GEMONA DEL FRIULI (Ud). Ultima Cena, nel Museo Civico di Palazzo Elti.

Palazzo Elti, edificato nel XIV sec., era la più bella residenza gemonese tanto che nel 1452 vi soggiornò l’imperatore Federico III, diretto a Roma per l’incoronazione.

Acquistato da Andrea Helt, della ricca famiglia di mercanti di Rauris (Salisburgo), fu per secoli residenza della sua famiglia, in seguito iscritta alla nobiltà locale.

Distrutto dal terremoto del 1876, il complesso ricostruito ospita il Museo, l’Archivio storico della Comunità e la Biblioteca Glemonense.

Localizzazione: Museo Civico, Palazzo Elti - via Bini, 9
Autore: Attribuita a Johann Conrad Wengner (1728-1806)
Periodo artistico: Sec. XVIII
Note storiche:

Il Museo accoglie dipinti di autori veneti e friulani insieme con opere di produzione oltralpina.

Gran parte di queste opere provengono dalle chiese della Beata Vergine delle Grazie e di San Giovanni in Brolo (sec. XV-XVII).

L'arte dei secoli successivi è testimoniata da un lascito della famiglia Elti e dalle opere raccolte in Austria dal pittore Luigi Fantoni (Collezione Fantoni-Baldissera, sec. XVII-XVIII).


Illustrazione opera:

Della Collezione Fantoni-Baldissera fa parte anche un dipinto (olio su tela) del XVIII sec. raffigurante una Ultima Cena, attribuita a Johann Conrad Wengner (1728-1806).

L'opera è stata oggetto di restauri nel 1971, nel 1984 e nel 1995.


Data ultima verifica: 12/08/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SAN GINESIO (MC). Collegiata di Santa Maria Assunta, Ultima Cena di Simone De Magistris, 1598

 

Simone De Magistris (Caldarola, 1538 circa – 1613) dipinse nel 1598 un olio su tela (225 × 182 cm) con l’Ultima Cena per la Cappella Vannarelli della Collegiata di Santa Maria Assunta a San Ginesio (MC), edificata nell’XI secolo.
La tela riporta l’iscrizione: “SIMON DE MAGISTRIS CALDAROLENSIS PICTVRAM ET SCVLPTVRAM FACIEBAT ANNO DOMINI MDLXXXXVIII”.
Dopo il terremoto del 2016, le opere d’arte della chiesa, che nel 2021 è ancora inagibile, sono state spostate in luogo sicuro
.


Articolo, di Marco Bona Castelletti, da ‘Il Sole 24 Ore’ del 08/07/2007 che presenta la mostra dell’artista, svoltasi a Caldarola (MC) nel 2007:

Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco. Manierista duro e puro.

A un’incursione sui colli delle Marche meridionali, volta a conoscere la pittura manieristica locale, testimoniata dal più celebre cittadino di Caldarola, il poco noto Simone De Magistris (1538-1613), non si può rinunciare sia per le fantastiche raffigurazioni messe in scena dall’eccentrico pittore caldarolese, sia per l’amenità di quei luoghi. Dedicare una mostra antologica a Simone De Magistris, oggi che il pubblico è tutt’altro che propenso alle scoperte, è un atto di coraggio che Vittorio Sgarbi, curatore di questa rassegna, ha compiuto con il sostegno di vari studiosi, fra i quali desidero ricordare Stefano Papetti, Giampiero Donnini, Maria Giannatiempo Lopez, Lorena Mochi Onori.
Il risultato dell’audace riscoperta di De Magistris, pittore manierista formatosi tra Venezia e Roma, tra Lotto e Federico Zuccai, lo si misura percorrendo la singolare sfilata di quadri specie in quelle sale del bel palazzo del cardinale Pallotta dove si addensano le grandi tele d’altare. Quella che si è una sensazione di leggera vertigine da sovraffollamento, come se i quadri qui radunati non volessero mancare a questa irripetibile occasione. Sono quadri densissimi di popolo, e tutti quelli che vi fanno parte non si riducono a “tipi”, ma spiccano per singolare e vivida caratterizzazione. I colori sono brillanti le fisionomie tra il divertito e il caricaturale, così piene di vita da rimanere impresse nella memoria, come fossero fisionomie di gente conosciuta. Pochi pittori manieristi sono in grado, al pari di De Magistris, di mantenere in così intenso equilibrio di sacro e di profano in altre parole, pochi sanno essere così intensamente popolari. Infatti egli è assolutamente sacro, per la premura devozionale di trattare i soggetti incutendo nel devoto un sano e misurato tremore, nel caricare gli atteggiamenti e le espressioni dei volti, un po’ come avviene nella plastica dei Sacri Monti alpini, ed è popolare nel tradurre il tutto nel clima di una saga di paese, dove il colore svolge un ruolo altrettanto deciso quanto l’agitazione massimi protagonisti delle fiere sono i colori sgargianti e l’affollamento, tale che è difficile farsi largo. In questa chiave di interpretazione popolare dei fatti sacri si capisce come anche i temi a più alto tenore drammatico, la Deposizione dalla croce e l’Andata al Calvario, stornino l’espressionismo cruento delle stampe nordiche da cui sono desunti, su un’intonazione più narrativa, dando vita a una sorta di Bibbia illustrata per ragazzi.

Guardate la bellissima Ultima Cena di San Ginesio del 1598: le figure, che paiono ritagliate tanto son prive di volume, si muovono come cartoni animati e variopinti ogni gesto e ogni volto è eloquente e allusivo, sì che l’osservatore fatica a starsene a distanza da quanto gli si para davanti agli occhi, ed è invece chiamato a parteciparvi in prima persona.

Simone De Magistris esce dalla mostra dedicatagli dal Comune di Caldarola come uno dei principali maestri del Manierismo italiano e appare molto più dotato di talento quanto non ci si aspettasse. Intorno a lui si muove una moltitudine di altri interessanti pittori cui è toccato in sorde di nascere, lavorare e morire in provincia, disseminando opere in località impervie e non facilmente raggiungibili, e quindi rischiando, causa il decentramento, di precipitare nell’oblio, se qualcuno non fosse preso cura di loro.

Info:
Palazzo Pallotta, Caldarola (Mc), fino al 30 settembre 2007. Catalogo Marsilio

Altre Cene del De Magistris a Matelica vedi scheda e a Sarnano, vedi scheda.

Autore: Simone De Magistris
Periodo artistico: Sec. XVI - Manierismo, 1598
Materiale illustrativo: Catalogo della mostra 2007 : Sgarbi (a cura di) , Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco. Catalogo della mostra (Caldarola, 5 aprile-30 settembre 2007), Ed. Marsilio, 2007
Data ultima verifica: 08/07/2007 - luglio 2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. L’Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Pomponio Amalteo, nato a Motta di Livenza nel 1505, ma fin da giovane abitante in San Vito al Tagliamento, dove si spense nel 1588, fu allievo e genero del Pordenone, da cui trasse l’amore per la grandiosità delle forme, per l’esasperato movimento, per l’affollamento delle composizioni.
Della sua feconda attività rimane memoria in centinaia di metri quadrati di affresco ed in decine di pale d’altare nelle chiese del Friuli e del Veneto.
L’artista entrò giovanissimo nella bottega del grande Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone, ne diviene collaboratore ed addirittura parente sposando la figlia Graziosa: per tutta la sua vita resta fedele al più famoso maestro, ricalcandone lo stile, gli schemi, i motivi, indifferente ad ogni altra suggestione, ma dotato di notevole abilità artistica, tanto da evocare nei critici conflitti di attribuzione tra genero e suocero.

UDINE. Mense e banchetti nella Udine rinascimentale LIS | Mostra al Museo Archeologico.

Video con interpretazione nel linguaggio dei segni LIS e sottotitolato per sordi, per favorire la visita alla mostra “Mense e banchetti nella Udine rinascimentale”.
Nell’anno dell’esposizione universale milanese Expo 2015, dedicata al tema “Nutrire il pianeta-energia per la vita”, il museo Archeologico dei Civici Musei di Udine, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Friuli Venezia Giulia, ha proposto la mostra “Mense e banchetti nella Udine rinascimentale”: un percorso che, partendo dalle scoperte archeologiche e dal ricco patrimonio culturale della città, illustrava cibi, libri, suppellettili e rituali dei nobili friulani tra Quattrocento e Cinquecento.
Tra le fonti utilizzate nell’ambito dell’esposizione: il ricettario del Platina, pubblicato a Cividale nel 1480 e curiosamente il primo libro a stampa noto in Friuli, e una tra le opere più importanti di Pomponio Amalteo, un olio su tela di grandi dimensioni esposto nella Galleria d’Arte Antica dei Civici Musei di Udine in cui viene rappresentata un’Ultima Cena all’interno di una sala dall’architettura rinascimentale con aspetti formali che rimandano ai rituali dell’epoca. I personaggi, ossia lo scalco, il credenziere, i paggi e gli scudieri, il cantiniere e il coppiere, e ancora gli oggetti per l’apparecchio della tavola, sono elementi secondari rispetto alla scena del sacrificio dell’Eucarestia, ma fondamentali per immaginare una cena dell’epoca, ecco perché, grazie alla multimedialità, questi stessi elementi si animano e consentono di rivivere il rituale del banchetto.
Il tema della mostra, l’alimentazione, viene raccontato anche dai reperti archeologici che restituiscono suggestivi spaccati di vita quotidiana. Vasellame da mensa, stoviglie da cucina, resti di pasto forniscono significative informazioni sulle consuetudini della tavola e su come l’alimentazione veniva concepita e vissuta nella Udine rinascimentale.
Sulla scorta delle ricerche archeologiche effettuate in città negli ultimi vent’anni dai Civici Musei di Udine e dalla competente Soprintendenza, spesso in collaborazione con la Società Friulana di Archeologia, è stato possibile ricomporre l’immagine della città medievale e delle sue successive trasformazioni.
Le indagini, generate da lavori infrastrutturali e da interventi di restauro di edifici storici cittadini, offrono una lettura articolata di quello che doveva essere il tessuto urbano tra XV e XVI secolo. Un periodo in cui Udine conosce un significativo sviluppo economico e, di conseguenza, una notevole crescita edilizia e produttiva stimolata dalle sopravvenute esigenze dei ceti elevati, desiderosi di mostrare la propria agiatezza nella sontuosità delle dimore e nella ricercatezza dei corredi da tavola. Non a caso sono questi i secoli che vedono realizzarsi la grande stagione del “graffito friulano”, una produzione ceramica che raggiunge episodi artistici di altissimo livello, come attestano le mattonelle parietali rinvenute in palazzo Ottelio, ma anche il vasellame restituito per esempio dagli scavi in piazza Venerio, presso Casa Cavazzini e residenza Palladio.

Vedi:
https://www.youtube.com/watch?v=Duqa9LujZpw

Info:
Civici Musei di Udine tel. 0432 1272591
Puntoinforma tel. 0432 1273717
http://www.civicimuseiudine.it/

Vedi anche: Udine Rinascimentale
Il Museo Archeologico dei Civici ha realizzato un percorso che, partendo dalle scoperte archeologiche e dal ricco patrimonio culturale della città, illustra cibi, libri, suppellettili e rituali dei nobili friulani tra Quattrocento e Cinquecento (viene illustrata in particolare la tavola imbandita dell’afresco raffigurante l’Ultima Cena di Pomponio Amalteo): https://www.udimus.it/video/show/12234/

Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Pomponio Amalteo
Note storiche:

Dipinta per il duomo di Udine (reca firma, data e nomi dei committenti in una scritta sullo sgabello di sinistra: PO(M)PONIVS AMALT(EVS) IOAN(NE) BAPT(ISTA) MELSIO PRIOXE/ AC ANT(ONI)O MARCHESIO CAMER(ARO) / MDLXXIIII), la grande tela passò in seguito in Municipio dove, nel secolo scorso, fu più volte 'restaurata' con pesanti ritocchi.

L'opera viene alla luce quando il Maestro ha 70 anni e rappresenta una vivace interpretazione del noto episodio biblico.


Illustrazione opera:

Il disegno preparatorio si conserva in collezione privata a Newcastle Upon Tyne.
Per nulla intimorito dalle dimensioni della tela, capace di dominare correttamente lo spazio, l'Amalteo ambienta questa affollata Ultima Cena all'intemo di una sala dall'architettura rinascimentale con arcate, pilastri e semicolonne, mensole timpanate.
Pur nella tradizionale impaginazione della scena, l'opera mostra un superamento delle statiche Ultime Cene del periodo precedente per quel serpeggiante ritmo che trascorre tra i personaggi, singoli o a gruppi, vivacemente atteggiati e 'scorciati'.
Interessante la vena descrittiva del pittore che, attenta e puntuale, indugia sulla suppellettile della tavola imbandita, sulla geometrica decorazione del panno al di sotto del bianco tovagliato, sui cibi che vengono serviti, sul cagnolino che mangia un osso e sul gatto, simboli entrambi di tradimento.
Il pittore indugia nei particolari, come la decorazione della tovaglia, le pietanze servite, i piatti di peltro nella credenza sullo sfondo, ma soprattutto rappresenta con realismo i personaggi disposti con perizia in pose scorciate e dotati di ritmo ed espressione piacevoli. Nota di colore la presenza ai piedi della mensa del gatto e del cagnolino, simbolismo del tradimento.

Al centro della scena, il sacrificio dell'Eucaristia: ultimo e supremo atto del Cristo che 'rende grazia' e si dona a tutta l'umanità. Il gesto dello spezzare il pane e l'offerta del calice del vino è quanto di più naturale possa accadere quando persone si trovano assieme in amicizia.
Veneta la matrice dell'opera, che si rifà a Tiziano nell'impostazione della scena, a Tintoretto nella positura di certi personaggi, a Pordenone o a Paris Bordon per le tipologie dei volti, ma che in definitiva 'ricicla' precedenti dipinti (il gruppo centrale con la figura del Cristo dolce e severo insieme ricalca quello affrescato nella chiesa di Lestans - PN), per servire a sua volta da modello ai pittori che verranno:
in primo luogo a Giuseppe Floreani che di lì a qualche anno dipingerà una tela con l'Ultima Cena per la parrocchiale di Remanzacco: con risultati modesti nonostante l'illustre precedente.

Info:
Olio su tela, cm. 300 x 540


Fruibilità: Sala IV della raccolta museale.
Data ultima verifica: 17/05/2007 - 12/06/2020 - 31/12/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GRECIA – CRETA. Ultima Cena di M. Damaskinos

Localizzazione: Santa Caterina di Sinai
Autore: M. Damaskinos
Periodo artistico: a. 160
Illustrazione opera:

Copia fedele di vecchia icona bizantina.

Scelta tra gli esemplari più significativi dell'agiografia bizantina, eseguita su tessuto incerto, legno e sfondo dorato, con maggior fedeltà possibile all'originale.


Data ultima verifica: 10/07/2006 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FIRENZE. Museo Statale del Cenacolo, Ultima Cena, del Perugino.

Il grande evento espositivo Perugino a Firenze, conclusosi appena tre mesi fa e visitato da oltre 30 mila visitatori, aveva segnato anche la riapertura al pubblico – dopo lunghi periodi di oblìo – del museo fiorentino del Cenacolo di Fuligno, lo straordinario affresco del Perugino – raffigurante appunto L’Ultima Cena – erroneamente attribuito a lungo a Raffaello. Ora una cospicua parte delle 52 opere allora esposte viene a costituire un nuovo museo permanente, tutto dedicato al Perugino ed alle sue botteghe: il Museo Statale del Cenacolo.

Il Granduca Leopoldo II l’aveva venduto pochi anni prima. Il Cenacolo, refettorio dell’ex-convento delle terziarie francescane di Sant’Onofrio (detto appunto di Fuligno), celava una clamorosa sorpresa. Nel 1843 la scoperta: una meravigliosa parete affrescata, si pensava allora, da Raffaello. Erano passati appena dieci anni da quando al Pantheon di Roma era stato toccato “il momento più alto nel culto di Raffaello”, con la celebrazione della ricognizione delle ossa del divino, E così il Granduca fu costretto a riacquistare gli ambienti venduti, ponendo a memoria un busto in marmo, che tuttora introduce il visitatore “al godimento di un’opera della quale […] si erge a geloso custode”: l’Ultima cena (1480-1485), ormai comunemente attribuita a Pietro Perugino e bottega. Un’opera, mai adeguatamente studiata, e ancora poco conosciuta dagli stessi fiorentini, che solo ora, dopo lunghi periodi di chiusura e orari di apertura ridotti, trova la giusta valorizzazione nel proprio contesto monumentale.

Localizzazione: Cenacolo di Fuligno, via Faenza, 40, Firenze
Autore: Perugino
Periodo artistico: 1480-1485
Illustrazione opera:

L’Ultima cena pervade, dal lunettone di fondo, tutta l’ampia sala del Cenacolo, attraendo a sé il visitatore in una suggestiva dimensione prospettica. L’allestimento, sobrio e discreto, permette di evidenziare il rapporto tra le opere, che riescono così a dialogare, davanti agli occhi del visitatore, per testimoniare non solo l’attività del Perugino a Firenze, ma anche la diffusione che il linguaggio peruginesco assunse a cavallo dei secoli XV e XVI. Chiari e sintetici i pannelli, che hanno anche il merito di aiutare il visitatore a visualizzare l’originario ambito di alcune opere, come il Polittico Mormile e la Pala di Santissima Annunziata, suggerendo percorsi che si dipanano tra chiese, conventi e musei fiorentini.


Data ultima verifica: 08/04/2006 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RAVENNA. Sant’Apollinare Nuovo, Ultima Cena.

Sant’Apollinare Nuovo venne eretta da Teodorico per il culto ariano al principio del sec. VI, passata al culto cattolico sotto l’arcivescovo Agnello (557-565), che la dedicò a San Martino, e dal sec. IX intitolata a Sant’Apollinare.

Rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, ha una semplice facciata in laterizi, adorna di una bifora marmorea cinquecentesca e preceduta da un portichetto su colonne, rifatto nel sec. XVI usando materiali antichi. E’ soprattutto celebre per i magnifici mosaici che ne ornano l’interno.

Sul fianco destro si innalza il campanile cilindrico, del sec. IX, uno dei più eleganti di Ravenna, aperto da monofore, bifore e trifore.

Dalla destra del campanile si accede al vasto interno basilicale a tre navate, divise da 24 pregevoli colonne di marmo greco dai capitelli bizantini finemente lavorati. La navata mediana è coperta da un ricco soffitto a cassettoni dorati, del 1611 (restaurato). Il pavimento attuale, di m. 1,30 più alto di quello primitivo, fu sistemato ai primi del ‘500. Sulla controfacciata si svolgeva un grande mosaico, di cui rimangono pochi frammenti, col ritratto ritenuto di Giustiniano, rifatto in parte nel 1863.

Sotto l’ottava arcata destra, l’ambone di marmo greco, del sec. VI, finemente scolpito: è retto agli angoli da 4 colonnine dello stesso marmo e da un grosso cippo nel mezzo.

Il presbiterio è limitato da una balaustra, composta da un pluteo del sec. VI e da 3 transenne marmoree lavorate a giorno. Nel mezzo sorge l’altare del sec. VI (notare gli incavi destinati a ricevere le reliquie antiche), che ha intorno 4 colonne di porfido sormontate da capitelli romani e bizantini. La sedia marmorea è romana.

Localizzazione: Ravenna, via Roma
Periodo artistico: VI sec. d.C.
Note storiche:

Le pareti laterali della navata mediana sono tutte rivestite di mosaici di straordinaria bellezza e semplicità, divisi su ogni lato in tre zone orizzontali, la gran parte risalenti a età teodoriciana, gli altri al tempo dell'arcivescovo Agnello.

La parte superiore delle due pareti, da sinistra a destra, è costituita da una serie di pannelli rettangolari con scene della vita e della passione di Cristo, alternati a quadretti raffiguranti una grande conchiglia sormontata da una croce e da due colonne.

Fra questi pannelli anche uno raffigurante la scena dell' Ultima Cena, dove Gesù viene raffigurato su uno stibadium.

Tale complesso musivo, unitamente ai pannelli della parte mediana, che appartiene a due distinti momenti, è uno degli esempi più perspicui del tramutarsi dell'arte nel sec. VI. Nelle teorie delle Vergini e dei Martiri, eseguiti al principio della seconda metà di quel secolo, l'arte bizantina raggiunge il massimo potere di astrazione e di ritmo tutto il rsto, del principio dello stesso secolo, è ancora di stile classicheggiante.

Questa è la più antica rappresentazione conosciuta dell'Ultima Cena, ispirata al tipico banchetto romano: i discepoli siedono attorno ad un tavolo a ferro di cavallo e Gesù occupa il posto d'0nore, a sinistra, ha le mani alzate come se stesse parlando e, dagli sguardi degli apostoli (quasi tutti rivolti verso Giuda all'estremità opposta del tavolo), si intuisce che ha appena annunciato l'imminente tradimento.
Data ultima verifica: 03/08/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ASCOLI SATRIANO (Fg). La scoperta durante una campagna di scavi in Puglia. Da secoli gli archeologi ne cercavano le tracce.

Nella villa di Faragola, vicino ad Ascoli Satriano, è venuto alla luce uno stibadium in muratura veramente eccezionale, costruito apposta per la sala da pranzo della villa e tutto rivestito di marmi pregiati.

Allegato: ascoli satriano.pdf

Link:
https://www.romanoimpero.com/2020/08/villa-di-faragola.html

http://www.comune.ascolisatriano.fg.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20030/idtesto/104

Autore: Cinzia Dal Maso, La Repubblica, 03/08/2005

VENEZIA. Chiesa dei Ss. XII Apostoli, Ultima Cena di Cesare da Conegliano

Telero dell’Ultima cena, di grandi dimensioni (3,50 x 5,30 metri), è conservato nella parete destra del presbiterio della chiesa.

Chiesa dei Ss. Apostoli di origine antichissima, più volte rinnovata, radicalmente nel 1575 e verso la metà del XVIII secolo.

Localizzazione: Campo Ss. Apostoli
Autore: Cesare da Conegliano
Periodo artistico: 1583
Data ultima verifica: 01/11/2005
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di San Martino Vescovo, Ultima Cena di G. da Santacroce, 1549

Il parapetto dell’organo, opera del Nacchini e restaurato dal Callido, è ornato della Cena di Cristo o Ultima Cena realizzata nel 1549 da Girolamo da Santacroce, o Gerolamo Galizzi (Santa Croce, fraz. di San Pellegrino Terme BG, 1490 circa – Venezia, 1556).

La chiesa, sita nel sestiere di Castello, probabilmente fondata nel secolo VIII, fu ricostruita tra IX e X secolo. L’attuale edificio risale al Cinquecento, su progetto di Jacopo Sansovino che ruotò l’intera struttura di novanta gradi e le diede una pianta quadrata, aggiungendo due cappelle a ogni lato e il presbiterio con soffitto a volta. Terminata nel 1653; la facciata è del 1897. Interno quadrato, di semplici linee rinascimentali ma con ricca decorazione seicentesca.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Martino_(Venezia,_Castello)

https://www.treccani.it/enciclopedia/girolamo-da-santacroce_%28Dizionario-Biografico%29/

Localizzazione: VENEZIA. Chiesa di San Martino Vescovo , Campo San Martin
Autore: Gerolamo da Santacroce
Periodo artistico: 1549
Data ultima verifica: 01/11/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di San Francesco della Vigna, Ultima Cena

Chiesa costruita, su disegno di Iacopo Sansovino (1534), in una vigna donata da Marco Ziani ai Francescani, ove già un’antichissima chiesetta ricordava la leggendaria sosta fatta in questo posto da San Marco, reduce da Aquileia.

Nella prima cappella del lato destro, alla parete destra, Ultima Cena di Girolamo da Santacroce o Francesco Rizzo di Santacroce.

Localizzazione: Venezia. Chiesa di San Francesco della vigna - Campo della Confraternita
Autore: Francesco Rizzo di Santacroce o Gerolamo da Santacroce (1485 – dopo il 1545)
Periodo artistico: 1508
Data ultima verifica: 01/11/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di Santa Maria Formosa, Ultima Cena di Leandro Bassano

 

La chiesa della Purificazione di Maria, detta anche di Santa Maria Formosa, secondo la tradizione, fu eretta nel VII secolo da San Magno, vescovo di Oderzo, al quale sarebbe apparsa Maria nell’aspetto di una bellissima (‘formosa‘) matrona.

Ricostruita nelle forme attuali da Mauro Coducci (1492), prospetta sul campo con una bassa facciata ornata da lesene e statue del principio del XVII sec.

Nel transetto destro, a destra, si trova una Ultima Cena di Leandro dal Ponte detto anche Leandro Bassano (Bassano del Grappa, 1557 – Venezia, 1622)

Localizzazione: Campo Santa Maria Formosa
Autore: Leandro Bassano
Periodo artistico: 1578 ?
Data ultima verifica: 01/11/2005 - 01/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora