VICENZA. Chiesa di Sant’Agostino, con Ultima Cena.

La chiesa di Sant’Agostino è un edificio religioso costruita nel XIV secolo sull’area o nei pressi della precedente chiesa di San Desiderio; è situata alla periferia occidentale della città, dove ha dato il nome al viale e alla frazione omonimi.
Secondo la tradizione e secondo lo storico vicentino Giovanni Mantese, dove oggi vi è la chiesa di Sant’Agostino esisteva, forse già dall’VIII secolo, un’antica chiesetta dedicata a san Desiderio che viene citata in alcuni documenti: il più antico, importante e chiaro è il privilegium del 1186, con il quale papa Urbano III confermava ai canonici della cattedrale la donazione loro fatta l’anno precedente dal vescovo Pistore di alcune chiese, tra cui quella di San Desiderio.
Verso la fine del XII secolo, uno dei canonici concedeva la chiesa ad una comunità di laici. Di questa comunità non si sa molto, ma solo che non durò a lungo.
Agli inizi del Trecento, la chiesa era in rovina. Nel 1319 un certo Giacomo, figlio di ser Cado, che voleva abbracciare a sua volta la regola agostiniana, si presentò al vescovo di Vicenza Sperandio, di fronte al quale si impegnò a restaurare l’antica chiesetta con le elemosine dei fedeli. Tra il 1323 e il 1357 la chiesa fu ricostruita nelle forme della transizione romanico-gotica e dedicata a sant’Agostino.
Secondo lo storico Sottani, che cita una ricerca di Cattelan, è ormai dimostrato che l’antica chiesa di San Desiderio e quella di Sant’Agostino non coincidono, ma la seconda sia stata costruita nei pressi della prima, i cui resti sono stati individuati.
Intorno al 1389 il papa Urbano VI la cedette all’ordine dei Giovanniti, mentre dieci anni più tardi venne data in commenda al prete Bartolomeo da Roma, fondatore dei Canonici Regolari Lateranensi che, all’inizio del Quattrocento, prepararono la strada all’ingresso dei Canonici regolari di San Giorgio in Alga.
Il priorato di Sant’Agostino, ormai disabitato, venne affidato a Gabriele Condulmer, cofondatore della congregazione e in seguito eletto papa con il nome di Eugenio IV; nel 1407 gli successe un altro dei cofondatori, Lorenzo Giustiniani che rimase sostanzialmente in Sant’Agostino fino al 1433, quando fu nominato vescovo di Castello in Venezia. Di questo periodo rimangono pochi documenti, che testimoniano però l’ammirazione dei vicentini per la santità di vita di questi monaci.
Nel 1486 la comunità, su richiesta del Comune di Vicenza, fu trasferita dal papa Giulio II alla chiesa di San Rocco, di recente eretta in città nel quartiere di Porta Nova, per costruirvi l’annesso monastero. Sant’Agostino rimase praticamente abbandonato, tanto che qualche anno dopo lo stesso papa impose alla rettore di San Rocco di mandarvi a vivere lì tre sacerdoti. La situazione, comunque, si dovette notevolmente aggravare, al punto che alla metà del XVI secolo si parlava di demolire il monastero, anche per evitare le spese di manutenzione.
Nel 1668 papa Clemente IX soppresse la congregazione e il patrizio veneziano Antonio Pasta acquistò la chiesa e gli edifici annessi per 11.500 ducati, per costituirvi un giuspatronato laico.
Continuò però la decadenza del monastero; nel 1689 il cardinale Giovanni Battista Rubini trovò la chiesa nel massimo disordine e il monastero in rovina.
La chiesa fu gestita dalle suore Teresine, che avevano sostituito la Congregazione dei canonici di san Giorgio in Alga anche a San Rocco, e il clero secolare vi celebrava ma in modo saltuario dopo il 1786.
Dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, anche le suore non curarono più il complesso. Il chiostro crollò nel 1828 e la chiesa fu chiusa nel 1898, perché anch’essa minacciava di crollare. Nella totale assenza di un sostegno economico pubblico, il notaio Giacomo Bedin finanziò interamente il restauro che restituì l’abbazia alle antiche forme.
La chiesa fu così riaperta al culto nel 1905, staccandosi a poco a poco dalla parrocchia di San Felice: nel 1920 divenne curazia, nel 1922 fu celebrato il sesto centenario della fondazione e fu costruita la casa canonica sul luogo dell’antico monastero, il 13 settembre 1925 infine divenne parrocchia autonoma.

La chiesa trecentesca è costituita da un’unica grande navata (lunga circa 25 m. e larga 13) secondo la tipologia delle chiese costruite a quel tempo dagli ordini mendicanti.
La facciata è divisa in tre parti, quella centrale è racchiusa da due lesene che delimitano il portale, un rosone e una nicchia superiore, un tempo affrescata. Sull’architrave in pietra del portale è riportata un’iscrizione in latino che esplicita le origini, l’andamento e la conclusione dei lavori di costruzione della chiesa, cui contribuirono famiglie vicentine e veronesi, tra le quali i Della Scala.
Sulla parete meridionale, che dava sul chiostro, si aprono quattro ampie finestre. La parete settentrionale senza finestre porta al campanile, anch’esso costruito nel Trecento: ogni lato della torre è incorniciata da tre lesene e due cornici con archetti esili la suddividono in due parti. In alto si aprono quattro ampie bifore con semplici colonnine munite di capitelli.
In seguito ai radicali restauri del Novecento che hanno demolito le sovrastrutture barocche, la chiesa può essere vista nella sua struttura originaria, vasta ed ariosa, che richiama lo schema basilicale nel gotico veneto, mentre sono andati perduti buona parte degli affreschi che ricoprivano, probabilmente per intero, le pareti laterali.
La navata è unica, rettangolare, con soffitto a capriate scoperte. La navata si conclude a est con un’abside formata da tre cappelle quadrangolari, ciascuna con volta a crociera, archi e finestre a sesto acuto sormontate, quelle laterali, da un oculo.
Nella cappella centrale, più ampia, è situato il presbiterio.
Sui pilastri della cappella centrale vi sono due antichi affreschi: su quello di sinistra la Madonna con Gesù e santa Caterina martire di scuola giottesca e su quello di destra sant’Agostino incoronato da angeli.
Il presbiterio era un tempo interamente affrescato, come testimoniano i resti di affreschi posti dietro l’altare. Rimane quasi intatta la decorazione della volta: qui si sviluppa il tema della Vita e Gloria di Cristo.
Nella parte inferiore si osservano le scene rappresentate nelle lunette. A sinistra tre momenti relativi alla nascita di Gesù: sopra l’Annunciazione di Maria, sotto la Natività con l’adorazione dei pastori e la Visita dei Re Magi. Lo stile è una transizione tra il gotico germanico e l'”arte latina nuova” di ispirazione giottesca. La ricerca del naturale negli atteggiamenti e nei particolari architettonici risente dell’influsso di Giotto; permangono però alcune ingenuità come la dimensione ridotta dei pastori rispetto alla sacra famiglia e dei servi del corteo dei magi.
Nella lunetta di destra: sopra l’Ultima Cena dove i discepoli sono raffigurati intorno ad una tavola bassa, coperta da una tovaglia e apparecchiata con cibi e bevande. Il momento è quello in cui Cristo porge da bere a Giuda. La scena sotto è la Lavanda dei piedi (riconoscibile il catino), con accanto la scena di Cristo nell’orto degli Ulivi, mentre i discepoli dormono. Infine la Cattura di Cristo, baciato da Giuda e circondato dai soldati, che guarisce l’orecchio del servo tagliato da San Pietro.
Questi affreschi sono della Scuola riminese e presentano affinità con quelli dell’abbazia di Pomposa.
Nella lunetta di fondo è raffigurata la grande Crocifissione con un’iconografia molto particolare. Intorno al Cristo centrale tra i due ladroni, appaiono quattro gruppi di cavalieri, con alla sinistra il centurione Longino, raffigurato anziano e barbuto su di un cavallo bardato di rosso, con un pennacchio a forma di mano con indice puntato, a evidenziare il fatto che Longino sta riconoscendo Gesù come figlio di Dio, mentre sul lato opposto i farisei e i loro soldati discutono. Cristo è quindi raffigurato nel momento del trapasso, tra la disperazione degli angeli, raffigurati mentre raccolgono in calici il sangue o in volo attorno alla croce.
Al tempo stesso però in cima, nella chiave di volta, è rappresentato una seconda volta il Cristo in gloria tra due angeli, già trionfante sulla morte. Manca la parte inferiore dell’affresco, che doveva continuare con una serie di personaggi a piedi, come mostrano i resti di teste che affiorano tra i corpi dei cavalli. Probabilmente in basso erano raffigurate le tradizionali figure dolenti di Maria, della Maddalena e san Giovanni, contrapposte al popolo e ai farisei.
Nelle vele si legge l’iconografia ecclesiologica: i simboli dei quattro evangelisti si alternano a due a due con quattro dottori della Chiesa che circondano il Cristo in Gloria al centro, circondato da angeli. I dottori sono consigliati da angeli e sorretti dalle personificazioni delle virtù teologali e cardinali.
Sull’altar maggiore è posizionato un grande polittico del 1404 di Battista da Vicenza, che fu commissionato al pittore dal nobile Ludovico Chiericati per celebrare la dedizione di Vicenza a Venezia. È diviso in 24 scomparti, con pitture disposte su tre ordini.
Al centro dell’ordine superiore un trittico con Dio padre, il Cristo che risorge dal sepolcro, al centro, tra Maria e santa Maria Maddalena ai lati. Nella fascia laterale i quattro Evangelisti, tra san Giorgio e un altro santo milite.
Al centro dell’ordine mediano sta la Madonna col Bambino in trono, affiancata dalle figure erette di diversi santi, entro nicchie gotiche e con i nomi scritti su fondo oro: sant’Agnese con l’agnello, san Girolamo con il modellino della chiesa, san Paolo con la spada, san Pietro con le chiavi, santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, Sul basamento, delle lunette riportano al centro san Giovanni Battista con ai lati san Fermo due angeli, san Giovanni Crisostomo, il papa san Gregorio Magno, san Cipriano, sant’Ambrogio vescovo con il pastorale, san Rustico.
Risulta così evidenziata e preminente la fascia centrale verticale incentrata sul Cristo: dalla scritta in basso “Una voce grida nel deserto: preparate le strade al Signore” a quella tenuta dal Padre “Ecco l’Agnello di Dio”. L’opera costituisce una delle più significative testimonianze di Battista da Vicenza, autore che attraverso gli influssi emiliani risente del grande insegnamento giottesco, pur rimanendo attardato in un prezioso goticismo.
Quest’ultimo comunque, specie nella parte superiore del polittico, mostra di accogliere l’apporto rinascimentale.
Sulla destra dell’ingresso principale vi è un battistero seicentesco. Tutta la parete è coperta da resti di affreschi trecenteschi, il cui stile è giudicato “coerente con quella asprezza di passione, quella veemenza di gesto che tanti capolavori aveva prodotti nella scultura” veronese di quel periodo, e lo si collega a quelle tendenze iperespressive, di matrice quasi neo-romanica, che, subito dopo Giotto e servendosi della sua lingua stessa, forzano la sintassi classica del maestro”, in tutta l’Italia settentrionale, “con toni di acceso patetismo”.
In fondo alla navata, all’interno della cappella destra vi è l’affresco del Cristo Re: Gesù in croce è rappresentato nella sua regalità trionfante, indossa una tunica e sotto ai piedi stanno calice e patena simboli della sua resurrezione: è netta derivazione della venerata immagine del Volto Santo di Lucca (città che negli anni trenta del Trecento entrò nell’orbita degli Scaligeri). A destra in alto quattro figure di Santi e Sante, tra i quali spicca una Maria Maddalena penitente, ricoperta dai propri capelli, con un devoto ai suoi piedi. In basso Madonna in trono tra il Battista e san Giacomo, entrambi del XIV secolo.
Attorno una serie di affreschi trecenteschi raffiguranti santi racchiusi da cornici, probabile opera di un’unica maestranza veronese. Si inserisce nella serie dei santi un gigantesco San Cristoforo che si volta a guardare il bambino che porta sulle spalle. Il Bambino Gesù reca un cartiglio dove era scritta la risposta alla domanda su chi egli fosse, che gli faceva Cristoforo, stupito per il peso enorme che aveva portato, secondo la Legenda Aurea. La figura del gigante si appoggia ad un albero e dal soffitto doveva giungere al pavimento. In tre riquadri affrescati sono presenti, in basso a sinistra e in piccole dimensioni, tre figure rappresentanti i committenti Scaligeri.
Nella volta della cappella maggiore i simboli degli Evangelisti alternati ai Dottori della Chiesa, Gregorio, Girolamo, Ambrogio e Agostino: ai loro piedi, angeli e figure allegoriche tra cui la Mansuetudine e la Speranza.
Nella chiave di volta è il Cristo in gloria fra gli angeli; nel rovescio dell’arco trionfale, la Madonna con il Bambino e angeli; nell’intradosso dell’arco, un festone di demonietti tripudianti. Nelle lunette, in due fasce, si possono vedere, a nord, l’Annunciazione, la nascita di Cristo, l’adorazione dei Magi; a sud, l’ultima cena, la lavanda dei piedi, la cattura di Cristo nell’orto.
Sulla parete di fondo, in alto è collocata la Crocifissione con sopra il Cristo e due angeli; sotto, sono due angeli, un sacerdote celebrante assistito da un chierico, un sacerdote ebraico assistito da un giovane e alcuni capretti sgozzati.

Fonte: Wikipedia, l’enciclopedia libera


Regione Veneto
Localizzazione: Vicenza, Chiesa Sant'Agostino
Data ultima verifica: 04/07/2020
Rilevatore: Angela Crosta