FIRENZE. Cenacolo di Sant’Apollonia, Ultima Cena di Andrea del Castagno.

L’Ultima cena è un affresco (453 x975 cm) di Andrea del Castagno, databile al 1445-1450 circa e conservato nel Museo del Cenacolo di Sant’Apollonia a Firenze.
La particolarità dello spazioso refettorio sta nel grande affresco di Andrea del Castagno raffigurante l’Ultima cena, un tema molto usato per le sale dove i monaci o le monache consumavano i pasti, dipinto tra il 1445 ed il 1450.
L’affresco, che occupa l’intera parete ovest del refettorio, è composto di una parte centrale, dove si trova per tutta la lunghezza della parete l’Ultima Cena e di una parte superiore dove, intervallati da due finestre, si trovano (da sinistra) le scene della Resurrezione, Crocifissione e Deposizione.
L’Ultima Cena è dipinta come se si stesse svolgendo in un piccolo edificio, un triclinium imperiale nello stile rievocato negli scritti di Leon Battista Alberti, con la parete anteriore assente, in modo da permettere allo spettatore la visione dell’interno. L’ambientazione è curata nei minimi dettagli: dalle tegole del tetto, al soffitto a quadrati bianchi e neri, dal pavimento alle pareti laterali, fino ai due muri in laterizio che chiudono la scena a destra e a sinistra. Tutto è inquadrato in una prospettiva rigorosa, con un forte scorcio laterale, dove tutti gli elementi hanno una precisa collocazione geometrica.
La cena di Gesù con gli apostoli si svolge in una stanza all’antica, decorata con lussuosa e raffinata eleganza: attorno a un lungo tavolo con una tovaglia bianca, che evidenzia lo sviluppo orizzontale della scena, stanno seduti su scranni coperti da un drappo con motivi floreali, gli apostoli e Gesù, tranne Giuda che si trova sul lato opposto, su uno sgabello. La collocazione di Giuda separato dal resto degli apostoli è tipica dell’iconografia (anche se di solito si trova a destra, piuttosto che a sinistra di Gesù) e la sua figura barbuta e di profilo assomiglia a quella di un satiro della mitologia romana, dalla quale i cristiani avevano mutuato molte delle caratteristiche fisiche del diavolo.
Anche il san Giovanni dormiente accanto a Cristo è un elemento tradizionale, presente ad esempio, assieme al Giuda di spalle, anche nel cenacolo di Santa Croce di Taddeo Gaddi, per rimanere in ambito fiorentino. la scatola prospettica ha invece un precedente trecentesco nel cenacolo di Santo Spirito di Andrea Orcagna (1360-65 circa).
Le spalliere sono decorate da sfingi e anfore scolpite alle estremità, un evidente richiamo al gusto antico. Alle spalle degli apostoli risaltano una serie di riquadri con finte specchiature in marmi pregiati, che accrescono, con il loro rigore geometrico e coloristico, la staticità e la solennità della scena. Esse sono molto più cupe, e per questo realistiche, delle specchiature marmoree usate in opere coeve di pittori come Filippo Lippi o Beato Angelico. Fa eccezione il pannello più screziato alle spalle del Cristo, che sembra agata e richiama subito l’occhio dello spettatore verso il nodo del dipinto, tra le figure di san Pietro, Giuda e Cristo.
In alto corre un fregio con nastri intrecciati e fiori. La medesima decorazione parietale ricorre anche sui lati, anche se qui il pittore fece un errore: sui lati brevi sta seduto un solo apostolo e la panca sembra essere di poco più lunga della tavola: in realtà, a contare i cerchi del fregio o le pieghe del drappo, essa dovrebbe essere lunga esattamente la metà della parete frontale, cioè corrispondere a tre intere specchiature quadrate, mentre ve ne sono disegnate sei.
Sul lato destro si trovano due finestre, che giustificano l’illuminazione da destra, mentre la luce naturale oggi proviene da sinistra. Gli apostoli, allineati attorno alla tavola, sono rialzati di un piccolo gradino sul quale si trovano scritti i loro nomi, tranne Giuda, che non a caso si appoggia al di sotto del gradino.
Le figure degli Apostoli sono intensamente caratterizzate con fisionomie realistiche e varie, colti in vari atteggiamenti ed espressioni. Il robusto contorno le fa sbalzare contro il fondo, tramite una cruda illuminazione laterale. Tipici sono il segno grafico netto e i passaggi di colore piuttosto bruschi, che creano risalto espressivo.

Fonte: it.wikipedia.org

 


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Illustrazione opera: Nell'Ultima Cena di Andrea del Castagno, sei grandi pannelli di marmo finto si spiegano frontalmente alle spalle del Cristo e degli apostoli. Uno di essi differisce dagli altri per la tormentata violenza delle tre tonalità di colore che vi dominano: il rosso, il nero e il bianco che si affrontano straziando la superficie. Si tratta, con precisione del pannello sul quale si concentrano le teste dei tre protagonisti del pasto, Gesù, Giuda e Pietro. Un reticolo vermiglio orlato di bianco vi disegna un vasto meandro. Ora, nell'iconografia della Passione, nel Quattrocento, una pietra venata di rosso fa in genere allusione alla "pietra dell'unzione", una delle reliquie più venerate dalla cristianità. Questa pietra - così chiamata perchè su di essa sarebbe stato disposto il corpo di Cristo, una volta disceso dalla croce, per aspergerlo di profumi prima di avvolgerlo nel lenzuolo - sarebbe stata conservata a Gerusalemme fino al XII secolo. Essa venne in seguito menzionata a Costantinopoli, ove sarebbe stata oggetto di un primo racconto, ma le sue tracce si perdono dopo la quarta crociata (1204). Forse la pietra fu rubata in occasione del sacco a cui fu sottoposta la città e trasportata in Occidente? Quello che è certo e che fu sostituita, a Gerusalemme, con una copia, elemento fondamentale della topografia sacra del Santo Sepolcro, descritto da tutti i pellegrini. Questa pietra venne arrossata, secondo la tradizione bizantina, dal sangue di Cristo, che defluiva dalla piaga del costato. Così il pannello di marmo che evoca il sangue sulla pietra introduce nella rappresentazione dell'Ultima Cena l'annuncio della Passione, sottolineando nel contempo il simbolismo eucaristico. Fonte: Medioevo, Anno 3 n. 6 - giugno 1999
Data ultima verifica: 08/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora