tra i dottori del tempio.
La parte absidale presenta il grande affresco della Crocifissione con sante: tra queste viene identificata sant’Elena che porta la croce. Il vano di minore dimensioni sulla destra dell’altare propone le scene della Deposizione e la Discesa al limbo con diavoli. Queste sono attribuite a Cristoforo II Baschenis, molto simili alle raffigurazioni presenti nella chiesa di San Vigilio di Pinzolo, sempre eseguite dai pittori d’Averara.
Restauri eseguiti alla fine del XX secolo hanno ridato luce ad altri affreschi considerati di notevole pregio.
Gli affreschi presenti sull’arco trionfale raffiguranti l’Annunciazione degli inizi del XIV secolo, e san Vigilio in trono del secolo successivo, hanno coperto dipinti di origine carolingia. Sul lato del campanile vi sono pitture opera di Angelo Baschenis raffiguranti la Madonna in trono e le Apparizioni di Cristo dopo la morte eseguite tra il 1450 e il 1490.
Particolarmente affrescata è la volta gotica dell’abside con pitture eseguite nel 1539 da Simone Baschenis raffiguranti la vita di san Vigilio suddivisa in ventisei scene.
Proprio per l’importanza storico-artistica, oltre che religiosa, la chiesetta è stata oggetto di approfonditi studi e di ricerche come testimoniato da due pubblicazioni edite rispettivamente nel 1994 dalla Parrocchia di S. Zeno (autori Ivan Castellani, Luigi Loprete e don Adolfo Orlandi) e nel 2014 dal Comune di Pelugo (testi dell’arch. Antonello Adamoli).

Info:
La chiesetta è aperta ai visitatori in estate, ad orari prefissati, e nel restante periodo dell’anno su appuntamento.

Fonti:
www.comune.pelugo.tn.it
it.wikipedia.org

Localizzazione: Pelugo (Tn)
Autore: Dionisio Baschenis
Periodo artistico: fine XV - XVI secolo
Data ultima verifica: 24/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MALBORGHETTO-VALBRUNA (Ud). Chiesa della Visitazione di Maria con Ultima Cena.

…Emerso in seguito ai lavori di ripristino dell’edificio è il frammento di affresco di non ampia estensione insistente sulla parete sinistra dell’aula (verso la zona absidale) composto di ben quattro strati a palinsesto.
Lo strato più antico presenta un comparto con una frammentata Ultima Cena (?) oltre alla quale si dipartiva una teoria di santi (si individuano tre figure: l’ultima è forse la Madonna).
Quello sovrastante (esistente solo sul bordo sinistro del lacerto emerso) risulta illeggibile e comprende i compassi decorativi della cornice e una figura frammentaria.
Il terzo strato (esistente sul bordo destro) e costituito da un frammento con un gruppo di figure, parte di una Adorazione dei Magi: l’identificazione del soggetto è favorita dal fatto che la cornice inferiore del comparto ancora esistente (sopra l’Ultima Cena) reca le scritte GASPA e MAL(..) IOR.
Infine il quarto strato era rappresentato da un frammento di Paesaggio.
Solo quest’ultimo è stato staccato e verrà collocato su pannello.
L’estensione assai modesta dei frammenti impone naturalmente grande cautela nella loro datazione oltre che nella loro valutazione; tuttavia è possibile riferire alla seconda metà del XIV secolo il primo strato, assegnare al pieno XV secolo i due strati successivi e al XVI secolo il frammento di paesaggio.

Info:
Intervenuto restauro nel 1986: direttore lavori Rossella Fabiani; restauratore Giovanni Serravalli & C. in “La tutela dei Beni Culturali e Ambientali nel Friuli Venezia Giulia (1986-1987), relazioni della Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici del FVG”, a cura di Franco Bocchieri, 1987.

Localizzazione: Malborghetto-Valbruna
Periodo artistico: XIV secolo
Fruibilità: chiesa sempre aperta
Data ultima verifica: 24/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GEMONA DEL FRIULI (Ud), fraz. Ospedaletto. Chiesa di Ognissanti, con una Ultima Cena.

La costruzione della chiesa ebbe luogo per soddisfare il voto di un certo Pietro da Segne, abitante di Ospedaletto, nel 1394.
Venne poi ampliata nel 1401 dallo stesso fondatore.
Completamente distrutta in seguito al terremoto del 1976 è stata ricostruita con rigore filologico tra il 1985 e il 1986.
ospitalettoL’edificio, ad aula unica con volta a botte, ha una facciata sulla quale superiormente si aprono tre occhi e, inferiormente, un portale architravato sormontato da una lunetta e affiancato da due nicchie cieche un tempo affrescate. Il portale laterale risale al Seicento, di epoca successiva è la monofora posta sul colmo della facciata.
L’interno conserva alcuni lacerti di affreschi appartenenti a tre diversi periodi: alla fine del XIV secolo, all’inizio del XV secolo e alla metà del XV secolo. Ciò che rimane come testimonianza degli affreschi della fine del XIV secolo è un lacerto raffigurante Maddalena ai piedi della Croce proveniente dalla parete di fondo e facente parte di una Crocifissione di notevoli dimensioni. Il frammento è stato attribuito ad un maestro che dimostra la conoscenza sia della pittura veneta trecentesca che di quella toscana.
All’inizio del XV secolo appartengono gli affreschi della parete di fondo della zona absidale, opera di un’artista di non eccezionale valore: superiormente è raffigurato il Cristo entro la mandorla affiancato dalla Vergine e da numerosi Santi, nel registro inferiore si vedono le Teorie lacunose di Cardinali e Vescovi. Sulla parete di destra nel registro superiore sono rappresentati: Marie al sepolcro e la Resurrezione, in quello inferiore la Fuga in Egitto, il Miracolo della palma, la Circoncisione di Gesù e l’Adorazione dei Magi. Sulla parete di sinistra: figure di Santi, Cristo sul Monte degli Ulivi, la Lavanda dei piedi, l’Ultima Cena (vedi nota in calce) e Due Santi.
Alla metà del XV secolo viene attribuito l’affresco raffigurante, sulla parete di sinistra dell’aula, Cristo davanti a Caifa e il lacerto sul pannello appeso sulla parete destra dell’aula raffigurante le Nozze di Cana, opera di un artista che conosceva le novità rinascimentali provenienti dall’area veneta.

Info:
Via Nazionale, 91 – Ospedaletto di Gemona del Friuli (Ud)
Chiesa sussidiaria della parrocchia di Spirito Santo
Via Priorato, 2 – 33013 Gemona Del Friuli
Tel.: 0432/981178

Galleria immagini (di Marina Celegon):

 

Localizzazione: Gemona, fraz. Ospitaletto (UD). Chiesa di Ognissanti
Periodo artistico: XV sec.
Illustrazione opera: Nota sull'Ultima Cena: ... All'ignoto pittore è giunta l'eco di opere importanti che la tradizione figurativa aveva diffuso e tramandato fino alle botteghe di provincia... Il riscontro più puntuale è nel gruppo frontale dell'Ultima Cena. Giovanni, l'apostolo giovinetto dorme appoggiando il capo sul braccio destro, Cristo gli tiene la mano sulla spalla mentre con l'altra tiene o indica qualcosa. Simile anche l'atteggiamento dell'apostolo colto nel gesto di tagliare il pane con il coltello, e così la disposizione delle figure attorno il tavolo. Al pittore piace introdurre, nella narrazione degli episodi, particolari assai gustosi ispirati alla vita quotidiana. Esemplare nell'Ultima Cena il modo di atteggiare l'Apostolo, alla sinistra di Cristo, ritratto con un bicchiere di vino rosso in mano.... in "La hiesa di Ognissanti di Ospedaletto a Gemona e i suoi affreschi" di Franca Merluzzi, in "La tutela dei Beni Culturali e Ambientali nel Friuli Venezia Giulia (1986-1987)", relazioni della Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici del Friuli Venezia Giulia, a cura di Franco Bocchieri, 1987, pp. 70-73.
Data ultima verifica: 21/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

PADOVA. Museo civico agli Eremitani, Ultima Cena del Romanino

 

Ultima cena, 1513, tela di Girolamo Romani, detto il Romanino (Brescia, 1484 circa – 1566 circa)
Numero inventario 663

Proviene dal refettorio del Monastero di Santa Giustina. Al Museo dal 1857.

Fa da contraltare, con l’influenza di Leonardo e Bramantino, alla Pala di Santa Giustina.

 

Immagine in basso di Anna Pignatta.

Localizzazione: Padova. Museo degli Eremitani
Autore: Romanino
Periodo artistico: 1513
Data ultima verifica: 17/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora e Angela Crosta

PISOGNE (Bs). Chiesa di S. Maria della Neve, con Ultima Cena del Romanino

Edificio a navata unica a pianta rettangolare con presbiterio, abside, campanile, sagrestia e cappella esterna. I muri perimetrali sono costituiti da due tipi di tessiture che hanno funzioni statiche diverse. Sono presenti pilastri-contrafforte e archi traversi (ossatura portante) fatti di pietre ben squadrate di arenaria compatta su letti di malta sottili; ci sono inoltre le murature di tamponamento in pietrame misto con abbondante uso di legante. Gli elementi posti più in alto come le volte della navata sono in materiale lapideo tufaceo facilmente lavorabile e poco pesante.
Il campanile ha muri perimetrali in muratura e solai e scala in legno.
Le strutture orizzontali della navata, del presbiterio, della sagrestia e della cappella esterna sono volte a crociera oblunghe. L’abside ha una volta a metà ombrello di quattro spicchi. La copertura del corpo principale a due falde è con capriate in legno, la cappella esterna ed il campanile hanno rispettivamente tre e quattro falde

La chiesa di S. Maria della Neve è ancora oggi ubicata ai margini dell’abitato di Pisogne, nell’area nord-est del territorio, dove un tempo passava la via Valeriana. La facciata principale a capanna è completamente dipinta a fresco, con motivi a losanga contenenti elementi floreali. Il sottogronda è costituito da archetti trilobati intervallati da dipinti a mezzo busto raffiguranti i profeti.
Il portale, in pietra simona, si apre nella parte inferiore con piedritti finemente scolpiti con motivi a candelabra, l’architrave mostra al centro il simbolo di S. Bernardino e ai lati due profili di santi fra i quali si inseriscono elementi floreali a volute contrapposte. Questi motivi decorativi si ripetono anche nella lunetta a tutto sesto, che si inserisce nella parte soprastante, contenendo la statua della Madonna con Bambino affiancata da due angeli dipinti. Dal lato nord fuoriesce un protiro sorretto da tre eleganti colonne e decorato con preziosi dipinti quattrocenteschi, che ricoprono anche gli archetti trilobati del sottogronda. Questo elemento architettonico caratterizza l’intera struttura ecclesiale.
L’interno presenta un’unica aula divisa in tre campate coperte da volte a crociera, con abside semicircolare. Le pareti sono state interamente dipinte da Romanino con Storie della Passione, morte e resurrezione di Cristo. Le varie sequenze fanno da corollario alla scena della Crocifissione dipinta in controfacciata. Sulle volte si affacciano figure di sibille e profeti con i tipici atteggiamenti dialoganti che caratterizzano lo stile romaniniano. Nell’abside sono conservati due frammenti di affreschi dello stesso autore raffiguranti il corteo dei Re Magi, strappati nella parete laterale della chiesa nel 1878 prima della demolizione del porticato.

Sorta alla fine del XV secolo, per volontà del popolo, la chiesa di S. Maria della Neve viene innalzata in contrada della Longo fuori dal paese di Pisogne ai margini della Via Valeriana, unica strada di collegamento tra Brescia e la Valle Camonica. Nasce come sede della Confraternita dei Flagellanti o Disciplini che, tra il 1532 e il 1534, danno incarico a Girolamo Romanino di affrescarla con temi legati alla vita di Cristo (fra cui una Ultima Cena).
Il pittore bresciano si sovrappone così agli affreschi quattrocenteschi di Pietro da Cemmo, che decoravano anche l’esterno della struttura dove sono ancora in parte visibili.
Nella prima metà del XVI secolo vengono costruiti due porticati che la affiancano nel lato nord e nel lato sud. Nel 1588, nell’area meridionale del sito, viene costruito il convento dei frati Agostiniani, qui insediati per volontà di Carlo Borromeo proprio dopo la sua visita pastorale del 1580.
Nel 1789 il governo della Serenissima Repubblica di Venezia sopprime il complesso conventuale e lo vende alla famiglia Mercanti che lo cede alla Vicinia pisognese.
In questo periodo la chiesa viene utilizzata come magazzino, l’interesse verso il monumento si ha solo nella metà del XIX secolo e i primi interventi di restauro si hanno nel 1878. Decaduta l’istituzione vicinale il convento passa al comune di Pisogne, che nel 1880 lo dona alla Congregazione di Carità per un utilizzo ospedaliero, successivamente diventa una casa di riposo per anziani.
La chiesa viene restaurata nel 1939 e poi viene attuato un complesso intervento tra il 1988 e il 1989.
In questi anni viene riconosciuta la straordinaria importanza artistica del ciclo romaniniano e inizia un’opera di valorizzazione che consente di godere pienamente di uno dei più importanti cicli pittori cinquecenteschi dell’Italia del nord.

Uso attuale: intero bene: attività culturali; intero bene: spazio espositivo.

Condizione giuridica: proprietà Ente pubblico territoriale

Accessibilità: Ingresso libero.

Come arrivare: da Brescia: uscita autostrada Ospitaletto; seguire le indicazioni per Iseo e poi per Pisogne

Bibliografia:
Vezzoli G. (a cura di) , “Gli affreschi di Girolamo Romanino in Pisogne nella chiesa di S. Maria della Neve”, Brescia 1965

Fonte:
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1r080-00001/

Localizzazione: PISOGNE (Bs). Chiesa di S. Maria della Neve
Autore: Girolamo Romanino
Periodo artistico: 1532-34

GENOVA. Cattedrale di San Lorenzo, con Ultima Cena di Lazzaro Tavarone.

La cattedrale di San Lorenzo è il più importante luogo di culto cattolico della città di Genova, cattedrale metropolitana dell’omonima arcidiocesi.
In base ai ritrovamenti archeologici una comunità cristiana stabile è sicuramente presente nella città di Genova già nella metà del III secolo ed impiega effettivamente come luogo di sepoltura proprio la zona di San Lorenzo. Il cimitero era, in base al materiale rinvenuto, molto probabilmente impiegato già in epoca romana.
Una prima basilica vi sorse intorno al VI-VII secolo.
Dal IX secolo, San Lorenzo affiancò, nella funzione di cattedrale, la Basilica dei Dodici Apostoli, dal VI secolo dedicata a San Siro, allora sita fuori dell’antico nucleo della città.
Nel 1007 la sede vescovile venne trasferita a San Lorenzo, e a partire dal 1098 venne iniziata la sua ricostruzione in forme romaniche con finanziamenti provenienti dalle Crociate, da altre imprese militari e tasse comunali. Il cantiere venne affidato ai Magistri Antelami, e rappresenta la base della chiesa attuale (le fiancate e i portali laterali). L’edificio venne consacrato nel 1118 da papa Gelasio II di passaggio a Genova e nel 1133 venne elevata al rango arcivescovile da papa Innocenzo II.
Verso il 1230 si decise una profonda ristrutturazione dell’edificio, in stile gotico. Si iniziò così la facciata dalla parte bassa caratterizzata dai tre portali gotici. Con l’incendio del 1296 l’edificio, assai danneggiato, viene rimaneggiato. Tra il 1307 e il 1312 si completò la facciata e si iniziò l’elevazione del campanile destro. Il progetto originale prevedeva l’elevazione di due torri campanarie, parte integrante della facciata, come nel gotico francese.
Tra il XIV e il XV secolo vennero costruiti diversi altari e cappelle, fra i quali la Cappella di San Giovanni Battista nella navata sinistra, atta ad accogliere le ceneri del santo patrono della città, giunte a Genova alla fine della Prima Crociata. Nel 1455 si realizzò la loggia sulla torre sinistra; e al 1522 venne aggiunto il coronamento manierista a quella destra, completandola.
Nel XVI secolo ci fu un’esplosione del deposito delle polveri, vicino al Palazzo Vescovile, e le coperture presbiteriali e absidali del duomo furono gravemente danneggiate. Venne rifatta la parte absidale ed eretta la cupola sulla crociera, ma nel piedicroce si eseguirono solo le volte a botte, in sostituzione delle capriate lignee, e il pavimento. Questo cantiere vide la fine nel XVII secolo, quando l’abside venne decorata con le Storie di San Lorenzo da Lazzaro Tavarone, in un tripudio di stucchi dorati.
Una delle due statue ottocentesche raffiguranti leoni che affiancano la scalinata della cattedrale, dello scultore Rubatto.
La lunetta del portale centrale con Cristo con San Lorenzo.
La facciata presenta i portali gotici, per i quali furono chiamate maestranze francesi nel terzo decennio del XIII secolo, e sopra il paramento a fasce bianche e nere.
I tre portali gotici del campanile sono del primo quarto del XIII secolo e si staccano stilisticamente dal contesto architettonico-scultoreo della cattedrale.
L’interno del duomo è a pianta basilicale con transetto e coro triabsidato.
Sopra la porta mediana ci sono due affreschi realizzati tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV che raffigurano il Giudizio universale e la Glorificazione della Vergine. Sono in stile bizantino e si richiamano agli stili di Costantinopoli di quel periodo.
Nella navata destra è posto l’affresco dell’Ultima Cena, realizzato nel 1626 da Lazzaro Tavarone  (1556 – 1640) per l’Ospedale di Pammatone, poi staccato al momento della demolizione e qui riposto.

In fondo alla navata sinistra si accede al museo del tesoro di San Lorenzo, capolavoro di Franco Albini, terminato nel 1956. Qui si possono ammirare oggetti sacri preziosi, tra cui il cosiddetto Sacro Catino (manufatto di arte vetraria di fattura islamica del IX-X sec.).

Fonte: it.wikipedia.org

Localizzazione: Genova. Cattedrale di San Lorenzo
Autore: Lazzaro Tavarone
Periodo artistico: 1626
Data ultima verifica: 17/10/2020
Rilevatore: Valter Bonello, Feliciano Della Mora

FABRIANO (An). Cattedrale di San Venanzio, con Ultima Cena di Giuseppe Bastiani.

La cattedrale di San Venanzio è la chiesa principale di Fabriano e cattedrale della diocesi di Fabriano-Matelica.
Incerte sono le origini della cattedrale fabrianese. Essa è menzionata per la prima volta nei documenti nel 1047, quando un nobile locale donava una casa alla chiesa di san Venanzio, che era in costruzione nel castello di Poggio (quae fabricatur in castro Podii).
Importante è la data del 1253, anno in cui il vescovo Guglielmo trasferiva in san Venanzio il battistero, erigendo così il luogo a chiesa madre della città.
L’edificio subì significativi ampliamenti sotto la direzione del priore capitolare Gioioso Chiavelli nella seconda metà del XIV secolo: si devono a quest’epoca la costruzione dell’abside e della tribuna.
Agli inizi del XVII secolo, sulla spinta delle idee riformistiche, la chiesa fu ricostruita dall’architetto urbinate Muzio Oddi (1607-1617). A questa fase risale la pregevole decorazione interna con stucchi del ticinese Francesco Selva.
Della fabbrica trecentesca, invece, la cattedrale conserva l’abside poligonale, il chiostro e la cappella di San Lorenzo affrescata da Allegretto Nuzi (1360 ca.). Il nuovo edificio fu consacrato nel 1663.
Con l’elevazione della città a diocesi, nel 1728, la chiesa fu elevata al rango di cattedrale.
Ultimo intervento alla struttura fu l’abbattimento, per ragioni di stabilità, del campanile nel 1825, seguìto dalla costruzione dell’attuale su disegno di Ermogaste Bonfili.
La facciata della chiesa, che ha una struttura a salienti, è in mattoncini; la parte centrale, molto più ampia e più alta delle due parti laterali, è suddivisa in due fasce sovrapposte da un cornicione marmoreo scolpito ed, in alto, termina con un frontone privo di decorazioni. Al centro della fascia superiore, un finestrone ad arco; in quella inferiore, invece, tre portali, dei quali quello centrale con timpano triangolare sorretto da due semicolonne. La facciata è decorata con lesene doriche nella fascia inferiore, ioniche in quella superiore.
L’abside della cattedrale, risalente alla seconda metà del XIV secolo, esternamente è in stile gotico.
L’interno della cattedrale è a croce latina con navata unica in cui si aprono dieci cappelle laterali a pianta rettangolare coperte con volta a botte cassettonata, cinque per ogni lato. Queste furono realizzate nell’ambito dei restauri della prima metà del XVII secolo ed ogni cappella ha un proprio altare ed è delimitata da una balaustra marmorea.
La navata è illuminata da grandi finestroni rettangolari ed è coperta con volta a vela.

Nei due bracci del transetto sono state ricavate due cappelle, dedicate una a San Giovanni Battista (transetto di destra), l’altra al Santissimo Sacramento (transetto di sinistra), entrambe decorate con affreschi del pittore maceratese Giuseppe Bastiani  (fine XVI secolo) con l’Ultima Cena.
Il presbiterio si sviluppa all’interno della profonda abside, ed è sopraelevato di alcuni gradini rispetto al pavimento della navata. Al centro, si trova l’altare maggiore con paliotto costituito da decorazioni geometriche in marmi policromi.

Localizzazione: Fabriano. Cattedrale
Autore: Giuseppe Bastiani
Periodo artistico: fine XVI secolo
Data ultima verifica: 17/10/2020
Rilevatore: Valter Bonello, Feliciano Della Mora

SAPPADA (Ud). Santuario Regina Pacis, con Ultima Cena.

sappadaChiesa realizzata tra il 1971 e il 1973 su progetto dell’architetto Luciano Ria di Udine, quale ex voto dei sappadini di fronte ai pericoli della Seconda Guerra mondiale.
Il gruppo scultoreo all’interno è opera di Augusto Murer e rappresenta le angosce della guerra: il rilievo maggiore non raffigura la Vergine Maria, come molti pensano, ma il grido di dolore di una donna, con le diverse interpretazioni che il suo braccio levato al cielo può indurre, considerata anche la nota matrice ideologica dell’artista.
Fra le immagini che adornano le pareti interne della chiesa è raffigurata anche una Ultima Cena, dipinto su tavola.

Info: Borgata Soravia, 58, 33012 Sappada BL

 

 

Localizzazione: Sappada
Periodo artistico: XX sec.
Data ultima verifica: 13/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SANTO STEFANO DI CADORE (Bl). Chiesa di Santo Stefano Martire, con Ultima Cena

Al centro del paese sorge la chiesa dedicata a Santo Stefano Martire, risalente al XIII secolo e edificata sulla piazza centrale, costituisce la matrice di tutte le chiese del Comelico. La struttura giunta fino ai nostri giorni è frutto di alcuni interventi di rifacimento e ampliamento che hanno interessato la pievanale fino al 1973. Le prime opere sono state eseguite dall’architetto frate Tommaso Simonetti da Ancona il quale, visto l’insuccesso dei suoi interventi, viene successivamente sostituito dall’architetto Pietro Nidergattscher di Brunico.
Quest’ultimo, assieme alle sue maestranze di fiducia come Righier Tisirli e Zuanne Vecellio, riesce abilmente nell’intento di dare un nuovo volto alla pieve, abbellita anche di preziose opere realizzate da artisti come Cristoforo Monforte, di Milano (1672-74).
Nel 1817 viene realizzato il bel pronao neoclassico nella facciata principale composto da un porticato rettangolare di dodici colonne tuscaniche bianche e nel 1684 viene edificata la torre campanaria, restaurata successivamente a causa di un fulmine che la danneggiò.
Non solo prodigioso complesso architettonico, la Chiesa di Santo Stefano di Cadore ospita anche un ricco patrimonio artistico. A partire dall’affresco che abbellisce il timpano triangolare sovrastante il porticato neoclassico, eseguito da Claudio Benito Tiozzo e raffigurante Il Martirio di Santo Stefano, ai bei dipinti custoditi nell’abside e realizzati dal pittore milanese Cristoforo Manforti come L’Ultima Cena, il Mosè e il Serpente di Bronzo.
Lungo le pareti dell’aula sono conservati ben cinque altari minori: l’altare di San Giovanni abbellito dai dipinti di Lazzaris e Tomaso Da Rin; l’altare di San Giuseppe che rappresenta una copia del primo; l’altare di Sant’Odorico con un bel dipinto raffigurante il Santo Vescovo; l’altare della Passione realizzato in legno Cirmolo per opera di Campolongo Bartoloeo D’Ambros e arricchito da alcuni dipinti di bottega Ghirlanduzzi di Ceneda.
L’altar maggiore si presenta in marmo bianco di Carrara e, di fattezza monumentale, è arricchito da una serie di manufatti artistici: è possibile infatti osservare il bel tabernacolo donato dalla famiglia Poli affiancato dalle statue raffiguranti i Santi Pietro e Paolo, il Redentore, e i Santi Giovanni e Stefano.
Sopra l’ingresso maggiore è situato un organo realizzato da Bazzani, allievo del celebre Callido.

Fonte: it.wikipedia.org

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500324637

Localizzazione: Santo Stefano di Cadore (Bl)
Autore: Cristoforo Manforti
Periodo artistico: XVII secolo
Data ultima verifica: 13/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CIVITA (Cs). Chiesa di Santa Maria Assunta, con una Ultima Cena.

La chiesa si trova nei pressi della piazza principale di Civita. È in stile barocco e risale al 1600. Qui gli abitanti arbëreshë celebrano, da più di mezzo millennio, le funzioni liturgiche bizantine e mantengono la suggestiva simbologia cristiano orientale con antichi gesti e canti in greco della tradizione ed in particolare in albanese, con i paramenti sacri ortodossi, le sacre icone, i mosaici e l’iconostasi.
Nel corso del tempo la chiesa ha subìto diversi interventi di restauro, che hanno permesso di poter godere della struttura in tutto il suo splendore. Di grande interesse la volta sapientemente abbellita con pitture dell’Immacolata, di San Biagio, della Trinità e della Madonna del Rosario.
civitaL’elemento più prezioso, che testimonia l’influenza bizantina, è l’iconostasi, con al centro una Ultima Cena. Nelle chiese orientali le iconostasi hanno il compito di dividere la navata dall’altare.
Nella Chiesa di Santa Maria Assunta la struttura è stata ricavata da legno di noce e olivo ed abbellita con numerose icone del pittore Alfonso Leccese e della Scuola iconografica di Kolynos Ernesto di Atene.

Localizzazione: Civita (Cs). Chiesa di Santa Maria Assunta
Data ultima verifica: 12/10/2020
Rilevatore: Valter Bonello, Feliciano Della Mora

PROCIDA (Na). Abbazia di San Michele Arcangelo a Terra Murata, con Ultima Cena

Imponente e millenaria l’Abbazia Di San Michele Arcangelo sorge sul promontorio di Terra Murata a circa 91 metri a picco sul mare.
Il borgo di Terra Murata per la sua posizione strategica costituì il primo nucleo abitativo dell’isola a seguito delle invasioni barbariche e le successive incursioni saracene. L’antico borgo costituito da un agglomerato di case, perciò denominato “Terra Casata”, aveva due porte d’accesso: la Porta della Terra e la Porta di Mezz’Omo, indizio quest’ultima del probabile ponte levatoio e primo accesso al cuore della cittadella medievale.
La “Terra Casata” era il luogo più sicuro dell’isola dove gli abitanti potevano trovare rifugio dalle temute incursioni saracene. Nel 1563, per volere del Cardinale Innico D’Avalos d’Aragona, signore e abate commendatario dell’isola, “la Terra” fu dotata di un imponente e articolato sistema difensivo con mura e torri di avvistamento e rinominata Terra Murata ovvero terra cinta da mura, assumendo un assetto che ancora oggi è possibile rintracciare. La vita del borgo si svolgeva tutt’intorno all’Abbazia di San Michele Arcangelo.

procidaNata come monastero benedettino, la chiesa fu fondata nel 1026 e dedicata al culto di Sant’Angelo. Solo in seguito, presumibilmente alla fine del XV secolo, fu intitolata a San Michele Arcangelo patrono dell’isola.
L’odierno impianto della chiesa è frutto di molteplici stratificazioni architettoniche avvenute nel corso dei secoli, la più importante ad opera del Cardinale Innico D’Avalos (1561) che le conferì l’impronta architettonica ancora oggi ben riconoscibile. Di forma longitudinale a croce latina “asimmetrica” con una navata centrale e due laterali è arricchita sul lato sinistro di ulteriori tre cappelle ottocentesche.
L’Abbazia è dotata di due diversi ingressi, quello principale detto Porta del Carmine con il portale in pietra di piperno del 1600 e l’ingresso secondario, sito dal lato opposto, caratterizzato dalla presenza di una statua di San Michele Arcangelo e dall’iscrizione “Defende nos in praelio” (difendici nella battaglia).
All’interno, una grande pala dedicata all’Eucarestia, fra cui una Ultima Cena.

Localizzazione: Procida (Na). Abbazia di San Michele Arcangelo a Terra Murata
Data ultima verifica: 12/10/2020
Rilevatore: Valter Bonello, Feliciano Della Mora

SAURIS (Ud), fraz. Sauris di Sopra. Chiesa San Lorenzo, Flugelaltar dell’Ultima Cena.

La storia della chiesa di S.Lorenzo, a Sauris di Sopra, inizia nel 1328.
Costruita su un pendio poco discosto dall’abitato, nell’aspetto attuale, che risale al ‘500, essa si presenta come una tipica chiesetta alpina di stile gotico tedesco.
Notevoli sono l’abside poligonale, nella quale si aprono tre monofore con arco a sesto acuto, e la torre campanaria con una svettante guglia poligonale.
L’edificio, modificato ed ampliato più volte nei secoli, conserva diversi elementi dello stile gotico originario.
saurisNell’abside poligonale, in pietrame a vista, si aprono tre monofore ad arco a sesto acuto con motivo ornamentale in tufo.
Facciata in tufo lavorato a vista, con timpano a vela tringolare e rosone.
Il tetto a capanna, molto spiovente, ha una copertura in embrici di larice.
La torre campanaria, costruita con grosso pietrame squadrato a vista, si conclude con una svettante guglia poligonale.
Attorno all’edificio e nel pendio sottostante, a Sud, ha sede il cimitero.

saurisAll’interno, in un vano della parete destra, è ospitato il Flugelaltar (altare a portelle) dell’Ultima Cena (1551), opera di Michael Parth da Brunico (1475-1560), in legno intagliato, dorato e dipinto, mostra, accanto ai modi tardo-gotici propri della bottega del Parth, influssi dell’arte italiana (vedi oltre).
Di fronte all’altare dell’Ultima Cena, in un vano della parete sinistra, altare della Beata Vergine del Rosario, opera ad intaglio di Gerolamo Comuzzo da Gemona (1650 circa), pesantemente alterata nell’aspetto da numerosi furti.
Sotto l’arco del presbiterio altare ligneo dello scultore locale Ermanno Plozzer.
Nell’abside, coperta da una volta a vele sottolineate da costoloni, altare di marmo in stile barocco dedicato al Ss. Sacramento (1764).
Nel 1983 è stato riportato a vista il tetto originario dell’aula, con capriate in legno.

Fonti:
– Bucco Gabriella. Le chiese del Comune di Sauris. Deputazione di Storia Patria per il Friuli 2017.
– Pastres Paolo (a cura di) Arte in Friuli dal Quattrocento al Settecento. Società Filologica Friulana, Udine 2008
– Tilatti Andrea. La parrocchia di Sauris: le chiese, gli uomini, i santi, in “Metodi e ricerche”, n. s., XII/2 (1993), pp. 5-44 (con aggiunte e aggiornamenti ora stampato in Sauris Zahre. Una comunità delle Alpi Carniche, I, a cura di D. Cozzi, D. Isabella, E. Navarra, Udine 1998, pp. 63-90).
– Virgilio Gianni. Castelli e fortificazioni della Carnia ovvero le antiche pietre come testimoni del tempo. Andrea Moro Editore 2013
– SAURIS-ZAHRE https://www.sauris.org/chiesa-di-s-lorenzo-sauris-di-sopraouberzahre/

Galleria immagini (di Marina Celegon):

Localizzazione: Situata su un pendio poco disconto dall'abitato di Sauris di Sopra.
Autore: Michael Parth
Periodo artistico: XVI sec.
Note storiche:

Il Flugelaltar dell'Ultima Cena è l'ultima opera certa di Parth che ci sia pervenuta. E' siglata 'M.P. e datata '1551' in tre punti.
Nonostante la firma, è ragionevole pensarla in parte opera del figlio Thomas e dei collaboratori, perchè all'epoca Parth doveva essere molto anziano (morirà nel 1560).

Michele Parth è stato attivo a Brunico, a Bressanone (dove si stabilì nel 1529), nel Tirolo, in Cadore, nella Slovenia ed in Friuli.
L'opera rappresentata a Sauris è una delle opere più belle della scultura lignea in Friuli. Il sentimento naturalistico e la vivacità dei colori, tipici dell'arte nordica, sono gli elementi che più si apprezzano, tanto da far dimenticare anche alcune incertezze formali.


Illustrazione opera: Di medie dimensioni, è l'unico altare del Parth nel cui scrigno sia raffigurata un'unica scena ad altorilievo, al posto delle solite tre figure stanti.
Nello scrigno infatti appare la raffigurazione dell'Ultima Cena, mentre sulle facce festive delle portelle si vedono, espressi in rilievo, gli episodi precedenti e seguenti della Passione: l'Entrata a Gerusalemme e la Preghiera nell'orto degli ulivi (si intravvede, semplificato, l'uso di un modello grafico, (ad es. Schaufelein G. 1030 e G. 1031) e sulle facce feriali l'Angelo annunziante e la Vergine annunziata.
Anche in questo ultimo altare quindi rimane preponderante la parte scultorea rispetto a quella pittorica, che si limita alle portelle dello scrigno della predella (manomesso in epoca controriformistica per introdurvi il nuovo tabernacolo) dove sono raffigurati due episodi biblici preannuncianti l'istituzione dell'Eucarestia: il Serpente di bronzo e la Caduta della manna.
I dipinti sono di un pittore più 'giovane' di quelli che collaborarono con Parth per gli altari precedenti e tipico rappresentante dello stile provinciale tirolese di metà secolo.

Le scene della faccia festiva sono rese con vivacità e sicurezza, il modulo figurale corto e l'intaglio più grezzo e sommario sono tipici delle opere tarde così come la qualità delle policromie, più granulosa (non polita), spessa e compendiaria.
La prima notizia documentale sull'istituzione della Confraternita del Santissimo Sacramento a Sauris di Sopra è del 1586, ma non è difficile credere che la committenza del piccolo altare laterale sia dovuta alla stessa associazione presente nella comunità.
Notevoli, in questo suggestivo altare, sia la visione globale della composizione e l'abilità di impaginzione che la capacità tecnica, non solo nella parte a intaglio ma anche in quella pittorica, dovuta con tutta probabilità a un collaboratore, fin qui trascurata ma non per questo sgradevole. E tuttavia nella ritrattistica che meglio emergono le doti dell'artista, nei volti squadrati e severi, intensi e carichi di umanità, vivono la cultura tedesca e quella italiana, anche se la fonte di ispirazione più vicina rimane l'opera di Michele Pacher. L'altare ha subito una leggera pulitura in occasione della mostra sulla scultura lignea friulana (1983) ma non è stato sottoposto a restauro.


Fruibilità: Apertura della chiesa, in occasione della Ss. Messa la domenica ore 9,00.
Data ultima verifica: 06/09/2009 - 30/09/2020 - 27/08/2024
Rilevatore: Feliciano Della Mora - Immagini di Marina Celegon

ROMA. Catacombe di Priscilla, “Fractio Panis”

Le catacombe di Piscilla si trovano lungo la via Salaria.
Il nome deriva probabilmente dal nome della donna che donò il terreno per la realizzazione dell’area sepolcrale.
Le catacombe vennero scavate nel tufo a partire dal II secolo e fino al V secolo, quando raggiunsero la struttura definitiva, che si sviluppa complessivamente per 13 chilometri di gallerie sotterranee.

Fra le raffigurazioni presenti ve n’è una che rappresenta un banchetto eucaristico (Fractio Panis), cui partecipano alcuni uomini ed una donna.
Non siamo ancora precisamente nel soggetto in questione, ma viene qui rappresentata una consuetudine che deriva da usi e costumi dei romani.

Localizzazione: Roma. Catacombe di Priscilla
Periodo artistico: III sec.
Data ultima verifica: 24/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TORINO. Collezione privata, “Cristo contestatore” di Romano Gazzera

Romano Gazzera, nato a Ciriè (Torino) il 18 agosto 1906, muore a Torino il 24 maggio 1985 al n. 16 della metafisica piazza Vittorio Veneto, ove si trova tutt’ora il suo studio.
Inizia dipingere giovanissimo e, per assecondare la volontà del padre, Ministro della guerra, si laurea in lettere e giurisprudenza. Dopo aver esercitato per alcuni anni la professione di avvocato, la lascia per consacrarsi definitivamente alla sua vera vocazione: la pittura.
Nel 1925-26 avviene il vero impatto con Parigi. Il Louvre, le gallerie della “Rive Gauche”, i quartieri cari alla pittura di mezza Europa: Montparnasse, Pigalle, le cento teorie e idee nuove che facevano di Parigi la fucina degli artisti di tutto il mondo.
La successiva fase della sua vita artistica nasce, dunque, all’insegna della ricerca, di altri viaggi di studio, del peregrinare con spirito attento e consapevole nelle sale dei musei e delle gallerie di tutta Europa, per approfondire i grandi del Rinascimento ma soprattutto gli artisti spagnoli, da El Greco a Velasquez e a Goya.
Nel 1929 Gazzera viene invitato al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nel 1931 e nel 1935 partecipa alla I° e alla II° Quadriennale d’Arte Nazionale, sempre a Roma, ed è presente in varie esposizioni alla Promotrice delle Belle Arti di Torino.
Nel 1941 una sua personale a Milano conobbe un tale successo da affermarlo sul piano nazionale. Questa esposizione suscitò
tanto rumore da far nascere il “caso Gazzera” in opposizione alla pittura ufficiale del “Novecento” ed il successo si dovette particolarmente alla qualità della sua pittura che continua, con un linguaggio attualissimo, la grande tradizione italiana, realizzando una serie di favole, ritratti, preziose nature morte.
Nel 1943 Gazzera espone alla IV° Quadriennale di Roma, dove i suoi dipinti, ospitati nel salone d’onore, raccolgono un successo ancora maggiore di quello ottenuto due anni prima a Milano.
Dal 1950 la pittura di Gazzera si fa chiara, abbandona la “pittura a emulsione” e si avvale esclusivamente della pittura “oleoresinosa” e della pittura “mista”, ottenendo una materia più sottile, più luminosa, più aerata. Nascono così i famosi “fiori giganti” a seguito di un’intuizione concretizzatasi qualche anno prima, nel corso di un mitragliamento aereo, che darà vita a un’invenzione del tutto inedita nella storia dell’arte e che farà di Gazzera il caposcuola della pittura neofloreale.
Dopo le esposizione del 1957 e 1959 a New York e quelle itineranti attraverso gli Stati Uniti e il Canada del 1959/60, coronate da un consenso che si ripeterà ancora con le esposizioni del 1973 a New York e a Beverly Hills, la moda del gigantismo lanciata da Gazzera fin dal 1950, ebbe tale successo da dilagare rapidamente in tutta Europa e in America tanto da dominare nel campo della moda, della pubblicità, delle trasmissioni televisive, del cinema e del teatro.
Nella produzione pittorica i “fiori giganti” si trasformano, in seguito, in “fiori volanti”, enormi corolle sospese nel cielo azzurro, che, tenendo conto delle nuove dimensioni spaziali, diventano fiori cosmici e proiettano il gusto attuale verso il futuro. In seguito, i fiori di Gazzera assumono metafisicamente dei tratti umani: il corpo è umano, ma vi è un fiore al
posto della testa; è il filone dei “fiori parlanti”, ove i fiori vivono una dimensione di umana sensibilità: gioiscono e soffrono come gli uomini che rappresentano.
Anche nella maturità saranno molti i viaggi a Parigi, come i lunghi periodi di soggiorno sulla Costa Azzurra, di cui Gazzera scriverà “Amo questo azzurro del mare che avvolge ogni cosa” e nel 1970, dopo aver assimilato le lezioni impressioniste e surrealiste, cominciò a dipingere tutta una serie di quadri su questo luogo mitologico.
Parallelamente al filone neo-floreale si riconoscono nell’arte di Gazzera altri temi e periodi: i “frutti all’aperto”, gli enigmatici “manichini militari” le “grandi medaglie” abbandonate su spazi irreali, le “auto d’epoca”, la “Mia Costa Azzurra” e nell’ultimo periodo romantico “gli amanti, le nuvole e le ginestre”.
Non minore successo hanno i ritratti in blu e in rosa: posano per Gazzera alcuni fra i più noti personaggi come Papa Paolo VI, la principessa Carolina di Monaco, il cancelliere Ludvig Erhard, Virginia Mondadori, Giacomo Matteotti e Pininfarina, i registi Renè Clair, Cesare Zavattini e Grigorij Chukraj, il filosofo Herbert Marcuse, gli attori Danny Kaye, Paolo Stoppa, Memo Benassi.
Nell’autunno del 1975 la Città di Torino organizza in onore di Romano Gazzera un’antologica nel Foyer del Teatro Regio accolta da grandi consensi.
Un successo rinnovato a Ivrea, nella “Villa Luisa”, nel novembre 1976, a Biella, alla “Galleria Leonardo da Vinci”, nel 1977, a Cuneo nel 1978 nella Chiesa di San Francesco, a Basilea nel salone “Art 9” nell’autunno dello stesso anno.
I temi più recenti, e in particolare “gli amanti, nuvole e ginestre”, ottengono un plauso unanime di pubblico e critica nei musei della Costa Azzurra: nel 1979 al “Musée du Bastion St. André” di Antibes e alla “Galerie des Peintres Européens” di Cannes,
nel 1980 alla “Chapelle de Sancta Maria de Olivo” a Beaulieu-Sur-Mer e al “Chàteau-Musée de Notre-Dame des Fleurs” a Vence, nel 1981 al “Musée-Chàteau” di Saint-Paul-de-Vence e al “Palais des Congrès” di Antibes e Juan-les Pins.
Da segnalare ancora l’esposizione organizzata a Torino nel 1980 dalla Regione Piemonte a “Palazzo Chiablese”, le mostre del 1982 alla “Galleria Piemonte Artistico Culturale” di Torino e alla “Galleria Sant’Andrea” di Milano, l’ultima prestigiosa personale del 1984 nei saloni di “Palazzo Graneri” a Torino, allestita dalla Provincia di Torino in concomitanza con i XV Stati Generali dei Comuni d’Europa.
Accanto all’opera pittorica, Romano Gazzera esercita, fino dal 1945, un’intensa attività letteraria, come critico d’arte e saggista. È autore, tra l’altro, di due romanzi autobiografici, “Una vita per un fiore” (1974, Bolaffi Editore, Premio Presidenza del Consiglio) e “La rosa di Clarissa” (1990, Mediolanum Editori).

Ricchissima è la bibliografia delle sue opere. Vedere: www.romanogazzera.org – e-mail: gazzera.romano@libero.it

Il percorso artistico di Romano Gazzera ha attraversato tutte le vicende e le correnti espressive del Novecento, approdando a un proprio linguaggio, riconoscibile e riconducibile ad una ricerca profondamente legata alla natura, alla storia dell’umanità, al valore della fantasia che trasforma la realtà in sogno e il sogno in preziosi incantamenti figurali.

Didascalia: Cristo contestatore, 1969, oli su tela, cm. 180 x 90

Vedi allegato: Romano Gazzera

Localizzazione: Collezione privata
Autore: Romano Gazzera
Periodo artistico: XX sec.
Data ultima verifica: 21/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VERONA. Diocesi, Ultima Cena di A. Ugolini

Ultima cena, olio su tela, cm. 230 x 280, dipinto nel 1800-1815, da Agostino Ugolini,  pittore di ambito veronese.

Localizzazione: Verona. Diocesi
Autore: Agostino Ugolini (Verona, 1758 – Verona, 18 gennaio 1824)
Periodo artistico: XIX sec.
Data ultima verifica: 20/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

DANIMARCA – HILLERØD. Castello di Frederiksborg, Ultima Cena di Carl Bloch

Carl Heinrich Bloch (Copenaghen, 23 maggio 1834 – Copenaghen, 22 febbraio 1890), pittore danese, studiò con Wilhelm Maarstrand alla Reale Accademia d’Arte di Danimarca (Det Kongelige Danske Kunstakademi).
Le sue prime opere ebbero per tema scene della vita quotidiana. Dal 1859 al 1866, Bloch visse in Italia e questo periodo fu importante per lo sviluppo di un suo stile personale.

Gli furono commissionati 23 dipinti per la Cappella del Castello di Frederiksborg – tutte scene della vita di Gesù Cristo (fra cui una Ultima Cena), che divennero famose illustrazioni. Gli originali, dipinti tra il 1865 e il 1879, si trovano ancor oggi nel palazzo.

“Ultima Cena”, olio su rame (281 x 320 cm), dipinto nel 1876

Localizzazione: HILLERØD ( a circa 40 km da Copenaghen)
Autore: Carl Bloch
Periodo artistico: XIX sec.
Data ultima verifica: 20/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

USA – WASHINGTON. National Gallery of Art, Ultima Cena di Salvador Dalì, 1955

L’Ultima Cena è un dipinto (olio su tela) di 167 × 268 cm realizzato nel 1955 dal pittore catalano Salvador Dalí, conservato nella National Gallery of Art di Washington.
In questa tela Dalí si accosta ad un tema tipico dell’arte sacra, avendo sicuramente in mente l’affresco di Leonardo e gli altri esempi celebri di un soggetto così diffusamente trattato nella storia dell’arte. Appare evidente il desiderio di Dalí di scompaginare l’iconografia tradizionale, a cominciare dalla provocazione (ritenuta da molti blasfema) di dare a Gesù il volto della moglie Gala.
La figura del Cristo è come attraversata da una intensa sorgente luminosa che proviene dall’incantevole paesaggio alle sue spalle (che Dalí dipinge avendo negli occhi la baia vicino alla sua casa di Port Lligat). I dodici apostoli, simmetricamente disposti attorno al Maestro, sono genuflessi, i volti abbassati in preghiera. Nessuno di essi (neppure Giuda) è riconoscibile. Sulla tavola, nuda ed immensa, non vi è nient’altro che un pane spezzato ed un calice (o, meglio, un bicchiere) di vino. Alle spalle del Cristo, sopra il paesaggio, si libra il torso nudo di una figura umana: una palese richiamo ad un altro soggetto dell’arte sacra, quello della “trasfigurazione”.
La voluta “scompaginazione iconografica” che punta alla fascinazione del surreale, ha bisogno tuttavia di un ulteriore decisivo elemento: quello della ambientazione, assolutamente singolare, della scena all’interno di un dodecaedro. Dalí amò giustapporre la figura del Cristo a strutture matematiche, che, per così dire, servono a proiettare la vita terrena di Gesù in una dimensione metafisica.

Fonte: www.wikipedia.org

 

Localizzazione: National Gallery of Art di Washington
Autore: Salvator Dalì
Periodo artistico: XX sec.
Data ultima verifica: 15/09/2020

MILANO. Refettorio di Santa Maria delle Grazie, Ultima Cena di Leonardo.

Il Cenacolo è un dipinto parietale ottenuto con una tecnica mista a secco su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1494-1498 e realizzato su commissione di Ludovico il Moro nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Si tratta della più celebre rappresentazione dell’Ultima Cena, capolavoro di Leonardo e del Rinascimento italiano in generale.
Leonardo rifiutò la tecnica tradizionale dell’affresco che rendeva necessaria la rapidità nell’esecuzione e sperimentò una tecnica di sua invenzione per cui sopra la malta si stendeva una particolare vernice isolante sopra la quale venivano posti i colori. Tale tecnica dimostrò la sua precarietà dopo pochi anni e già verso la metà del ‘500 l’opera è testimoniata in pessime condizioni. Restaurata una prima volta nel 1726 deperì rovinosamente quando dall’800 all’815, durante l’occupazione francese, il Cenacolo venne adibito a refettorio per le truppe. Altri restauri furono poco fortunati; ridipinta in più parti l’opera venne radicalmente restaurata nel 1953.
Nonostante ciò, l’opera versa da secoli in un cattivo stato di conservazione, cui si è fatto fronte, per quanto possibile, nel corso di uno dei più lunghi restauri della storia, durato dal 1978 al 1999 con le tecniche più all’avanguardia del settore.
milanoIn oltre 17 anni, l’Olivetti (società finanziatrice del progetto dal 1982 al 1999) sostenne per il restauro un costo di circa 7 miliardi di lire.
La fama del Cenacolo vinciano è testimoniata, oltre che dalle fonti scritte, dalle numerose copie che se ne fecero, sia a grandezza naturale (affreschi, tele e tavole), sia su supporti leggeri, come disegni e incisioni o anche attraverso sculture.

MILANO. L’Ultima Cena di Leonardo è fruibile online in alta definizione.

Un’iniziativa in linea con il periodo pasquale è A tavola, con Leonardo, che permetterà a tutti gratuitamente di “visitare” e osservare molto da vicino uno dei più importanti capolavori di Leonardo da Vinci, ovvero l’Ultima Cena, realizzato dal genio rinascimentale tra il 1494 e il 1498 per il refettorio del convento Santa Maria delle Grazie a Milano.
A promuovere il progetto sono la Direzione Regionale Musei Lombardia e Haltadefinizione, tech company specializzata nella digitalizzazione di beni culturali che ha già collaborato, tra gli altri, con la Pinacoteca di Brera, gli Uffizi e la Galleria dell’Accademia di Firenze.
Con questa speciale visita virtuale, sarà quindi possibile scrutare da vicino ogni particolare dell’Ultima Cena, scoprendo inoltre quali sono i cibi che si trovano sulla tavola di Gesù e degli Apostoli, riuniti per celebrare la Pasqua Ebraica.
Il menu tradizionale di questa ricorrenza solitamente prevede erbe amare, pane azzimo, charoset, agnello arrostito, vino; ma le pietanze che compaiono sulla tavola dipinta da Leonardo sono ben diverse, dato che rispecchiano abitudini alimentari della sua epoca.
Sul sito del Museo del Cenacolo Vinciano è quindi possibile fruire dell’opera e immergersi in ogni sua singola pennellata: “siamo felici di collaborare con la Direzione Regionale Musei Lombardia e il Museo del Cenacolo Vinciano”, spiega Luca Ponzio, fondatore della di Haltadefinizione.
“Nel 2007 il Cenacolo è stata la seconda opera acquisita da Haltadefinizione, una ripresa da 16,1 gigapixel che per anni è rimasta l’immagine digitale più grande del mondo mai realizzata”.
Un modo per ovviare all’attuale chiusura dei musei e dei luoghi della cultura, sebbene gli strumenti offerti dalla tecnologia non potranno mai sostituire la fruizione dal vivo: “il digitale non potrà mai sostituire l’emozione profonda che dà il trovarsi a tu per tu con l’opera, lo scoprirne le dimensioni, il coinvolgimento spaziale”, sottolinea Emanuela Daffra, Direttore Regionale Musei della Lombardia. “Ma questa tecnologia ci permette una esperienza impossibile: vedere da vicino, ben oltre i limiti dettati dalle necessità di conservazione del dipinto, a ingrandimenti impensabili per l’occhio umano che ci fanno scoprire segreti di tecnica esecutiva o dettagli che di solito passano inavvertiti. Insomma, sono un vero arricchimento dell’esperienza”.
Autore: Desirée Maida
Fonte: www.artribune.com, 3 apr 2021

Vedi galleria immagini di particolari:
https://www.artribune.com/progettazione/new-media/2021/04/pasqua-zona-rossa-ultima-cena-leonardo-fruibile-online-alta-definizione/?utm_source=Newsletter%20Artribune&utm_campaign=ca8d9ce793-&utm_medium=email&utm_term=0_dc515150dd-ca8d9ce793-153950181&ct=t%28%29&goal=0_dc515150dd-ca8d9ce793-153950181

A questo link il tour virtuale dell’Ultima Cena di Leonardo:
https://cenacolovinciano.org/ultima-cena-percorso-halta/

Vedi anche: Confronto fra l Ultima Cena della Cappella Marchionale di Revello ed il Cenacolo di Leonardo da Vinci

Vedi anche: L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci durante la seconda guerra mondiale. Il dipinto è coperto da un muro di sacchi di sabbia ed impalcature per proteggerlo dai bombardamenti – 1940

Bibliografia:
– Raffaele Monti, Leonardo, Sadea Sansoni Editore, Firenze 1965, pp. 34-35 + tav. 35 – 47
– Ludwig Hheydenreich, Invito a Leonardo. L’Ultima Cena, Rusconi Immagini, Milano 1982, L’opera, i restauri fino al primo dopoguerra; le copie. Committenza ed esecuzione. Contenuto e forma. Condizioni e restauro.
Giulia Bologna, Leonardo a Milano. , Istituto Geografico De Agostini – Novara 1982

Localizzazione: Milano. Refettorio di Santa Maria delle Grazie
Autore: Leonardo da Vinci
Periodo artistico: XV sec.
Data ultima verifica: 05704/2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BOLOGNA. Pinacoteca Nazionale, Ultima Cena e Santi di Vitale da Bologna

Affresco trasportato su tela, 211 x 937 cm.

Anticamente ornava una delle pareti del Refettorio Nuovo presso il convento di San Francesco, dove sappiamo che Vitale (Bologna, documentato dal 1330 – ante 1361)  fu operoso a partire dal 1330.
I richiami alla più antica pittura giottesco-riminese potrebbero alludere a una datazione precoce, ancora nel corso del quarto decennio.
Raffigura l’Ultima Cena e le figure dei santi: Caterina, Ludovico di Tolosa, Antonio da Padova e Raffaele Arcangelo.

Proviene dal Convento di San Francesco, refettorio Nuovo.

 

Link:
https://www.pinacotecabologna.beniculturali.it/it/content_page/item/438-ultima-cena-e-i-santi-caterina-ludovico-di-tolosa-antonio-da-padova-e-raffaele-arcangelo

Fondazione Federico Zeri – Università di Bologna, catalogo online – www.catalogo.fondazionezeri.unibo.it

Localizzazione: Bologna, Pinacoteca Nazionale
Autore: Vitale da Bologna
Periodo artistico: XIV sec., prima del 1340
Data ultima verifica: 12/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BOLOGNA. Pinacoteca Nazionale, Ultima Cena di Andrea di Bartolo

Testimonianza austera dell’attività dell’artista senese Andrea di Bartolo (Siena 1389 – 1428), intorno al 1420.

Tempera su tavola di 48,5 x 32 cm.
Anno: 1420 circa
Provenienza: San Domenico, appartamento dell’Inquisizione.

 

Link:
https://www.pinacotecabologna.beniculturali.it/it/content_page/item/42-ultima-cena-42

https://www.treccani.it/enciclopedia/andrea-di-bartolo_(Dizionario-Biografico)/

Localizzazione: Bologna. Pinacoteca Nazionale
Autore: Andrea di Bartolo
Periodo artistico: XV sec.
Data ultima verifica: 12/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BOLOGNA. Pinacoteca Nazionale, Ultima Cena di El Greco

Domenico  Theotokòpulos detto El Greco (Candia 1541 – Toledo 1614).
Resa nota dal Longhi (1946), è databile al periodo giovanile del grande pittore cretese, verso il 1567, circa gli stessi anni del Polittico di Modena.
L’artista dimostra di tenere presente sia l‘Ultima Cena dipinta da Tintoretto per San Marcuola, che quella di Salviati oggi a Santa Maria della Salute, pur affrontando il tema con il caratteristico cromatismo di derivazione bizantina.

Tecnica: tempera su tavola di 42,5 x 51 cm.
Anno: 1567 / 1568
Numero inventario  6378
Provenienza: Mercato antiquario

Immagine da Wikimedia.

 

Localizzazione: Bologna. Pinacoteca Nazionale
Autore: El Greco
Periodo artistico: XVI sec.
Data ultima verifica: 12/09/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TORINO. Santuario della Consolata, Ultima Cena nel refettorio del Convitto Ecclesiastico.

La basilica sorge sui resti di una delle torri angolari della cinta muraria dell’antica Augusta Taurinorum. Qui, nel V secolo il vescovo Massimo fece erigere, probabilmente sui resti di un precedente tempio pagano, una piccola chiesa dedicata a sant’Andrea con una cappella dedicata alla Vergine.
Poco dopo l’anno mille, la chiesa fu sede dei Monaci Novalicensi, reduci della cacciata dalla Valle di Susa da parte dei Saraceni. A loro si deve il primo ampliamento che vide l’edificazione di una nuova chiesa in stile romanico sviluppata su tre navate, con un chiostro sul lato meridionale e il campanile, unica sua testimonianza ad essere giunta ai nostri giorni, che risulta ormai discostato rispetto al corpo barocco dell’attuale edificio; tale poderoso campanile innalzato per incarico dell’abate Gezone di Breme dal monaco architetto Bruningo, come narra il Chronicon Novalicense fra il 980 ed il 1014, risulta pertanto «…il monumento architettonico più antico che possa vantare Torino dopo i residui degli edifizi romani».
Con l’avvento del barocco il santuario subì il primo, grande rimaneggiamento ad opera di Guarino Guarini.
La seconda trasformazione barocca avvenne tra il 1729 e il 1740 ad opera dal prolifico Architetto di Corte Filippo Juvarra.
Il decreto napoleonico del 1802 impose la soppressione degli ordini religiosi e i monaci dell’Ordine Cistercense furono costretti ad abbandonare il santuario che, per un breve periodo, venne trasformato in caserma.
Il santuario della Consolata deve il suo aspetto attuale all’ultimo rimaneggiamento avvenuto tra il 1899 e il 1904, su progetto dell’architetto Carlo Ceppi.
L’edificio è quindi il risultato di numerosi interventi operati nel corso dei secoli.

Nella seconda metà del XVI secolo il Vescovo richiamò i Cistercensi al posto dei pochi rimasti Benedettini, e questi costruiscono il chiostro, il refettorio attuale ed il convento che ora è Convitto Ecclesiastico.
Nel Refettorio del Convitto Ecclesiastico della Consolata, agli inizi del XVII secolo, viene realizzato un dipinto murale rappresentante l’Ultima Cena, molto simile a quello leonardesco di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Recentemente è stata effettuata una revisione completa del dipinto murale e della cornice in stucco e rilievo con motivi decorativi fitomorfi e figure di puttini.

Localizzazione: Torino. Basilica della Consolata
Periodo artistico: XVII sec.
Data ultima verifica: 10/09/2020
Rilevatore: Alfredo Norio e Feliciano Della Mora

ROMA. Catacomba di Domitilla, con “Cristo che insegna agli Apostoli”

La catacomba di Domitilla è una catacomba di Roma, posta sulla via Ardeatina, nei pressi delle catacombe di San Callisto, nel moderno quartiere Ardeatino.
La catacomba è sita nell’antico praedium Domitillae, attestato dalle fonti letterarie antiche e da ritrovamenti epigrafici. Nella famiglia dei Flavi, nel I secolo, esistevano due figure femminili col nome di Flavia Domitilla:
– la prima è la proprietaria del suddetto fondo, moglie del console del 95 Flavio Clemente;
– la seconda è la nipote dello stesso console, venerata come martire nel IV secolo.
La catacomba dunque deve il suo nome ad una delle due Domitilla, della famiglia dei Flavi, convertiti al cristianesimo e per questo perseguitati.
Nell’indice degli antichi cimiteri cristiani di Roma (Index coemeteriorum vetus), la nostra catacomba ha questa denominazione: Cymiterium Domitillae, Nerei et Achillei ad sanctam Petronellam via Ardeatina.
Fin dall’antichità la catacomba è conosciuta come luogo di sepoltura dei martiri Nereo e Achilleo. La loro passio, risalente al V o VI secolo, benché fantasiosa in molti aspetti, è precisa e dettagliata nella descrizione della loro sepoltura nel terreno di proprietà di Domitilla sulla via Ardeatina.
Un’altra indicazione viene dalla Notitia ecclesiarum urbis Romae, la guida per pellegrini del VII secolo, che così si esprime:
«E tu abbandoni la via Appia e giungi all’Ardeatina… Poi scendi per una scala ai santi martiri Nereo e Achilleo.» (Citazione in De Santis – Biamonte, p. 72)
Queste indicazioni letterarie hanno trovato conferma negli scavi archeologici, nella scoperta cioè di una testimonianza monumentale del culto dei due martiri.
Scavi archeologici condotti nel XX secolo, hanno permesso di scoprire nel sopraterra insediamenti funerari risalenti alla fine dell’età repubblicana (I secolo a.C.); il cimitero subdiale continuò a svilupparsi fino al tardo-impero, quando membri di nobili famiglie cristiane desideravano essere sepolti nei pressi delle reliquie dei martiri. Questo cimitero all’aperto è composto da una varia tipologia di sepolture: forme, colombari, mausolei.
Il cimitero sottoterraneo si sviluppa invece nel II-III secolo, dapprima come nuclei funerari distinti, poi uniti in un’unica grande catacomba.
Con la trasformazione in santuario ad opera di papa Damaso I, il cimitero divenne luogo di pellegrinaggi e di devozione, finché, a causa dell’insicurezza del suburbio e della campagna romana, nel IX secolo papa Leone III decise il trasferimento delle reliquie dei martiri dentro le mura Aureliane, nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo.
Abbandonata e dimenticata, la catacomba fu scoperta da Antonio Bosio alla fine del Cinquecento, e studiata da Giovanni Battista de Rossi nella metà dell’Ottocento.
La catacomba si sviluppa soprattutto su due piani, anche se in alcune parti sono stati scavati anche un terzo ed un quarto piano. Si distinguono inoltre sette regioni, tutte di epoca pre-costantiniana.
Dall’attuale ingresso del cimitero si accede alla basilica dedicata a Nereo ed Achilleo, che, dai rinvenimenti epigrafici, è databile fra il 390 ed il 395; la sua edificazione ha portato a sacrificare alcune gallerie e allo sconvolgimento dell’assetto funerario preesistente. Nella zona dell’abside sono stati scoperti i resti del ciborio, edificato sopra la tomba dei martiri, e costituito da resti di due colonnine; in particolare, quella dedicata ad Acilleus (così la scritta dedicatoria) riporta ancora integra la scena del martirio, scolpita nel marmo, che ritrae un personaggio vestito con abiti militari che sta per decapitare un altro personaggio vestito con una lunga tunica; sullo sfondo si vede una corona d’alloro, simbolo del martirio.
Alle spalle della basilica sorse nel IV secolo una nuova regione cimiteriale, ricca di tombe, data la vicinanza del santuario martiriale.
Un’altra regione precostantiniana, ed anche una delle più conosciute dell’intera catacomba, è quella denominata ipogeo dei Flavi. Esso nasce nel II secolo, è di carattere familiare ed in origine pagano: è composto da un’ampia galleria, caratterizzata da una ricca decorazione, su cui si aprono lateralmente quattro nicchioni, ove erano posti i sarcofagi dei membri più importanti della famiglia; in fondo vi era la zona per le sepolture dei servi e dei liberti.

“Cristo che insegna agli apostoli”, in toga romana, affresco del IV secolo.

Fonti:
http://www.romasotterranea.it/catacombe-di-domitilla.html
https://www.sotterraneidiroma.it/sites/catacombe-di-s-domitilla-e-ipogeo-dei-flavi–
https://it.cathopedia.org/wiki/Catacomba_di_Domitilla_(Roma

 

 

Localizzazione: Roma - Via dell'Annunziatella, 5
Periodo artistico: IV sec.
Data ultima verifica: 29/08/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

USA – PITTSBURGH. Andy Warhol Museum, acrilico e serigrafia su tela, 1986

Andy Warhol, pseudonimo di Andrew Warhola Jr. (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987), è stato un pittore, grafico, illustratore, scultore, sceneggiatore, produttore cinematografico, produttore televisivo, regista, direttore della fotografia e attore statunitense, figura predominante del movimento della Pop art e uno dei più influenti artisti del XX secolo.
Rivisitò anche le grandi opere del passato, come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci o capolavori di Paolo Uccello e Piero della Francesca: in questo caso cercò di rendere omaggio a delle opere d’arte al posto dei mass media che in alcuni casi cercarono di screditarlo, tuttavia la pop art fu una delle forme d’arte principali che accompagnarono il boom economico.
Da questo materiale l’artista generò quasi 100 variazioni sul tema – dipinti serigrafati, stampe, lavori su carta – che testimoniano un profondo coinvolgimento con l’intenso e spirituale capolavoro leonardesco. Alcune opere si appropriano interamente del progetto pittorico di Leonardo, mentre altre ne esplorano i dettagli riproducendo figure singole o gruppi con variazioni nell’orientamento, nella scala e nel colore. L’apparente irriverenza per la commistione tra sacro e profano, tra arte e design commerciale trasforma un lavoro profondamente religioso in un cliché, alterandone l’intenso messaggio attraverso la ripetizione. L’opera Sixty Last Suppers, che si avvicina alla scala dell’originale di Leonardo, è uno dei più grandi e complessi lavori del progetto.
Una sobria immagine in bianco e nero de L’Ultima Cena è ripetuta 60 volte in modo che, a distanza, la tela serigrafata appaia come un edificio modernista con la sua griglia di unità di identiche dimensioni. Sixty Last Suppers fu esposta nella leggendaria retrospettiva postuma “Andy Warhol: A Retrospective” al Museum of Modern Art a New York nel 1989. L’improvvisa e inaspettata morte dell’artista appena un mese dopo l’apertura a Milano trasformò la mostra, la cui inaugurazione alla presenza dell’artista aveva già attratto un’enorme attenzione, in un un evento mediatico di massa.
Negli ultimi due anni di vita, Warhol realizzò più di venti tele di grande formato ispirate alla celeberrima Ultima Cena di Leonardo. Si è ipotizzato che la versione “mimetica” fosse ispirata all’insolito rapporto dell’artista con la chiesa cattolica: Warhol andava regolarmente a messa, tuttavia senza confessarsi, nè partecipare all’eucarestia.

Localizzazione: USA - Pittsburg. Andy Warhol Museum
Autore: Andy Warhol
Periodo artistico: XX sec.
Data ultima verifica: 26/08/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – NAUMBURG. Cattedrale, rilievo in pietra policroma c. 1260 ad opera del maestro di Naumburg.

Nome dato al capo di una bottega che produsse un gruppo di lavori per la cattedrale di Naumburg intorno al 1240, generalmente considerati come i più fini lavori della scultura gotica in Germania.
Egli si formò nella Francia settentrionale (nel 1225-35 ad Amiens e probabilmente a Reims e a Chartres).
Dal 1249 il maestro lavorò alla scultura del coro occidentale del duomo di Naumburg. Le grandi statue di arenaria ed i suoi rilievi sono considerati fra i più alti esiti della scultura del Medioevo.

Localizzazione: Germania -Naumburg
Autore: Maestro di Naumburg
Periodo artistico: 1249
Data ultima verifica: 26/08/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CODIGORO (Fe). Abbazia di Pomposa, con Ultima Cena nel refettorio del Monastero

L’affresco si trova sulla parete sinistra rispetto all’entrata e fa parte di un trittico con le tre scene scandite da quattro colonnine tortili. Le immagini rappresentate costituiscono il programma iconografico volto a sottolineare la funzione del luogo.
La scena dell’Ultima Cena, la prima a partire da sinistra, vede gli apostoli distribuiti attorno ad un tavolo rotondo. Alcuni apostoli sono ben riconoscibili per l’iconografia, come Giovanni, nell’atto di poggiare il capo su Gesù e Giuda, l’unico con aureola scura e sul lato opposto del tavolo, che è quello che ha già iniziato sfacciatamente a mangiare.
Sulla tavola si trovano le suppellettili tipiche dell’epoca: ciotole in legno, un boccale in maiolica arcaica, bicchieri e bottiglia in vetro e il capiente contenitore della portata principale che contiene un grosso pesce.

Il pittore Pietro da Rimini la dipinse nel 1316.
I dipinti dell’artista che decorano  le pareti del refettorio rappresentano il Cristo con la Vergine ed i Santi, l’Ultima Cena e la Cena dell’abate Guido.

La particolarità del dipinto dell’Ultima Cena di Pietro da Rimini sta nel fatto che, gli Apostoli, siedono ad un tavolo rotondo e non rettangolare o, semicircolare. In questa maniera, non vi erano differenze di grado anzi, gli Apostoli e lo stesso Gesù erano tutti uguali; tutti sullo stesso piano.
In altre immagini, i commensali che sedevano a semicerchio o di fronte, davano l’impressione di guardare verso un punto esterno, quasi indifferenti al “rito” che si stava consumando.
Di Pietro da Rimini c’è solo la documentazione delle sue opere, poiché la sua vita e la sua morte rimangono un mistero. È appunto dalla datazione delle sue opere, nelle quali si firmava Petrus De Arimino che si evince come abbia vissuto nella prima metà del XIV secolo.

Bibliografia:
Memorie del pittore trecentista Pietro da Rimini” (La Romagna – 3, 1906 – pagine 443-447).

Localizzazione: Pomposa
Autore: Pietro da Rimini
Periodo artistico: 1316
Data ultima verifica: 05/07/2020
Rilevatore: AC

CREMONA. Chiesa di San Sigismondo, con Ultima Cena

La chiesa, affidata ai monaci Gerolomini verso la metà del XV secolo e ricostruita a partire dal 20 giugno 1463 con la posa della prima pietra, tuttora visibile alla prima cappella di destra entrando, venne progettata per volontà di Bianca Maria Visconti a ricordo del matrimonio con Francesco Sforza avvenuto nel 1441 nella primitiva chiesetta già dedicata dai frati Vallombrosani a S. Sigismondo. I lavori di edificazione della chiesa furono terminati nel 1492.
La chiesa, a navata unica di tipo albertiano con cappelle laterali, venne affrescata a partire dal 1535 e rappresenta uno dei più significativi complessi decorativi del Manierismo Cinquecentesco dell’Italia settentrionale, stilisticamente armonico e unitario nonostante l’intervento di diversi pittori (Camillo Boccaccino, Giulio Campi, Bernardino Campi, Bernardino Gatti, Antonio Campi e altri).
Oltre il percorso pittorico di abside, coro, transetti e navata sono notevoli diverse pale d’altare e decorazioni pittoriche delle dodici cappelle laterali.
Pregevoli sono anche gli stucchi cinquecenteschi delle cappelle, le cancellate in ferro battuto e ottone, il coro ligneo, la cantoria (secc. XVI – XVII), gli intarsi marmorei settecenteschi dell’altar maggiore. Non meno pregevole la decorazione pittorica del Sei e del Settecento, avviata da Camillo Gavassetti nel 1625 e portata avanti da Giovan Battista Natali, Robert de Longe, Angelo Massarotti, Marcantonio Ghislina e Giuseppe Natali.
Adiacente alla chiesa è il chiostro dell’antico convento, terminato nel 1505: la porta che lo collega alla chiesa fu realizzata nel 1536 dalla famiglia cremonese dei Sacca. Interamente in rovere è decorata con i simboli araldici delle famiglie Visconti e Sforza.
Sul lato opposto vi è la porta di accesso all’antico refettorio dei monaci, al cui interno è visibile un’Ultima Cena dipinta nel 1508 da Tommaso Aleni, che per la prima volta in Lombardia ripropone la nuova iconografia che Leonardo aveva realizzato per il Cenacolo di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Info:
La chiesa è aperta ogni giorno dalle ore 6.45 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.30.
Il chiostro e il coro monastico si possono visitare il 1 maggio (solennità di S. Sigismondo) e la terza domenica di settembre (anniversario della dedicazione della chiesa), dalle 9.00 alle 10.30 e dalle 14.00 alle 17.30.
Per non disturbare la celebrazione della lode del Signore, i gruppi di turisti che desiderano visitare la Chiesa di S. Sigismondo sono pregati di segnalare il giorno della visita telefonando al n. 0372.801.700.
La chiesa e il Monastero sono situati nei pressi dell’Ospedale Maggiore di Cremona e sono facilmente raggiungibili: in auto, seguire le indicazioni stradali per l’Ospedale (uscire dalla città in direzione Parma); con i mezzi pubblici, prendere le linee in direzione Ospedale e Bagnara / Bonemerse.

Localizzazione: Cremona. Chiesa di San Sigismondo
Autore: Tommaso Aleni
Periodo artistico: 1508
Data ultima verifica: 05/07/2020
Rilevatore: AC

VICENZA. Chiesa di Sant’Agostino, con Ultima Cena.

La chiesa di Sant’Agostino è un edificio religioso costruita nel XIV secolo sull’area o nei pressi della precedente chiesa di San Desiderio; è situata alla periferia occidentale della città, dove ha dato il nome al viale e alla frazione omonimi.
Secondo la tradizione e secondo lo storico vicentino Giovanni Mantese, dove oggi vi è la chiesa di Sant’Agostino esisteva, forse già dall’VIII secolo, un’antica chiesetta dedicata a san Desiderio che viene citata in alcuni documenti: il più antico, importante e chiaro è il privilegium del 1186, con il quale papa Urbano III confermava ai canonici della cattedrale la donazione loro fatta l’anno precedente dal vescovo Pistore di alcune chiese, tra cui quella di San Desiderio.
Verso la fine del XII secolo, uno dei canonici concedeva la chiesa ad una comunità di laici. Di questa comunità non si sa molto, ma solo che non durò a lungo.
Agli inizi del Trecento, la chiesa era in rovina. Nel 1319 un certo Giacomo, figlio di ser Cado, che voleva abbracciare a sua volta la regola agostiniana, si presentò al vescovo di Vicenza Sperandio, di fronte al quale si impegnò a restaurare l’antica chiesetta con le elemosine dei fedeli. Tra il 1323 e il 1357 la chiesa fu ricostruita nelle forme della transizione romanico-gotica e dedicata a sant’Agostino.
Secondo lo storico Sottani, che cita una ricerca di Cattelan, è ormai dimostrato che l’antica chiesa di San Desiderio e quella di Sant’Agostino non coincidono, ma la seconda sia stata costruita nei pressi della prima, i cui resti sono stati individuati.
Intorno al 1389 il papa Urbano VI la cedette all’ordine dei Giovanniti, mentre dieci anni più tardi venne data in commenda al prete Bartolomeo da Roma, fondatore dei Canonici Regolari Lateranensi che, all’inizio del Quattrocento, prepararono la strada all’ingresso dei Canonici regolari di San Giorgio in Alga.
Il priorato di Sant’Agostino, ormai disabitato, venne affidato a Gabriele Condulmer, cofondatore della congregazione e in seguito eletto papa con il nome di Eugenio IV; nel 1407 gli successe un altro dei cofondatori, Lorenzo Giustiniani che rimase sostanzialmente in Sant’Agostino fino al 1433, quando fu nominato vescovo di Castello in Venezia. Di questo periodo rimangono pochi documenti, che testimoniano però l’ammirazione dei vicentini per la santità di vita di questi monaci.
Nel 1486 la comunità, su richiesta del Comune di Vicenza, fu trasferita dal papa Giulio II alla chiesa di San Rocco, di recente eretta in città nel quartiere di Porta Nova, per costruirvi l’annesso monastero. Sant’Agostino rimase praticamente abbandonato, tanto che qualche anno dopo lo stesso papa impose alla rettore di San Rocco di mandarvi a vivere lì tre sacerdoti. La situazione, comunque, si dovette notevolmente aggravare, al punto che alla metà del XVI secolo si parlava di demolire il monastero, anche per evitare le spese di manutenzione.
Nel 1668 papa Clemente IX soppresse la congregazione e il patrizio veneziano Antonio Pasta acquistò la chiesa e gli edifici annessi per 11.500 ducati, per costituirvi un giuspatronato laico.
Continuò però la decadenza del monastero; nel 1689 il cardinale Giovanni Battista Rubini trovò la chiesa nel massimo disordine e il monastero in rovina.
La chiesa fu gestita dalle suore Teresine, che avevano sostituito la Congregazione dei canonici di san Giorgio in Alga anche a San Rocco, e il clero secolare vi celebrava ma in modo saltuario dopo il 1786.
Dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, anche le suore non curarono più il complesso. Il chiostro crollò nel 1828 e la chiesa fu chiusa nel 1898, perché anch’essa minacciava di crollare. Nella totale assenza di un sostegno economico pubblico, il notaio Giacomo Bedin finanziò interamente il restauro che restituì l’abbazia alle antiche forme.
La chiesa fu così riaperta al culto nel 1905, staccandosi a poco a poco dalla parrocchia di San Felice: nel 1920 divenne curazia, nel 1922 fu celebrato il sesto centenario della fondazione e fu costruita la casa canonica sul luogo dell’antico monastero, il 13 settembre 1925 infine divenne parrocchia autonoma.

La chiesa trecentesca è costituita da un’unica grande navata (lunga circa 25 m. e larga 13) secondo la tipologia delle chiese costruite a quel tempo dagli ordini mendicanti.
La facciata è divisa in tre parti, quella centrale è racchiusa da due lesene che delimitano il portale, un rosone e una nicchia superiore, un tempo affrescata. Sull’architrave in pietra del portale è riportata un’iscrizione in latino che esplicita le origini, l’andamento e la conclusione dei lavori di costruzione della chiesa, cui contribuirono famiglie vicentine e veronesi, tra le quali i Della Scala.
Sulla parete meridionale, che dava sul chiostro, si aprono quattro ampie finestre. La parete settentrionale senza finestre porta al campanile, anch’esso costruito nel Trecento: ogni lato della torre è incorniciata da tre lesene e due cornici con archetti esili la suddividono in due parti. In alto si aprono quattro ampie bifore con semplici colonnine munite di capitelli.
In seguito ai radicali restauri del Novecento che hanno demolito le sovrastrutture barocche, la chiesa può essere vista nella sua struttura originaria, vasta ed ariosa, che richiama lo schema basilicale nel gotico veneto, mentre sono andati perduti buona parte degli affreschi che ricoprivano, probabilmente per intero, le pareti laterali.
La navata è unica, rettangolare, con soffitto a capriate scoperte. La navata si conclude a est con un’abside formata da tre cappelle quadrangolari, ciascuna con volta a crociera, archi e finestre a sesto acuto sormontate, quelle laterali, da un oculo.
Nella cappella centrale, più ampia, è situato il presbiterio.
Sui pilastri della cappella centrale vi sono due antichi affreschi: su quello di sinistra la Madonna con Gesù e santa Caterina martire di scuola giottesca e su quello di destra sant’Agostino incoronato da angeli.
Il presbiterio era un tempo interamente affrescato, come testimoniano i resti di affreschi posti dietro l’altare. Rimane quasi intatta la decorazione della volta: qui si sviluppa il tema della Vita e Gloria di Cristo.
Nella parte inferiore si osservano le scene rappresentate nelle lunette. A sinistra tre momenti relativi alla nascita di Gesù: sopra l’Annunciazione di Maria, sotto la Natività con l’adorazione dei pastori e la Visita dei Re Magi. Lo stile è una transizione tra il gotico germanico e l'”arte latina nuova” di ispirazione giottesca. La ricerca del naturale negli atteggiamenti e nei particolari architettonici risente dell’influsso di Giotto; permangono però alcune ingenuità come la dimensione ridotta dei pastori rispetto alla sacra famiglia e dei servi del corteo dei magi.
Nella lunetta di destra: sopra l’Ultima Cena dove i discepoli sono raffigurati intorno ad una tavola bassa, coperta da una tovaglia e apparecchiata con cibi e bevande. Il momento è quello in cui Cristo porge da bere a Giuda. La scena sotto è la Lavanda dei piedi (riconoscibile il catino), con accanto la scena di Cristo nell’orto degli Ulivi, mentre i discepoli dormono. Infine la Cattura di Cristo, baciato da Giuda e circondato dai soldati, che guarisce l’orecchio del servo tagliato da San Pietro.
Questi affreschi sono della Scuola riminese e presentano affinità con quelli dell’abbazia di Pomposa.
Nella lunetta di fondo è raffigurata la grande Crocifissione con un’iconografia molto particolare. Intorno al Cristo centrale tra i due ladroni, appaiono quattro gruppi di cavalieri, con alla sinistra il centurione Longino, raffigurato anziano e barbuto su di un cavallo bardato di rosso, con un pennacchio a forma di mano con indice puntato, a evidenziare il fatto che Longino sta riconoscendo Gesù come figlio di Dio, mentre sul lato opposto i farisei e i loro soldati discutono. Cristo è quindi raffigurato nel momento del trapasso, tra la disperazione degli angeli, raffigurati mentre raccolgono in calici il sangue o in volo attorno alla croce.
Al tempo stesso però in cima, nella chiave di volta, è rappresentato una seconda volta il Cristo in gloria tra due angeli, già trionfante sulla morte. Manca la parte inferiore dell’affresco, che doveva continuare con una serie di personaggi a piedi, come mostrano i resti di teste che affiorano tra i corpi dei cavalli. Probabilmente in basso erano raffigurate le tradizionali figure dolenti di Maria, della Maddalena e san Giovanni, contrapposte al popolo e ai farisei.
Nelle vele si legge l’iconografia ecclesiologica: i simboli dei quattro evangelisti si alternano a due a due con quattro dottori della Chiesa che circondano il Cristo in Gloria al centro, circondato da angeli. I dottori sono consigliati da angeli e sorretti dalle personificazioni delle virtù teologali e cardinali.
Sull’altar maggiore è posizionato un grande polittico del 1404 di Battista da Vicenza, che fu commissionato al pittore dal nobile Ludovico Chiericati per celebrare la dedizione di Vicenza a Venezia. È diviso in 24 scomparti, con pitture disposte su tre ordini.
Al centro dell’ordine superiore un trittico con Dio padre, il Cristo che risorge dal sepolcro, al centro, tra Maria e santa Maria Maddalena ai lati. Nella fascia laterale i quattro Evangelisti, tra san Giorgio e un altro santo milite.
Al centro dell’ordine mediano sta la Madonna col Bambino in trono, affiancata dalle figure erette di diversi santi, entro nicchie gotiche e con i nomi scritti su fondo oro: sant’Agnese con l’agnello, san Girolamo con il modellino della chiesa, san Paolo con la spada, san Pietro con le chiavi, santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, Sul basamento, delle lunette riportano al centro san Giovanni Battista con ai lati san Fermo due angeli, san Giovanni Crisostomo, il papa san Gregorio Magno, san Cipriano, sant’Ambrogio vescovo con il pastorale, san Rustico.
Risulta così evidenziata e preminente la fascia centrale verticale incentrata sul Cristo: dalla scritta in basso “Una voce grida nel deserto: preparate le strade al Signore” a quella tenuta dal Padre “Ecco l’Agnello di Dio”. L’opera costituisce una delle più significative testimonianze di Battista da Vicenza, autore che attraverso gli influssi emiliani risente del grande insegnamento giottesco, pur rimanendo attardato in un prezioso goticismo.
Quest’ultimo comunque, specie nella parte superiore del polittico, mostra di accogliere l’apporto rinascimentale.
Sulla destra dell’ingresso principale vi è un battistero seicentesco. Tutta la parete è coperta da resti di affreschi trecenteschi, il cui stile è giudicato “coerente con quella asprezza di passione, quella veemenza di gesto che tanti capolavori aveva prodotti nella scultura” veronese di quel periodo, e lo si collega a quelle tendenze iperespressive, di matrice quasi neo-romanica, che, subito dopo Giotto e servendosi della sua lingua stessa, forzano la sintassi classica del maestro”, in tutta l’Italia settentrionale, “con toni di acceso patetismo”.
In fondo alla navata, all’interno della cappella destra vi è l’affresco del Cristo Re: Gesù in croce è rappresentato nella sua regalità trionfante, indossa una tunica e sotto ai piedi stanno calice e patena simboli della sua resurrezione: è netta derivazione della venerata immagine del Volto Santo di Lucca (città che negli anni trenta del Trecento entrò nell’orbita degli Scaligeri). A destra in alto quattro figure di Santi e Sante, tra i quali spicca una Maria Maddalena penitente, ricoperta dai propri capelli, con un devoto ai suoi piedi. In basso Madonna in trono tra il Battista e san Giacomo, entrambi del XIV secolo.
Attorno una serie di affreschi trecenteschi raffiguranti santi racchiusi da cornici, probabile opera di un’unica maestranza veronese. Si inserisce nella serie dei santi un gigantesco San Cristoforo che si volta a guardare il bambino che porta sulle spalle. Il Bambino Gesù reca un cartiglio dove era scritta la risposta alla domanda su chi egli fosse, che gli faceva Cristoforo, stupito per il peso enorme che aveva portato, secondo la Legenda Aurea. La figura del gigante si appoggia ad un albero e dal soffitto doveva giungere al pavimento. In tre riquadri affrescati sono presenti, in basso a sinistra e in piccole dimensioni, tre figure rappresentanti i committenti Scaligeri.
Nella volta della cappella maggiore i simboli degli Evangelisti alternati ai Dottori della Chiesa, Gregorio, Girolamo, Ambrogio e Agostino: ai loro piedi, angeli e figure allegoriche tra cui la Mansuetudine e la Speranza.
Nella chiave di volta è il Cristo in gloria fra gli angeli; nel rovescio dell’arco trionfale, la Madonna con il Bambino e angeli; nell’intradosso dell’arco, un festone di demonietti tripudianti. Nelle lunette, in due fasce, si possono vedere, a nord, l’Annunciazione, la nascita di Cristo, l’adorazione dei Magi; a sud, l’ultima cena, la lavanda dei piedi, la cattura di Cristo nell’orto.
Sulla parete di fondo, in alto è collocata la Crocifissione con sopra il Cristo e due angeli; sotto, sono due angeli, un sacerdote celebrante assistito da un chierico, un sacerdote ebraico assistito da un giovane e alcuni capretti sgozzati.

Fonte: Wikipedia

Localizzazione: Vicenza. Chiesa Sant'Agostino
Data ultima verifica: 04/07/2020
Rilevatore: Angela Crosta

CLUSONE (Bg). Oratorio dei Disciplini, con Ultima Cena.

L’oratorio dei disciplini di Clusone è un edificio di origine medievale, posto di fronte alla basilica di Santa Maria Assunta, voluto dalla confraternita dei disciplini come sede del proprio ordine.
L’edificio, dalla struttura semplice, possiede un ciclo di affreschi di grande valore, del 1484- 1485, come riportato dai registri della congregazione, dipinti dal pittore clusonese Giacomo Borlone de Buschis, raffiguranti il Trionfo della morte e la Danza Macabra nella sua parte esterna e la vita di Gesù con la Crocifissione nella sua parte interna.
La costruzione dell’edificio, dedicato all’Annunciata risale alla metà del XIV secolo ed era solo una parte di quanto è grande ora, la porta d’ingresso ad arco, sovrastata da una finestrella, facente parte della costruzione originaria, è ancora oggi visibile.
Nel XV secolo il fabbricato venne ampliato e ridedicato a San Bernardino da Siena che aveva proprio in quel secolo, predicato a Bergamo e nella bergamasca, e che divenne il santo protettore dei Disciplini clusonesi.
Nel 1673 venne ampliata la parte dove era presente l’affresco del trionfo della morte, e costruito un terzo oratorio; venne aperta una porta esterna con una scala a ridosso degli affreschi danneggiandoli in modo irreparabile. Durante il XVII secolo venne aggiunto un porticato che contribuì a rovinare gli affreschi della facciata della chiesetta.
Già nel 1868 si tentò una prima opera di restauro, rimuovendo la scala esterna. Si susseguirono negli anni, numerosi restauri, nel 1901, 1903, fino a quello del 2001-2002; proprio durante questo ultimo, venne scoperto un piccolo vano decorato con affreschi raffiguranti la Madonna della Misericordia che aprendo il manto protegge tutti i disciplini, e un Cristo flagellato con a fianco due santi.
All’esterno, sulla parete di facciata, i dipinti dei macabri si dividono in cinque parti, su tre registri, eseguiti dal pittore clusonese Giacomo Borlone de Buschis.
Venne indicato autore dell’opera il Busca grazie ai documenti recuperati nell’Archivio di stato di Milano che collegavano un Jachobo pentori de Borlonis con la confraternita dei Disciplini di Clusone per il pagamento del ciclo la Vita di Gesù che si trova all’interno dell’oratorio.
Grazie all’intuizione di Franco Mazzini nel 1965 che collegò questi affrechi con quelli simili di Solto Collina che erano firmati JACOBUS DE BUSCHIS DE CLIX[ON]E venne resa molto possibile l’aggiudicazione all’artista clusonese diventando quasi una certezza.
Se la parte esterna dell’oratorio ha subito vari cambiamenti che ne hanno cancellato alcune parti, nella parte interna i cambiamenti furono molto pochi: negli anni sono variati il numero degli altari ed è stata sicuramente chiusa una finestra.
Gli affreschi dell’interno raccontano le storie della vita di Gesù su tre fasce sovrapposte, iniziando dalla parte superiore destra, proseguendo fin sul fondo della parte sinistra; si inizia con l’Annunciazione, la Visitazione della Beata Vergine Maria, per proseguire con la raffigurazione della vita di Gesù fin dalla sua infanzia, continuano con gli episodi della vita pubblica per terminare con gli eventi della Passione (fra cui una Ultima Cena), il tutto legato all’ordine liturgico che intercorre tra il Natale e la Pasqua.
L’affresco della Crocefissione è posto sopra l’arco a punta ogivale che racchiude il presbiterio è datato 1471 con la firma sul lato destro nel pittore CHOB PINXIT ed è racchiuso dentro una decorazione floreale. Centrale la figura di Cristo in croce con a fianco i due ladroni, tutto l’affresco converge verso questo centro. I personaggi della crocifissione nominati nei vangeli vengono tutti rappresentanti in questo spazio, arricchito anche da molti aspetti simbolici, come l’anima dei due ladroni raffigurata da un bambino che uscendo dalla loro bocca passa nelle mani del diavolo, mentre passa nelle mani di un angelo per il ladrone che secondo le scritture ha ricevuto il perdono. Durante il Medioevo i due ladroni rappresentavano le due chiese, quella che credeva nella nuova fede, e la Sinagoga che rimaneva fedele a quella vecchia. I soldati che portano il vessillo romano avente la scritta SPQR. Le pie donne sul lato sinistro dell’affresco, in contrapposizione sul lato destro i soldati che si giocano le vesti con i dadi. Questo dipinto riprende in alcune parti il grande affesco della Crocifissione presente nella chiesa di Santa Maria Assunta di Esine opera di opera della fine del XV secolo di Giovanni Pietro da Cemmo, entrambi riprendono l’interpretazione medioevale dell’episodio vangelico.
Sulla volta del presbiterio si trovano affrescate su otto edicole esagonali le raffigurazione dei profeti. Ognuno di loro tiene in mano un cartiglio dove oltre il nome, viene anche riportata una frase che ricorrere nel proprio libro, strettamente indicante alla morte e alla salvezza dalla morte, così da fare collegamento con la Danza Macabra all’esterno.

Fonte:
https://it.wikipedia.org/wiki/Oratorio_dei_Disciplini_(Clusone)

 

Localizzazione: Clusone. Oratorio dei Disciplini
Data ultima verifica: 01/07/2020
Rilevatore: Angela Crosta

BARBERINO TAVARNELLE (Fi). Abbazia di San Michele a Passignano, con Ultima Cena del Ghirlandaio, 1476

 

Il Cenacolo della Badia di Passignano (Ultima Cena) è un affresco di Domenico Ghirlandaio, databile al 1476 e conservato nell’abbazia di San Michele Arcangelo a Passignano a Tavarnelle Val di Pesa in provincia di Firenze.
Si tratta della prima prova del Ghirlandaio sul tema dell'”Ultima Cena”, che venne ripetuta poi nel Cenacolo di Ognissanti (1480, vedi scheda ) e nel Cenacolo di San Marco (1486, vedi scheda).
L’opera venne eseguita con la collaborazione del fratello David ed è documentata dal 25 giugno al 1º settembre 1476. I due artisti tornarono una seconda volta alla Badia dal 22 ottobre al 22 dicembre 1477 per affrescare la sala del Capitolo e una terza volta dal 13 maggio al 12 giugno 1478 per dipingere il giardinuzzo, queste ultime due opere perdute.
I lavori avvennero sotto la direzione dell’abate Isidoro del Sera il quale decise di farvi realizzare un'”Ultima Cena”, secondo le consuetudini monastiche. La parte decorativa venne affidata inizialmente a Bernardo Rosselli che nel 1472 dipinse le due lunette poste sopra il cenacolo, per questo lavoro ricevette una paga di 24 lire. Dei lavori dei Ghirlandaio a Passignano ha scritto anche Giorgio Vasari e nel libro della contabilità del monastero si leggono i compensi percepiti dai due fratelli, ma anche i materiali usati e chi li forniva.
Il Cenacolo dei Ghirlandaio mostra un ambiente claustrale, quasi un refettorio; la scena è inquadrata in un’architettura quattrocentesca chiaramente ispirata al cenacolo di Andrea del Castagno in Sant’Apollonia, ma la prospettiva non è impeccabile in quanto le figure degli apostoli sono sproporzionate rispetto al basso soffitto della scatola prospettica.
Al centro di tutto ci sono i due protagonisti: Cristo, raffigurato con un’espressione solenne, getta lo sguardo sul tavolo e alza la mano destra per benedire e al suo petto si appoggia Giovanni, il discepolo prediletto; di fronte c’è Giuda che consapevole del suo tradimento con la sua posa, il suo sguardo rivolto verso il basso e i capelli disordinati esprime una cupa solitudine. Diverse sono le espressioni e le figure degli altri apostoli: alcuni mostrano un volto bello e giovane mentre altri sono vecchi e rugosi, con il più vecchio di loro ripreso in atteggiamento orante.
I gesti sono forzati e poco naturali, tesi a evidenziare le caratteristiche individuali di ciascun apostolo: Pietro ad esempio solleva accigliato il coltello, prefigurando la difesa che intentò la notte successiva nel Getsemani contro i soldati venuti per arrestare Gesù. Ognuno di loro è ancora isolato e allineato in maniera paratattica con scarsa interazione tra l’uno e l’altro, come nei cenacoli trecnteschi.
Lo schema geometrico irrigidisce la rappresentazione, ma i colori più caldi rispetto ai precedenti cenacoli fiorentini danno un’atmosfera più intima e addolcita.
Notevole e messa ben in evidenza la ricchezza della tavola e la finezza delle bottiglie di acqua e vino, i bicchieri e i pani: a differenza di Andrea del Castagno infatti, Ghirlandaio orientò la tavola in modo da lasciar vedere le vivande, permettendogli di creare una sorta di natura morta in cui riversare la sua conoscenza dell’arte fiamminga, nella cura dei dettagli e dei diversi riflessi che la luce crea sulle varie superfici.
Al posto della tipica Crocifissione, nelle lunette soprastanti, si trovano due scene della Genesi, dall’analogo significato legato al tema della Redenzione. Dipinte da Bernardo di Stefano Rosselli, rappresentano la Cacciata dal Paradiso terrestre e Caino che uccide Abele.

Bibliografia:
– Andreas Quermann, Ghirlandaio, serie dei Maestri dell’arte italiana, Könemann, Köln 1998. ISBN 3-8290-4558-1
– Emma Micheletti, Domenico Ghirlandaio, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004. ISBN 88-8117-099-X
– AA. VV., Badia a Passignano, Bologna, edizioni Italcards, 1988.ISBN non esistente

Fonte:
https://it.wikipedia.org/wiki/Cenacolo_della_Badia_di_Passignano
https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Last_Supper_by_Ghirlandaio_(Badia_di_Passignano)?uselang=it

Vedi galleria immagini:

Autore: Domenico Ghirlandaio
Data ultima verifica: 01/07/2020
Rilevatore: Angela Crosta

CARISOLO (Tn). Chiesa di Santo Stefano con Ultima Cena, 1461

Nel Trentino occidentale, all’imbocco della val di Genova e visibile da tutta l’alta val Rendena, sorge la chiesa di Santo Stefano, immersa in una natura meravigliosa e impreziosita dalle pitture dei maestri Baschenis di Averara, riportati all’antico splendore dai recenti restauri curati dalla Provincia autonoma di Trento.
Imboccata a Carisolo la strada per la val di Genova, ad un paio di chilometri oltre il paese si trova l’indicazione per l’antica chiesetta, che sorge fra i boschi, sopra uno sperone di roccia granitica da cui si domina tutta l’alta Rendena.
Forse risalente all’epoca longobarda, la prima menzione documentata risale al 1244.
La decorazione pittorica ad opera dei Baschenis ebbe inizio nel 1461.
La chiesetta originaria è stata successivamente ampliata, e sul lato ovest è stata costruita dopo il 1530 una grande scala che ha coperto e parzialmente distrutto gli affreschi preesistenti, datati 1519.
Sulla parete nord dell’interno, Simone Baschenis realizzò nel 1534 il grande affresco di Carlo Magno. Ed è proprio questo affresco che dà grande pregio artistico alla chiesetta. Rappresenta il battesimo di un catecumeno da parte di papa Urbano I. Sulla sinistra Carlo Magno con la corona imperiale, circondato da sette vescovi e da soldati in arme, ed ancora vescovi col pastorale ed una schiera di catecumeni che sembrano attendere anch’essi il battesimo.
Il dipinto è assai elegante, sono molto curati i vestiti, le armature, e lo sfondo con la bella architettura di una chiesa al centro, ed il paesaggio con prati, alberi, cespugli e tanti fiori sul terreno dove si muovono i personaggi. Alcuni di questi sono talmente ben raffigurati da fare pensare ai ritratti di personaggi storici contemporanei di Carlo Magno, come papa Adriano I, lo storico Alcuino, il vescovo di Reims Turpino ed Eginardo, il biografo che scrisse “Vita Caroli Magni” subito dopo la morte dell’imperatore nell’814. L’affresco fa riferimento ad un avvenimento storico che ha interessato le vallate trentine nell’anno 800, ovvero la discesa di Carlo Magno in Italia per farsi incoronare a Roma, la notte di Natale, primo imperatore del Sacro Romano Impero.
A ricordo del passaggio del Re dei Franchi in Trentino c’è la toponomastica della località sopra Madonna di Campiglio che ancora porta il suo nome (passo Campo Carlo Magno), e la lunga didascalia sotto l’affresco di cui stiamo parlando, che narra i fatti miracolosi che avrebbero accompagnato il passaggio di Carlo Magno attraverso il Trentino per Roma. Pur arricchito di particolari fantasiosi, è comunque un documento di grande interesse storico, che rivela chiaramente la mentalità della popolazione locale all’epoca del Rinascimento.
La struttura architettonica della chiesa è di stile gotico, mentre mancano fondamenta interrate in quanto l’edificio poggia direttamente sulla roccia di granito, chiaramente visibile sia lungo la parete di sinistra guardando l’altare che sul pavimento.
Vi è un’unica navata, il soffitto è in legno ed il presbiterio ha una bella volta a crociera con piccole finestre. Vi sono raffigurati i 4 evangelisti con i rispettivi simboli (leone, aquila, bue e angelo), ed un Cristo “Pantocrator” con il libro della legge e la mano benedicente.
Sullo sfondo del presbiterio, nascosto dal trittico sopra l’altare, una Crocifissione tipicamente gotica, con gli angeli che raccolgono in un calice il sangue di Cristo morente, chiaro riferimento alla leggenda del Sacro Gral. Sotto, Maria Maddalena che abbraccia la croce, la Madonna che affianca San Pietro, a destra San Giovanni e San Paolo con la spada. Il trittico sull’altare maggiore, del 1551, un tempo era ornato con bellissime statue in legno, purtroppo rubate anni fa.
Sul frontale fra arco dell’abside e soffitto vi è l’Annunciazione. Ben conservata solo la parte a destra, con la Vergine a braccia incrociate, su un grande trono decorato, inserito in un elegante ambiente architettonico, sovrastata da angeli.
Pregevoli affreschi, probabilmente di Simone Baschenis, sono situati sopra gli altari laterali: San Vigilio a sinistra, ed i santi Sebastiano e Giuliano sulla parete della torre campanaria, mentre sopra l’altare di destra si riconoscono Santa Caterina d’Alessandria, Santo Stefano con una ricca tunica e San Giacomo maggiore con la veste da pellegrino.
Gli affreschi della parete sinistra, di notevole valore, sono stati una interessante scoperta dei lavori di restauro, poiché erano in gran parte coperti da intonaco bianco e dalle strutture in legno degli altari. Sotto l’arcata figure di profeti e re d’Israele, sopra una Annunciazione. A sinistra un bellissimo affresco della Madonna con Bambino: una pittura elegante, con i lineamenti di Maria delicati, che ricordano le finezze rinascimentali, ed una cornice particolarmente ricercata.
Sempre sulla parete sinistra si trova la parte superiore di un affresco “mutilato” per fare posto ad una nicchia, con i santi Sebastiano, Fabiano, Rocco ed Antonio abate, col maialino ai piedi.
I dipinti della parete esterna, dove c’è la scala di accesso alla chiesa, sono di epoche diverse. Quelli a sinistra sono posteriori al 1530, e vi sono raffigurati i santi Michele, Stefano, Giacomo e un gigantesco san Cristoforo. A destra vi sono dipinti precedenti il 1519, e si distinguono tre cicli tematici: dall’alto la leggenda di Santo Stefano, su due fasce in 20 riquadri, la Danza macabra e i Sette peccati capitali. Quelli in basso, esposti alle intemperie, sono in cattive condizioni ed in parte irriconoscibili, mentre quelli in alto sono piuttosto ben conservati.
La Danza macabra è motivo ricorrente all’epoca dei pittori Baschenis, che la ripresero in varie chiese del Trentino e del Bergamasco. E’ il tema della morte che fa giustizia, non distingue ricchi e poveri, potenti e umili, ma che è vista non solo come spauracchio, bensì come premio dopo una esistenza di privazioni e dolori.
Infine, la parete di destra, con l’Ultima Cena in alto ed una schiera di santi, più due Madonne “in maestà”, in basso. Tipica dei Baschenis è l’Ultima Cena, con elementi che si ripetono in altre opere di questi pittori in chiese del Trentino e del Bergamasco. Ancora primitiva la prospettiva, con tutti gli apostoli da un lato della tavola tranne uno (Giuda), con la tavola ricoperta da una tovaglia bianca e da cibi simbolici quali pane, vino e agnello pasquale, ma anche da pesci e gamberetti di fiume. Incuriosisce il numero degli apostoli seduti al tavolo con Gesù, numero dato dalla presenza di Mattia, scelto per sostituire Giuda e riportare così a dodici il novero dei discepoli. In realtà tale avvicendamento ebbe luogo nei giorni seguenti l’Ascensione.
La sottostante schiera di santi si apre e si chiude con due Madonne in trono con Bambino, di cui quella a sinistra è assai elegante e ricercata.
Questi affreschi, datati 1461, sono attribuiti ai primi Baschenis.

Fonte:
http://buildlab.it/santo-stefano-di-carisolo-in-trentino-stampa.html?ar=85

 

 

Data ultima verifica: 30/06/2020
Rilevatore: Angela Crosta

CONFEDERAZIONE ELVETICA – PONTE CAPRIASCA (Canton Ticino). Chiesa di Sant’Ambrogio, Ultima Cena.

La chiesa di Sant’Ambrogio è un edificio religioso neoclassico costruito su una preesistente chiesa duecentesca.
La prima menzione dell’edificio risale al 9 maggio 1356, quando fu consacrato.
Il 14 febbraio 1455 diventò sede di una parrocchia.
Il suo aspetto attuale, tuttavia, si deve alle modifiche operate da Carlo Brilli nel 1835: la nuova chiesa, che inglobava il campanile romanico della struttura precedente e la sua navata, fu impostata su una pianta a croce greca e dotata di coro.
Dell’edificio preesistente restano una torre campanaria, che nonostante le modifiche apportate in tre riprese (nel 1717, nel 1818 e nel 1913) per tre piani conserva lo stile romanico ed è dotata di monofore e bifore originarie, e l’affresco con l’Ultima cena, copia della celeberrima opera di Leonardo da Vinci, realizzata da Cesare da Sesto nel 1550.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Ambrogio_(Ponte_Capriasca)#/media/File:Cesare_da_Sesto_-_Ultima_Cena_(copia).jpg

Data ultima verifica: 29/06/2020
Rilevatore: Angela Crosta

RUMO (Tn). Chiesa di Sant’Udalrico, Ultima Cena

Battista  e Giovanni  Baschenis (1471), Ultima cena. a Corte Inferiore di Rumo, chiesa di Sant’Udalrico.

 

Info sulla Chiesa:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Udalrico_(Rumo)

Localizzazione: Rumo. Chiesa di Sant'Uldarico
Autore: Giovanni e Bsttista Baschenis
Periodo artistico: 1471
Data ultima verifica: 29/06/2020
Rilevatore: AC

RIMINI (Rn). Museo della Città, dipinto di “Gesù e gli Apostoli assisi al desco dell’Ultima Cena”.

Dipinto a olio su tena di Donducci Giovanni Andrea detto Mastelletta (1575/ 1655), ora al Convento dei Gesuiti, Museo della Città. Via Tonini, 1
Dimensione: 170 x 300
Luogo di provenienza: Convento dei Cappuccini Cesenatico, Cesenatico (FC), Emilia-Romagna – Italia
Data di creazione: 1600 – 1649, sec. XVII

Localizzazione: Museo della città
Data ultima verifica: 29/06/2020
Rilevatore: Angela Crosta

VENEZIA. Basilica di San Marco, placchetta della Pala d’Oro, con Ultima Cena.

Dietro l’altare maggiore della basilica di San Marco di Venezia rifulge nel suo splendore la Pala d’oro, un vero e proprio capolavoro delle arti suntuarie medievali. Trattasi di un grande paliotto in oro, argento, smalti e pietro preziose (140x348cm).
La prima pala fu commissionata dal doge Pietro I Orseolo (976-978) ad un’officina costantinopolitana; fu poi fatta ingrandire intorno al 1105 dal doge Ordelaffo Falier con l’inserimento di placchette quadrate di probabile scuola veneziana, ma sicuramente di stile e gusto bizantini.
Nell’ottava placchetta in alto risalta la scena dell’Ultima Cena, con gli apostoli disposti a sigma attorno a una tavola, alle cui estremità siedono come sempre Gesù e san Pietro.
Iconograficamente è simile ad altri esemplari milanesi e ravennati con tavolo semicircolare e con gli Apostoli alla sinistra di Gesù, alla maniera dei romani.

Localizzazione: Venezia, basilica di San Marco
Data ultima verifica: 28/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO. Tesoro del Duomo, Evangelario con scolpita una Ultima Cena.

Milano, nel tesoro del Duomo è esposta la copertura dell’Evangelario, detto “dittico delle cinque parti”. Nella parte posteriore, dedicata alla divinità di Cristo, al centro della fascia destra, è scolpita la scena dell’Ultima Cena, interpretata come Cena con l’apostolo Giacomo, dall’Apocrifo dei Nazareni.
Su un triclinio sono seduti in un semicerchio Gesù e altri tre personaggi, attorno ad un tavolo su cui sono posti pagnotte e pesce.
E’ collocato temporalmente alla fine del V secolo nel nord Italia, più probabilmente proveniente da Ravenna.
In effetti, sono state trovate somiglianze con il successvo mosaico dell’Ultima Cena del VI secolo, nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. La stessa tavola semicircolare con pani e pesci, con la differenza che ora i commensali si individuano chiaramente nei 12 apostoli, fianco a fianco, situati a sinistra di Gesù, secondo l’usanza dei romani.
La scena dal punto di vista iconografico mostra anche alcuni punti di contatto con l’Evangelario di Rossano Calabro, della seconda metà del VI secolo.

Fonte: www.italiamedievale.org

Localizzazione: Milano, Tesoro del Duomo
Data ultima verifica: 28/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora e Angela Crosta

ROCCAVIVARA (CB). Chiesa di Santa Maria del Canneto, con Ultima Cena a rilievo

Già ricordata nel VII secolo, la chiesa di S. Maria sorge sul sito di una villa romana del III-IV secolo.
La chiesa attuale, pur restaurata, costituisce uno dei meglio conservati esempi di arte romanica mel Molise tra il XII ed il XIII secolo.
L’edificio, costruito in blocchi di pietra perlopiù lasciati grezzi, è basilicale senza transetto con il prospetto orientale caratterizzato da tre absidi.
Sul fianco destro si inserisce il campanile che ha una parte terminale aperta da due ordini di trifore ogivali e coronata da una merlatura.
Lapidi e sculture classiche soo state riutilizzate nella base del campanile.
La semplice facciata a doppio spiovente è caratterizzata da un semplice portale e da un piccolo oculo.
Il portale ha una lunetta scolpita con un rilievo piatto e grossolano raffigurante un Agnus Dei ed un leone alato circondati da facce umane; l’archivolto è decorato con un tralcio ricco di grappoli.
L’interno è a tre navate su colonne (sostituite da pilastri nelle prime quattro campate a sinistra)con copertura lignea.
A sinistra spicca un singolare ambone a cassa su quattro colonne allineate.
I capitelli delle colonne sono di tipo cubico o derivati dal modello corinzio.
Le foglie ed i caulicoli sono resi in modo grossolano, delle faccine sporgono casualmente dalle superfici dimostrando che la struttura organica del capitello corinzio non è più compresa.
Uno dei capitelli è costituito da una base di colonna recuperata.
Un capitello erratico rozzamente scolpito è utilizzato come base del leggio.
La fronte dell’altare è costituito da un rilievo raffigurante l’Ultima Cena, assai consunto e che può essere fatto risalire al VII secolo.
L’oggetto di arredo più interessante è l’ambone, costituito da un cassone rettangolare allungato che poggia su quattro colonne ed è addossato ai pilastri di sinistra. Una scritta sull’arcata destra lo data al 1223: “ANNO DOMINI MILLESIMO DUECENTESIMO VIGESIMO TERTIO“.
La fronte della cassa è decorata con un altorilievo ad arcate sotto le quali si trovano sei monaci in diversi atteggiamenti. A sinistra si vedono un diacono col Messale, un abate ed un suddiacono con l’incensiere.
I tre monaci di destra sembrano rappresentare il lavoro, la preghiera e la benedizione. Le figure di sinistra rappresenterebbero pertanto la vita liturgica del monastero, quella di destra la vita monastica.
Le figure dimostrano una discreta padronanza delle forme anche se appaiono rigide, scarsamente caratterizzate nonostante l’attenzione alla raffigurazione dei dettagli.
Alcune singolari lastre completano la decorazione dell’ambone. Sulla destra una figura mostruosa dalla testa femminile e dal corpo alato di drago.
Sul lato sinistro, al di sotto di una lastra raffigurante un tralcio di vite, si osserva il rilievo dove un’altra figura mostruosa afferra un leone per la coda.
Lo stile di queste lastre convalida la teoria che l’ambone sarebbe il risultato dell’aggregazione di materiale scultoreo di varia provenienza.
Le quattro massicce colonne sono dotate di interessanti capitelli.
Sopra un astragalo a corda si sovrappongono livelli di foglie ora rigide, ora dai movimenti sinuosi. In un caso, un drago con una testa e due corpi aggredisce un uomo.
Le cornici della cassa sono decorate in maniera molto varia con temi vegetali, come anche il leggio la cui parte inferiore presenta due larghi fioroni.
Il monastero sorge sul sito di una villa tardo-romana. Gli scavi aperti a sinistra della chiesa mostrano i resti dei magazzini: in epoca medievale l’area è stata usata anche come luogo di sepoltura come dimostrano le due tombe scoperte.

Localizzazione: Roccavivara (n provincia di Campobasso). Chiesa di Santa Maria del Canneto
Periodo artistico: VII sec.
Data ultima verifica: 27/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – MONACO DI BAVIERA. Manoscritto miniato con l’Ultima Cena, 1140 circa

Bayerische Staatsbibliothek, Manoscritto miniato c. 1140.
Mentre Giuda riceve il pane da Cristo, un diavoletto nero penetra nella sua bocca.

Fonte:
Phaidon Press Limited, 2005

Localizzazione: Monaco di Baviera. Bayerische Staatsbibliothek
Periodo artistico: XII sec.
Data ultima verifica: 23/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

PARMA. Complesso monumentale della Pilotta, Galleria Nazionale, Ultima Cena di A. Araldi, 1516

 

Pittura a olio su tela. Misure alt. 230, largh. 614 cm.
Ultima Cena, copia del Cenacolo di Leonardodi Alessandro Araldi (1460 ca./ 1528), – codice 08 00403969
Datazione: sec. XVI primo quarto: 1516. La data è siglata con la firma nell’orlo della scollatura del penultimo Apostolo a destra.

Condizione giuridica: proprietà dello Stato, Galleria Nazionale di Parma

La grande tela ha l’aspetto di un’opera non ultimata o eseguita solo per fissare fedelmente l’iconografia dell’affresco leonardesco e poi non risolta nei passaggi chiaroscurali. Alla morte dell’artista era ancora nella sua bottega e fu donata l’8 aprile 1530 dall’erede Filippo Porzioli, marito della figlia Orsolina, alla Confraternita dei Santi Cosma e Damiano, detta anche della “Disciplina Vecchia”, di cui l’Araldi era stato membro almeno dal 1507 (Scarabelli  Zunti (a), II, f. 16v). Prima delle soppressioni napoleoniche, la tavola si trovava nella chiesa di San Luca degli Eremitani e dalle note di Francesco Bartoli, aggiunte a margine per una ristampa nella Guida del Ruta (1780), conservata fra le scritture di Baistrocchi presso l’Archivio di Stato.
Presso la Confraternita rimase fino al 1841, anno in cui il rettore conte Luchino dal Verme, la vendette per la somma di lire 4000 alla Ducale Galleria (Atti dell’Accademia 1839-1846).

 

Bibliografia:
Galleria Nazionale (1997) v. I, p. 128

Immagini e informazioni da:
https://complessopilotta.it/opera/cenacolo/

Localizzazione: PARMA. Complesso monumentale della Pilotta, Galleria Nazionale
Autore: Araldi Alessandro
Periodo artistico: 1516
Rilevatore: AC

CARPI (Mo). Diocesi, Ultima Cena su vetrata.

Vetrata in vetro policromo che misura: 220 x 99 cm.
Datazione: secolo XX (1933)
Realizzato dalla Ditta Pritoni, bottega bolognese

Iscrizioni iscrizione (in basso a destra) A. PRITONI/ BOLOGNA 1933 – iscrizione (in basso a sinistra) ANNO DOMINI/MCMXXXIII – iscrizione (in basso al centro) F.GLIA BONONI/ VINC. ZO TEO. RO

Fonte:
Inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Carpi

 

 

Localizzazione: CARPI (MO) Diocesi
Periodo artistico: 1933
Data ultima verifica: 22/06/2020
Rilevatore: AC

SAN POLO DI PIAVE (Tv). Chiesa di San Giorgio, con Ultima Cena, 1466

A pochi chilometri da San Polo di Piave, in direzione Oderzo, sorge la chiesa di San Giorgio immersa tra vigneti e campi coltivati. Fu eretta nei pressi dell’antica via romana che da Oderzo risaliva il Piave verso Feltre e Trento. La località di San Giorgio infatti nasce lungo l’antico percorso della Opitergium-Tridentum, strada molto importante costruita in epoca pre-romana dai Paleoveneti. Conserva al suo interno splendidi affreschi del ‘400 fra i quali spicca un’Ultima Cena tutta speciale.
I ritrovamenti archeologici fatti durante i lavori di restauro hanno dimostrato che la località di San Giorgio era abitata già al tempo dei Romani. Nelle vicinanze sono stati trovati i resti di un acquedotto e si ipotizza che la zona fosse un territorio agricolo assegnato ai veterani dell’esercito romano.
Sembra che San Giorgio, santo guerriero, sia diventato il patrono di questa chiesa per mezzo dei Longobardi. Nel 737 la Pieve di San Polo viene affidata ad Acquileia, ed è proprio qui che per la prima volta si parla di San Giorgio, facendo ipotizzare che la chiesa potrebbe essere stata costruita tra il VII e l’VIII sec d.C. Di certo e’ documentata la sua presenza nel 1034.
La Chiesa nella zona era attiva già nel Medioevo come testimoniano le antiche sepolture rinvenute sotto la sacrestia, anche se la forma attuale è del millequattrocento.
Il nucleo più antico della Chiesa di San Giorgio è stata edificato verso la metà del XV secolo sopra una struttura già preesistente (dei documenti la citata già nel 1034).
Al suo interno è conservato uno stupendo ciclo di affreschi recentemente attribuiti a Giovanni di Francia (Metz 1420? – Conegliano ? 1473/85), pittore molto attivo anche nel feltrino e successivamente nel coneglianese (alcuni affreschi sono stati staccati ed ora collocati e visibili presso il Museo del Castello di Conegliano).
Del ciclo originario fanno parte in senso orario, da sinistra, ‘La Madonna del Rosario con San Francesco’, ‘’Ultima Cena’, la Storia di San Giorgio in quattro “Capituli” dei quali sono andati perduti i due centrali nell’ampliamento seicentesco per creare l’abside, i santi Sebastiano e Bernardino da Siena e i Santi Giacomo Maggiore e Antonio Abate.
Nella chiesa vi sono altri affreschi di epoche successive quali due Madonne col Bambino, una datata 1520 e l’altra databile alla fine del XV secolo, un San Rocco del XVI secolo e un San Martino del XVIII secolo.
Vi era anche un affresco posto all’esterno della facciata principale raffigurante un’altra Madonna col Bambino di cui purtroppo non c’è più traccia.

Info:
info@marcadoc.it

 

Localizzazione: San Polo di Piave (Ve)
Periodo artistico: XV sec.
Illustrazione opera: L'Ultima Cena. Tecnica: affresco (cm 177 x 535) dipinto nella parete sinistra della navata e datato 1466. Il dipinto narra l'episodio dell'Ultima Cena e in particolare il momento in cui Cristo annuncia il tradimento (Giovanni 13-21) ai suoi apostoli: Gesù si trova al centro e dà l'annuncio con lo sguardo fisso in avanti quasi vedesse in lontanaanza il Suo destino e quello dell'uomo. Con la destra sta porgendo il boccone a Giuda Iscariota (Gv. 13-26: "...(il traditore). E' quello al quale darò il boccone dopo averlo intinto") che è ritratto seduto al di qua del tavolo, aureolato di nero e con borsa dei denari in mano; sotto di lui una scritta che lo identifica: judas. Giovanni (l'autore del quarto vangelo), il "prediletto del Signore", figlio di Zebedeo e Salòme, che morirà decapitato nel 41-44 d.C. per volere di Erode Agrippa I, appoggia la testa bionda e ricciuta sul petto di Gesù in segno di affetto e di disperazione. Alla sinistra di Giovanni c'è suo fratello, cioè Giacomo detto il Maggiore, raffigurato mentre manifesta un gesto di stupore. Vicino a Giacomo c'è Matteo Levi (l'autore del primo vangelo) riconoscibile dal pregiato abito che indossa, segno allusivo del redditizio mestiere di esattore delle tasse che egli esercitava. Alla sinistra di Matteo è ritratto l'apostolo Tommaso, l'unico dei dodici che conserva ancora ben leggibile il nome scritto sopra l'aureola: S. Thomas. Alla sinistra di Tommaso, raffigurato nell'atto di versare da bere, c'è Andrea, fratello minore di Simon Pietro, figlio di Giona e Betsaisa, che merirà martire a Patrasso intorno al 60 d.C. appeso ad una croce a X. Vicino a lui sta un giovane biondo e sbarbato che si indica. Si tratta dell'apostolo Filippo che morirà martire crocefisso a testa in giù forse ai tempi di Traiano. Alla destra di Gesù è inconfondibile la figura di Simone detto Pietro, fratello di Andrea, ritratto secondo la tradizionale iconografia e cioè con pochi capelli ed una corta barba bianca. L'apostolo vicino a Pietro è Bartolomeo di Cana che morirà decapitato dopo essere stato scorticato dal re Astiace. Anch'egli qui è ritratto nell'atto di indicarsi. Alla destra di Bartolomeo c'è forse Giuda Taddeo dipinto mentre tiene in mano un bicchiere pieno e un boccione di vino. Vicino a lui, con gli occhi fissi in avanti, è certamente ritratto Giacomo di Alfeo, detto il Minore. Chiamato da Giovanni "fratello del Signore", egli ripropone effettivamente le sembianze di Cristo ed il suo sguardo fisso nel vuoto. L'ultimo apostolo alla destra di Gesù dovrebbe essere Simone lo Zelota, qui ritratto con la mano sul petto in segno interrogativo. La scena dell'Ultima Cena si svolge in un ambiente dalla resa prospettiva sommaria, tutti i personaggi tranne uno sono seduti su una grande panca dallo schienale giallo che vuole ricordare l'oro della tradizione bizantina simbolo dell'onnipresenza divina. Due cavalletti a trepiede, sorreggono una lunga tavola imbandita e ribaltata in avanti per mostrare ciò che contiene: un agnello (chiara allusione a Gesù sacrificatosi per la salvezza dell'uomo), pagnotte, piatti con pesci, bicchieri e bottiglie di vino rosso e bianco, e gamberi rossi (entrambi messi dal pittore con l'intento di far sentire il fatto narrato più vicino alla realtà dello spettatore). Nella parte bassa del cenacolo, decorata con finte lastre di marmo, c'è una epigrafe latina scritta in caratteri gotici che recita: Factum et complectum fuit hoc ops: tepote venerabil et Reveredi v(iri archi)presbiteri fracisci aquarteriis de veneciis dignissimi ac benemeriti plebanis plebis sancti pauli del patriarcha: Nec no dni psbiteri johani de rogeriis de ast honorabilis chapellani eiusdem domini plebani supra scripti: Sub mass(aria) et juraria providorm virorm S jacobi de capiluno et S fracisci perucii: Cu conse(nsu) hominu comunis ville (san)ti georgii del patriarcha: M°- CCCC° - LX - VI° - die - XXVIII° septebris - ad honore homipotetis dei eiusque gloriosissie virginis matris marie - e (sanct)i i georgii" Il messaggio che l'affresco dell'Ultima Cena sanpolese vuole diffondere è chiaro e immediato e va inteso come preannuncio del sacrificio di Cristo fatto per la Redenzione e la Resurrezione dell'uomo. Fonte: http://chiesadisangiorgio.peruzzetto.org/l-ultima-cena.html
Data ultima verifica: 21/06/2020 - 03/11/2020
Rilevatore: Angela Crosta - Feliciano Della Mora

CONFEDERAZIONE ELVETICA – BELLINZONA. Oratorio di San Bernardo di Monte Carasso, Ultima Cena, 1450

Monte Carasso è una parrocchia nel distretto di Bellinzona, capoluogo del circolo del Ticino, a mezzodì di Bellinzona e allo sbocco della valle di Sementina. È sotto il titolo di S. Bernardino da Siena; ha una popolazione di 830 abitanti, e nel territorio vi sono tre oratori.

Il già monastero delle Agostiniane di S. Bernardino od Agostiniane di stretta osservanza, si vuole eretto intorno al 1450. Tutti però sbagliano, ed il monastero non fu fondato se non ottanta o novant’anni dopo. La chiesa del convento serviva anche per il villaggio.
Essa è tutta dipinta con rozze pitture dello scorcio del secolo XVI, con accenni alla maniera del Luini. Altri di questi dipinti si osservano nella sala del capitolo delle monache.
L’interno e l’esterno sono quasi completamente ammodernati; il nudo quadrilungo ad una navata è coperto da un soffitto orizzontale. Un arco acuto non profilato la separa dal duplice coro, il quale consiste in due quadrati (moderni?) l’uno dietro all’altro, dei quali quello ad occidente è il presbiterio (Sanctuarium) e quello, alquanto più elevato, ad oriente, era il coro delle monache. La facciata a ponente è nuda ed il portale oggidì esistente venne costrutto nel 1884. Quello antico era coperto da un architrave orizzontale, sul quale volgeva un timpano, ad arco acuto e non profilato, con dipinture.
Dietro l’altare, verso il coro delle monache, vedesi la predella d’un altare di legno inciso dell’epoca tardo-gotica, colle mezze figure, liberamente incise e dipinte alla moderna, di Cristo e degli Apostoli. Alla parete settentrionale del presbiterio è appoggiala la base, a due ripiani, dello scrigno colle statuette della Madonna in piedi e di due santi benedettini, senza attributi e s. Caterina e s. Barbara, esse pure dipinte alla moderna. Più in alto, nell’arco a scudo della calotta, quattro figure in bassorilievo che ornavano le parti interne delle ancone, che ora si trovano nella sala del capitolo, ossia, una Madonna, un santo benedettino con ai piedi un drago, s. Gerolamo e un santo francescano, senza attributi, (forse s. Bernardino da Siena).
Sul lato Sud della navata vi è un dipinto su vetro, dell’età tardo-gotica, probabilmente del principio del secolo XVI. La lastra rotonda e colorita presenta su fondo azzurro il Crocifisso tra Maria, Giovanni e due sante.
Nel sott’arco, tra la navata ed il coro, si osservano sette medaglioni coi busti dipinti dei Profeti; rozze pitture dello scorcio del secolo XVI. Anche i dipinti delle pareti presentano lo stesso carattere di dipendenza dalla scuola milanese: così la separazione di Cristo dalla madre, la lavanda dei piedi, la Cena sul lato settentrionale della navata ed i dipinti, forse contemporanei dei primi, sulla facciata Ovest esterna, che rappresentano Iddio padre, sulle nubi tra due angeli.
Le altre dipinture sono incorniciate da linee architettoniche, da fregi triglifi e da colonne toscane marmorizzate a colori variopinti. Sotto il comignolo vedesi l’Annunciazione, in un campo a guisa di fregio, che si allunga sopra la finestra, ed ai lati di questa s. Apollonia e s. Veronica. A sinistra, presso la porta, s. Bernardino da Siena, a destra, la figura vivace e ricca di movimento di s. Cristoforo, che occupa tutta l’altezza ed a sinistra presso il campanile, s. Pietro. La lunetta ad arco acuto del portale, che venne levata nel 1884, racchiudeva un dipinto in stile realista, rappresentante Cristo morto, sorretto da angeli.
La sala del capitolo, a settentrione del presbiterio, è coperta da soffitto orizzontale in assi, le lisce pareti sono ornate da pitture che tradiscono la stessa mano che eseguì quelle della navata: sul lato Sud, la Via al Calvario ad occidente, le stigmate di s. Francesco, poi s. Caterina, s. Michele, s. Apollonia ed a Nord l’Annunciazione.

L’Oratorio di San Bernardo
In alto, sopra Monte Carasso, a sinistra del burrone della Sementina, sorge la cappella di S. Bernardo. Questo edificio, largo m. 5, lungo m. 15.10 consiste in un quadrilungo ad una navata, coperta da soffitto orizzontale, con un atrio ad armatura aperta che ne occupa tutta la larghezza, verso ponente: la porta dell’atrio presenta la data 1582. Sul coro, che è di origine più recente, si svolge una volta a crocera priva di costoloni. Nel lato meridionale sorge, dal mezzo della nave, una nuda abside, costrutta nel 1545 e larga m. 2.65. Più oltre, al confine tra il coro e la navata, sorge il campanile, edificio liscio in pietra cava, come la navata. Quest’ultima presenta nel lato Sud, una finestra, che mantenne la sua forma primitiva, con sfondo orizzontale e colla stretta fessura esterna coperta da un arco scemo: nel lato Nord non ve ne sono punto.
Sia il coro che il quadrilungo sono ornati da dipinti. Quelle del coro presentano, sotto la figura di s. Bernardo, la data 1607. Nelle calotte della volta a crociera sono raggruppate a due a due, intorno a Dio Padre, le figure degli Evangelisti e dei padri della Chiesa. Sulle pareti Nord e Sud sono dipinti i miracoli avvenuti sulla tomba di san Bernardo, e su quella orientale, la Crocifissione. Il fronte dell’arco di trionfo è ornato da una Annunciazione, nel sott’arco  vi sono figure d’angeli ed al vertice, un Agnus Dei.
I dipinti sulle pareti della navata sono invece di stile tardo-gotico. Su quella settentrionale, sotto una Maria Egiziaca, si legge la seguente iscrizione minuscola: M . cccc . xxvij . die xxij . iunii . hoc . opus . factum . fuit…. (la continuazione è svanita), la quale data si riferisce senza dubbio alla maggior parte dei dipinti ancora esistenti. Essi sono ordinati sulla parete Nord in due serie sovrapposte l’una all’altra, di cui, quella inferiore, presenta i dipinti monocromi degli zoccoli, colle allegorie dei mesi; più in alto seguono, fino all’altezza del soffitto in assi, i variopinti quadri principali, che, principiando da oriente, danno dapprima una serie di figure di santi, poi l’adorazione dei Magi, quindi la esposizione particolareggiata ed infantile della Cena e finalmente le figure individuali di s. Bernardino da Siena e di un santo Vescovo senza attributi.
Sulla parete occidentale vi ha sopra la porta, il Salvatore nella tomba, e, più in basso, le figure individuali di alcuni santi, mentre altre simili figure ornano la metà verso occidente della parete Sud. Sul fronte dell’abside un artista più moderno dipinse s. Giorgio in lotta col drago. Anche le pitture nel semicerchio e sulla facciata occidentale sono più moderne: lassù, nella mezza cupola, la Madonna, più al basso, il martirio di s. Sebastiano, e tre scene della vita di s. Nicolao da Mira.
Il rimanente della parete meridionale è abbellito da una Madonna in trono, ed occupato dall’orribile martirio di s. Apollonia e da quattro figure individuali di santi. Sulla facciata che prospetta ponente, sopra la porta, dove si legge la data 1582 si vede il Salvatore in una gloria, più in alto Dio Padre su nubi, ai lati, s. Maurizio e s. Bernardo, santa Maddalena ed un santo Vescovo: tutte belle figure, delle quali la Maddalena s’avvicina alla maniera del Luini. All’esterno, presso la porta che conduce dal campanile alla chiesa, vi è dipinto in stile gotico un s. Cristoforo.

San Bernardo di Monte Carasso
La costruzione si presenta di chiara impostazione romanica, come altre costruite appena dopo l’anno Mille. Di pietra i muri ed il tetto “a capanna”.
La chiesa sorge su un ripiano che domina la pianura verso Bellinzona e sulla quale un balcone naturale apre la vista su uno splendido panorama.
In questa zona si trovano gli accessi sia al campanile sia alla navata, attraverso una piccola porta di legno posta sulla facciata esposta a sud, secondo la tradizione d’orientamento dell’epoca, quando possibile rispettata. Questa entrata non è però accessibile.
Già qui si hanno i primi sentori di cosa ci aspetta all’interno. Sopra la porticina, un affresco ci presenta la figura poderosa di San Cristoforo che, come sempre appare nella rappresentazione classica, si appoggia ad un lungo e nodoso bastone, miracolosamente fiorito dopo che ebbe traghettato sulle proprie spalle il Bambino, del quale peraltro il Santo ignorava la natura divina. Possiamo notare quanto siano accurate le sfumature del colore, sicuramente volte a ricreare un efficace effetto di plastica tridimensionalità, ma nel contempo quanto siano vaghe ed esagerate le proporzioni dei piedi; un fenomeno che potremo riscontrare anche in seguito negli altri dipinti.
Avviamoci ora verso il portone d’ingresso principale, che è posto sotto il portico sul fronte ovest.
Sotto il portico, protetto dal tetto a capriata, il visitatore viene accolto da un imponente affresco che riempie tutta la parte superiore del portone d’accesso.
Su 360 gradi si spazia in una sequenza pressoché ininterrotta di quadri affrescati con brillanti colori.
Procediamo a destra su questa parete che è completamente affrescata.
In un quadro è una interessante rappresentazione dell’ultima cena di Gesù con gli Apostoli. E’ facile la loro identificazione visto che ogni personaggio è accompagnato da un cartiglio che ne consente il riconoscimento, anche se la scrittura in caratteri gotici non sempre è di agevole lettura. La raffigurazione è una classica iconografia occidentale, nella quale prevale l’immagine del momento in cui nasce il rapporto tra Giuda e Gesù con la denuncia di quest’ultimo del tradimento imminente; per contrasto, la tradizione orientale viceversa predilige il momento della comunione. Tuttavia in questo caso comunque vi è un riferimento eucaristico nella presenza di un’ostia, o più semplicemente di un pezzetto di pane, tenuta nella mano sinistra del Cristo. La sua mano destra si rivolge verso una figura, cancellata dal degrado della pittura (o forse, chissà, da un’azione voluta) inginocchiata di fronte alla tavola. Verificando le diciture dei cartigli si scopre che sono 11 quelle degli apostoli e che tra queste manca proprio quella dell’Iscariota, il traditore Giuda, ed è quindi evidente che di lui si tratta. Parlando dei cartigli, mi ha incuriosito una particolarità alla quale non sono riuscito a dare giustificazione. Il cartiglio di Gesù sembra riportare la dizione “pristus”; la conferma che si tratta di una P si ha con la configurazione del carattere iniziale che è proprio identica a quella del vicino “petrus”. Mistero. E’ molto interessante come il pittore abbia voluto mostrare in dettaglio quanto compare sulla tavola: ciliegie, pani semplici e lavorati, stoviglie ed accessori, e gamberi che sembrano essere alla ricerca di una via di fuga.
La parete alla destra ci riporta verso l’ingresso della chiesa. Qui il lavoro di interpretazione si presenta di tutto riposo, per così dire; quasi sempre ad ogni immagine viene attribuito il suo “proprietario” ben evidenziato in un cartiglio che lo indica.
Il primo quadro raffigura quattro personaggi maschili. Partendo dalla sinistra, dapprima si identifica San Bernardo di Chiaravalle con l’abito bianco ed il bastone con il quale sottomette ai suoi piedi una creatura di diabolico aspetto. Lo segue San Nicola di Mira, in abito vescovile, tiene nelle mani tre sfere d’oro, simbolo delle tre borse di denari con le quali salvò tre fanciulle dal disonore al quale sarebbero state condotte dal loro stato miserevole. Al suo fianco Sant’Antonio abate, con la campanella sul bastone ed un porcellino ai piedi; ricordo simbolico dell’attività che veniva svolta dai suoi confratelli, che allevavano maiali lasciandoli liberi nei dintorni del monastero, ma con un campanellino al collo. Il quadro si conclude con San Francesco d’Assisi, che mostra le mani afflitte dalle stigmate, veste il rude saio e calza i sandali sui piedi nudi. Iconografie più che classiche.

Fonte: http://www.viagginellastoria.it/montecarasso/ultima.htm

Localizzazione: BELLINZONA Canton Ticino (CH)
Autore: attribuita a Cristoforo da Seregno
Periodo artistico: 1450

FAENZA (Ra). Pinacoteca Comunale, con Ultima Cena di Domenico Gallamini.

Nella Pinacoteca Comunale, in via S. Maria dell’Angelo, 9, è custodita un dipinto su carta con pittura a tempera rappresentante l’Ultima Cena.

L’opera misura cm.31 di lato e cm. 41 di altezza ed è del pittore Domenico Gallamini (Faenza, 1774 – Faenza, 5 gennaio 1846).

 

Localizzazione: FAENZA (RA). Pinacoteca Comunale - Via Santa Maria dell'Angelo 9
Periodo artistico: XIX sec.
Data ultima verifica: 19/06/2020
Rilevatore: AC

GERMANIA – COLONIA. St. Maria im Kapitol, formella lignea raffigurante l’Ultima Cena.

 

Formella lignea della porta del transetto sinistro.  La porta è a due battenti che presentano 26 scene della Vita di Cristo.

Risalente al 1050 circa.

Localizzazione: GERMANIA - COLONIA
Periodo artistico: 1050 circa
Url: https://en.wikipedia.org/wiki/St._Maria_im_Kapitol
Data ultima verifica: 11/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

USA – NEW YORK. The Morgan Library & Museum , manoscritto miniato raffigurante l’Ultima Cena, 1050

Lezionario evangelico, inventario MS G.44, fol. 80 con miniatura di Ultima Cena.

Manoscritto realizzato a metà del secolo XI nell’abbazia di San Pietro a Salisburgo.
Un pretzel si trova sul lato destro del tavolo e una metà a sinistra, mentre Cristo dà l’altra metà a Giuda.
Dono dal Trustees of the William S. Glazier Collection, 1984

Immagine e informazioni da
https://www.themorgan.org/blog/pretzels-last-supper

Localizzazione: NEW YORK (USA). The Morgan Library & Museum - 225 Madison Avenue
Periodo artistico: 1050
Data ultima verifica: 11/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – MONACO DI BAVIERA. Bayerische Staatsbibliothek, Manoscritto miniato raffigurante l’Ultima Cena.

a. 1007 o 1012
Giuda è qui raffigurato, come in molte delle rappresentazioni, nell’atto di avvicinarsi a uno dei piatti in tavola.
Nel vangelo di Matteo (26:25) Cristo identifica infatti il suo traditore come “colui che ha intinto con me la mano nel piatto”.

Localizzazione: MONACO DI BAVIERA (D). Bayerische Staatsbibliothek
Data ultima verifica: 11/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SPAGNA – MADRID. L’Escorial, Manoscritto miniato raffigurante l’Ultima Cena.

c. 1043-46

L’immagine di san Giovanni assopito sulla spalla o sul grembo di Cristo, ricorrente nelle rappresentazioni dell’Ultima Cena, richiama un passo di Giovanni (15:23): “ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù”.

Codex Aureus Escurialensis o Codex Aureus of Henry III (Echternach, Lussemburgo) Conservato nella Reale Biblioteca del Monastero (San Lorenzo de El Escorial). Vet. 17.

Localizzazione: MADRID (E), l'Escorial
Data ultima verifica: 11/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CONFEDERAZIONE ELVATICA – SAN GALLO. Abbazia, Manoscritto miniato

c. 1000

Localizzazione: SAN GALLO (CH), Abbazia
Periodo artistico: XI sec.
Data ultima verifica: 08/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GRAN BRETAGNA – LONDRA. British Museum, Rilievo in avorio.

C. a. 900

Localizzazione: LONDRA (Gb). British Museum
Data ultima verifica: 08/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GRAN BRETAGNA – CAMBRIDGE. Corpus Christi College, Manoscritto miniato.

Questa è la prima raffigurazione nota (c. 600) dell’Ultima Cena in cui compare il calice del vino per l’eucarestia, elemento centrale della scena, è posto proprio di fronte a Cristo.

Vedi: https://www.corpus.cam.ac.uk/about-corpus/parker-library/collections/catalogues-manuscripts

Localizzazione: CAMBRIDGE (GB). Corpus Christi College
Periodo artistico: circa 600
Data ultima verifica: 08/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ARBORIO (VC). Chiesa di San Sebastiano, con immagine dell’Ultima Cena.

L’edificio fu edificato verso la metà del’400 in stile romanico ed affrescato da diversi artisti. Alla costruzione originale, nel ‘700 venne aggiunto un portico a tre archi, ora inglobato all’interno della facciata ed è visibile quando si entra e divide in due la navata della chiesa.
La costruzione fu elevata di circa un metro e fu costruita la volta a botte verso la fine dell’800; fu anche fatto il pavimento e furono ricostruiti gli archetti esterni simili agli originali. Ulteriori riparazioni la resero quale oggi si vede.
L’edificio attuale ha una facciata semplice e senza particolarità, una absidiola sul lato sud, probabilmente anteriore al resto della costruzione e l’abside a est, in ciottoli di fiume e lesene in mattone con una finestrella strombata e cieca (un’altra era stata interamente murata) e un motivo ad archetti di mattoni disposti a gradino.
La chiesetta è composta da un’aula a soffitto a botte ribassato, dipinto con un cielo azzurro stellato. L’andamento a triangolo dei dipinti sul fronte dell’abside principale pare seguire una precedente copertura a capanna del tetto.
Gli affreschi absidali, piuttosto rovinati dall’umidità, raffigurano il Cristo Pantocràtore racchiuso nella mandorla con a fianco i simboli degli Evangelisti, opera di un ignoto pittore. Nella fascia inferiore sono raffigurati gli apostoli con al centro s. Sebastiano.
Nell’absidiola a sud è raffigurata nel catino una Crocifissione, nel cilindro una bella Madonna in trono con Bambino e, attribuiti anch’essi alla stessa bottega, vari santi e sante, tra cui sant’Antonio Abate, l’immagine più bella fra le tre che conserva la chiesa. Un uomo inginocchiato davanti al Bambino benedicente si suppone sia il committente dell’opera e forse dell’intero ciclo di affreschi. Sopra il catino absidale, sulla fascia frontale a sinistra, la figura del cavaliere sant’Uberto che, in ginocchio, prega la croce posta fra le corna del cervo.
Il più interessante ciclo di affreschi del XV secolo raffigura episodi della passione e la resurrezione di Cristo e si sviluppa per grandi quadri su tre pareti formando una lunga fascia sovrastata da un fregio intercalato da 12 medaglioni raffiguranti personaggi biblici, profeti e patriarchi.
Queste opere non sono omogenee poiché si notano diversità di esecuzione dovute a tempi e autori diversi.
La bottega del maestro, che probabilmente aveva eseguito gli affreschi absidali, eseguì la prima parte del ciclo, completata in seguito da quella del novarese Tommaso Cagnola, una delle più autorevoli e note nel territorio durante il periodo a cavallo del XV e XVI secolo.
I primi quadri della parete destra e i 7 medaglioni sovrastanti sono del primo pittore; la seconda bottega continuò il ciclo interrompendo il fregio in alto al quadro prima della crocifissione. Pare che Tommaso Cagnola abbia lavorato personalmente solo nei riquadri inferiori della parete destra con soggetti diversi; santi e sante.
Partendo dall’absidiola si vedono nell’ordine: ingresso a Gerusalemme; Ultima Cena; lavanda dei piedi; preghiera nel Getsèmani; arresto di Gesù; processo a Gesù; flagellazione; incoronazione di spine; Gesù davanti a Caifa; Gesù condannato da Pilato che si lava le mani; salita al Calvario; Crocifissione; Deposizione; Pietà; Risurrezione: incontro con la Maddalena; Cena di Emmaus; apparizione di Gesù a Tommaso che tocca il suo costato; Ascensione.
Particolari curiosi si trovano nell’Ultima Cena dove si vede Giuda sul davanti della tavola, separato dagli altri Apostoli e con l’aureola scura; all’estrema destra si notano due visi contigui, che probabilmente derivano da una aggiunta successiva e che portano a tredici il numero degli Apostoli.
Nella Crocifissione, i due ladroni si distinguono per il particolare di una piccola anima che esce dalla bocca di uno e di un diavoletto da quella dell’altro.
La teoria dei Santi sulla parete destra in basso presenta le figure di: san Gottardo in un piccolo riquadro; san Bernardino da Siena; santa Chiara; san Rocco; san Sebastiano tra due carnefici; sant’Agata e un altro, più piccolo, san Gottardo eseguito da mano diversa da quella di T. Cagnola.
Sulla parete sinistra in basso un affresco raffigura il martirio di san Bartolomeo eseguito in epoca posteriore, forse XVI secolo, molto rovinato nella parte centrale e inferiore.
Anche i frontoni delle due absidi sono tutte decorate con scene usuali in quel periodo: un’Annunciazione, una colomba, una raffigurazione di Dio Padre e vari Santi nonché cornici e decorazioni.
Una attenzione particolare meritano i molti graffiti che, soprattutto nell’abside, dal Cinquecento all’Ottocento, registrano i fatti salienti della vita della popolazione. Questi sono abbastanza comuni nelle chiese rurali, ma qui ve n’è una grande quantità: centocinquanta voci ancora leggibili. Essi si riferiscono soprattutto a eventi come carestie, alluvioni, morie di animali, epidemie e fatti di guerra. Si notano molte iscrizione sulla parte inferiore delle figure di sant’Antonio Abate e di san Sebastiano: il primo proteggeva gli animali, il secondo salvaguardava dalle pestilenze (vedi studio allegato).

Info:
La chiesetta si trova all’entrata del paese in direzione di Greggio e Vercelli.

Links:
http://www.comune.arborio.vc.it
https://novartestoria.wordpress.com/tag/arborio/
http://archeocarta.org/arborio-vc-chiesa-di-san-sebastiano/

Bibliografia:
– PLESCH V., Come capire i graffiti di Arborio?, in: “Lexia. Rivista di semiotica”, 17–18, pag. 127–147 (novembre 2014), vedi allegato: Come_capire_i_graffiti_di_Arborio
– GABASIO G., Tommaso Cagnola e gli affreschi di Albano Vercellese, Tesi di laurea, Torino, Universita degli studi, 2007 (rel. Elena Brezzi Rossetti)

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dai siti sopra indicati.

Data compilazione scheda: 1 giugno 2020

Nome del rilevatore: Angela Crosta

 

Localizzazione: ARBORIO (VC). Chiesa di San Sebastiano
Periodo artistico: XV - XVI secolo

ROMA. Chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella, con Ultima Cena

Quando – nel corso del IX secolo – il Tempio di Cerere e Faustina venne trasformato in chiesa dedicata a Sant’Urbano, tutte le quattro pareti dell’aula vennero coperte di pitture in cui si distinguevano due grandi registri. Quello inferiore, di cui si conservano oggi solo frammenti, era coperto probabilmente da una serie di santi dipinti frontalmente, secondo l’uso bizantino, oggi quasi del tutto scomparsi; invece quello superiore presenta tuttora trentaquattro pannelli così suddivisi: venti con scene del Nuovo Testamento, quattro ispirati al martirio di San Lorenzo e di altri martiri, dieci rappresentanti la storia dei Santi Urbano e Cecilia.
Secondo Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, VI, 23), dopo la morte di papa Callisto I Urbano fu eletto vescovo di Roma e fu a capo della Chiesa per otto anni. Il documento noto come Catalogo Liberiano posiziona l’inizio del suo pontificato nell’anno 223 e la sua fine nell’anno 230 durante il regno di Alessandro Severo (222-235).
Gli Atti di Santa Cecilia, che furono però redatti soltanto nel VI secolo, attribuiscono a Sant’Urbano la conversione ed il battesimo di Valeriano e Tiburzio, rispettivamente marito e cognato di Cecilia. Sant’Urbano si sarebbe quindi occupato anche della sepoltura della santa martire nelle catacombe di San Callisto di proprietà della famiglia di Cecilia. Dopo di che il santo avrebbe a sua volta ricevuto il martirio.
Tutti questi episodi figurano nel ciclo di affreschi dedicato alla storia dei due Santi nel programma iconografico della chiesa di Sant’Urbano. Diverse incongruenze si oppongono però all’identificazione del Sant’Urbano degli Atti con la figura di papa Urbano I. Innanzitutto sotto Alessandro Severo non vi fu alcuna persecuzione dei cristiani, fu infatti un imperatore estremamente tollerante nei confronti di qualunque tipo di culto. Gli Atti parlano inoltre di una grande persecuzione durante il regno di due imperatori (invictissimi principes domini nostri) mentre Alessandro Severo regnò sempre da solo. E’ quindi molto più probabile che il martirio di Santa Cecilia e dei suoi congiunti sia avvenuto nel periodo in cui Marco Aurelio e Commodo regnarono insieme (177-180) durante il quale si verificarono numerose condanne a morte di cristiani.
Sia nella passio della Santa, sia nel programma iconografico della chiesa dove Sant’Urbano è raffigurato in abiti pontificali, la figura del papa sembra quindi sovrapporsi a quella di un omonimo vescovo martire indicato negli Atti come episcopum et confessorem.
Nel 1634 il cardinale Francesco Barberini ordinò il restauro della chiesa entrata a far parte delle proprietà di famiglia. In questa occasione molti degli affreschi furono ampiamente rimaneggiati e ritoccati. Gli originali ci sono comunque noti grazie alla serie di acquarelli commissionata dal cardinale ed oggi conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
Possono essere considerati per buona parte autentici l’affresco della cripta, l’Annuncio ai pastori, il Sonno di Giuseppe, la Lavanda dei piedi, l’Ultima cena, il Martirio di San Lorenzo e le tre Scene di martirio di altri santi. Conservano il vecchio schema (nonostante i restauri secenteschi) l’Annunciazione, la Natività, l’Entrata a Gerusalemme, la Resurrezione di Lazzaro, la Conversione di Valeriano, la Conversione di Tiburzio, mentre i restanti sono stati rifatti.
Decorazione parietale della controfacciata
La grande scena della Crocifissione è rappresentata al centro della controfacciata sopra la porta d’entrata, secondo l’uso delle chiese bizantine che trova qui che rappresentano i farisei e gli anziani ebrei.
Nel registro inferiore dello stesso pannello. Sull’estrema destra è raffigurata la cattura di Gesù che, baciato da Giuda, è circondato da numerosi soldati. In primo piano (in basso) è rappresentato il taglio dell’orecchio del servitore Malco da parte di Pietro, anche se l’apostolo è privo di nimbo.
Nel pannello a sinistra della Crocifissione si trovano: Deposizione di Gesù – Le Marie al sepolcro. Nella fascia superiore, nella scena di destra (molto rovinata) Gesù è avvolto nel sudario ed è portato da Giuseppe di Arimatea e da Nicodemo.
Nella scena di sinistra le Marie al sepolcro qui raffigurate sono due: Maria Maddalena e
Maria di Cleofa (Vangelo di Matteo, XXVIII, 1).
Nella fascia inferiore, a destra dal paesaggio roccioso, emergono le fiamme del limbo in cui bruciano gli uomini che tendono le mani verso Gesù.
Decorazione della parete sinistra – La Crocifissione
La croce di Gesù ha dimensioni maggiori rispetto alle altre: i suoi margini e il suppedaneo sono ornati nel modo che si usava a Roma dal secolo VIII e che si può vedere ancora a S. Giovanni a Porta Latina (fine secolo XII). I piedi di Gesù, appoggiati al suppedaneo, hanno due chiodi, secondo l’iconografia della crocifissione seguita fino al secolo XII-XIII (dal XIV secolo i piedi saranno sovrapposti e fissati con un solo chiodo).
Gesù davanti a Pilato – Flagellazione. Le due scene sono rappresentate nel registro superiore del pannello a destra della Crocifissione.
Ingresso a Gerusalemme – Resurrezione di Lazzaro. Registro superiore della parete sinistra. Nel riquadro di sinistra Gesù, con barba piccola e capelli lunghi a cavallo del somarello è seguito da Giovanni e da Pietro a cui fu aggiunta la tonsura dal pittore che ha eseguito i ritocchi nel XVII secolo.
Nel riquadro di destra Gesù con nimbo crucifero e imberbe (come sempre nelle scene dei miracoli), tunica e pallio, un rotolo nella mano sinistra, con Pietro e Tommaso alle spalle, si rivolge con la destra a Lazzaro che, nella tomba aperta, è avvolto nel sudario.
Lavanda dei piedi – Ultima cena. Nel registro inferiore. Nel riquadro a sinistra all’aperto, con i dodici apostoli ammassati, uno si scioglie i sandali (che qui mancano) e Pietro parla a Gesù mentre questi, chino sul vaso, asciuga il piede con la propria veste.
Nel riquadro di destra, raffigurante l’Ultima Cena, i Dodici sono seduti attorno alla tavola lunga. Si riconoscono alcuni apostoli, tra cui San Giovanni chino verso il Signore, in un gesto che appare qui per la prima volta. Nel XVII secolo sono state aggiunte le tonsure. Giuda, raffigurato in proporzioni nettamente ridotte e senza nimbo, è dipinto in primo piano seduto al piede della tavola (una barba appuntita è aggiunta nella copia Barberini).

Seguono quattro scene di martirio di cui solo la prima è stata identificata con certezza:
Martirio di San Lorenzo. Sullo sfondo, un muro in rovina separa la scena in due piani. L’imperatore è nel costume caratteristico (sandali bizantini, dalmatica, corona d’oro) e volge il suo gesto al martire che, nudo e con l’aureola, è steso sulla graticola da cui fuoriescono le fiamme.
Il ciclo dedicato a Santa Cecilia inizia quindi con un pannello in cui sono condensate tre scene: a sinistra è rappresentato il colloquio di Cecilia (nella consueta rappresentazione con nimbo e ricca dalmatica adorna di pietre preziose) e Valeriano (senza nimbo e con vesti di ricco romano).
Al centro del quadro, Valeriano incontra sulla via Appia Sant’Urbano che lo converte. A destra infine la scena del battesimo: Valeriano, nudo e seduto a terra, è battezzato da Urbano, in abiti pontificali, barba, tonsura, come comparirà in altre scene.
Nei due riquadri sottostanti: a sinistra Cecilia e Valeriano (i cui nomi sono inscritti nelle aureole) istruiscono Tiburzio, fratello di Valeriano; a destra, nel consueto paesaggio, il battesimo di Tiburzio, simile a quello di Valeriano, a cui assistono due diaconi.
Decorazione della parete di fondo. Nel pannello al centro della parete è raffigurato: Gesù benedicente.
Nel riquadro a sinistra di Gesù benedicente: Nella fascia superiore è rappresentato il giudizio di Sant’ Urbano: a destra su un trono a baldacchino il prefetto Almachio è circondato da soldati. Urbano, in abiti sacerdotali, professa la propria fede mentre dietro a lui numerosi chierici con le mani legate sono condotti dai soldati.
Nel registro inferiore era rappresentata la flagellazione di sant’Urbano ma la scena è oggi quasi completamente scomparsa ancorché ampiamente ritoccata nel XVII secolo.
Nel riquadro a destra di Gesù benedicente: Nella fascia superiore si condensano tre episodi diversi: a sinistra Sant’Urbano in carcere battezza il suo carceriere Anolino, al centro Anolino viene decapitato e sulla destra Sant’Urbano è condotto con il suo clero a fare sacrifici al tempio di Giove che crolla grazie alle preghiere del santo causando la morte dei sacerdoti del tempio.
Nella fascia inferiore è rappresentato il martirio di Sant’Urbano e del suo clero. L’iscrizione, quasi illeggibile, riporta S. Urbanus cum suo clero ductus ante Templum Dianae ibidimque decollatus est. A sinistra il tempio di Diana, davanti al quale avviene la decollazione del Santo, in ginocchio, che ha attorno i corpi decapitati di alcuni suoi compagni mentre altri attendono la stessa sorte. A destra la sepoltura sotto un’edicola a forma di pozzo.
Partendo dal fondo si osservano: Cecilia davanti ad AlmachioCecilia distribuisce gli averi di Valeriano e Tiburzio. A sinistra del pannello, nel registro superiore, davanti al prefetto Almachio (a destra) con costume di dignitario, sul trono con baldacchino e affiancato a destra da un uomo (il cui copricapo è stato trasformato in berretto moderno), sta in piedi la santa, rappresentata con il costume di martire (capelli sciolti e lunga camicia stretta alla cintola), che professa la sua fede, mentre dietro di lei la folla assiste all’interrogatorio.
Nel riquadro di destra Cecilia avanza da sinistra e distribuisce denari alla folla.
Morte di Cecilia – Sepoltura di Cecilia. Queste due scene erano rappresentate nel registro inferiore ma sono oggi quasi completamente scomparse.
Con i pannello successivo si apre il ciclo cristologico:
Annunciazione. Maria ha un atteggiamento dinamico, il suo corpo è leggermente curvo a destra, il gesto della mano destra e della figura mostrano timidezza. L’indice della mano sinistra steso verso il ventre rappresenta il segno caratteristico dell’Annunciazione già dal VI secolo. L’angelo è il tipo solito, inalterato nei secoli: la verga sulla spalla sinistra, il segno dell’annunciazione con la destra, il ginocchio piegato, arrestato in corsa. Sul lato opposto, sull’uscio della casa, inquadrato da due colonne ioniche, appare l’ancella di Maria: questa della Caffarella è la più antica rappresentazione romana di questo personaggio; ricomparirà poi soltanto nel XII secolo nel ciclo di affreschi di San Giovanni a Porta Latina.
Natività. Nel registro inferiore dello stesso pannello. In un paesaggio campestre, Maria sta accanto al presepio (il cui ornamento con palmeti è frequente nelle pitture del X e XI secolo), seduta nel caratteristico giaciglio bizantino, il materasso senza letto.
Annuncio ai pastori. Si tratta di una scena in campo aperto piuttosto animata: i pastori mostrano la propria sorpresa per l’apparizione dell’angelo durante il loro divertimento; quello che suona il liuto continua a danzare mentre gli altri sono in grande emozione e l’angelo è colto nell’atto di prendere la parola.
Il viaggio dei Magi. Nel campo fiorito, con colline all’orizzonte, i Magi giungono Betlemme (se ne scorgono a destra la porta e le mura). Indossano i soliti abiti orientali: tunica corta alla vita e pantaloni stretti ai piedi (uno solo, al centro, ha calze fino al ginocchio), pantofole e infine i berretti frigi, che fino a tutto il secolo X costituiranno un carattere distintivo dei Magi, che invece, dal secolo XII in poi, porteranno sempre una corona regale.
Adorazione dei Magi. In un paesaggio collinoso, Maria è in trono con Gesù su un ginocchio. I tre Magi vengono da sinistra e presentano i loro doni: Melchiorre a capo scoperto e in ginocchio, Gasparre e Baldassarre, imberbi e giovani, in piedi.
Lungo il registro inferiore si susseguono invece:
Il sogno di Giuseppe. Giuseppe, mentre dorme, è visitato dall’angelo che lo esorta a partire per l’Egitto. Giuseppe non è steso sulla nuda terra – come nelle raffigurazioni più antiche – ma su un materasso. Sulla sinistra si apre il vestibolo della casa di Giuseppe in una architettura reale, piuttosto insolita nelle rappresentazioni bizantine.
Fuga in Egitto. Un giovane tira l’asino per il capestro seguito da Giuseppe.
Strage degli innocenti. Quasi del tutto scomparsa.
Nella piccola cripta, sotto l’altare della chiesa, si trova una rappresentazione della Madonna con il Bambino fra i SS. Urbano e Giovanni. Maria, in posizione frontale, è disegnata ingenuamente con un atteggiamento inespressivo, tipico della pittura bizantina del IX secolo. A destra e sinistra, rivolti leggermente verso il centro, San Giovanni e Sant’Urbano. Il primo, nel solito vestito degli apostoli (pallium e tunica), ha nella mano sinistra il Vangelo adorno di pietre preziose, mentre con la destra benedice; è una figura giovanile, imberbe, rotonda. Sant’Urbano è invece vestito di abiti sacerdotali e offre al Bambino un libro santo, ugualmente adorno di gemme; è rappresentato vecchio, con la barba piccola, bianca e la tonsura ecclesiastica. Il Redentore è rappresentato scalzo, in tunica con maniche, benedicente, con nimbo crucisignato. L’affresco può essere datato al X secolo per la rigida frontalità, l’assenza di ombre di rilievo, il disegno degli occhi con le palpebre a mandorla molto aperte e la verticalità simmetrica delle figure.

 

Link:
http://www.gliscritti.it/gallery3/index.php/album_015/sant-urbano-caffarella-016

Localizzazione: ROMA. Chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella - quartiere Ardeatino, Via Appia Pignatelli, all'interno del parco della Caffarella,
Periodo artistico: Inizi XI secolo (1011)
Data ultima verifica: 31/05/2020
Rilevatore: AC

MASSINO VISCONTI (No). Chiesa della Madonna di Loreto, con Ultima Cena.

Questa piccola chiesa, posta nel rione di Cadelloro all’estremità Nord dell’abitato alla fine di via Viotti, fu edificata nel XV secolo.
Ultima a comparire sullo scenario delle chiese massinesi, non per questo è meno artisticamente pregevole degli altri edifici religiosi.
Nell’abside quadrata si possono ammirare pregevoli pitture che i Visconti fecero realizzare nel Cinquecento da diverse scuole, tra cui quella che faceva capo a Sperindio Cagnoli.
Oltre alla figura centrale del trasporto della casa di Nazareth tra s. Sebastiano e s. Rocco, sono rappresentate le scene dell’Annunciazione, della Natività, della Deposizione, della Crocifissione e dell’Ultima Cena.
Nel corso del Cinquecento l’edificio fu ampliato, dotato della sacrestia e di una cappella dedicata a san Rocco con affreschi datati 1599; al Seicento risalgono la cappella di San Carlo ed il campanile.

 

Info:
Tel. 0322.219117 (Casa Parrocchiale)
Sempre visitabile

Bibliografia:
Lago Maggiore-Vergante: Storia, Paesaggio, Itinerari (di Vittorio Grassi e Carlo Manni/Alberti Libraio-Editore Verbania)
Percorsi Storia e Documenti Artistici del Novarese n. 22 antichi centri fra lago e provincia (Pr.di Novara Ediz.1998)

Localizzazione: MASSIMO VISCONTI (No). Chiesa della Madonna di Loreto
Periodo artistico: XVI secolo
Data ultima verifica: 23/05/2020
Rilevatore: AC

NOVARA. Duomo, Ultima Cena, 1414 circa

Tavola rappresentante una Ultima Cena si trova nel Duomo di Novara, dopo aver subito vari spostamenti.
E’ stata realizzata verosimilmente a partire dal 1514 e deve essere considerata – come ha argomentato Giovanni Romano – frutto di collaborazione tra i pittori Sperindio Cagnola, novarese, e Gaudenzio Ferrari, proveniente dalla Valsesia.

La tavola, di 240 x 150 cm,  ha una semplice cornice mistilinea. Intorno ad un tavolo circolare sono le figure degli Apostoli colte nell’attimo di un’animata conversazione: leggermente sulla destra rispetto al centro, è il gruppo di Cristo e di S. Giovanni che ha piegato il suo capo sul petto del Maestro. Alle spalle due servi nell’atto di servire. La scena è inquadrata entro l’atrio incolonnato di un palazzo che, sulla destra, si chiude in un locale più piccolo, inquadrato da colonne, davanti al quale è posta una colonna con putti su un basamento a foglie d’acanto.
Sullo sfondo è un’apertura, sul cui limitare è una figurina in atto di osservare la scena della Cena, dominata da una visione paesaggistica. I colori sono particolarmente accesi e predominano il rosso, il verdone, il giallo e l’azzurro.

 

Link e parte del testo:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0100026678

Localizzazione: NOVARA Duomo
Autore: bottega di Gaudenzio Ferrari
Periodo artistico: dal 1514
Data ultima verifica: 23/03/2020
Rilevatore: AC

TIRANO (So). Chiesa parrocchiale di San Martino. L’ultima cena e la crocifissione opere di Luigi Morgari.

…L’impegno di don Ambrosini, nativo di Tirano nel 1878, nel 1922 aveva dato inizio ad una nuova sottoscrizione per la raccolta dei fondi necessari, tra quell’anno e sino al 1929, tra offerte, lasciti e ricavo della vendita di cartelle azionarie donate alla parrocchia, si era raccolta la somma di lire 67.370.
Nel frattempo veniva contattato l’artista torinese Luigi Morgari (1857-1935), figlio del pittore Paolo Emilio e della pittrice Clementina Lomazzi…
…la mia rubrica sull’arte tiranese si vuole concentrare sul dipinto dell’Ultima Cena, sulla parte destra del presbiterio e sulla scena della cricifissione posta nell’abside.
Appena sovrastante l’opera raffigurante l’Ultima Cena si nota un cartiglio con la scritta latina che recita, IN QUA NOCTE TRADEBATUR, si tratta di un versetto del Vangelo di Luca riferita a Giuda detto Iscariota.
Osservando il dipinto non sfugge una certa atmosfera di tensione, pare che i dodici, dopo i gesti e le parole di Gesù, inizino a percepire l’imminente dramma, regna nei loro volti e nelle loro movenze la preoccupazione e lo sconforto.
E’ emblematica la figura di Pietro che in piedi guarda Gesù e quella di Giovanni che appoggia il capo sulla spalla del Salvatore.
“La mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola”, “ Qualcuno di voi mi tradirà”!
E qui in questo contesto il Morgari raffigura Giuda Iscariota che sentendosi colpevole, distoglie lo sguardo dall’assemblea e trattiene con una mano il sacchetto con il gruzzolo contenete i denari frutto del tradimento.
Osservando nuovamente Pietro è forse immaginabile persin percepire le sue parole: “Signore, con te io sono pronto ad andare in prigione e alla morte”! Ma ben sappiamo la risposta di Gesù: “Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi”.
Ben degna di reale drammaticità, è anche l’intera scena della crocifissione dipinta sull’abside CONSUMATUM EST. Tutto è compiuto, “Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno”.
Oltre al resto del contesto, l’efficacia narrativa e la straordinaria abilità pittorica, si coglie proprio ai piedi della croce. Sullo sfondo i due ladroni, mentre al cospetto del corpo di Gesù notiamo le pie donne: la Madre di Gesù Maria, affranta dal dolore e confortata da Maria di Cleofa assieme a due uomini Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. La Maddalena accasciata al suolo abbraccia i piedi della croce, mentre Giovanni volge un ultimo sguardo a quel corpo martoriato di Gesù morente in croce.

Autore: Ivan Bormolini

Fonte: www.intornotirano.it, 19 apr 2019

Localizzazione: TIRANO (So). Chiesa parrocchiale di San Martino
Autore: Luigi Morgari
Periodo artistico: anni Trenta del Novecento
Data ultima verifica: 17/05/2020
Rilevatore: AC

COLLOCAZIONE IGNOTA – Collezione privata, Ultima Cena e Lavanda dei piedi di Altichiero

Dipinto su tavola di  27 x 27 cm, di Altichiero (attivo 1369 – ante 1393) e/o della sua cerchia, facente parte di un polittico smembrato con Storie della Passione.

In collezione privata.

Bibliografia:
– Zeri F., De Marchi A.G., Dipinti. La Spezia Museo Civico Amedeo Lia, 1997, 28

Link:
https://www.treccani.it/enciclopedia/altichiero_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/

Data ultima verifica: 17/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

GENOVA. Museo di Sant’Agostino, affresco con Ultima Cena di C. Braccesco, inizi XVI secolo.

Affresco strappato e disposto su tavole di legno, 593 x 325 cm.
Sezione di pittura, sala grandi formati. Numero inventario MSA 65

Il milanese Carlo Braccesco (Milano, ? – ?, post 1501) realizza nel  complesso conventuale di Santa Maria della Pace, distrutto nel 1905, questa Ultima Cena che importa in Genova le novità strepitose del Cenacolo leonardesco, terminato nel 1497.
Questo affresco, quindi, rappresenta uno dei primi riflessi di quell’opera fuori Milano, trattata, però, non con mero intento riproduttivo, ma con lo stile e l’altissima qualità di pittura dell’artista milanese, una figura di primissimo piano emersa all’attenzione degli studiosi solo nel corso del Novecento.

Localizzazione: GENOVA. Museo di Sant'Agostino - Palazzo Tursi, Via Garibaldi 9
Autore: Carlo Braccesco
Periodo artistico: XVI secolo
Url: http://www.museidigenova.it/it/content/affresco-con-ultima-cena-inizi-secolo-xvi
Data ultima verifica: 15/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

LEVANTO (Sp). Chiesa di Sant’Andrea, Ultima Cena di Pietro Rosa.

Opera del pittore spezzino Pietro Rosa (1923-1995) un’Ultima Cena, che Rosa eseguì per la chiesa parrocchiale e che, con i colori intensi e le forme squadrate memori dei muralisti messicani, conferiscono carattere all’aula, altrimenti anonima.
Questa tela, attualmente, è stata rimossa dalla sua sede e attende di essere ricollocata.
E’ auspicabile che questo avvenga al più presto e che questa riabilitazione possa essere l’occasione per la riscoperta di una personalità oggi un po’ negletta, nonostante l’apertura, alcuni anni or sono, di una piccola raccolta ad essa dedicata presso il castello di Calice al Cornoviglio.

Localizzazione: LEVANTO (SP). Chiesa di Sant'Andrea
Autore: Pietro Rosa
Periodo artistico: XX secolo
Data ultima verifica: 15/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SAVONA. Seminario Vescovile, Ultima Cena del Giampietrino.

Un capolavoro a lungo dimenticato e conosciuto solamente da un ristretto gruppo di persone, per lo più gente consacrata a Dio, conservato presso il Seminario diocesano a Monturbano.
Si tratta dell‘Ultima Cena, grandioso (6 metri per 4) affresco poi riportato su tavola, che orna l’ingresso del refettorio dell’istituzione ecclesiale. E’ stata dipinta da Giovan Pietro Rizzoli, lombardo, detto il Giampietrino, attivo sicuramente nel capoluogo lombardo tra il 1508 ed il 1549, ma forse anche prima in quanto su di lui vi è la quasi assoluta certezza che si trattasse di uno dei discepoli preferiti dal sommo genio toscano emigrato alla corte sforzesca.
Molto probabilmente in qualità di garzone di bottega del pittore di Vinci, il Giampietrino collaborò all’opera per cui Leonardo e Milano sono universalmente conosciuti: l’Ultima cena conservata in Santa Maria delle Grazie.
Questo capolavoro fu dipinto tra il 1494 ed il 1497 e, nella disposizione delle figure, si ispira alla narrazione della “coena Domini” contenuta nel Vangelo secondo Giovanni.
Il Giampietrino dovette rimanere molto impressionato da questa pittura, tanto da riprodurla per ben due volte: la prima riproduzione, conservata sino al 1626 presso la Certosa di Pavia, ma
probabilmente richiesta da un ricco committente della provincia lombarda, ora si trova conservata presso la National Gallery di Londra, la seconda è per l’appunto quella di Savona. Quasi sicuramente fu dipinta su commissione di una ricca famiglia cittadina prima del 1528, anno della guerra perduta con Genova e dell’inizio del declino economico-culturale cittadino, che, specularmente a quanto fatto dalla ricca committenza pavese, volle che fosse riprodotto il
capolavoro leonardesco.
Doveva trovarsi presso uno dei luoghi religiosi abbattuti dai genovesi per far posto all’arcigna fortezza del Priamar.
Fortunatamente fu salvata attraverso la sua trasposizione su tela e, dopo varie peripezie, adesso si trova al Seminario Vescovile. Si auspica in futuro che possa essere resa fruibile anche alla gran massa dei savonesi e, perchè no, dei turisti che in numero sempre crescente frequentano la città e visitano i suoi monumenti, testimonianza di una particolare floridezza di Savona nel tardo medioevo ed in epoca rinascimentale, anche grazie alla presenza della famiglia Della Rovere che diede alla Chiesa ben due Papi.

Localizzazione: SAVONA. Seminario vescovile
Autore: Giovan Pietro Rizzoli detto il Giampietrino
Periodo artistico: prima metà XVI secolo
Data ultima verifica: 15/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CHIAVARI (Ge). Santuario di Nostra Signora delle Grazie, Ultima Cena.

Dipinto murale ad affresco di cm. 240 di altezza, raffigurante l’Ultima Cena, riquadrato da cornice a finta architettura.
Opera del pittore  Teramo Piaggio (Zoagli, 1485 – 1554),  dipinto nel 1539.

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0700026908-19

https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Nostra_Signora_delle_Grazie_(Chiavari)

https://it.wikipedia.org/wiki/Teramo_Piaggio

Localizzazione: CHIAVARI (GE). Santuario di Nostra Signora delle Grazie
Autore: Piaggio Teramo
Periodo artistico: 1539
Data ultima verifica: 15/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

IMPERIA, Porto Maurizio. Oratorio della Confraternita di San Pietro Apostolo, Ultima Cena.

La confraternita di S. Pietro (salita San Pietro), o Unione dei Disciplinanti sotto gli auspici di S. Pietro Apostolo, sorse ufficialmente il 6 settembre 1595 in seguito all’aggregarsi dei sodalizi dell’Annunziata, di S. Caterina d’Alessandria e della SS. Trinità dei Pellegrini.
Prima dell’acquisizione da parte dei Disciplinanti l’oratorio fu di proprietà della famiglia De Verdonis e successivamente dei Barla, che lo affidarono all’Unione in stato di degrado. Nel 1603 vennero avviati i lavori di ristrutturazione e nel 1752 s’inclusero i resti delle antiche fortificazioni, trasformando in campanile una torre della cinta muraria. Tra il 1789 e il 1791 venne realizzata la facciata su disegno dal milanese Giovanni Bossetti, cui si aggiunsero nel 1802 i medaglioni dei Santi Maurizio e Leonardo da Porto Maurizio di Maurizio Carrega.
Il complesso è decorato all’interno da dipinti murali che una tradizione citata in molti testi, ma di recente messa in dubbio dalla critica, dava per realizzati a partire dal 1789 da Francesco Carrega e dai figli Tommaso e Maurizio.
Al primo si ascriveva la vasta Gloria di San Pietro nella volta, mentre ai figli si attribuivano gli episodi della vita del Santo titolare sui muri laterali, incorniciati da finti elementi architettonici e alternati alle effigi dei Padri della Chiesa.
La mano di Tommaso Carrega veniva riconosciuta nei soggetti della parete di sinistra, raffiguranti La Crocifissione di San Pietro, La punizione di Saffira e La Visione di San Pietro, mentre quella del fratello Maurizio era vista nella Caduta di Simon Mago di fronte ai SS. Pietro e Paolo nel presbiterio, realizzata sulla scia di una antica tradizione figurativa che affondava le radici in testi apocrifi quali Gli Atti di Pietro. Attualmente, come si legge nella scheda sottostante, si tende a riconoscerli come opera del solo Tommaso.
La più singolare di queste scene (benché già affrontata da famosi artisti come Masaccio nella cappella Brancacci di S. Maria del Carmine a Firenze e Nicolas Poussin in una tela del 1652 presente al Louvre) è la storia dei coniugi Anania e Saffira, colpevoli di aver trattenuto una parte della somma ricavata dalla vendita di un terreno e per questo fulminati in successione per intervento divino, secondo quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli.
Sulla parete di destra stanno La Prigionia di San Pietro, San Pietro guarisce gli infermi e San Pietro cammina sulle acque e La resurrezione della vedova Tabita. L’altare settecentesco in marmi policromi proviene dall’antica parrocchiale di S. Maurizio e si attiene agli schemi caratteristici del barocco genovese. In un secondo tempo venne aggiunto il tabernacolo con la scultura della Pietà.
Lungo le pareti laterali sono allestiti i banchi in noce intagliato; ai lati della porta maggiore si trovano i due scanni principali, riservati al Priore e al vice Priore, il primo contrassegnato da una tiara pontificia e il secondo dall’insegna del Titolare con le chiavi incrociate.
A sinistra dell’altare è esposto il grande crocefisso processionale noto un tempo come “Cristo nero”, ma riportato alla policromia originaria in virtù di un recente restauro. Degno di nota è il grande “cartelame” con la Deposizione di Cristo alla presenza di Santa Maria Maddalena, Maria di Cleofa e San Giovanni Evangelista, realizzato dai Carrega intorno al 1780 e di recente ricostruito alla destra del presbiterio. Non è escluso che esso sia stato utilizzato a contorno del catafalco allestito domenica 31 agosto 1823 per la morte del pontefice Pio VII, di cui si legge in una nota dei Notai Gazo. Nell’Archivio di Stato di Imperia si conserva inoltre il carteggio relativo alla concessione di un mutuo di 2434 lire, deliberata il 12 giugno 1889 per la riparare i danni provocati dal terremoto del 23 febbraio 1887.
Conservata nella sacrestia dell’oratorio, la raffigurazione del Cenacolo, già attribuita a Francesco Bruno, presenta connotati stilistici di primo Seicento e va messa in rapporto piuttosto con l’attività di Giovanni Battista Casanova e dei Niggi, i quali realizzarono sulla fine del XVI secolo e in tutto il successivo opere che traducevano con finalità didattica i messaggi rigoristici
della Controriforma.
È pertanto ragionevole avanzare il nome di Bartolomeo Niggi (1579-1655), il quale potrebbe averlo realizzato non molto dopo l’istituzione della confraternita di San Pietro, avvenuta nel 1599.
Nell’affermare il significato comunitario dell’Eucarestia, il soggetto intendeva anche sottolineare agli aderenti il dovere di rispettare le regole e le usanze del sodalizio.

Localizzazione: IMPERIA, Porto Maurizio. Oratorio della Confraternita di San Pietro Apostolo
Autore: Bartolomeo Niggi (1579-1655)
Periodo artistico: 1599
Data ultima verifica: 15/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TRIORA (Im). Chiesa di San Bernardino, con Ultima Cena.

Nella Chiesa di San Bernardino sono visibili affreschi in parte attribuiti a Giovanni Canavesio (Pinerolo, prima del 1450 – 1500).
Vedi allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane Eluère, Pigna, l Ultima Cena

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Canavesio

Localizzazione: TRIORA (Im). Chiesa di San Bernardino
Autore: Giovanni Canavesio
Periodo artistico: XV secolo
Data ultima verifica: 14/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MENDATICA (Im). Chiesa di Santa Margherita, con Ultima Cena.

La Chiesa di Santa Margherita è stata eretta nel corso del XV secolo nella località denominata “delle Furche” (antico luogo di esecuzione delle condanne a morte), lungo la mulattiera per le cascate dell’Arroscia e lo scomparso Borghetto di Mendatica, presenta uno scolpito portale datato al 1512 dai maestri scalpellini di Cenova.
Al suo interno sono conservati pregiati affreschi del Cinquecento raffiguranti la vita e la passione di Gesù, ed eseguiti probabilmente dal pittore Pietro Guido da Ranzo; tali cicli pittorici sono stati restaurati di recente dall’Istituto delle Belle Arti di Genova.

Vedi allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane Eluère, Pigna, l Ultima Cena

Localizzazione: MENDATICA (Im). Chiesa di Santa Margherita
Autore: Pietro Guido da Ranzo
Periodo artistico: XVI secolo
Data ultima verifica: 14/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CERIANA (Im). Oratorio di Santa Marta, con Ultima Cena.

L’Oratorio di Santa Marta, in basso nel paese, è una costruzione semplice che risale al XV secolo.
La struttura architettonica rettangolare ad una sola navata è quella tipica dell’area delle Alpi Marittime.
È sede della Confraternita dei Verdi.
Al suo interno una tela del Seicento raffigurante una Ultima Cena. E’ collocata presso l’entrata della chiesa la grande “coena Domini”, opera anonima dei primi anni del Seicento; per tradizione, i volti degli apostoli sono quelli dei fondatori della chiesa.

Vedi allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane Eluère, Pigna, l Ultima Cena

Localizzazione: CERIANA (Im). Oratorio di Santa Marta,
Periodo artistico: XVII secolo
Data ultima verifica: 14/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

REZZO (IM). Santuario di Nostra Signora del Santo Sepolcro e di Maria Bambina, con Ultima Cena, 1515

 

Ultima Cena, affresco eseguito da Pietro Guido da Ranzo nel 1515.
Qui Giuda tende la mano verso il piatto, mentre Gesù con la mano destra sembra prendere un pezzo di pane.

Voluto dai capi famiglia della comunità medievale di Rezzo, riunitesi nel 1444, quale luogo di culto (inizialmente un convento) intitolato a Maria Bambina, l’edificio fu edificato nel corso del XV secolo da maestranze e artigiani del luogo o comunque della valle. Realizzato in circa cinquant’anni, ad ovest del paese e a circa due chilometri dal centro abitato, in stile romanico-gotico, fu solennemente consacrato e aperto al culto religioso nel 1492 dal vescovo Leonardo Marchesi della diocesi di Albenga e divenne ben presto uno dei monumenti architettonici religiosi più importanti della valle Arroscia.

L’interno del santuario si presenta a tre navate, divise da colonne con capitelli scolpiti, ed esternamente la facciata è caratterizzata da un rosone in pietra. I diversi cicli di affreschi sono opera di un anonimo pittore francese (probabilmente della zona delle Alpi Marittime) della fine del XV secolo e di Pietro Guido da Ranzo, questi ultimi databili al 1515, con raffigurazioni inerenti a scene di vita e passione di Gesù.
In una nicchia è presente una statua marmorea della Madonna con il Bambino del XVII secolo, opera dello scultore Filippo Parodi allievo del celebre Gian Lorenzo Bernini.

 

Vedi allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane Eluère, Pigna, l Ultima Cena

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Nostra_Signora_del_Santo_Sepolcro_e_di_Maria_Bambina

Localizzazione: REZZO (IM). Santuario di Nostra Signora del Santo Sepolcro e di Maria Bambina
Autore: Pietro Guido da Ranzo
Periodo artistico: 1515
Data ultima verifica: 14/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FRANCIA – BRIGA. Santuario di Notre-Dame des Fontaines, Ultima Cena di Giovanni Canavesio.

Nel santuario di Notre Dame des Fontaines a La Brigue, il pittore Giovanni Canavesio, autore della pala d’altare della parrocchiale di Verderio Superiore, ha narrato la Passione di Cristo dipingendo 25 scene sulle pareti laterali del santuario, disposte in due strisce sovrapposte.
Solo la scena della Morte, nella parete sinistra, occupa un spazio doppio (forse più che doppio) avendo avuto a disposizione sia il riquadro superiore che quello inferiore. A sinistra della Crocifissione, al di fuori della numerazione, è rappresentata l’impiccaggione di Giuda.
Il racconto ha inizio con l’immagine dell’entrata di Cristo a Gerusalemme, nel primo riquadro in alto a sinistra (vicino al coro) della parete di destra; la striscia termina con il dipinto n. 7, “Gesu davanti ad Anna”. Andati “accapo” , nel riquadro n. 8 Gesù si presenta a Caifa e al n. 14, a fine riga, Gesù è umiliato da Erode.
La parete sinistra é ordinata diversamente: le scene dal n. 15 a n. 20, tre sopra e tre sotto, sono vicine all’entrata del santuario; seguono il Giuda impiccato e la grande composizione della Morte di Gesù. Infine le ultime quattro scene, dalla n. 22 alla n. 25.

Tutte le immagini sono riportate in: http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.com/2012/08/la-passione-di-cristo-dipinta-da.html

Vedi allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane Eluère, Pigna, l Ultima Cena

Per approfondire gli affreschi del Santuario, vedi:
Notre Dame des Fontaines (sottotitolo: La Cappella Sistina delle Alpi Marittime), a cura di Mario Busatto, incontro visibile su:
https://www.youtube.com/watch?v=tQlKBG9Xq98

Localizzazione: FRANCIA La brigue
Periodo artistico: 1492
Data ultima verifica: 14/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

PIGNA (Im). Chiesa di San Bernardo, Ultima Cena di Giovanni Canavesio.

All’origine, la chiesa di San Bernardo, la cui costruzione comincia tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento forse sopra un edificio anteriore, occupava un’ubicazione strategica circondata da uliveti coltivati: sorge su una area distante una decina di minuti a piedi dal centro abitato di Pigna e verosimilmente qui si fermavano i viandanti per la sosta notturna.

Da subito la cappella è luogo di conforto spirituale e di rifugio nelle notti del Quattrocento dove ogni ingresso al centro abitato è pressoché impossibile nelle ore serali e notturne.
Questa chiesa è situata sulla vecchia via che collegava Sanremo, Baiardo, Pigna, Saorgio, Tenda. Era un’importante mezzo di comunicazione tra la costa ed il suo entroterra, la valle del Roja, la contea di Nizza, il basso Piemonte e le sue valli. Da qui passavano a dorso di mulo i prodotti provenienti dalla costa (sale, pesce salato, spezie) che insieme ai prodotti della mezza costa e della montagna (olio, vino, castagne) raggiungevano le valli del Cuneese e la pianura. Facevano ritorno verso la costa i prodotti caseari, latticini, grano ed altri importanti prodotti cerealicoli.
Questa via si estendeva, escluso il tratto Sanremo e Baiardo, sul territorio controllato dal Duca di Savoia di cui Pigna era l’estremo presidio a Sud.

L’interno accoglie una serie di affreschi di Giovanni Canavesio che nel tempo aveva subito un notevole degrado. Uno di questi rappresenta una Ultima Cena. Purtroppo il pannello non si è conservato nella sua integrità: è particolarmente lacunoso nella sua parte centrale.
Viene in seconda posizione nel ciclo, dopo l’Entrata in Gerusalemme e prima della Lavanda dei Piedi. Occupa il lunettone della prima campata della parete sud (circa 6 metri di larghezza), esattamente sopra il pannello del “bacio di Giuda” e di fronte alla grande Crocifissione della parete nord.
La didascalia alla base del pannello è anche lacunosa: Qualiter christus cenam… discipulis.
Gesù e gli apostoli sono riuniti in una spaziosa stanza delimitata ai fianchi da pareti di mattoni e nel fondo cinque arcate aperte su un cielo serale, legate da un tirante trasversale, dettaglio realistico tipico dell’architettura dell’epoca del Canavesio (come, ad esempio, sulla “Loggia” della Piazza Vecchia di Pigna).
La scena è disposta su un piano soprelevato come un palcoscenico ricoperto di piastrelle bianche e rosse, (un tipo di pavimento che si ritrova ad esempio in un pannello dell’affresco di Peillon e a La Briga). Tutti sono seduti attorno ad una grande tavola ovale.
La rappresentazione dello spazioso locale, affiancato sulla sinistra da quella che sembra una cucina, coincide esattamente con la descrizione nelle scritture: «una gran sala ammobiliata, quivi apparecchiata» (Luca).
Gesù sta nel centro e quasi specularmente ad esso è posto Giuda, isolato su una sedia, la testa priva di nimbo della santità presenta il profilo destro. Sta avvicinando la mano destra verso il piatto che si trova nel centro della tavola nello stesso instante in cui Gesù, con la mano destra, gli dà il boccone. Anche se il gesto della mano sinistra di Gesù non è più leggibile, come la figura di Giovanni,
inclinato, completamente scomparsa, è comunque da notare che con questo gesto di Gesù, Canavesio ha scelto di dare precedenza alla versione del vangelo di Giovanni.
Sulla tovaglia bianca sono disposti: quattro piatti di colore giallo – in terra cotta o in legno – un grande piatto grigio al centro, forse di stagno, quattro pani tripartiti, e sparsi pezzi e fette di pane. Sulla tavola due bottiglie a collo lungo e quattro bicchieri di vetro contenenti vino rosso e in più due altri bicchieri nella mano di due discepoli. 
Da notare particolarmente sono i cinque o sei gamberi di acqua dolce sparsi sulla tovaglia. Dentro ai piatti, il cibo è difficilmente identificabile: da sinistra a destra, un piatto con macchie di colore rosso, forse carne? Poi un piatto anch’esso con cibo rosso, pezzi dalla forma allungata: forse gamberi? Nel grande piatto centrale, un animale che potrebbe essere della taglia di un agnello. A destra accanto ad uno che lecca un osso (di pollo?), un apostolo munito di un lungo coltello sta tagliando qualcosa in un piatto vicino ad un altro piatto che sembra contenere un grande pesce rosso.
In totale ci sono tre personaggi muniti di un coltello: oltre a questo apostolo, c’è ovviamente Pietro, seduto alla destra di Gesù, e verso sinistra un terzo apostolo anch’egli munito di un coltello a lama curva (forse Bartolomeo?).

Un primo restauro degli affreschi avvenne tra 1935 e 1936 e fu piuttosto una prova per restituire più o meno rigorosamente una certa leggibilità al ciclo già notevolmente lacunoso. Dato che gli affreschi si trovavano in uno stato di totale abbondono, all’inizio degli anni Cinquanta è stato iniziato un altro restauro per eliminare le reintegrazioni incongrue. Poi nel 1959 la Soprintendenza decise di restaurarli con la tecnica dello strappo.
Alcuni pannelli furono riconsegnati al paese nell’anno 1966 per essere esposti nella parrocchiale di San Michele.
Nel 1976 un intervento globale sul ciclo finalizzato alla sua definitiva ricollocazione nella chiesa di San Bernardo è stato affidato al laboratorio pisano di Walter Benelli. Un primo lotto di lavori (gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa delle due volte) sistemati su moderni supporti semi rigidi in vetroresina vengono ritrasferiti sulle volte della chiesa; agli inizi degli anni Ottanta un paziente lavoro di conservazione e restauro continuerà fino al 1996, procedendo per piccoli lotti.
La chiesa è stata riaperta ufficialmente il 5 aprile 1998.

 

Fonte: www.comune.pigna.im.it

Vedi allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane Eluère, Pigna, l Ultima Cena

Localizzazione: PIGNA (Im). Chiesa di San Bernardo
Autore: Giovanni Canavesio
Periodo artistico: XV secolo
Data ultima verifica: 13/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora e Angela Crosta

TRINO VERCELLESE (Vc). Chiesa di San Michele in insula, con Ultima Cena.

Nella prima metà del XIII secolo la chiesa è citata per la prima volta esplicitamente come plebana, anche se una plebs, senza l’indicazione del titolo, è attestata a Trino dal X-XI secolo.
La chiesa, perdute le sue funzioni plebane nel XIII secolo, era semidistrutta agli inizi del ‘500, quando fu restaurata (accorciata e con proporzioni alterate) e utilizzata nuovamente come chiesa funeraria nel XVI-XVII secolo, come indicano gruppi di tombe in entrambe le navatelle e all’interno della facciata attuale.
Nel ‘700 la chiesa fu trasformata con l’inserimento di volte in stucco, prima sulle navatelle e poi sulla navata centrale, e con la costruzione di un pavimento rialzato in mattonelle nella terza campata della navata centrale.
I personaggi sepolti nella chiesa tra IX e XIII secolo appartenevano certamente alla classe dominante, come dimostrano le bende o tessuti di lana con decorazione d’oro sulla testa e intorno al bacino, associate nell’ultima fase a casse con chiodi. Erano quindi presumibilmente membri o dipendenti della famiglia dei domini locali, attestata in un documento della prima metà dell’XI secolo e distinta da quella degli aleramici, capostipiti dei futuri marchesi di Monferrato, che avevano in Trino un proprio castello, con la chiesa di S. Maria in castro (oggi S. Francesco).
Nel 1952, a seguito del crollo del campanile settecentesco, si demolì l’edificio addossato alla chiesa e si mise in luce l’architettura romanica (ricostruzione della struttura absidale esterna sinistra).
Uno scavo esteso, nell’ambito di un programma di restauro architettonico della chiesa di S. Michele di Trino, ha offerto un’occasione privilegiata per un’analisi delle vicende insediative e ambientali dell’area intorno alla chiesa, occupata da un insediamento entro cinta fortificata del X-XI secolo, successivamente abbandonato forse per la disfatta politica dei domini di Trino nell’XI secolo, e per la creazione di un borgo nuovo a brevissima distanza nel XIII secolo.

All’interno della chiesa, nella parte absidale, sono visibili alcuni interessanti affreschi medievali, venuti alla luce dopo i restauri del 1955-6. Rappresentano un Crocefisso, una storia di san Michele Arcangelo e l’Ultima Cena.

Info:
Il sito si trova 300 m ad est del centro di Trino Vercellese, in aperta campagna, al margine est dell’abitato. La denominazione “in insula” deriva dal fatto che era circondato da due rami del Po.
La chiesa viene aperta al mattino e chiusa alla sera dalla signora che abita nella casa adiacente; oppure contattare la chiesa parrocchiale di Trino (tel. 0161.801359).

Bibliografia:
– NEGRO PONZI M., S. Michele di Trino (VC). Dal villaggio romano al castello medievale (volume 1 e 2), All’Insegna del Giglio, Firenze 1999.
– ANDREOLI, MONTANARI, 1995, Il bosco nel medioevo, Clue
– NEGRO PONZI MANCINI M.M. (a cura di), 1989, S. Michele di Trino, in Studi trinesi, n. 8
– BORLA S., 1982, Trino dalla Preistoria al Medioevo, Società di storia e archeologia Tridinum

Fonte:
http://archeocarta.org/trino-vc-san-michele-in-insula/

https://www.chieseromaniche.it/Schede/454-Trino-San-Michele-in-Insula.htm

Localizzazione: TRINO VERCELLESE (Vc). Chiesa di San Michele in insula
Data ultima verifica: 11/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SANTA VITTORIA D’ALBA (Cn). Confraternita di San Francesco, con Ultima Cena.

Si ha notizia di un restauro della chiesa di San Francesco avvenuto nel 1873-74. Un successivo restauro, che sicuramente interessò gli affreschi, fu compiuto tra 1925 e 1927. Nuovi interventi di manutenzione straordinaria furono eseguiti nella chiesa nel 1959-60 e venne fatto un iniziale restauro degli affreschi nel 1962. Un successivo restauro degli affreschi, realizzato in tre lotti, si è svolto dal novembre 1999 al marzo 2002.
Gli affreschi dell’oratorio di San Francesco a Santa Vittoria raccontano in 19 riquadri la Passione di Cristo e iniziano dalla parete meridionale (dove si trova l’attuale porta d’ingresso) con l’Entrata in Gerusalemme; seguono l’Ultima Cena (vedi sotto), la Lavanda dei piedi, il Tradimento di Giuda (mutilato dall’apertura della porta), l’Orazione nell’orto, il Bacio di Giuda, l’Arresto di Gesù, Cristo davanti a Caifa, la Flagellazione; sulla parete ovest l’Incoronazione di spine, Cristo davanti a Pilato (o a Erode): la scena è gravemente danneggiata dall’apertura di una finestra e sostanzialmente illeggibile), l’“Ecce Homo”; sulla parete nord la Salita al Calvario, Gesù inchiodato alla croce, la Crocifissione, la Deposizione, il Compianto (quasi svanito), più un frammento di soldato in atto di cadere a terra, folgorato dallo splendore della Resurrezione.
Il ciclo di Santa Vittoria è abbastanza noto e oggetto di vari studi anche se l’attribuzione e la datazione sono state controverse. Il primo a interessarsene fu Euclide Milano, che nel 1906 li datò genericamente al Quattrocento; l’attribuzione a Giovanni Canavesio, pur con incertezze, fu di Domi Gianoglio (1966), Mario Perotti (1981) e Baldassarre Molino (1984).
Un effettivo studio critico sugli affreschi si ebbe solo con l’articolo di Bruno Barbero del 1976: qui si individuarono correttamente gli agganci ponentini del ciclo, insistendo soprattutto sulla Provenza; Giovanna Galante Garrone (1979) inserì gli affreschi in un complesso di «…itinerari paralleli di alcuni pittori attivi nel Piemonte occidentale»; Giovanni Romano, introducendo il catalogo della mostra su Macrino del 2000, pose il frescante di Santa Vittoria d’Alba «…in debito verso il Maestro di Sant’Anna a Cercenasco», personalità da lui individuata fin dal 1977.
Gli accertamenti effettuati in occasione dei recenti restauri hanno restituito l’immagine di una bottega assai smaliziata tecnicamente, in grado di ricorrere a più sistemi di lavoro nelle diverse zone della decorazione (tracce di incisioni e di spolvero).
La datazione oggi più accreditata fa risalire gli affreschi all’ultimo decennio del Quattrocento.

Info:
Nel centro storico, percorrendo Via Cagna, oltre la chiesa parrocchiale. Comune tel. 0172 478023; e mail: info@anforianus.it.
Visitabile installando l’app: https://play.google.com/store/apps/details?id=it.cittaecattedrali.chieseaporteaperte&hl=it

Link: http://www.anforianus.it/affreschi.html

Bibliografia:
– ROMANO G., Macrino d’Alba: catalogo mostra 2000, Ed. Artistica piemontese, Savigliano CN, 2001

Fonti:
Comune di Santa Vittoria d’Alba – http://www.comune.santavittoriadalba.cn.it/

http://archeocarta.org/santa-vittoria-dalba-cn-confraternita-di-san-francesco/

Immagine Ultima Cena: In questo riquadro si riscontra almeno una particolarità iconografica. I Discepoli sono radunati intorno ad un tavolo ellittico.
A noi sono pervenuti solamente i commensali rivolti di spalle. Sono sei; uno di loro è Giuda,nell’atto di ricevere da Gesù il boccone intinto,che svela in questo modo l’identità del suo traditore.
Notevole l’uso del panneggio nelle vesti dei Discepoli volti di spalle.

Localizzazione: SANTA VITTORIA D'ALBA (Cn). Confraternita di San Francesco,
Periodo artistico: ultimo decennio del Quattrocento
Data ultima verifica: 11/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

SAN MAURIZIO CANAVESE (TO). Chiesa vecchia del Cimitero (antica Pieve), con Ultima Cena.

Nella zona occupata un tempo dal vecchio borgo e dal castello, ora scomparsi, adiacente al cimitero, troviamo l’antica pieve, la cui costruzione risale al sec. XI, probabilmente ad una navata.
La chiesa romanica fu ampliata con le due navate laterali gotiche, poi ancora rimaneggiata in epoca rinascimentale per adattarla alle esigenze liturgiche.
Anche il campanile fu modificato e intonacato, ma risultano evidenti nella parte inferiore i segni delle bifore antiche.
La Chiesa conserva all’interno un prezioso ciclo di affreschi sulla vita di Cristo (nell’archivio storico del Comune è conservata la pergamena, stilata il 5 dicembre 1495, nella quale è documentato il pagamento al magister Sebastiano Serra di cinquanta fiorini “ad pingendum Passionem Domini Nostri Yhesus Christi in ecclesia parrochiali dicti loci”) e altri affreschi e dipinti del XVI secolo.
Le antiche Confraternite, che avevano qui i loro sepolcreti, furono le promotrici della nuova chiesa, costruita all’interno dell’abitato nel XVIII secolo, che divenne la nuova parrocchia.
La Pieve fu destinata alle cerimonie funebri con la denominazione di “CHIESA VECCHIA DEL CIMITERO”.
L’edificio è stato dichiarato monumento nazionale nel 1922.
L’edifico è stato riaperto al pubblico nel 2007 dopo che sono stati eseguiti lavori di recupero e consolidamento architettonico, a partire dalla copertura fino alle pavimentazioni, passando per le murature, gli intonaci esterni e interni non affrescati, i serramenti e il plafone ligneo. E proprio durante l’operazione di restauro è stato anche portato alla luce un lacerto di volta a botte a sesto leggermente ribassato, impostato nella porzione ovest della sacrestia, che lascia supporre l’esistenza di una cappella di impianto medievale al termine della navata destra. Sono anche stati restaurati gli affreschi.
Vedi testo di Restaldi in bibliografia e RESTALDI_Simone in Le campagne decorative della chiesa riscoperte dai restauri.
All’interno della Chiesa si possono osservare gli affreschi in ordine cronologico, iniziando dalla cappella sul lato sinistro del presbiterio, ove pittori del sec. XV hanno illustrato il martirio di santa Margherita, santa Caterina e santa Lucia; soprattutto quest’ultima figura si avvicina ai migliori esempi del gotico internazionale.
La navata centrale, coperta da un soffitto ligneo, conserva sulla parete sinistra un magnifico ciclo pittorico illustrante 24 episodi della vita di Cristo. Gli affreschi risalgono agli ultimi anni del ‘400 e sono opera dei pittori Bartolomeo e Sebastiano Serra. È evidente lo scopo didattico che ispirò gli ideatori delle scene, destinate all’istruzione di fedeli, quasi tutti illetterati. Seguendo schemi di gusto tardo-gotico la narrazione pittorica illustra brani dei Vangeli e delle pie leggende, con un risultato che si fa ancora apprezzare anche per la conservazione molto buona.
Ad un’epoca poco più tarda (inizi del XVI sec.) appartengono gli affreschi della Madonna della Misericordia (nella cappella a lato dell’altare) e i ritratti di Profeti che si vedono nel primo sottarco di destra.
All’epoca del Concilio di Trento (prima metà del ‘500), quando vennero emanate nuove norme per il decoro degli edifici sacri, venne modificato l’altare maggiore, sul quale spicca un trittico su tavola di scuola vercellese del XVI sec. (bottega del Giovenone). La tavola centrale raffigura l’Adorazione dei Magi; la parte sinistra il patrono della comunità, san Maurizio; a destra san Francesco che presenta il pievano don Lavoretto, appartenente ad una nobile famiglia di Moncalieri.
L’altare è decorato con stucchi e pitture ed è stato terminato nel periodo barocco, quando si pensò di costruire la nuova sacrestia.

 

Info: Comune, tel. 011 9263211

Links:
http://www.comune.sanmauriziocanavese.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=4866
http://albyphotogallery.altervista.org/italia-piemonte/san-maurizio-canavese/chiesa-del-cimitero/ (fotografie degli affreschi)
https://www.chieseromaniche.it/Schede/331__SAN_MAURIZIO_CANAVESE.htm#home (altre fotografie da Fondazione Isper)

Bibliografia:
– ANTONETTO B., I Serra certificati per la Bibbia dei poveri: San Maurizio Canavese, “Il Giornale dell’arte”, 22/2004 No. 237, p. 54
– BALMA MION G., Muri, archi, colori: l’antica chiesa plebana di San Maurizio Canavese, Melli, Borgone di Susa TO, 2001
– RESTALDI S. , Le campagne decorative della chiesa riscoperte dai restauri, in Antica chiesa plebana di San Maurizio Canavese. Il restauro integrato, Araldo De Luca Editore, Roma 2017, pp. 65-73.

Vedi anche allegato: RESTALDI Simone_Le-campagne-decorative-della-chiesa-riscoperte-dai-restauri

Fruibilità:
L’Associazione Amici di San Maurizio cura le visite guidate della chiesa:
– il sabato pomeriggio dalle ore 15 alle ore 17 (periodo marzo-settembre) e dalle ore 14,30 ore 16,30 (periodo ottobre-febbraio);
– in occasione della manifestazione Percorsi di Arte, Storia e Fede che si tiene generalmente la 2^ domenica di aprile e la 4^ domenica di settembre con orario 10-12,30 e 14-18;
– in occasione delle fiere di primavera e di autunno che si tengono la 2^ domenica di aprile e la 3^ domenica di ottobre con orario 14,30 -18.
Per informazioni, specialmente per coloro che vengono da lontano, e per visite organizzate al di fuori degli orari di apertura gli interessati possono contattarci al seguente indirizzo di posta: associazione@amicidisanmaurizio.it

Fonte:
http://archeocarta.org/san-maurizio-canavese-to-chiesa-vecchia-cimitero/

Localizzazione: SAN MAURIZIO CANAVESE (TO). Chiesa vecchia del Cimitero
Autore: Bartolomeo e Sebastiano Serra
Periodo artistico: fine XV secolo
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

PARUZZARO (NO). Chiesa di San Marcello, con Ultima Cena.

L’edificio è una costruzione romanica a una sola navata terminante con abside semicircolare.
La facciata a capanna dal tetto spiovente è stata rimaneggiata; la porta di ingresso è stata rifatta, cosi come ritoccate appaiono le due monofore ai lati dell’oculo centrale.
Il fianco Nord appare restaurato, mentre il fianco Sud conserva parte della muratura originale di pietrame minuto a ciottoli disposti in modo disordinato e la monofora verso la parte absidale a doppia strombatura con archivolto formato da conci irregolari di pietra.
La parte meglio conservata è l’abside suddivisa in specchiature da lesene piatte collegate in alto da archetti pensili formati da piccoli conci di pietra; all’incrocio dei due archetti vi è un motivo decorativo di una pietra disposta a rombo.
Le finestre a feritoia hanno una strombatura molto profonda e archivolto semicircolare formato da pietre tagliate e disposte a raggiera: appaiono tagliate e ridotte da restauri. La muratura è molto rozza formata da ciottoli e pietre disposti in modo disordinato.
Il campanile sorge accanto alla Chiesa sul fianco Nord. È un gioiello di architettura, slanciato e armonico, spartito in più piani dalle arcate cieche. L’alta canna è suddivisa in specchiature da cornici di archetti pensili eseguiti con piccoli conci di pietra piuttosto irregolari poggianti su piccole mensole trapezoidali: sono a gruppi di tre, nei piani inferiori, a gruppi di quattro nell’ultima cornice; le finestre sono di grandezza crescente dalla feritoia dei piani inferiori alle bifore degli ultimi due; le prime finestre sono piatte, trabeate, l’ultima è con l’archivolto semicircolare e spalle rette, le bifore hanno una colonnina piuttosto rozza grossolanamente squadrata e un capitello a stampella. La muratura è di qualità migliore di quella della chiesa, perché formata solo da pietra spaccata messa in opera secondo corsi orizzontali.
Il ciclo degli affreschi della parete sinistra è probabilmente incompleto per la perdita di alcune scene dell’infanzia di Cristo. Dai recenti restauri è emerso che gli affreschi continuavano 30 cm circa al di sotto dell’attuale piano di calpestio.
Un Giudizio Universale è raffigurato con l’iconografia consueta, con Dio Padre, Maria e Gesù, dietro vari Santi e Sante. Al di sotto l’Arcangelo Gabriele pesa le anime dei Beati, alla sinistra i dannati che vengono introdotti, da un altro Angelo vestito con corazza, nella porta dell’Inferno mentre un diavolo infligge le pene.
L’unico affresco datato e firmato, nel 1488 da Giovanni Antonio Merli, è quello racchiuso in un riquadro della parete sinistra rappresentante la Madonna in trono che allatta il Bambino, con a fianco san Grato e san Rocco.
Il rilievo e la raccolta dei dati durante la fase di restauro hanno permesso di stabilire la presenza di tre fasi successive e talora sovrapposte nelle pittura della parete destra: la prima, probabilmente di fine Trecento, è estremamente lacunosa e verificabile soltanto in alcuni lacerti e nella parte bassa della scena della Crocifissione e dei Santi limitrofi. Sulla parete destra, in tre fasce parallele, inquadrati da cornici dipinte di colore rossiccio, sono rappresentati gli avvenimenti della passione di Cristo, dipinti in parte intorno al 1463 (data trovata incisa) e completati nel secondo decennio del 1500 da Sperindio Cagnoli.
Le scene della Passione risalenti alla seconda metà del ‘400 sono attribuite al “Maestro di Postua” (VC) e si trovano nelle due fasce superiori e rappresentano: Ultima cena, Lavanda dei piedi, Gesù nell’orto del Getsemani, Giuda prende i trenta denari, Il bacio di Giuda, Gesù davanti ad Anna, La Flagellazione, Gesù davanti a Pilato, ancora davanti a Pilato, Gesù davanti a Erode, Gesù ritorna da Pilato.
Nella seconda fascia: Giuda riporta i trenta denari, Impiccagione di Giuda, Gesù condannato a morte, Pilato si lava le mani, Sulla via del Calvario Gesù sale portando il legno della croce, La Crocifissione, Morte di Gesù, Gesù deposto dalla croce, Gesù posto nel sepolcro, Il sepolcro viene sigillato e si dividono le vesti, Discesa agli Inferi dai Santi Padri, Resurrezione, Cena di Emmaus.
Nella terza fascia, attribuita a Sperindio Cagnoli: La Beata Panacea, sant’Antonio abate, una Crocifissione, san Marcello e san Siro, santa Liberata con due bambini in fasce.
Anche gli affreschi dell’abside sono opera di Sperindio Cagnoli: nel catino absidale il Cristo nella mandorla contornato dai simboli degli Evangelisti; nel cilindro absidale vi sono le figure degli Apostoli; nella fascia sottostante sono raffigurate scene ispirate alle opere di misericordia corporale, alquanto consunte, ma che rivelano un’ottima fattura e forse una mano più esperta. Nell’arco trionfale, sopra l’altare, l’Annunciazione. Posti nella parte inferiore sono san Marcello Papa, sopra il quale è riportata un indulgenza rilasciata nel 1524 e san Siro Vescovo.

Info:
All’interno del cimitero. Parrocchia di Paruzzaro, tel. 0322 53143

Links:
http://www.comune.paruzzaro.no.it
http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Marcello_%28Paruzzaro%29

Bibliografia:
– A. BRAGA, Paruzzaro: storia, arte, terra, società, Ed. Comune di Paruzzaro NO, 2001
– P. VERZONE, L’architettura romanica nel novarese, voll. 1-2, Ed. Cattaneo, Novara, 1935-36

Fonte:
http://archeocarta.org/paruzzaro-no-chiesa-di-san-marcello/

Localizzazione: PARUZZARO (NO). Chiesa di San Marcello
Periodo artistico: seconda metà del XV secolo
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

OGGEBBIO (VCO), fraz. Gonte-Cadessino. Oratorio di Santa Maria, con Ultima Cena

In frazione GONTE-CADESSINO sorge un oratorio intitolato a Santa Maria o Madonna della Misericordia, edificato tra il XIII e il XIV secolo sul sito di una preesistente chiesa dell’XI secolo di cui rimane il campanile.
Rimaneggiata nel corso dei secoli successivi, conserva all’interno due cicli di affreschi quattrocenteschi.
Il campanile romanico è ingentilito da due ordini di bifore sovrapposte, racchiuse da specchiature coronate da archetti pensili. L’edificio è a navata unica conclusa da un coro poligonale.
All’interno della chiesa, gli affreschi sulla parte sinistra della navata raffigurano un’Ultima Cena; sotto, sette riquadri illustrano le Opere di Misericordia: “Dar da mangiare agli affamati”, “Dar da bere agli assetati”, “Ospitare i Pellegrini”, “Vestire gli ignudi”, “Visitare i carcerati” (è stata coperta da una lesena), “Visitare gli infermi”, “Seppellire i morti”.
Sulla parete opposta una Madonna della Misericordia e una Madonna incoronata con Santo guerriero.
L’attribuzione degli affreschi va ad un prete di Valsesia.

 

 

Info:
Comune, tel. 0123 491005; Parrocchia, tel. 0323 48168

Link:
http://www.comune.oggebbio.vb.it

Fonte:
http://archeocarta.org/oggebbio-vb-oratori-di-santa-maria-e-di-santagata/

Localizzazione: OGGEBBIO (VB), fraz. Gonte-Cadessino. Oratorio di Santa Maria
Periodo artistico: XV secolo
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

MONTIGLIO MONFERRATO (AT), Cappella di Sant’Andrea, con Ultima Cena.

All’interno del parco del castello sorge la trecentesca Cappella di Sant’Andrea che contiene affreschi del “Maestro di Montiglio” (che lavorò anche a Vezzolano) risalenti al 1340 circa: non è nota la data di costruzione di questo edificio, né degli affreschi anche se un documento del 1349 attesta già l’esistenza della cappella.
La muratura esterna della parte inferiore della facciata, a larghi conci, costituirebbe la base romanica della chiesa.
La facciata dell’attuale ingresso è anonima, con file orizzontali di blocchi squadrati di arenaria nella parte bassa sino all’architrave della stretta porta d’ingresso; più in alto la muratura è costituita pressoché totalmente da mattoni in laterizio. Non sono presenti finestre o fregi. Il coronamento è semplice, e probabilmente frutto di una restaurazione.
Si accede alla porta salendo una scala in pietra di 12 gradini.
L’abside è rettangolare e presenta due lunghe monofore.
Il lato sud presenta una grossa arcata nella zona absidale, poggiata su due colonne in arenaria e laterizio, che è chiusa da una moderna vetrata.
Secondo recenti studi recenti si ipotizza che la chiesa fosse stata collegata direttamente al Castello e che l’ingresso in origine fosse proprio attraverso questo arco, mentre la odierna porta e la finestra che le era stata sovrapposta (rimangono tracce all’interno) furono aperte in epoca decisamente successiva, tagliando irreparabilmente il ciclo di affreschi trecenteschi. Si ipotizza che il corpo di fabbrica trecentesco in cui sono gli affreschi sia un’aggiunta o una modifica ad una costruzione preesistente.
Gli affreschi si susseguono in un andamento “a nastro continuo”, su due ordini, e rappresentano l’intera vita di Cristo.
Nell’ordine superiore: l’Annunciazione e la Natività, quindi l’Adorazione dei Magi, un decoro, la strage degli Innocenti, la fuga in Egitto, infine Gesù che insegna nel Tempio.
Nel secondo ordine: la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, il Tradimento di Giuda, il Processo, la Salita al Calvario, la Crocifissione, la Deposizione e la scena del “Noli me tangere” con il bellissimo profilo della Maddalena.
Al di sotto del ciclo della Passione si snoda la raffigurazione di un velario di stoffa rossa, fissata a tratti alla parete mediante chiodi (decorazione ancora rintracciabile al di sotto della Crocifissione).
Il cattivo stato di conservazione degli affreschi è dovuto all’intonaco sovrapposto durante l’epidemia di peste del ‘600. La superficie delle pareti venne graffiata e martellata, così da far meglio aderire la calce e lì gli affreschi rimasero fino al 1931-3, quando per caso, l’allora marchese Ignazio Borsarelli di Rifreddo scoprì alcune parti delle antiche pitture. Il principale intervento di restauro ebbe inizio nel 1984.
La pavimentazione absidale, rialzata rispetto al resto del pavimento, conserva, oltre ad un altare in pietra, le lapidi del marchese Borsarelli, del figlio Luigi e delle vittime della pestilenza. All’interno vi sono anche due semicolonne con capitelli scolpiti.

Info:
Piazza Umberto I, 5 . Il castello e la cappella sono di proprietà privata. Tel. 0141 994907

Bibliografia:
– Bordone R., Da Asti tutt’intorno, Torino, 1978
– Mandrino R., Montiglio, nello spazio, nel tempo, nella storia, Asti, 1989

Fonte:
http://archeocarta.org/montiglio-monferrato-at-castello-e-cappella-di-santandrea/

 

Periodo artistico: XIV secolo
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

GAVI (AL). Chiesa parrocchiale di San Giacomo, con Ultima Cena nel portale.

La chiesa parrocchiale di San Giacomo era sicuramente già finita nel 1172, come si rileva dai documenti di un processo ecclesiastico.
Purtroppo l’edificio subì pesanti rimaneggiamenti, prima con aggiunte gotiche nel XIII-XIV sec., poi con interventi barocchi nel XVIII sec. Dal 1957 è stata sottoposta a notevoli lavori di restauro per riportare in luce le originarie linee romaniche.
La facciata presenta un portale costruito in blocchi di arenaria con rilevata strombatura formata da una serie di colonnine degradanti i cui capitelli sono costiuiti da due soli blocchi di pietra.
Le sculture dell’architrave e della lunetta sono di grande interesse perché presentano analogie con il coevo portale della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Castelnuovo Scrivia che fanno ritenere siano opera di quel magister Albertus che firmò la chiesa di Castelnuovo Scrivia.

Degli angeli si gettano in picchiata su Gesù insieme alla colomba dello Spirito Santo in un’immagine molto dinamica.

Nell’architrave e nella lunetta è rappresentata l’Ultima Cena con i 12 Apostoli seduti dietro due tavoli, sei per parte ai lati del Cristo assiso in trono; nella parte superiore è scolpita una colomba-Spirito Santo e due angeli in volo con una prospettiva insolita.

Gesù è raffigurato più in alto rispetto agli altri commensali, forse a significare la posizione di capo tavola

Nel primo intradosso del portale vi è una cornice rotonda con figure umane e di animali fantastici. Sopra il portale la scultura mutila di Sansone a cavallo del leone.
Sul lato nord si è conservta l’unica abside, coronata da archetti e con una monofora centrale. La parete esterna nord presenta un piccolo portale sormontato da una lunetta con una scultura, molto abrasa, raffigurante un cavaliere su un quadrupede che è difficile identificare (una chimera?) che lotta con una fiera.
All’interno restano capitelli con fogliami e figure zoomorfe (grifo, leone, lupo, sirena) di probabile mano del Magister Albertus.
Lacerti di affreschi del XV secolo: una Madonna della Misericordia e, in controfacciata, i santi Sebastiano e Rocco.

Sotto i suoi piedi una figurina a testa in giù, forse il demonio. La tavola, pur essendo rappresentata frontalmente, lascia al di sotto lo spazio per mostrare le gambe degli apostoli seduti

Un pregevole polittico di Gandolfino da Roreto (attivo in Piemonte tra il 1493 e il 1520) che raffigura la Madonna col Bambino tra san Giacomo e san Giovanni Battista, è collocato sulla parete sud.
La Chiesa, sopra l’ultima campata della navata centrale, presenta un tiburio a pianta ottogonale non equilatera, con bifore; il tiburio è stato sopraelevato in epoca barocca con funzione di campanile.
Le altre sculture di Magister Albertus sono nella chiesa di Castelnuovo Scrivia che si trova a nord di Gavi, oltre Tortona.

Info:
Sulla piazza principale del Comune: ufficio parrocchiale tel. 0131.642700 oppure Comune tel. 0143.642712

Link:
http://www.medioevo.org – San Giacomo a Gavi

Bibliografia:
– Benso A., Gavi – Chiesa monumentale di San Giacomo Maggiore, Parrocchia Gavi, 2007

Fonte:
http://archeocarta.org/gavi-al-chiesa-parrocchiale-di-san-giacomo/

Immagine della lunetta:
La lunetta e l’architrave del portale sono istoriati con una raffigurazione dell’Ultima Cena, interessante pur nella sua semplicità per alcune soluzioni figurative originali.

Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: AC

CARPIGNANO SESIA (No). Oratorio di Santa Maria delle Grazie, che aveva un’Ultima Cena

Proseguendo sulla Via Cavour si raggiunge il Cimitero Comunale, annesso al quale sorge l’Oratorio di Santa Maria delle Grazie, fino all’inizio dell’Ottocento isolato tra i campi e gli alberi di castagno, ma posto all’incrocio tra l’antica strada per Novara e quella per Fara e Briona, in una posizione quindi di notevole importanza.
Uno scritto di don Alfonso Maria Chiara, risalente agli anni 1901 – 1903, fa verosimilmente risalire la costruzione dell’oratorio al Quattrocento.
Le dimensioni originarie erano, probabilmente, più ridotte: nella metà anteriore del muro perimetrale esterno a sud, sotto l’intonaco, è visibile un arco ogivale in mattoni, murato; la presenza di un altro arco ogivale in facciata (intuibile, seppur murato, sotto l’intonaco) portano a credere che in origine la metà anteriore della chiesa fosse un portico, poi chiuso, che con un arco frontale e due laterali si spingeva fino alla linea della attuale facciata.
La chiusura del portico fu forse determinata da esigenze di ampliamento della chiesa oppure dal crollo dell’arco laterale a nord.
Il portico a colonne di granito è documentato a partire dal 1663, mentre il campaniletto a cuspide era presente già alla fine del Cinquecento.

Erano visibili in passato affreschi sul muro dell’abside, raffiguranti un’Ultima Cena e una Madonna.

L’altare ospitava una preziosa iconetta scolpita che fu rimossa in questo secolo in occasione di lavori di sistemazione e venne poi trafugata.
La sacrestia sorse nel secolo XVIII come ricovero per l’eremita addetto alla custodia dell’oratorio.
Recentemente venne aggiunta sul lato settentrionale una cappella dedicata alla Natività di Maria. La festività propria di questo Oratorio è la Natività di Maria (8 settembre).

Bibliografia:
– AA.VV, Carpignano Sesia, a cura dell’Associazione Turistica Pro Loco, Interlinea, Novara, 1997

Fruibilità:
Telefono: 0321.825203 (Parrocchia)

Fonte:
http://archeocarta.org/carpignano-sesia-no-oratorio-di-santa-maria-delle-grazie-e-chiesa-di-santa-maria-di-lebbia/

Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

CANNOBBIO (VCO). Chiesa di San Gottardo a Carmine Superiore, frammenti di Ultima Cena

L’edificio in stile romanico venne iniziato verso il 1330. La dedica finale in latino sul portale maggiore informava che l’edificio fu terminato nel dicembre 1401, ma nel 1431 la chiesa venne ampliata con la terza campata. La Chiesa fu fortemente voluta dagli abitanti di Carmine che non volevano più recarsi a Cannobio per le funzioni religiose.
Gli affreschi al suo interno furono ricoperti di calce a causa della peste del 1630, quando numerosi malati si rifugiarono nella Chiesa. Furono riscoperti e restaurati nel 1932. Un nuovo restauro fu realizzato dal 1997 al 2002. La piazzetta antistante la Chiesa è stata fino al 1875 il camposanto; attualmente è un balconcino panoramico sul Lago Maggiore.
L’esterno della chiesa, sulle pareti sud ed est presenta una serie di riquadri, databili intorno agli anni trenta del Quattrocento, nei quali sono raffigurati san Gottardo (più volte), san Cristoforo, la Madonna con il Bambino fra santi e l’Adorazione dei Magi, quest’ultimo realizzato intorno al 1429 dal Maestro di Re.
E’ possibile distinguere con facilità le varie fasi costruttive dell’edificio, poiché sono separate da alcuni gradini utilizzati per collegare le due parti. La sagrestia sul lato nord venne evidentemente aggiunta a posteriori, sia per la difficoltà di passare accanto alla chiesa sul lato settentrionale, sia per il fatto che le pareti differiscono totalmente da quelle della costruzione originaria.
All’interno, presso l’altare maggiore, era posto un trittico che ritraeva la Madonna col Bambino, san Gottardo e san Pietro; un altro trittico del 1429, opera di Battista da Legnano, si trovava sull’altare laterale: rappresentava la Vergine col Bambino e i Santi Rocco e Pietro. I due trittici sono stati rimossi e trasportati nella Collegiata di San Vittore a Cannobio per comprensibili motivi di sicurezza.
Gli affreschi che decorano quasi tutta la chiesa sono frutto di successivi lavori di diversi autori, sulla cui identità i critici non concordano.
Sulla volta è raffigurato il Cristo in maestà circondato dai simboli degli Evangelisti, e un san Paolo sulla parete sinistra del 1340 circa, opera, secondo alcuni critici, del cosiddetto Maestro di Corzoneso (non Carzoneso come scritto in alcuni siti; un comune svizzero del Canton Ticino che si è aggregato nel nuovo comune di Acquarossa nel 2004).
Negli anni 1375-1385 un secondo ciclo pittorico fu eseguito da un artista novarese influenzato dal giottismo: una Crocifissione con i santi Gottardo e Bartolomeo nella parete sopra l’altare; una bellissima Annunciazione e una sequenza di santi sulla parete sinistra; su quella destra l’arcangelo Michele.
Non si sa per quale motivo questo Maestro abbia abbandonato i lavori, che verranno ripresi pochi anni dopo, (1400-1401) dal cosiddetto Maestro di San Gottardo, che concluse gli affreschi della seconda campata della chiesa con i raffinati canoni tardogotici lombardi. Il ciclo illustra scene della Vita di san Gottardo (o Godeardo), abate benedettino e vescovo, nacque nel 960 a Reichersdorf e morì nel 1038. Gli si attribuiscono molti miracoli, guarigioni di malati, liberazioni di indemoniati, ecc. e fu affrescato sulle volte (tre episodi per ogni spicchio) e proseguito nella zona superiore della parete nord fronteggiando la figura di san Gottardo in cattedra circondato da oranti. Nella fascia inferiore vi era la Vergine tra un santo pellegrino e san Bernardo; un’Ultima Cena occupava tutta la parete e di essa, dopo la costruzione della cappella laterale, sono visibili solo frammenti del primo e dell’ultimo apostolo.
Sulla parete dell’arco trionfale affrescò una Vergine col Bambino e nel sottarco di ingresso e in quello di accesso al presbiterio dipinse polilobi gotici entro cui sono profeti con cartigli. Lo zoccolo e gli sguanci di porte e finestre vennero decorati a finto marmo.
Risalgono agli anni intorno al 1431 gli affreschi della terza campata, appena costruita, con le scene del martirio di san Bartolomeo, di autore ignoto.

Info:
Comune Cannobio tel. 0323 738200

Bibliografia:
– CERVINI F., I cicli pittorici di San Gottardo a Cannobio: un’antologia di affreschi alla fine del medioevo, I beni culturali, 11.2003 No. 4/5, p. 31-37, 2003, La chiesa di San Gottardo e Carmine Superiore a Cannobio, Beta Gamma, Viterbo 2003
– ROMANO G. (a cura di) Pittura e miniatura del Trecento in Piemonte, CRT, Torino, 1997
– TRAVI C., Il Trecento in GREGORI M. (a cura di ), “Pittura tra Verbano e lago d’Orta dal Medievo al Settecento”, Milano 1996
– ZAMMARETTI A. La borgata millenaria di Carmine e la monumentale chiesa di S.Gottardo alle porte di Cannobio, 2° edizione Cerutti, Intra 1977
– ZAMMARETTI A. Cultura, storia, arte e munificenza nella toponomastica di Cannobio, Novara 1988

Fonte:
http://archeocarta.org/cannobio-vb-chiesa-di-san-gottardo-a-carmine/

Localizzazione: CANNOBBIO (VCO). Chiesa di San Gottardo a Carmine Superiore
Periodo artistico: inizi XV secolo
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

BORGOMANERO (No). Oratorio di San Leonardo, con affresco Ultima Cena.

Sorgeva un tempo alla periferia nord della città ed era l’antica chiesa del borgo di San Leonardo, uno dei primi borghi franchi novaresi, citato nella “Carta di Romagnano” del 1198, che, in seguito all’unione con “Burgi Mayneri”, diede origine all’attuale città nel corso del XII secolo.
L’oratorio appare anche in un documento del 1225, nel quale si precisa che, di fronte alla chiesa, era posto il “termine” che segnava i confini fra le pievi di Cureggio (a sud) e di Gozzano (a nord) alla quale apparteneva.
La chiesa fu fatta costruire dai marchesi di Pombia sul varco dell’Agogna, intorno al 1125 – 1150, forse in origine ospizio di viandanti e dei soldati posti a guardia delle mura del Borgo e poi luogo di culto.
La chiesa è stata affrescata nel corso dei secoli, dal XII al XV secolo. Sono tuttora in corso gli studi sulle decorazioni e sugli autori: il “Maestro di Angera” fine del XIII secolo e il cosiddetto “Maestro di Borgomanero”, artista che affrescò altre chiese nella zona, forse Angelo de Orello nel XIV-XV secolo.
In epoca barocca furono sopraelevati i muri, aperte due finestre in facciata e murata l’originaria porta sud. L’oratorio oggi è completamente inserito nel tessuto urbano e gli affreschi recentemente sono stati oggetto di un buon restauro conservativo.
La facciata è a capanna e il portoncino d’ingresso è sormontato da una lunetta sopra la quale vi è un’apertura a croce. La muratura che compare sulla facciata e nei contrafforti è formata da grosse pietre squadrate legate in corso orizzontale da malta bianca, mentre sulle pareti laterali e nell’abside compaiono ciottoli di fiume disposti in modo irregolare con qualche tratto a spina di pesce.
L’edificio si presenta a navata unica con abside semicircolare e archi longitudinali poggianti su modanature con funzioni di mensola. I capitelli, uno diverso dall’altro, sono di probabile reimpiego.
Di grande interesse sono gli affreschi che decorano l’interno dell’edificio.
Nel catino dell’abside vi sono quelli più antichi. Nello zoccolo troviamo un tema iconografico profano, un ciclo dei mesi; al di sopra una teoria di Apostoli che fa da base al Cristo Pantocratore in mandorla con i simboli degli Evangelisti. Le cadute di intonaco hanno ridotto il ciclo dei mesi a pochi frammenti: di aprile, maggio e novembre rimangono solo parti di iscrizioni, mentre di settembre resta il busto di un uomo sotto tralci carichi di grappoli maturi, di ottobre la testa di un uomo con berretto intento a battere i rami di un castagno con un lungo bastone.
Anch’essa danneggiata dalle cadute d’intonaco, la serie di dodici Apostoli si caratterizza per le differenti posture, più o meno frontali, a volte di tre quarti, e per gli sguardi e i gesti che si scambiano tra loro. I contorni sono ben marcati da una pennellata spessa, i panneggi sono ben evidenziati e il volume è dato anche dall’accostamento delle tonalità di colore e dalle lumeggiature bianche. Una fascia di girali vegetali separa la serie degli Apostoli dal catino absidale.
Sulla parete destra vi è un’Ultima cena, vicina al realistico stile del ciclo dei mesi, e due episodi del Tradimento di Giuda, riconducibili, per caratteristiche stilistiche e tipologiche e l’apprezzabile tentativo di differenziare tra loro gesti e visi, a quelli del Maestro di Angera.

Info:
Via San Leonardo, 6. Tel. 335 5388824; Ufficio Turistico tel. 0322 869992 oppure Comune, tel. 0322 83711

Bibliografia:
– M.R. FAGNONI (a cura di), Alla scoperta di antichi Oratori campestri, Provincia di Novara, Novara 2003
– E. BELLINI C. MANNI, A. MARZI, I. TERUGGI, Un borgofranco novarese, Ed. Comune di Borgomanero e Fondazione Marazza, 1994, rist. 2004.

Fonte: http://archeocarta.org/borgomanero-no-oratorio-di-san-leonardo/

Data ultima verifica: 09/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

BALMUCCIA (VC). Chiesa parrocchiale di Santa Margherita.

La chiesa, divenuta parrocchia nel 1584 qando si separò da Scopa, è probabilmente di antica ma sconosciuta fondazione.
Gli affreschi emersi alla fine del secolo scorso su entrambe le pareti della navata possono solo attestarne sia l’esistenza nella seconda metà del XV secolo sia la larghezza della navata, come l’attuale.
La prima descrizione documentata (visita pastorale vescovo Speciano) risale al 1590: ha un’unica navata absidata, ben pavimentata, coperta da un soffitto di tavole, è priva di cappelle laterali ma possiede due altari, di fianco a quello maggiore, definiti antichi e che il delegato del vescovo prescrive di sopprimere. È dotata di una sacrestia sul lato nord, ma non di campanile, vi sono solo due campane poste sulla facciata in “pila lateritia” le cui funi pendono all’esterno davanti all’entrata che è priva di portico.
La chiesa è circondata da un cimitero e, poco distante, è la casa parrocchiale. Entro il 1599 il coro fu rifatto di forma ottagonale ed entro il 1616 fu costruita la cappella della Madonna del Rosario sul lato nord della navata (nel 1603 era stata istituita l’omonima confraternita) e si aveva intenzione di costruirne una seconda, che fu titolata a S. Marco. Un rifacimento di un coro più ampio deve essere avvenuto entro il 1697, infatti dietro l’altare vi è lo spazio per sedili.
Notevoli e consistenti interventi edilizi furono realizzati nel corso del Settecento, e proseguiti anche nel primo Ottocento. Il campanile fu costruito solo all’inizio del XVIII secolo (lato nord); ancora nel 1760 la chiesa aveva un “Prospectum… sufficientem rudem, sine vestibulo” e le due cappelle titolate a S. Anna e a S. Lucia, una di fronte all’altra, all’inizio della navata, furono realizzate probabilmente dopo la seconda metà del Settecento ed entro il 1821.
Il cimitero, sempre collocato sul lato sud e ovest della chiesa, solo nel 1760 risulta spostato ove è attualmente, ossia a nord. Un particolare curioso, sempre riportato nelle visite pastorali, è la presenza di due piante di noce (lato nord) che creavano problemi alla struttura e poi, con le loro radici, al cimitero; esse servirono sempre per ricavare l’olio per le lampade.
Nella chiesa, nonostante la sua antica fondazione, non si conoscevano fino a pochi anni fa testimonianze pittoriche di epoca medievale. Nel 1997, durante un intervento di consolidamento degli intonaci, sulle pareti della navata sono emersi alcuni frammenti assegnabili a campagne decorative sovrapposte e di diversa epoca. Sono ancora sotto scialbo ed è in corso un restauro.

Sono invece leggibili sulla parete nord un’Ultima Cena, alcuni dipinti probabilmente appartenenti a un ciclo di santa Margherita, e una Vergine in trono tra due Santi, affrescata a notevole altezza.
L’Ultima Cena è in gran parte perduta per l’apertura di una finestra e per la costruzione di una lesena; il soggetto è identificabile per l’immagine mutila di una tavola imbandita (immagine) e per i gesti di alcuni commensali. Essa doveva essere di vaste dimensioni e risale al XV secolo.

Più complessa è la situazione della parete sud, dove solo in un frammento più esteso, fra i numerosi emersi, si può identificare ila raffigurazione della Messa di san Gregorio: sono riconoscibili la parte inferiore di un sacerdote celebrante davanti ad un altare e un cartiglio con un’iscrizione, della quale è conservata purtroppo solo la parte destra di tutta la sua altezza. Difficile la lettura e la ricostruzione del testo: le poche parole leggibili fanno pensare ad una preghiera, incentrata sulla Passione di Cristo, e alla concessione di un’indulgenza. Talora il soggetto della Messa di san Gregorio è corredata da una lauda entro un cartiglio, ad esempio a Vanzone di Borgosesia e a Borgosesia (San Grato), per rimanere in Valsesia. E’ possibile che questi due affreschi appartengano allo stesso intervento decorativo.

 

Ultima verifica: 09/05/2020

Autore: Angela Crosta

Fonte: http://archeocarta.org/balmuccia-vc-chiesa-parrocchiale-di-santa-margherita-e-santuario-madonna-dei-dinelli/

BAGNOLO PIEMONTE (Cn). La Cappella di San Sebastiano nel Palazzo Malingri con Ultima Cena.

Nella parte est del Palazzo Malingri, inglobata nella struttura settecentesca, rimane l’abside della cappella quattrocentesca di San Sebastiano che, anche a causa del sollevamento del terreno, era ridotta ad umido seminterrato. L’apertura di un accesso lato cortile interno del palazzo e la costruzione di muri di sostituzione, comportanti la chiusura del vecchio accesso, avevano inoltre occultato o distrutto parte degli affreschi. Altre perdite furono causate dall’umidità e dalle conseguenti cadute di intonaco.
L’attuale proprietario ha provveduto nel 1992 sia al restauro degli affreschi, sia al ripristino dell’antico orientamento, riaprendo l’accesso dal giardino; dando possibilità di aerazione, ha arrestato il degrado e riportato alla luce parte degli affreschi.
La cappella ha pianta rettangolare ed è coperta da volta a sesto acuto.

Il ciclo di affreschi, recentemente restaurato, importante documento del Gotico internazionale, è dedicato alla Passione; le scene rappresentano, a sinistra: 1) Ultima Cena, 2) Cattura, 3) Orazione nell’Orto, 4) Lavanda dei Piedi. A destra: 5) Cristo davanti a Caifa, 6) Flagellazione, 7) Pilato che si lava le mani, 8) Salita al Calvario, 9) Crocifissione, 10) Deposizione.

Sul muro di testa (al quale forse era addossato l’altare), in centro: San Sebastiano affiancato da due figure non ninbate (uomo leggente un libro, giovane armato di spada); a destra, San Bernardino da Siena (quindi l’affresco dovrebbe essere stato realizzato dopo il 1450, anno della beatificazione) e Santa Chiara.
Al di sopra (nella lunetta): in centro, stemma non più leggibile; a destra, resti di una probabile Deposizione nel Sepolcro. Interessante notare, al di sopra del giovane armato, la scritta “B Berna(rdus)” che potrebbe riferirsi al Beato Bernardo del Baden, protettore di Moncalieri, ivi morto nel 1458 e subito venerato, per fama di miracoli, dalla Duchessa Jolanda che ne promosse la beatificazione poco prima di morire (1478). (La Collegiata di Santa Maria di Moncalieri conserva una tavoletta che rappresenta, in analogia all’affresco di Bagnolo, il Santo come giovane guerriero in armatura; il periodo di esecuzione non ne dovrebbe differire molto).
L’autore degli affreschi è ignoto, ma mostra una mano abile, non schiava della maniera, pur rimanendo nel solco della tradizione. L’alto livello qualitativo degli affreschi renderebbe urgente uno studio che li inserisca nel contesto della pittura di secondo quattrocento nel Piemonte Centrale ed Occidentale.

L’Ultima Cena è purtroppo frammentaria.

 

Bibliografia:
– SANTANERA O., Gli affreschi della cappella di San Sebastiano nel palazzo Malingri di Villar Bagnolo, Bollettino della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della prov. di Cuneo, n. 111, CN, 2 -sett. 1994

Fonti:
http://archeocarta.org/bagnolo-piemonte-cn-palazzo-malingri-e-cappella-di-san-sebastiano/

https://www.chieseromaniche.it/Schede/623-Bagnolo-Piemonte-Madonna-del-Castello-o-San-Sebastiano.htm

Data ultima verifica: 08/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

CAIRO MONTENOTTE (Sv). Chiesa parrocchiale di Sant’Andrea di Rocchetta, Ultima Cena.

La parrocchiale ha una facciata in pietra e sagrato in tipica arenaria locale; all’interno pregevoli affreschi e stucchi d’epoca barocca, il crocifisso sull’altare maggiore e una statua della Madonna del Rosario attribuiti alla scuola del Maragliano.
Cosa la rende importante è senz’altro il ritrovamento di due opere di inestimabile valore.
Nel 2013 una campagna di studi dell’organo presente sulla cantoria ne ha permesso di attribuire la paternità dello strumento a Tommaso II Roccatagliata e databile al XVIII secolo; con l’inizio del restauro ed il procedere dei lavori ci si imbatté in un’altra scoperta artistica: alle sue spalle e ricoperto di calce la presenza di dipinto – raffigurante l’Ultima cena – di autore sconosciuto e datato presumibilmente tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.
Grazie al paziente ed esperto lavoro della dr.ssa Claudia Maritano e della collega restauratrice, le quali stavano sistemando l’organo musicale settecentesco, sono emersi anche gli altri apostoli del dipinto murale sulla parete di fondo e un bel Giuda (attraversato verticalmente da una scrostatura del copro dipinto) molto simile a Gesù, riconoscibile per la borsa dei quaranta denari che tiene nella sinistra.
“Sull’affresco ritrovato c’è da aggiungere che si è capito quale animale sia stato servito all’ultima cena: quello che è sul piatto di portata non è un coniglio come farebbero pensare le gambe, né un porcellino come sembrerebbe guardando il musetto, bensì un tasso arrosto…”.
Così afferma con sicurezza il dr. Alfonso Sista delle Belle Arti di Genova, giovedì mattina, durante il sopralluogo con il parroco don Massimo Iglina e Bruno Chiarlone.
“Altri dipinti dell’ultima cena trovati in chiese del Piemonte e della costa ligure propongono infatti questo animale, il tasso, che fu consumato nei nostri luoghi ancora negli anni ’50 del secolo scorso…”.

Fonte: www.ivg.it, 22 feb 2013 e www.wikipedia.org

Data ultima verifica: 8/05/2020
Rilevatore: Angela Crosta

GRAN BRETAGNA – LONDRA. British Museum, Ultima Cena di Anonimo.

Inv. Sloane 5236-134 – a. 1546 – 1550

Data ultima verifica: 22 aprile 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CITTÀ DEL VATICANO, Cappella Sistina, Ultima Cena con scene della Passione di Cosimo Rosselli.

L’Ultima Cena è un affresco (349 × 570 cm) realizzato con aiuti, tra cui Biagio d’Antonio, tra il 1481 e il 1482 e facente parte della decorazione del registro mediano della Cappella Sistina in Vaticano.
Per sanare definitivamente il contrasto con papa Sisto IV, Lorenzo de’ Medici arrivò a proporre alcuni dei più valenti pittori fiorentini come ambasciatori del primato culturale della sua città affinché si impegnassero nell’ambizioso progetto di decorare la nuova cappella palatina del palazzo Apostolico, avviata nei lavori architettonici nel 1477. Tra gli artisti partiti da Firenze, nell’ottobre del 1480, c’erano Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, che si unirono al fiorentino “d’adozione” Perugino, probabilmente già a Roma.
Ciascuno aveva al seguito numerosi assistenti, tra i quali si sarebbero poi distinti alcuni maestri di prim’ordine. Rosselli aveva ad esempio con sé Piero di Cosimo, legato a lui quanto un figlio adottivo.
I lavori procedettero speditamente e il gruppo dei primi fiorentini, a cui si unì poco dopo anche Luca Signorelli, doveva aver finito la decorazione del registro mediano e superiore della cappella nel 1482.
Il progetto iconografico prevedeva una serie di ritratti dei primi trenta pontefici entro nicchie tra le finestre (oggi in larga parte ridipinti e di difficile attribuzione) e sedici grandi riquadri con Storie di Mosè (parete destra) e Storie di Cristo (parete sinistra), messi in parallelo in modo da rappresentare, nel complesso, la trasposizione della legge divina dalle Tavole della Legge alla figura di Cristo e da questi, tramite l’episodio chiave della Consegna delle chiavi a san Pietro e i suoi discendenti, cioè il pontefice stesso. Si trattava quindi di una riaffermazione del fondamento e della sacralità del potere papale, con espliciti richiami anche a chi osava contraddirlo (evidenti nella scena della Punizione dei ribelli).
Di queste sedici scene, che rappresentarono il trionfo dell’arte fiorentina del Quattrocento, ne restano oggi quattordici: due, con la pala dell’Assunta, di Perugino vennero distrutte per far spazio al Giudizio Universale di Michelangelo e due (di Ghirlandaio e Signorelli), sul lato opposto, versavano già un secolo dopo in pessime condizioni e vennero ridipinte nella seconda metà del Cinquecento.
Per quanto riguarda le opere di Cosimo Rosselli, Vasari riporta come esse subirono l’ironia degli altri maestri per la loro debolezza nel disegno: egli era infatti il meno dotato tra quelle robuste personalità artistiche e ciò non mancò di essere rimarcato alla scopritura degli affreschi. Rosselli però, che era consapevole dei suoi limiti ma anche scaltro, aveva accentuato l’uso dei colori forti e brillanti e delle lumeggiature dorate che riverberavano soprattutto alla luce delle candele. Ciò piacque particolarmente al papa, che intendendosi poco d’arte preferiva, evidentemente, l’appariscente al bello, decretando la sua preferenza proprio per il Rosselli, che risultò quindi il vincitore nell’impresa.
La scena fa parte delle Storie di Gesù e, come altre del ciclo, mostra più episodi contemporaneamente. L’iscrizione sul fregio riporta: REPLICATIO LEGIS EVANGELICAE A CHRISTO.
Il cenacolo è ambientato in un’esedra semicircolare, dove si vede il tavolo a ferro di cavallo con Gesù al centro e gli apostoli ai lati. Giuda, come di consueto, è rappresentato dall’altro lato della tavola di spalle, una posizione riservata solitamente alle figure negative, come suggeriscono anche i vicini cane e gatto in lotta, che non sono solamente una vivace notazione domestica. La scena mostra il momento immediatamente successivo all’annuncio da parte di Gesù del tradimento di uno degli apostoli, che genera alcune reazioni, in realtà molto composte e appena espressive quanto basta, tra gli astanti, come il toccarsi il petto per chiedersi se il tradimento sia causato da essi stessi o il parlottare dubbioso a coppie.
Sulla tavola non sono presenti vivande, ma un solo calice davanti a Cristo, mentre in primo piano si trovano in bella mostra stoviglie dorate e argentate, una piccola natura morta derivata dall’esempio dell’arte fiamminga, a quei tempi molto viva a Firenze. Ai lati della scena si trovano due coppie di astanti contemporanei, riccamente abbigliati nelle loro vesti moderne. Davanti a uno di loro, a sinistra, si trova anche un cagnolino che si leva sulle zampette come per chiedere da mangiare.
Nelle finestre dietro la spalliera sono raffigurati tre episodi della Passione: l’Orazione nell’orto, la Cattura di Cristo e la Crocifissione. Si tratta di scene da alcuni attribuite a Biagio d’Antonio, e che più che avvenire nel paesaggio, che comunque è integrato tra scena e scena, appaiono come dipinti nel dipinto. Qualche anno dopo Perugino riprese l’idea nel Cenacolo di Fuligno, scegliendo però una sola scena che avviene lontana, nel paesaggio.

Fonte: https://it.vikipedia.org

Data ultima verifica: 22 aprile 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FIRENZE. già Monastero di San Bartolomeo a Monte Oliveto, affresco staccato dell’Ultima Cena di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma.

Nella chiesa  è conservato l’affresco staccato dell’Ultima Cena e la sua sinopia, opera di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma (Vercelli, 1477 – Siena, 15 Febbraio 1549).


Nato dal calzolaio Giacomo Bazzi e Angela da Bergamo, a soli tredici anni iniziò il suo praticantato, nella sua città, presso la bottega del pittore Giovanni Martino Spanzotti. Successivamente, nel 1498, si trasferì dapprima a Milano e quindi a Siena, nel 1501.
Siena divenne la sua residenza più o meno stabile, ma lavorò spesso anche a Roma.
La sua presenza nella città capitolina è documentata nel 1508, quando Papa Giulio II gli commissionò le decorazioni del soffitto della Stanza della Segnatura, in Vaticano.
Nell’affresco La scuola di Atene (1509 – 1511), il Sodoma stesso è forse raffigurato vicino a Raffaello.
A Villa Farnesina, a Roma, è conservato il suo capolavoro: un affresco con le Nozze di Alessandro e Rossane, dipinto per il banchiere senese Agostino Chigi, L’affresco è ispirato a un’opera greca perduta, un quadro del pittore Aezione (IV secolo a.C.), descritto nel II secolo dallo scrittore greco Luciano di Samosata.
Sodoma sì sposò in gioventù, ma presto si separò da sua moglie. Una sua figlia sposò Bartolomeo Neroni (detto anche Riccio Sanese o Maestro Riccio che del Sodoma fu uno dei principali allievi. Eppure fu considerato dai contemporanei omosessuale tanto che dal 1512 era conosciuto appunto come “Il Sodoma”.
Giorgio Vasari, in particolare, sottolineò spesso questo suo aspetto. Forse era un soprannome venuto fuori da uno scherzo, ma Bazzi sembra aver portato questo nome con orgoglio. La figura artistica del Sodoma costituisce una sorta di ponte tra tardo rinascimento e manierismo; a Siena in particolare la sua importanza fu notevole nell’imprimere le linee generali al successivo manierismo senese.
Del Sodoma si racconta:
Giovan Antonio Bazzi è descritto dal Vasari come un uomo allegro ed originale, che amava ospitare nella propria dimora ogni genere di animale: scoiattoli, tassi, scimmie, asini nani, cavalli piccoli dell’Elba, galline nane…
 Inoltre, amava vestirsi pomposamente con ampie giacche di stoffa ricercata, tessute con fili d’oro e d’argento; indossava cappelli riccamente decorati e portava, con disinvoltura, collane o altri vistosi accessori. Fu soprannominato il Sodoma, probabilmente, per via della condotta di vita poco morigerata che conduceva, ma riguardo al perché di questo appellativo è opportuno ricordare anche un buffo aneddoto.
Un anno, il Bazzi portò un suo cavallo a gareggiare al palio di San Barnaba a Firenze. Il cavallo vinse. Un gruppo di ragazzini si rivolse al pittore per domandargli quale fosse il nome del cavallo vincitore, perché come consuetudine, avrebbero dovuto correre a gridarlo per tutte le vie della città. Il Bazzi, avendo uno spiccato senso dell’umorismo, gli disse che il cavallo si chiamava “Sodoma”. Così, i ragazzini iniziarono a correre per tutte le vie di Firenze gridando: “SODOMA, SODOMA, SODOMA!”. Secondo il Bazzi, quello avrebbe dovuto essere un modo spiritoso per prendere in giro i fiorentini. Per poco non lo lapidarono!
L’altro soprannome, il Mattaccio, gli venne attribuito tra il 1505 ed il 1506, quando lavorava presso il monastero di Monte Oliveto Maggiore.
Con la scusa di poter dipingere in tutta tranquillità, chiese di non essere disturbato fino a lavoro terminato; si chiuse in una stanza ed iniziò a lavorare. I monaci lo assecondarono, ma alla fine, quando videro le pareti affrescate con tutte donne nude danzanti, andarono su tutte le furie. Il Mattaccio, essendosi divertito non poco, li rassicurò e si mise subito all’opera per disegnare dei vestiti sui corpi delle donne dell’affresco. Il lavoro finale ai monaci piacque, ma valse al Bazzi il nuovo soprannome di “Mattaccio”.

Data ultima verifica: 22 aprile 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – MONACO DI BAVIERA. Staatliche Graphische Sammlung, modello preparatorio dell’Ultima Cena di Giorgio Vasari.

Da “Alessandro Nova, L’Ultima Cena di Giorgio Vasari per il convento delle Murate: contesto, committenza e un episodio della crisi religiosa del Cinquecento
“Il modello preparatorio, oggi a Monaco, racconta una storia differente: al di sopra della testa di Cristo si leggono queste parole: HOC EST ENIM / CORPVS MEVM anzichè HOC FACITE / IN MEAM / COMMEMORATONEM come compare nel dipinto originale.
in
Dall’alluvione alla rinascita: il restauro dell’Ultima Cena di Giorgio Vasari. Santa Croce cinquant’anni dopo (1966-2016)“, a cura di Roberto Bellucci, Marco Ciatti, Cecilia Frosinini.

Edizioni Firenze Edifir – Opificio delle Pietre Dure.

Data ultima verifica: 22 aprile 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FIRENZE. Santa Croce, Ultima Cena di Giorgio Vasari

Il grande dipinto a olio su tavola, formato da cinque scomparti in legno di pioppo, (262 x 580 cm) fu commissionato al Vasari da nobili monache per il refettorio del monastero delle Murate di Firenze e fu realizzato tra il 1546 e il 1547.
Il dipinto fu conservato alle Murate fino alla soppressione dell’ordine religioso avvenuta nel 1808 durante la dominazione di Napoleone Bonaparte. Successivamente venne trasferito all’interno del complesso di Santa Croce, dove rimase fino al 4 novembre 1966, giorno dell’alluvione di Firenze. Gravemente danneggiato dalle acque, venne portato nei depositi della locale Soprintendenza dove rimase per circa 40 anni.
Soltanto a partite dal 2006 venne deciso il restauro, presso l’Opificio delle Pietre Dure, terminato nel corso del 2016, che ha portato alla ricollocazione originaria del dipinto nel Museo di Santa Croce in occasione del cinquantesimo anniversario dell’alluvione.
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“Dall’alluvione alla rinascita: il restauro dell’Ultima Cena di Giorgio Vasari. Santa Croce cinquant’anni dopo (1966-2016)”, a cura di Roberto Bellucci, Marco Ciatti, Cecilia Frosinini.
Edizioni Firenze Edifir – Opificio delle Pietre Dure, 2016

Indice:
– Presentazioni;
– Alessandro Nova, L’Ultima Cena di Giorgio Vasari per il convento delle Murate: contesto, committenza e un episodio della crisi religiosa del Cinquecento;
– Emanuela Ferretti, La res aedificatoria di Vasari nello specchio delle arti figurative: prime note sull’architettura dipinta dell’Ultima Cena delle Murate;
– Daniela Smalzi. Il cenacolo vasariano del refettorio delle Murate: ipotesi ricostruttiva del contesto architettonico;
– Ludovica Sebregondi, Claudia Timossi. L’Ultima Cena di Vasari in Santa Croce;
– Giorgio Valentino Federici. Giorgio Vasari e le alluvioni.
– Marco Ciatti. Cinquanta anni dopo: i problemi conservativi dei dipinti alluvionati;
– Antoine Wilmering. The Last Supper and the Panel Paintings Initiative;
– Roberto Bellucci. L’Ultima Cena di Giorgio Vasari: 40 anni di depositi e 10 anni di restauro. La fine di un ciclo?
– Ciro Castelli, Alberto Dimuccio, Mauro Parri, Andrea Santacesaria. I cinque supporti lignei dichiarati “irrecuperabili”: dalla criticità al completo recupero;
– Elisabetta Bianco, Antonella Casaccia, Ilaria Corsini, Chiara Mignani, Debora Minotti. L’Ultima Cena del Vasari: un restauro al limite del possibile;
– Marco Pancani, Il sistema di sollevamento pensato per l’Ultima Cena.
– Tavole.
– Raffaella Fontana, Enrico Pampaloni, Paolo Pingi, Studio dei sollevamenti dello strato pittorico mediante rilievo tridimensionale;
– Carlo Galliano Lalli, Giancarlo Lanterna, Isetta Tosini, Federica Innocenti, Le indagini del Laboratorio scientifico sulla tavola del Vasari.

Localizzazione: FIRENZE. Chiesa di Santa Croce
Autore: Giorgio Vasari
Periodo artistico: 1546 -1547
Note storiche: STORIA DEL CONVENTO DELLE MURATE Nel 1390 il Comune concesse ad una giovane donna di nome Apollonia, già compagna di santa Caterina da Siena, di vivere in una casupola in legno a ridosso del secondo pilone del "Ponte Rubaconte", l'attuale ponte alle Grazie. Dopo sei anni vissuti in totale solitudine, Apollonia accolse un'altra donna, suor Agata, e la sua nipotina di tre anni. Nel 1400, sentendo il bisogno di staccarsi totalmente dal mondo, si fecero murareall'interno della casina, vivendo di elemosine, in condizioni di estremo disagio; poi altre donne seguirono il loro esempio e occuparono la casina di un altro pilone; la gentedel tempo prese ad usare l'appellativo delle "Murate". Nel 1424 l'abate Gomezio, benedettino, nominato dal papa riformatore di tutti i monasteri di Firenze, le fece trasferire in via Ghibellina in una casa ricevuta in eredità e adattata a piccolo monastero in cui introdusse la regola benedettina. Fra il 1439 e il 1443 venne realizzato il nuovo monastero che godette di lasciti di terreni e case confinanti. Dalla seconda metà del Quattrocento e per tutto il Cinquecento, il monastero ospitò le figlie delle più insigni famiglie italiane dell'epoca. Il monastero venne ristrutturato e ingrandito nel 1471 da Lorenzo de' Medici a seguito di un incendio; grandi lavori furono effettuati anche durante tutta la prima metà del Seicento sia architettonici che pittorici. La soppressione delle corporazioni religiose voluta del governo napoleonico nel 1808 portò alla chiusura definitiva nel 1817. Tra il 1817 al 1845 gli spazi del complesso ospitarono una caserma e una fabbrica di fuochi di artificio. Intanto iniziavano i lavori per adattare Le Murate a carcere, l'istituzione della "Casa di correzione per Maschi" venne ufficialmente varata il 1832; nel 1848 le carceri assunsero il nome di Stabilimento penitenziario di Firenze. Il carcere venne chiuso nel 1984, ma il recupero edilizio e funzionale dell'ex carcere delle Murate iniziò solo nel 2001.
Materiale illustrativo: Vedi sopra libro.

VARALLO SESIA (Vc). Sacro Monte, le cappelle, l’Ultima Cena, XVI-XIX secolo

Iscrizione: ”La sapienza ha immolato le sue vittime, ha miscelato il vino ed ha imbandito la sua mensa” (Proverbi 9,1-2).
Quando ful’ora, Egli si mise a tavola ed i dodici Apostoli con Lui, ed Egli disse loro: “Ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima del mio partire (Luca 22, 14-15 )”.
Sulla parete di sinistra è raffigurata la lavanda di piedi. Venne realizzata, con la costruzione del portico nel 1776 per ospitare l’antico gruppo ligneo.
In origine la cappella della Cena con le sue sculture sorgeva alle spalle della chiesa vecchia (oggi albergo del pellegrino).
Le 16 statue, manichini di legno rivestiti di tele gessate e dipinte, sono tra più antiche del monte, opera di ignoto autore.
Di straordinaria ricchezza la tavola imbandita, con pezzi in terracotta, terracruda, legno, marmo, cera soffiata, carta pesta eseguiti tra il 1500 e il 1800.
Giovanni Antonio Orgiazzi nel 1778 dipinse, in elegante stile rococò la decorazione pittorica.

Fonte: www.sacromontedivarallo.org

 

Localizzazione: VARALLO SESIA
Data ultima verifica: 10 aprile 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

REVELLO (Cn), fraz. Staffarda. Abbazia di Santa Maria, Ultima Cena.

Il Progetto “Ultima Cena e Ultime Cene”.

Nella ricorrenza dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, sono stati organizzati molti eventi, a vari livelli. Anche l’Associazione Amici della Fondazione Ordine Mauriziano, nel suo piccolo, ha reso omaggio al grande Genio con un sito internet che raccoglie le opere artistiche (affreschi, quadri, sculture) aventi come soggetto l’Ultima Cena, ad iniziare ovviamente dall’assoluto capolavoro leonardesco presente a Milano.
Il “Museo virtuale Ultima Cena” (www.ultimacena.com) è una mappatura delle rappresentazioni visibili in Italia e all’estero.
Sono già state inserite oltre 160 schede. Partendo da questa mappatura sono stati creati percorsi tematici che collegano ad altre raffigurazioni, per esempio nel torinese (il Duomo di Torino, la Basilica di Superga, la Chiesa di San Lorenzo Martire a Giaveno) e nel cuneese (l’Abbazia di San Dalmazzo di Pedona, la Casa canonica di Genola) per incentivare un turismo artistico attento a tematiche nuove. Sarà poi possibile allargare tali percorsi anche ad altre province piemontesi ed oltre.
Sono stati effettuati laboratori didattici in alcune scuole per la presentazione storico-artistica dell’affresco: contesto storico,
tecnica dell’affresco, considerazioni sulla tutela dei Beni Culturali. Coinvolgendo i ragazzi in età scolare si può ottenere una maggior sensibilizzazione alla tutela delle opere d’arte già nei più piccoli.
Nucleo del progetto è stato il restauro dell’affresco dell’Ultima Cena presente nel Refettorio dell’Abbazia di Santa Maria di Staffarda (Revello). Il restauro è stato iniziato nel mese di maggio 2018 e ultimato a marzo 2019 grazie al sostegno della Fondazione CRT, della Compagnia di San Paolo, della Fondazione Ordine Mauriziano, di UNI.VO.C.A., del Centro Servizi per il Volontariato VOL.TO, di alcuni soci e privati e alla puntuale attenzione prestata in corso d’opera dalla competente Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo (dott.ssa Valeria Moratti).
Si è inteso, alla fine dei lavori, pubblicare i risultati del restauro, realizzato sulla base di un dettagliato progetto basato sull’avanzato stato di degrado dell’opera e criticità ambientali in cui era sita. Il progetto suggeriva quanto mai necessario e urgente l’intervento di restauro per scongiurare la perdita dell’affresco. Trattandosi di pubblicazione gratuita per i contributori ed il pubblico finale, il volume è inserito anche sul sito internet dell’associazione e sul sito Ultima Cena, in PDF, liberamente scaricabile per una maggior promozione e divulgazione a vari livelli.
                                                                                                                                              Alfredo Norio
                                                                                                                                       Presidente AFOM

Vedi allegato: Ultima Cena Staffarda

CAPUA (Ce), fraz. Sant’Angelo in Formis, Abbazia benedettina, Ultima Cena.

La chiesa, dedicata a San Michele Arcangelo, sorge lungo il declivio occidentale del monte Tifata.
Inizialmente nei documenti l’edificio è indicato come ad arcum Dianae (“presso l’arco di Diana”), ricordando che sorgeva al di sopra dei resti del tempio dedicato a questa divinità, mentre successivamente ci si riferisce ad esso con le denominazioni ad Formas, Informis o in Formis. L’interpretazione etimologica della nuova denominazione è controversa: da una parte l’ipotesi è che derivi dal termine latino forma (“acquedotto”), e che stia ad indicare la vicinanza di un condotto o di una falda; mentre dall’altra il termine si considera derivato dalla parola informis (“senza forma”, e quindi “spirituale”).
I resti del tempio romano furono rinvenuti nel 1877, e si è notato che la basilica ne ripercorre il perimetro, aggiungendo le absidi al termine delle navate. La prima costruzione della basilica si può far risalire all’epoca longobarda, sulla base dell’ampia diffusione del culto dell’arcangelo Michele presso i Longobardi alla fine del VI secolo.
Al tempo del vescovo di Capua Pietro I (925-938), la chiesa fu donata ai monaci di Montecassino, che volevano costruirvi un monastero. La chiesa fu poi tolta ai monaci e ridonata loro nel 1072 dal principe di Capua, Riccardo.
capuaL’allora abate Desiderio di Montecassino (il futuro papa Vittore III) decise di ricostruire la basilica (1072 – 1087) e ne rispettò ancora gli elementi architettonici di origine pagana. A lui si devono gli affreschi di scuola bizantino-campana che decorano l’interno e che costituiscono uno tra i più importanti e meglio conservati cicli pittorici dell’epoca nel sud Italia.
Al XII secolo sono stati attribuiti il rifacimento del portico antistante la chiesa, con nuovi affreschi, e una ricostruzione del campanile in seguito ad un crollo.
La facciata è preceduta da un porticato a cinque arcate ogivali, quella centrale più alta è realizzata con elementi marmorei di reimpiego. Le arcate sono sorrette da quattro fusti di colonna, due a destra in marmo cipollino e due a sinistra in granito grigio, con capitelli corinzi non pertinenti e diversi tra loro, e sorrette da altri elementi architettonici diversi riutilizzati in funzione di basi. Gli elementi di reimpiego provengono probabilmente da edifici facenti parte del santuario pagano. Alla destra della facciata il campanile: presenta il basamento costruito con blocchi di reimpiego, disposti in modo regolare e vi è inserito un fregio con decorazioni zoomorfe, mentre il secondo piano è decorato da bifore.

capuaDal portico, a cui si accede con quattro gradini marmorei, si accede all’interno, a pianta basilicale, senza transetto, con tre navate, ciascuna delle quali termina in un’abside. Le colonne che dividono le navate, con fusti di diverse varietà di marmi e capitelli corinzi, sono ugualmente di riutilizzo da edifici di epoca romana.
In una miniatura che illustra i possedimenti dell’Abbazia di Montecassino, riferita alla donazione del 1072, la chiesa è rappresentata ad una sola navata e con il portico a tre archi, mentre il campanile si trova a sinistra della facciata.
Nell’affresco dell’abside maggiore è raffigurato l’abate Desiderio che offre il modellino della chiesa: qui il campanile è ancora raffigurato a sinistra, ma l’edificio presenta tre navate. La miniatura dovrebbe quindi rappresentare la chiesa come era al momento della donazione di Riccardo, mentre l’affresco dell’abside raffigurerebbe i lavori fatti compiere da Desiderio di Montecassino.
La posizione del campanile a sinistra, della chiesa, diversa da quella attuale, ha fatto ipotizzare una sua ricostruzione in seguito ad un crollo, probabilmente nell’ambito dei lavori condotti nel XII secolo.
capuaIl ciclo di affreschi è attribuibile alla ricostruzione della chiesa ad opera dell’abate Desiderio, come testimonia il suo ritratto nell’abside della chiesa con il nimbo quadrato (utilizzato per distinguere i personaggi viventi), mentre offre a Cristo il modello della chiesa, e l’epigrafe sul portale d’ingresso. La decorazione inoltre è confrontabile con miniature realizzate nello scriptorium dell’abbazia di Monte Cassino.
Gli affreschi delle pareti della navata centrale: scene del Nuovo Testamento su due registri, tranne per la Crocifissione e l’Ascensione, che li occupano entrambi. Nei pennacchi delle arcate i Profeti (a sinistra: la Sibilla Persica o Eritrea; Davide, Salomone, Crocifisso (perduto), Osea, Sofonia, Daniele, Amos e un altro profeta perduto; a destra: Isaia, Ezechiele, Geremia, Michea, Balaam, Malachia, Zaccaria, Mosè, Abdia).
Gli affreschi delle pareti delle navate laterali: storie dell’Antico Testamento (molto danneggiato): rimangono quattordici scene, tratte dai libri della Genesi e dell’Esodo (Cacciata dei Protoparenti, le storie di Caino e Abele, le storie di Noè, quelle di Abramo e Isacco) e, infine, la storia di Gedeone, tratta dal libro dei Giudici. Al di sotto, medaglioni con i ritratti degli abati di Montecassino.
Affresco della controfacciata: Giudizio Universale.
Gli affreschi dell’abside maggiore: Cristo in trono tra i quattro simboli degli Evangelisti, sotto i quali si trovano gli arcangeli (Michele, Gabriele e Raffaele) e alle estremità Desiderio e san Benedetto.
Gli affreschi dell’abside minore sud: Vergine tra due Angeli.
capuaLe scene dell’Antico Testamento delle navate laterali e quelle del Nuovo Testamento nella navata centrale, costituiscono un insieme unico, il cui legame è sottolineato dalla presenza dei Profeti e risponde alla volontà di esplicitare e dimostrare che l’Antico Testamento era nient’altro che il «Nuovo coperto di un velo», come affermavano i celebri versi di Sant’Agostino.
Questo tema (la “Concordanza tra i Testamenti”) si ritrovava negli affreschi della basilica di San Pietro in Vaticano, che sicuramente fu il modello di tutte le decorazioni successive di questo genere. La disposizione delle scene in Sant’Angelo è tuttavia insolita: in genere, infatti, gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento venivano raffigurati entrambi nella navata centrale (ciascuno su una delle pareti, ovvero su due registri sovrapposti). La disposizione di Sant’Angelo può essere dovuta alla volontà di far risaltare il ciclo cristologico rispetto a quello veterotestamentario: come l’Antico Testamento è ombra del Nuovo, così gli episodi che lo illustrano vanno visti nell’ombra delle navate laterali.
Il tema principale svolto dalle pitture parietali è quello dell’abolizione dei sacrifici dell’Antico Testamento operata da Cristo per mezzo della Crocifissione: al tema si riferiscono gli episodi di Caino e Abele, di Noè, di Abramo e Isacco, la cui comprensione è facilitata dal fatto che tali scene erano ripetute spesso negli edifici e commentate altrettanto spesso nei testi. Tuttavia sono presenti anche scene meno frequenti, come quella di Gedeone, che a Sant’Angelo in Formis è per la prima volta rappresentata nell’arte monumentale
Tra le scene quella della Maiestas Domini è certamente uno dei brani pittorici in cui è maggiormente evidente la formazione bizantina degli autori. Tipico dello stile bizantino è infatti lo schematismo geometrico: ciò si nota a partire dal volto e dalla raffigurazione dei panneggi, in cui la linea spezzata e i cerchi concentrici in corrispondenza delle ginocchia sono unico elemento dinamico dell’immagine. Forte è il contrasto fra le tinte: sia nel Cristo che negli arcangeli i volti sbiancati sono ravvivati dal rosso sanguigno delle gote e dagli aspri contrasti delle vesti che accostano azzurri intensi, gialli e rossi.

Fonte: www.wikipedia.org

Immagine da
http://arteimmagine.annibalepinotti.it/index.php/opere-da-colorare/109-materiali-extra/18236-romanica

Info:
via Luigi Baia 120, Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua.
tel. 0823 335315

Localizzazione: Basilica di Sant'Angelo in Formis
Periodo artistico: Seconda metà dell'XI secolo
Note storiche:

Di molto pregio, gli affreschi della seconda metà dell'XI secolo, opera di una scuola locale che si atteneva ai modelli ed all'iconografia dell'arte bizantina.

Sopra gli archi, molte scene della storia di Gesù, fra cui una 'Ultima Cena'.

Nell'abbazia benedettina di Sant'Angelo in Formis, presso Capua, nell'affresco dell'Ultima Cena (1072-1087 ca.) eseguito sulla parete del terzo registro della navata centrale, il Cristo nimbato e i dodici apostoli sono disposti alla maniera antica attorno al tavolo in forma di sigma. Gesù e Pietro, secondo la tradizione, sono posti alle due estremità, mentre le teste dei discepoli sottolineano l'arrotondamento del tavolo; a sinistra e a destra, degli addobbi decorativi ricadenti davanti al tavolo in emiciclo completano la scena. Nel XIX secolo tra gli studiosi sorse un vivace dibattito sulle caratteristiche stilistiche del ciclo delle pitture di Sant'Angelo in Formis, tuttavia la recente ricerca iconografica si è orientata verso la tesi che esso vada inserito in un percorso di pertinenza di base bizantina e vada considerato come espressione, sia pure in zona periferica, di una particolare direttrice della pittura della capitale d'oriente della seconda metà del secolo XI.
Data ultima verifica: 19 marzo 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SIENA. Pinacoteca Nazionale, Polittico dell’Arte della Lana, 1426, Ultima Cena del Sassetta.

Il Sassetta, pseudonimo di Stefano di Giovanni di Consolo (Cortona (?), 1400 circa – Siena, 1450), è stato un pittore italiano.
Il soprannome Sassetta è attestato solo dal Settecento e, sulle prime, sotto la forma di cognome.
Nacque in data sconosciuta probabilmente a Siena, anche se ci sono ipotesi su una sua possibile nascita a Cortona. Di lui si hanno comunque le prime notizie a Siena, nel 1423. Pittore riconosciuto ed apprezzato dai contemporanei, come dimostrano le committenze nel duomo, nel palazzo pubblico e su una porta di accesso della città, fu maestro di molti discepoli.
La prima opera certificata è la pala di altare realizzata per il Palazzo dell’Arte della Lana. Commissionata nel 1423, di questa opera composita rimangono solo pochi pannelli dispersi in vari musei, anche se molti di essi si trovano nella Pinacoteca Nazionale di Siena.
Dai frammenti rimasti si nota un pittore molto legato alla tradizione della pittura senese, in particolare a quelle di Pietro e Ambrogio Lorenzetti, ma sensibile alle sperimentazioni del rinascimento fiorentino, certamente note al pittore. Così nella preghiera di San Tommaso della Pinacoteca Vaticana si vede un’articolazione degli spazi architettonici complessa ed unica, che vuole anche trasmettere l’austerità e il rigore religioso del santo, attraverso il pancale ed il leggio spogli resi in prospettiva. Molto articolati gli spazi della chiesa nella scena del miracolo eucaristico dove le figure sono oltretutto volumetriche.
Anche nell’Ultima Cena le figure sono volumetriche e disposte in una precisa simmetria. È un’opera in cui sono già visibili le prime novità rivoluzionarie del Rinascimento, in particolare la prospettiva delle architetture e il naturalismo delle figure e dei paesaggi.
Nel Sant’Antonio colpito dai demoni la scena principale passa quasi in secondo piano rispetto ai dettagli naturalistici del paesaggio e al cielo con le striature bianche, il primo forse di tutta la pittura italiana a noi pervenuta.
Infine, la scena concitata dell’esecuzione di un eretico mostra, oltre ad accurati dettagli naturalistici, una sperimentazione di movimenti e posizioni umane ed animali che ricorda quella messa in atto da Paolo Uccello. Sono tutti elementi che richiamano alle innovazioni sperimentate dall’ambiente fiorentino di quegli anni.
Un’altra opera importante è la Pala della Madonna della neve commissionata nel 1430 per l’altare di San Bonifacio nel Duomo di Siena e terminata nel 1432 secondo documenti a noi pervenuti. La tavola raffigura la Madonna in trono e quattro santi e, nella predella, Storie della fondazione di Santa Maria Maggiore). Oggi è esposta nella Galleria degli Uffizi (donazione Contini-Bonacossi), Firenze.
L’opera più importante è sicuramente il Polittico di Borgo San Sepolcro, realizzato per la Chiesa di San Francesco di Sansepolcro tra il 1437 e il 1444. Era il complesso d’altare più grande del Quattrocento italiano, composto da 48 tavole disposte su due facce (forse oltre 50 se si ipotizzano anche pilastrini laterali). Disperso nell’Ottocento, ne sono state ritrovate circa la metà. Alla Madonna in trono e quattro santi sulla faccia anteriore, corrisponde l’estasi di San Francesco e otto scene della sua vita su quella posteriore.
Le numerose versioni di Madonna dell’Umiltà pervenuteci dall’artista permettono, meglio di altre opere, di apprezzare l’evoluzione stilistica del Sassetta.
Il Sassetta morì nel 1450, per una polmonite contratta lavorando all’affresco dell’Incoronazione della Vergine sulla porta Romana di Siena. L’opera fu poi terminata dal suo allievo Sano di Pietro.
Il suo stile sospeso tra gotico e Rinascimento è caratterizzato dai tratti allungati dei personaggi e dall’uso costante dello sfondo dorato. Artista ancorato alla tradizione gotica senese, è caratterizzato da notevolissimi interessi prospettici e naturalistici, sia nelle scene principali che nelle tavole di predella, sviluppatisi praticamente in contemporanea alle opere di Masaccio e del primo Paolo Uccello a Firenze, dove probabilmente si recò in gioventù.
Con il trascorrere degli anni, il Sassetta volle attenuare la sue sperimentazioni in modo consapevole, forse per non disdegnare i gusti di una città e di una committenza ancora non in grado di accettare di doversi adeguare allo stile della vicina ed antagonista Firenze.

Fonte: www.wikipedia.org

MELFI (Pz). Nella Cattedrale un’Ultima Cena di indiscutibile bellezza.

A Melfi un’Ultima Cena di indiscutibile bellezza è conservata presso la Basilica Cattedrale. Molti se ne sono accorti soltanto in questi ultimi tempi: dalla controfacciata, attualmente interessata da lavori, la tela è stata staccata e collocata momentaneamente in una cappella della navata destra. In questo modo è possibile ammirarla ad altezza naturale e analizzare ogni singolo dettaglio nonché il cattivo stato di conservazione che invoca un immediato intervento di restauro.
Sono andato a trovarla più volte, fotografando e dialogando con essa.
Il tema rappresentato, facilmente riconoscibile, riguarda uno dei momenti più salienti della Passione di Cristo, anzi ne costituisce l’incipit: si tratta della cosiddetta Ultima Cena, avvenuta durante la Pasqua ebraica celebrata da Gesù e dai suoi dodici apostoli la sera del giovedì “santo”, nel luogo noto come Cenacolo che la tradizione vuole sul Monte Sion a Gerusalemme.
L’Ultima Cena istituisce il sacramento dell’Eucarestia: offrendo il suo corpo e il suo sangue (rappresentati dal pane e dal vino), Gesù opera un atto di sacrificio fondamentale per la salvezza degli uomini.
L’episodio, raccontato da tutti e quattro i Vangeli, è uno dei temi più diffusi nella storia dell’arte.
L’iconografia, più o meno complessa, dipende da molteplici fattori: anzitutto le fonti classiche, vale a dire i Vangeli che narrano l’episodio, con qualche discrepanza l’uno dall’altro; si aggiungono poi una serie di considerazioni teologiche o ancora della tradizione popolare, nonché le inclinazioni della committenza artistica che hanno portato alla diffusione di un simbolismo sempre più variegato.
Gli storici dell’arte hanno pertanto elaborato un sistema di codifica dei simboli. Ad esempio, assai diffuso è il tema che vuole Giuda Iscariota – il traditore del Maestro – in una posizione emarginata rispetto al gruppo: colui che si macchia del misfatto più grande, non solo non è degno di sedere a quella tavola ma deve essere anche facilmente riconosciuto.
Non è così per Leonardo da Vinci, autore del celeberrimo Cenacolo conservato in Santa Maria delle Grazie a Milano e che costituisce lo spartiacque delle rappresentazioni sul tema: Giuda Iscariota si mescola con gli altri perché, in fin dei conti, è uno di noi e ognuno di noi può potenzialmente compiere un atto di tradimento. Si inserisce qui anche la dottrina del libero arbitrio, cara ai domenicani che commissionarono l’opera a Leonardo. Un ulteriore elemento che lo identifica è il sacchetto contenente i trenta denari con i quali è stato pagato dal sinedrio per consentire l’arresto di Gesù.
E veniamo al dipinto conservato nella Cattedrale di Melfi. Al momento non sono noti studi e documenti che possano dirci, con una certa sicurezza, la genesi e l’evoluzione della tela, pertanto ciò che conta è una buona capacità osservativa abbinata alla conoscenza della storia dell’arte per fare le dovute considerazioni. Ed è il lavoro che sto cercando di portare avanti, anzitutto attribuendo a ogni singolo personaggio una sua identità. Alcuni rilievi sono piuttosto convincenti ma mi riserverò di pubblicare le mie considerazioni in un secondo momento.
Attorno al tavolo rettangolare troviamo Gesù in posizione centrale, i dodici apostoli, ciascuno con una propria fisionomia ed emotività, e quattro servi che si adoperano a servire i commensali. Sulla parete di fondo si apre un finestrone che dà su un paesaggio collinare tempestato di nubi e raggi, assicurando un effetto di profondità e di sfondamento della tela, accentuato anche dalle linee tracciate dal pavimento ai piedi del tavolo.
Il Cristo emerge in tutta la sua solitudine, attorniato dal nimbo e con la mano destra benedicente alla “latina”, cioè con pollice, indice e medio aperti a significare la Trinità, e anulare e mignolo chiusi allusivi alla doppia natura umana e divina. Il fatto che Cristo sia l’unico a essere contraddistinto dall’aureola (simbolo di santità) non deve essere visto come una stranezza: considerata da molti artisti un retaggio medievale, l’aureola tende a comparire sempre meno perché interessa soprattutto rappresentare il santo nella sua condizione umana e quindi più vicina al fedele.
La scena è comunque a una svolta narrativa di straordinario valore: Gesù ha appena pronunciato le celebri parole “In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”. Parole che generano emotività, come un moto ondoso che investe totalmente gli apostoli. A ciascuno viene affidata una propria psicologia e un proprio dinamismo che si contrappone all’unico centro fermo, il Cristo, il quale spinge e allo stesso tempo raccorda una tale intensità.
In base alle informazioni fornite sopra, è possibile individuare una figura chiave dell’episodio: Giuda Iscariota. Egli si trova al di qua del tavolo, dando le spalle all’osservatore mentre con la mano destra regge il sacchetto con i denari.
Ma c’è una figura che più di tutte ha destato curiosità, soprattutto tra i non addetti ai lavori, e che ha generato non poca confusione, tanto da richiederne una chiarificazione. Una curiosità che, bisogna dirlo, torna di tanto in tanto a seconda delle mode, alimentata spesso da una buona dose di ignoranza.
Si tratta dell’apostolo che poggia la testa sul petto di Gesù. Questa “posa” viene esplicitamente descritta nel Vangelo di Giovanni: “Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: <<Signore, chi è?>> (Gv., 23-25). La dicitura “il discepolo che Gesù amava” compare qui per la prima volta e verrà ripetuta anche quando il discepolo si trova sotto la Croce o quando viene avvisato da Maria Maddalena che il Signore non è più nel sepolcro. Gli studiosi hanno visto in questo discepolo prediletto San Giovanni Evangelista, seppure alcuni esegeti stiano tentando una riconsiderazione (ma sono studi recentissimi).
Nella storia dell’arte il tema dell’apostolo Giovanni “appoggiato” al Cristo è largamente adoperato, con diverse varianti. L’impressione che stia dormendo deriva, secondo diverse analisi, dall’usanza romana di sdraiarsi di fianco durante i pasti. San Giovanni ha spesso lineamenti delicati, quasi femminei o giovanili, da qui la convinzione che rappresenti una donna, nello specifico Maria Maddalena. È successo con Leonardo da Vinci, succede anche con il nostro dipinto. Ma è sufficiente fare una comparazione con tantissime Ultime Cene per rendersi conto di quanto questo tema iconografico sia diffuso.
Lo troviamo, ad esempio, nell’opera scultorea del pulpito della cattedrale di Volterra, ascrivibile a maestranze romaniche del XII secolo (vedi scheda); nel dipinto absidale datato XIII secolo della Basilica di Sigismondo a Rivolta d’Adda (vedi scheda); in Andrea del Castagno, autore della bellissima Ultima Cena in Sant’Apollonia a Firenze del 1445-50 (vedi scheda); nel Cenacolo di San Marco sempre a Firenze, opera di Domenico Ghirlandaio databile al 1486 circa (vedi scheda); in Jacopo Bassano nell’opera custodita presso la Galleria Borghese a Roma, del 1546 (vedi scheda). E l’elenco potrebbe continuare. E se ciò non bastasse, leggiamo Jacopo da Varazze, autore della Legenda Aurea, altro testo capitale di cui gli artisti si sono spesso serviti per realizzare le loro opere: San Giovanni è infatti descritto come un “giovane vergine”.
Proseguiamo con l’analisi. Sul tavolo sono presenti alcuni elementi altamente simbolici e che, nell’insieme, costituiscono anche un esempio di natura morta. Innanzitutto, l’agnello su un grande vassoio, proprio sotto la figura del Cristo, ascrivibile all’Agnus Dei, alla vittima sacrificale per la redenzione degli uomini. Ancora, il pane e il calice (quest’ultimo all’estrema destra), allusivi al corpo e al sangue di Cristo e quindi al sacramento dell’Eucarestia appena istituito; e poi dei frutti, delle vettovaglie e un coltello, forse allusivo all’episodio successivo dell’orecchio mozzato da san Pietro al servo Malco.
Il racconto, naturalmente, non si ferma qui. C’è un lavoro complesso in atto di indagine iconografica che dovrà individuare ogni singolo personaggio, nonché l’esegesi degli altri elementi presenti (come ad esempio la frutta). Una volta ricostruita la lettura del quadro, si potrà dire qualcosa sul periodo in cui è nato.
Ma forse quello che preme maggiormente segnalare è il restauro: il tempo, l’umidità, la polvere hanno portato a un deterioramento della tela, con considerevoli perdite di colore e formazione di macchie e di fori. Ciononostante, l’opera trasuda bellezza e maestria tanto da commuovere chi la osserva. Per questo bisogna intervenire su più fronti, e al più presto.
È un atto dovuto, sia per rendere giustizia all’artista che lo ha realizzato, sia perché Melfi, paese che mi ha dato i natali, merita di essere studiato seriamente e dalle fondamenta.
Solo così è possibile godere pienamente della Bellezza.

Fonte: www.lacasadimagritte.it, 25 gen 2020

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FIRENZE. Cenacolo di Sant’Apollonia, Ultima Cena di Andrea del Castagno.

L’Ultima cena è un affresco (453 x975 cm) di Andrea del Castagno, databile al 1445-1450 circa e conservato nel Museo del Cenacolo di Sant’Apollonia a Firenze.
La particolarità dello spazioso refettorio sta nel grande affresco di Andrea del Castagno raffigurante l’Ultima cena, un tema molto usato per le sale dove i monaci o le monache consumavano i pasti, dipinto tra il 1445 ed il 1450.
L’affresco, che occupa l’intera parete ovest del refettorio, è composto di una parte centrale, dove si trova per tutta la lunghezza della parete l’Ultima Cena e di una parte superiore dove, intervallati da due finestre, si trovano (da sinistra) le scene della Resurrezione, Crocifissione e Deposizione.
L’Ultima Cena è dipinta come se si stesse svolgendo in un piccolo edificio, un triclinium imperiale nello stile rievocato negli scritti di Leon Battista Alberti, con la parete anteriore assente, in modo da permettere allo spettatore la visione dell’interno. L’ambientazione è curata nei minimi dettagli: dalle tegole del tetto, al soffitto a quadrati bianchi e neri, dal pavimento alle pareti laterali, fino ai due muri in laterizio che chiudono la scena a destra e a sinistra. Tutto è inquadrato in una prospettiva rigorosa, con un forte scorcio laterale, dove tutti gli elementi hanno una precisa collocazione geometrica.
La cena di Gesù con gli apostoli si svolge in una stanza all’antica, decorata con lussuosa e raffinata eleganza: attorno a un lungo tavolo con una tovaglia bianca, che evidenzia lo sviluppo orizzontale della scena, stanno seduti su scranni coperti da un drappo con motivi floreali, gli apostoli e Gesù, tranne Giuda che si trova sul lato opposto, su uno sgabello. La collocazione di Giuda separato dal resto degli apostoli è tipica dell’iconografia (anche se di solito si trova a destra, piuttosto che a sinistra di Gesù) e la sua figura barbuta e di profilo assomiglia a quella di un satiro della mitologia romana, dalla quale i cristiani avevano mutuato molte delle caratteristiche fisiche del diavolo.
Anche il san Giovanni dormiente accanto a Cristo è un elemento tradizionale, presente ad esempio, assieme al Giuda di spalle, anche nel cenacolo di Santa Croce di Taddeo Gaddi, per rimanere in ambito fiorentino. la scatola prospettica ha invece un precedente trecentesco nel cenacolo di Santo Spirito di Andrea Orcagna (1360-65 circa).
Le spalliere sono decorate da sfingi e anfore scolpite alle estremità, un evidente richiamo al gusto antico. Alle spalle degli apostoli risaltano una serie di riquadri con finte specchiature in marmi pregiati, che accrescono, con il loro rigore geometrico e coloristico, la staticità e la solennità della scena. Esse sono molto più cupe, e per questo realistiche, delle specchiature marmoree usate in opere coeve di pittori come Filippo Lippi o Beato Angelico. Fa eccezione il pannello più screziato alle spalle del Cristo, che sembra agata e richiama subito l’occhio dello spettatore verso il nodo del dipinto, tra le figure di san Pietro, Giuda e Cristo.
In alto corre un fregio con nastri intrecciati e fiori. La medesima decorazione parietale ricorre anche sui lati, anche se qui il pittore fece un errore: sui lati brevi sta seduto un solo apostolo e la panca sembra essere di poco più lunga della tavola: in realtà, a contare i cerchi del fregio o le pieghe del drappo, essa dovrebbe essere lunga esattamente la metà della parete frontale, cioè corrispondere a tre intere specchiature quadrate, mentre ve ne sono disegnate sei.
Sul lato destro si trovano due finestre, che giustificano l’illuminazione da destra, mentre la luce naturale oggi proviene da sinistra. Gli apostoli, allineati attorno alla tavola, sono rialzati di un piccolo gradino sul quale si trovano scritti i loro nomi, tranne Giuda, che non a caso si appoggia al di sotto del gradino.
Le figure degli Apostoli sono intensamente caratterizzate con fisionomie realistiche e varie, colti in vari atteggiamenti ed espressioni. Il robusto contorno le fa sbalzare contro il fondo, tramite una cruda illuminazione laterale. Tipici sono il segno grafico netto e i passaggi di colore piuttosto bruschi, che creano risalto espressivo.

 

Bibliografia:
– Luciano Berti, Andrea del Castagno, Sansoni Editori, 1966, p. 33 + tav. 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43.
– Rosanna Caterina Proto Pisani, Il Cenacolo di Sant’Apollonia, Sillabe Livorno, 2002.
– Silvia Meloni Trkulja, I Cenacoli – Museo diu Firenze, Becocci/Scala, Firenze 2002, pp. 44-51

 

Localizzazione: Cenacolo di Sant'Apollonia, Firenze
Autore: Andrea del Castagno
Periodo artistico: 1445-1450
Illustrazione opera: Nell'Ultima Cena di Andrea del Castagno, sei grandi pannelli di marmo finto si spiegano frontalmente alle spalle del Cristo e degli apostoli. Uno di essi differisce dagli altri per la tormentata violenza delle tre tonalità di colore che vi dominano: il rosso, il nero e il bianco che si affrontano straziando la superficie. Si tratta, con precisione del pannello sul quale si concentrano le teste dei tre protagonisti del pasto, Gesù, Giuda e Pietro. Un reticolo vermiglio orlato di bianco vi disegna un vasto meandro. Ora, nell'iconografia della Passione, nel Quattrocento, una pietra venata di rosso fa in genere allusione alla "pietra dell'unzione", una delle reliquie più venerate dalla cristianità. Questa pietra - così chiamata perchè su di essa sarebbe stato disposto il corpo di Cristo, una volta disceso dalla croce, per aspergerlo di profumi prima di avvolgerlo nel lenzuolo - sarebbe stata conservata a Gerusalemme fino al XII secolo. Essa venne in seguito menzionata a Costantinopoli, ove sarebbe stata oggetto di un primo racconto, ma le sue tracce si perdono dopo la quarta crociata (1204). Forse la pietra fu rubata in occasione del sacco a cui fu sottoposta la città e trasportata in Occidente? Quello che è certo e che fu sostituita, a Gerusalemme, con una copia, elemento fondamentale della topografia sacra del Santo Sepolcro, descritto da tutti i pellegrini. Questa pietra venne arrossata, secondo la tradizione bizantina, dal sangue di Cristo, che defluiva dalla piaga del costato. Così il pannello di marmo che evoca il sangue sulla pietra introduce nella rappresentazione dell'Ultima Cena l'annuncio della Passione, sottolineando nel contempo il simbolismo eucaristico. Fonte: Medioevo, Anno 3 n. 6 - giugno 1999
Data ultima verifica: 08/06/2020 - 28/10/2023
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VOLTERRA (Pi). Cattedrale, Pulpito con Ultima Cena scolpita.

La Chiesa dedicata a Santa Maria Assunta si affaccia sull’attuale Piazza S. Giovanni, nel cuore del centro storico di Volterra, dove sorge anche il Battistero.
Nel XII secolo troviamo le prime indicazioni precise sull’attuale Cattedrale anche se vi sono fonti che attestano un originario impianto risalente al IX secolo. La Cattedrale risulta facente parte di un complesso architettonico costituito appunto dalla stessa, dal Vescovado e dal Campanile. Tale complesso mostra continuità fisica con il Palazzo dei Priori, sempre di origine medievale, inserendosi con porzione del transetto sulla piazza civica, come da tradizione medievale.
L’impianto planimetrico risulta a croce latina con tre navate e transetto con coro e cappelle.

Sono di sicura discendenza guglielmesca (sec. XII) le tre formelle raffiguranti “L’Ultima cena, l’Annunciazione e la Visitazione, il Sacrificio di Abramo”, nonché i leoni stilofori mentre la base dei cancorrenti e le lastre di alabastro intarsiato sono del 1584, anno in cui, tolto il recinto presbiteriale dal centro della cattedrale, fu composto l’attuale pulpito con materiale nuovo e vecchio di diverse scuole e provenienze.

Fonte: www.comune.volterra.pi.it  

Localizzazione: Volterra
Periodo artistico: XII sec.
Data ultima verifica: 10/01/2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RIVOLTA D’ADDA (Cr). Basilica di Santa Maria e San Sigismondo, Ultima Cena.

La parte centrale è occupata dall’Ultima Cena databile alla fine del XIII secolo.
L’affresco è stato eseguito con due tecniche diverse: a malta fresca in alto e a calce spenta e polveri in basso. Quest’ultima parte che rappresentava i tavoli, le vivande e il vasellame è praticamente scomparsa.
Il momento rappresentato è quello in cui Gesù rivela ai discepoli il tradimento di Giuda che è l’unico a non avere l’aureola. L’annuncio sembra non essere arrivato a tutti i commensali tanto che alcuni di essi, gli ultimi due a destra di chi guarda, per esempio, continuano a dialogare quasi non avessero ascoltato la drammaticità delle parole del Cristo.

Fonte: www.basilicadirivoltadadda.it

ROMA. Galleria Borghese, Jacopo Da Ponte detto Jacopo Bassano, Ultima Cena

Jacopo Da Ponte (Bassano 1510/15 – 1492).
Il dipinto (olio su tela, cm. 168 x 270) è stato identificato con la Cena commissionata nel 1546 dal nobile veneziano Battista Erizzo, e venne conclusa entro i primi mesi del 1548; è registrata negli inventari della collezione almeno dal 1700, dove compare inizialmente con l’attribuzione a Tiziano.
Per l’alta qualità pittorica e lo straordinario impianto compositivo, l’opera è considerata uno dei capolavori di Bassano.
La tela si ispira alla Grande Passione di Dürer, come è possibile notare nella figura del Cristo e nelle pose di alcuni personaggi.
Lo spazio chiuso, raccolto fra la quinta architettonica dello sfondo e la movimentata scena in primo piano, evidenzia le particolari fisionomie degli apostoli, lontane da ogni idealizzazione come in altre opere dell’artista.
Si noti, infine, l’insieme degli oggetti sulla tavola, che oltre a una funzione simbolica, vedi la testa dell’agnello indicata da Cristo, compongono indirettamente uno dei primi esempi di natura morta.

 

Fonte: www.galleriaborghese.beniculturali.it

Localizzazione: Roma
Autore: Jacopo Bassano
Periodo artistico: 1546
Data ultima verifica: 30/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora - Valter Bonello

ERTO E CASSO (Pn). Ex Chiesa di San Martino, Ultima Cena.

Immagini di un’Ultima Cena, fotografata nella Chiesetta di San Martino dal fotografo friulano Lucio Peressi nel 1963, opera affrescata di ignoto autore del Quattrocento.
Pochi giorni dopo, il 9 ottobre 1963, la chiesetta è stata rasa al suolo dal disastro del Vajont. Anche l’affresco dunque è scomparso nel dramma di quella terribile sera.
Trattavasi di ingenuo affresco popolaresco: rappresenta un’Ultima Cena con gli apostoli inespressivi ed una tavola riccamente imbandita con numerosi vivacissimi gamberi (non dissimili da quelli che si vedono in affreschi bellunesi) e caraffe e bicchieri colmi di vino.

ERTO E CASSO. La nuova chiesetta di San Martino.
Ha preso ormai forma grazie all’installazione delle pareti in acciaio che ricordano l’originaria chiesa in muratura, cancellata in pochi secondi dall’onda del Vajont la notte del 9 ottobre 1963: in queste ore chi transita lungo l’ex statale 251, a Erto, si imbatte in un nuovo scorcio di panorama.
All’altezza della frazione di San Martino è stata montata la struttura metallica del tempietto votivo. L’edificio è stato realizzato nel punto in cui sino a 56 anni fa sorgeva l’antichissima ancona della borgata. I vincoli geologici hanno impedito l’impiego di materiali edili per paura delle frane. Di qui la decisione del progettista, l’architetto Carla Sacchi, di ricorrere a vetro e acciaio.
Lo “scheletro” dell’immobile è stato assemblato e fa ora parte del panorama di Erto e Casso, essendo ben visibile anche dall’altro versante della vallata. I lavori sono ripresi da qualche mese dopo uno stop di quasi un anno legato ad alcuni controlli effettuati in zona dalla Sopraintendenza ai beni culturali di Udine.
L’area è interessante dal punto di vista archeologico in quanto la chiesetta spazzata via dal disastro era stata costruita su un precedente manufatto pagano. Tanto che nel 2018 dal terreno spuntarono persino delle ossa umane risalenti al periodo pre romano. Quello in fase di ultimazione viene definito un “memoriale” dall’architetto Sacchi. La nuova struttura sarà infatti una sorta di involucro a protezione del pavimento e dei pochi resti che si sono salvati dalla sciagura (nell’evento la frazione di San Martino subì gravi danni materiali e la perdite di decine di residenti).
L’ingegnere pordenonese Luigi Cimolai e l’omonima azienda hanno donato alla comunità materiali, ore di lavoro e competenze. L’immobile, una volta terminato, sarà consacrato e benedetto dal vescovo in persona, monsignor Giuseppe Pellegrini: il presule ha già annunciato la volontà di officiare la cerimonia di dedicazione religiosa dell’opera.
Prima del taglio del nastro, che si terrà presumibilmente in primavera inoltrata, il Comune deve sistemare l’accesso al sito e rendere più sicura l’immissione dei veicoli nella 251. Il sito è adiacente ad una curva a gomito priva di visibilità e il continuo via vai di mezzi, anche pesanti, rende pericoloso il traffico viario della borgata. soddisfatti per l’andamento del cantiere il sindaco Fernando Carrara e il parroco di Erto e Casso, don Luigi Biscontin.
Non è stato invece ancora deciso quando sarà inaugurato il manufatto, alla cui cerimonia ha già annunciato la presenza il vescovo di Pordenone, monsignor Giuseppe Pellegrini, che ha sempre seguito in prima persona l’iter. Di sicuro si tratterà di un’autentica festa di paese.

Autore: Fabiano Filippin

Fonte: www.messaggeroveneto.gelocal.it, 10 gen 2020

ERTO E CASSO (Pn). Inaugurato ieri il memoriale coi nomi dei morti del Vajont.

Al tramonto, i raggi del sole filtreranno attraverso pannelli serigrafati, riproducendo sul pavimento originario i nomi delle vittime del Vajont e gli antichi affreschi scomparsi nel disastro: è la caratteristica più significativa del memoriale di San Martino, inaugurato ieri a Erto.
La struttura in acciaio e vetro vuole essere un richiamo alla chiesetta della borgata distrutta la notte del 9 ottobre 1963: da allora la popolazione ne reclamava la ricostruzione, ma era impossibile procedere con un progetto tradizionale. Il luogo è infatti dichiarato pericoloso per eventuali frane e così si è ripiegato su quello che ieri il vescovo di Concordia-Pordenone, monsignor Giuseppe Pellegrini, ha definito «l’involucro della chiesa. Non sarà un tempietto o un’ancona votiva, ma un monito perenne a noi e a chi verrà dopo di noi – ha detto il presule durante la benedizione –. L’edificio di cui dopo la tragedia conserviamo solo le piastrelle è affidato al patrono San Sebastiano, mentre il memoriale è dedicato ai defunti del Vajont e a chi lavorò per la rinascita. Questa giornata ci insegna che nella vita occorre sempre un duplice rispetto: per l’uomo e per l’ambiente».
ertoIl sindaco di Erto e Casso, Fernando Carrara, ha parlato del futuro dell’area che a breve sarà illuminata e ulteriormente sistemata. Verrà ripristinata la vecchia strada postale che attraversava il sito e qui saranno depositati i cimeli del disastro recuperati nei prati della valle.
«Non scorderemo mai chi ha lottato perché potessimo toccare con mano la nostra storia. Tra loro, qui presente, il parroco don Eugenio Biscontin, e il predecessore don Matteo Pasut, oggi indisposto», ha concluso Carrara.
In prima fila, tra residenti e fedeli, i sindaci di Vajont e Longarone (rispettivamente Lavinia Corona e Roberto Padrin), il deputato Vannia Gava, il consigliere regionale Stefano Turchet e i rappresentanti dell’Enel. L’architetto Carla Sacchi e un’archeologa della Soprintendenza di Udine hanno esposto dal punto di vista tecnico in cosa sono consistiti i lavori di recupero del sito e il successivo riassetto. Un minuto di silenzio è stato infine osservato per la famiglia Cimolai, che ha materialmente costruito il manufatto in ferro e che venerdì sera è stata colpita da un grave lutto. —

Autore: Fabiano Filippin

Fonte: www.messaggeroveneto.gelocal.it, 20 set 2020

Localizzazione: Erto
Data ultima verifica: 11/01/2020 - 03/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RIMINI (Rn), Museo della Città, Ultima Cena di Giovanni Andrea Donducci.

Museo della Città di Rimini, via Luigi Tonini, 1, 47921 Rimini RN
Dipinto su tela, proveniente dalla Chiesa della Colonnella, di Giovanni Andrea Donducci, detto il Mastelletta (1575-1655).
Il Museo è aperto tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 19.

Info:
musei@comune.rimini.it
http://www.facebook.com/museicomunalirimini

Data compilazione scheda: 5/1/2020

Nome del rilevatore: Valter Bonello