MILANO, Pinacoteca di Brera, disegno di una Testa di Cristo (preparatoria per l’Ultima Cena).

La Pinacoteca possiede inoltre una collezione di disegni, non esposti normalmente al pubblico e accessibili solo agli studiosi.
Tra questi due disegni di Leonardo da Vinci, la Testa di Cristo preparatoria per l’Ultima Cena, e un profilo virile proveniente dal lascito Vitali.

Localizzazione: Pinacoteca di Brera
Autore: Leonard da Vinci
Periodo artistico: 1494 c.
Note storiche: La Testa di Cristo è un disegno a gessetto e pastello su carta (40x32 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1494 circa. Si tratta di uno studio per la celebre Ultima Cena.
Illustrazione opera:

Nonostante le cattive condizioni di conservazione, l'opera è in genere accettata come autografa di Leonardo, sebbene alterata da un tratteggio posteriore che ha evidenziato e semplificato le linee essenziali del volto e della capigliatura. Ciò fu dovuto al lavoro di un allievo o a circostanze lagate alla preparazione del cartone e al disegno dello schema preparatorio sul muro.
Rispetto al Cristo al centro del Cenacolo si notano alcune differenze, quali la testa china verso destra, gli occhi chiusi, le guance leggermente arrossate, le labbra chiuse.
Nella versione definitiva invece Gesù ha le labbra dischiuse, come se avesse appena pronunciato 'Uno di voi mi tradirà'.

Bibliografia:
Milena Magnano, Leonardo, collana I Geni dell'arte, Mondadori Arte, Milano 2007, pag. 88. ISBN 978-88-370-6432-7


Rilevatore: Feliciano Della Mora

DANIMARCA – COPENAGHEN. Statens Museum for Kunst, Ultima Cena di Emil Nolde

Emil Nolde nacque il 7 agosto 1867 nel villaggio tedesco di Nolde, vicino al confine con la Danimarca il suo vero nome era Emil Hansen ma a partire dal 1902 si fece chiamare come il paese natale, per sottolineare il legame con la sua terra.
Dal 1884 al 1891 soggiornò a Flensburg, dove lavorò in un mobilificio e studiò per diventare intagliatore e illustratore.
Dal 1892 al 1897 insegnò disegno ornamentale alla Scuola d’arte industriale di San Gallo, in Svizzera.
Nel 1897 eseguì il suo primo dipinto, I giganti della montagna.
nel 1899 compì il suo primo viaggio a Parigi, dove fu attratto dall’opera di Rembrandt, F. Goya, H. Daumier e anche V. Van Gogh.
Dal 1901 al 1904 Nolde dipinse giardini fioriti e composizioni di fiori nello stesso periodo compì viaggi in Danimarca in Germania e in Italia. Negli anni successivi fece diversi viaggi a Monaco, Karlsruhe e Berlino.
In questo periodo fu attratto particolarmente dall’arte assira ed egizia e dalle opere di Rembrandt, Francisco Goya, Honoré Daumier e Edouard Manet.
Nelle sue prime opere le figure umane e le forme della natura sono rese sulla tela in modo semplificato, caricaturale e grottesco.
A partire dal 1904 il suo stile si avvicina inizialmente all’impressionismo per poi arrivare all’espressionismo, con i colori che diventano sempre più intensi: in questa evoluzione ebbero probabilmente una notevole influenza le opere di Paul Gauguin e di Edvard Munch.
Nel 1906 strinse amicizia con Karl Schmidt-Rottluff e nel 1907 espose con i pittori del gruppo Die Brücke, uno dei primi gruppi espressionisti tedeschi si accostò inoltre alla Secessione berlinese e al gruppo Blaue Reiter.
Una malattia nel 1909 e un contatto diretto con l’arte di Vincent Van Gogh e di James Ensor, conosciuto a Ostenda nel 1911, contribuirono ad accentuare il carattere drammatico della sua pittura.
L’ultima Cena (1909, Copenaghen, Nationalmuseet) (vedi fig.)olio su tela, 86 x 107 cm Cristo tra i fanciulli (1910, New York, Museum of Modern Art).
Produsse allora opere per lo più misticheggiante, in cui lo spazio, la forma e il colore perdono ogni funzione descrittiva per assumere un valore espressivo autonomo.
Sono importanti anche i molti acquerelli, i disegni, le incisioni su legno, i dipinti del porto di Amburgo e della vita notturna di Berlino, in cui il colore risplende e le forme diventano sempre più sintetiche per mezzo di un segno estremamente vitale.
Nel 1913 e nel 1914 Nolde compì un lungo viaggio, che lo portò a visitare luoghi lontani ed esotici, come la Russia, il Giappone e la Cina, fino ad arrivare in Nuova Guinea.
Questo viaggio alimentò i suoi interessi per le qualità ritmiche e decorative dell’arte primitiva, favorendo la comparsa di elementi esotici nella sua pittura e mettendo in risalto le forze primordiali della natura e dell’uomo.
Nelle sue creazioni del periodo la figura umana continua ad essere gradualmente ma violentemente deformata attraverso una stesura del colore per grandi pennellate.
Nel 1926 Nolde conseguì una laurea honoris causa all’università di Kiel, ma pochi anni dopo cominciò ad essere perseguitato dai nazisti, che lo consideravano un artista degenerato: i suoi lavori furono vietati e non gli fu permesso di dipingere.
Il colore di Nolde si arricchì di accenti mistici, destinati a divenire intensa spiritualità nei dipinti realizzati dopo il soggiorno nelle isole del Pacifico.

Stabilitosi a Seebúll nel 1927, fu poi perseguitato dal nazismo, ricevendo persino il divieto di dipingere. Ciò che rimase della sua attività pittorica e grafica degli anni di guerra é dovuto a un lavoro svolto in forma clandestina (Nel loggione, 1918, Ginevra, collezione privata). Importanti sono gli scritti autobiografici.
In quegli anni produsse segretamente una serie di dipinti nei quali il suo stile si fece più pacato e disteso.
Riscoperto e rivalutato dopo la seconda guerra mondiale, è oggi considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’espressionismo.
Morì a Seebüll, nel nord della Germania, il 13 aprile 1956.
La sua arte antiaccademica e carica di una componente mistico – popolare ebbe una forte influenza sugli artisti giovani. Ama trasfigurare soggetti sacri e fare un uso del colore e della tecnica che ha ereditato dalla sua formazione artigiana. In questa tela tenta di trasportare lo stile rembrandtiano a quello espressionista.

Cristo è già rappresentato sofferente, e le figure intorno a lui hanno espressioni sul volto che indicano la loro condizione emotiva.

Note storiche: L'ultima Cena (1909, Copenaghen, Nationalmuseet) (vedi fig.) olio su tela, 86 x 107 cm.
Data ultima verifica: 01/11/2011 00:00

FRANCIA – PARIGI. Partenza di Giuda, acquerello di Jean Guitton.

Jean Guitton (Saint-Étienne, 18 agosto 1901 – Parigi, 21 marzo 1999) è stato un filosofo e scrittore francese cattolico papa Paolo VI lo nominò primo uditore laico al Concilio Vaticano II.
Nacque da una famiglia cattolica: il padre di corrente tradizionalista, la madre di corrente umanista, entrambi di estrazione borghese. Considerando che il nonno era di tendenze agnostiche, Guitton crebbe in un contesto culturale aperto alla diversità.
Studiò alla École normale supérieure di Parigi e si laureò in filosofia nel 1933. Fino al 1939 insegnò all’Università di Montpellier. Durante la Seconda guerra mondiale subì una lunga prigionia. Dopo la guerra insegnò all’università di Digione, e dal 1955 al 1968 fu professore di storia della filosofia e filosofia alla Sorbonne di Parigi.
Parallelamente continuò a pubblicare libri filosofici e apologetici. Nel 1961 fu eletto membro dell’Académie française. Partecipò, come laico, ai lavori del concilio Vaticano II:
«Il Concilio è stato la sorpresa, il coronamento e la gioia della mia vita, l’avvenimento atteso e tuttavia giudicato impossibile che improvvisamente era stato annunciato e aveva trovato una conferma, si era svolto e aveva preso radici, diventando per me, come in un mistero, un fine e un’origine »
Allievo di Léon Brunschvicg e di Henri Bergson, si laureò in filosofia e in lettere, esordendo nel 1933 con una tesi su Le Temps et l’Eternité chez Plotin et Saint Augustin, primo di una lunga serie di lavori filosofici appartenenti alla corrente del moderno spiritualismo cristiano.
Oltre alle ricerche sulla vita e le opere di Sant’Agostino, Pascal, Plotino, Leibniz, Bergson, Heidegger e altri, sono importanti i suoi studi su Gesù, sui Vangeli e sul cattolicesimo nel mondo moderno. Uno dei cardini del suo pensiero è quello della perfetta compatibilità tra fede e ragione.
Nei suoi scritti religiosi, Guitton, evidenziò la questione fondamentale di una fede totalizzante, che non riguardi solo l’intelligenza e la volontà, ma si estenda a tutto il nostro essere.
La filosofia, secondo Guitton, non deve escludere la presenza di Dio nel mondo e nello spirito, il senso del mistero, la realtà al di là delle apparenze e la ricerca del mistero ultimo.
Quindi, coerentemente, Guitton si occupò delle cause prime, come l’origine dell’uomo e del pensiero, sulle quali avanzò una proposta alternativa all’evoluzionismo. Il vero dramma per l’uomo, sostiene Guitton, è di non poter conoscere l’insieme della grande macchina dell’universo, visto che formiamo solo una piccola parte di esso, quindi restano evase le nostre risposte alle domande su chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo.
Punto focale della sua ricerca è la figura di Gesù e la questione della sua natura. Guitton indicò tre possibili vie, ma non soddisfandolo né quella critica né quella mitica, resta aperta per lui solo quella della fede.

Localizzazione: Parigi
Autore: Jean Guitton
Periodo artistico: XX sec.
Illustrazione opera:

Jean Guitton ha anche illustrato numerosi episodi della vita di Gesù con tempere, oli, pastelli, acquerelli in uno stile vivace, modernissimo, che si muove in un nuovo e più dinamico impressionismo, si è lasciato sedurre da questo tema disegnando una Partenza di Giuda nella quale gli apostoli, appena abbozzati, in una macchia di colore azzurro intorno a una mensa colorata in giallo per alludere al mistero divino, sembrano espellere dalla comunità Giuda come un proiettile avvolto in un ombra scura.


Data ultima verifica: 02/11/2011
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ASSISI (Pg). Ferruccio Ferrazzi, Ultima cena.

L’artista romano Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) torna alla tradizione, con rimandi alle figure della grande tavola della Maestà di Duccio di Buoninsegna, sul cui retro è rappresentata la vita di Gesù a episodi.

Localizzazione: Pro Civitate Museum di Assisi
Autore: Ferruccio Ferrazzi
Periodo artistico: XX sec.
Note storiche:

Opera del 1955-1956, olio su tela, acquisizione 1956 della Pro Civitate Museum.


Illustrazione opera: La scena dell’ Ultima cena, con originalità, è vista di lato: a capotavola il Cristo, che Giovanni abbraccia con tutto il suo corpo, spezza il pane, mentre di fianco Giuda, coprendosi gli occhi con una mano mette l’altra nel piatto, assistito da un nero demonio, che già si è impossessato di lui.
Gli apostoli sono interdetti uno, precedendo gli altri, è già in fuga.
Una narrazione realistica in uno stile moderno con i personaggi in abiti borghesi, a eccezione di Gesù e di Giovanni avvolti in lunghe vesti, e solo un basso muro che separa la tavolata da un giardino quasi nero che allude alla notte del Getzemani.

Data ultima verifica: 02/11/2011 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Museo Diocesano di Arte Sacra, Ultima Cena di Giovanni Cavazzon.

Il Museo Diocesano di Arte Sacra S. Apollonia di Venezia (Calle della Canonica – ore 10-17, chiuso mercoledì) espone l’Ultima Cena del maestro udinese Giovanni Cavazzon.

Localizzazione: Museo Diocesano di Arte Sacra S. Apollonia di Venezia (Calle della Canonica)
Autore: Giovanni Cavazzon
Periodo artistico: XXI sec.
Note storiche:

Si tratta di un'originalissima opera (tempera acrilica su tavola, cm.200x100) il cui tema è incentrato sulla luce che brilla sulla mensa, con l’effetto delle pitture su vetro medievali la plasticità delle figure anima il parallelismo, accentuando le linee ritmiche che inseguono i movimenti e gli atteggiamenti coordinati dei commensali. Il colore fluido e armonioso previene o suggerisce la concatenazione compositiva.


Illustrazione opera:

L'autore così commenta la sua opera:

'Il tema dell’Ultima Cena è particolarmente affascinante e per un artista costituisce una sorta di sfida, proprio per la grande concentrazione di temi ed anche per la difficoltà tecnica e scenografica che comporta. Ho provato ad affrontare questo quadro a modo mio, partendo innanzitutto da un punto di vista diverso da quello a cui la tradizione mi ha abituato, per provare a dare nuove prospettive e suggestioni. Ho poi scelto di raffigurare l’immagine di un solo modello per rappresentare l’unicità del messaggio cristiano e perché tutti noi siamo parte di tutto e tutto è parte di ognuno di noi. Già nell’impostare il disegno ho provato un grande coinvolgimento che si intensificava via via, mentre il quadro prendeva forma e colore: non mi sentivo spettatore di ciò che si andava svolgendo in una qualche stanza, ma mi sentivo pienamente partecipe dell’avvenimento. Avvertivo il vociare degli Apostoli, sentivo su di me lo sguardo del Cristo, mi sentivo colpire dalla luce. Ecco, la luce. Questo è un elemento che ho ritenuto particolarmente importante: è degradante, si irraggia da diversi fuochi e raggiunge anche Giuda, il peccatore. Ma non colpisce tutti: cambiando la lettura del quadro, gli uomini non sono più i dodici apostoli ma sono metafora dell’umanità. Un personaggio è chino, ma basterebbe un suo atto: basterebbe che si alzasse e sarebbe abbracciato e scaldato da quella luce. E quella luce scalda anche me.'

Da un commento di Anna Pascolo:
E’ un volto umano, non divino.
E’ il volto di ogni uomo, capace di comunicare se stesso con lo sguardo.
Lo sguardo è sereno, composto e consapevole, così come lo sono il volto ed il gesto.

Serenità, compostezza e consapevolezza assolute. Così assolute da essere divine, non umane.
Perché chi mi guarda non è un uomo, ma quel figlio di Dio che sta per compiere il suo grande gesto.
Il figlio di Dio guarda verso il Cielo. Allora com’è che io posso incrociare quello sguardo? Sono forse Dio? No. Tuttavia sono figlia di Dio. E’ per quel fiato divino che mi dà vita e che è in me, che quel figlio di Dio incrocia il suo sguardo con il mio. Proprio mentre guarda verso il Cielo. E’ per quel fiato divino che mi rende parte attiva del Cielo.
E chi sono quegli altri dodici uomini? L’uno attento al gesto sublime del figlio di Dio, l’altro attento a spostare il bicchiere prima che un moto inconsapevole lo faccia cadere. Due scambiano idee, uno raccoglie qualcosa, l’altro accetta la responsabilità di quel tradimento.
Ma è sempre lo stesso uomo.
O sono sempre io? Io che nella mia umana mutevolezza sono ora Giuda, ora Pietro, ora Giovanni, ora Tommaso? Io che nella verità, di fronte a Dio e di fronte agli uomini non mi posso nascondere dietro alcun velo?
Luci ed ombre mi inquietano.
Lo sguardo del figlio di Dio mi riabbraccia: la sua serenità, compostezza e consapevolezza mi confortano e mi rassicurano.


Data ultima verifica: 04/06/2011 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SUTRIO (Ud). L’Ultima Cena, intaglio in legno di noce.

Isaia Moro, è un artista eclettico, è nato il 18 marzo 1963 a Sutrio dove tuttora risiede.
Da anni si dedica con entusiasmo all’intaglio del legno ed alla scultura, campo nel quale è particolarmente apprezzato per le opere ad archi e per le fontane.
Ultimamente si è dedicato ai modelli in cera per creazioni artistiche in oro ed argento.

Localizzazione: Sutrio (Ud)
Autore: Isaia Moro (1963 - vivente)
Periodo artistico: 1993
Illustrazione opera:

L'Ultima Cena 1993, legno di noce, cm 100 x 100


Data ultima verifica: 15/04/2011 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TRIESTE. Tempio serbo-ortodosso della Ss. Trinità e di S. Spiridione. Bassorilievo d’altare, Ultima Cena

Il complesso architettonico, posto nel Borgo Teresiano nei pressi del Canal Grande, riflette un gusto bizantino e si caratterizza per un cupola più alta dei quattro campanili, per le calotte emisferiche azzurre e per le ampie decorazioni a mosaico che abbelliscono le pareti esterne.

Note storiche: La Chiesa di rito serbo – ortodosso, nota anche con il nome di chiesa degli Schiavoni, è consacrata a S. Spiridione Taumaturgo. Opera dell'architetto Carlo Maciachini (1869), sorge nel luogo della preesistente chiesa di San Spiridione del 1753, che veniva utilizzata sia dalla comunità greca che da quella serba.
Vuoi per alcuni contrasti tra le due comunità, vuoi per l’accresciuto numero dei fedeli, l’odierno edificio fu realizzato su progetto del milanese Carlo Maciacchini, tra il 1861 e il 1868, su commissione della sola comunità serbo ortodossa. Oggi può accogliere fino a 1600 persone.
Il tempio, nella tradizione orientale, presenta una pianta a croce greca sormontata da cinque cupole dal caratteristico colore azzurro. La pietra di costruzione è, in buona parte, di provenienza locale, eccetto le colonne in marmo di Verona ed i cornicioni in marmo di Toscana.
L’interno presenta affreschi e pitture di pregio ma, ciò che domina su tutto, è l’iconostasi in legno massiccio, riccamente ornata da intagli, che divide il presbiterio dal resto della chiesa. Le quattro icone, raffiguranti la Madonna, Gesù, S. Spiridione e L’Annunciazione, realizzate a Mosca all’inizio dell’800, sono ricoperte di oro e argento.
Di particolare interesse il grande candelabro d’argento donato, in occasione di una visita a Trieste nel 1782, dal futuro zar Paolo I.
Illustrazione opera:

L'altare, cui sovrasta una croce gemmata d'oro e argento, ha la mensa ornata da un bassorilievo, raffigurante l'Ultima Cena, in argento massiccio.

Bibliografia:
Giorgio Milossevich, Il Tempio di San Spiridione, Bruno Fachin, Trieste.


Data ultima verifica: 20/12/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BRIGA MARITTIMA (F). Gli affreschi di Nostra Signora del Fontano, di G. Canavesio – Ultima Cena.

 

Giovanni Canavesio è un pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
Documentato a Pinerolo nel 1450 e poi, dal 1472 al 1500, nella Liguria occidentale e nel Nizzardo, eseguì ampi cicli di affreschi (nella chiesa di San Bernardo a Pigna 1482, nella Chiesa di Nostra Signora del Fontano a Briga, 1491-1492) e numerosi polittici.
Si formò probabilmente nella cerchia di Giacomo Jaquerio, artista torinese, le cui opere sono inquadrabili nel Gotico internazionale, ma con accenti realistici di origine borgognona.
Vita ed opere
Polittico con San Domenico, i quattro dottori della Chiesa, Madonna col Bambino e santi, 1472, Taggia, chiesa del convento di San DomenicoLe notizie sulla sua vita sono piuttosto scarse.
Sappiamo dagli archivi che nel 1450 teneva bottega a Pinerolo (ove è registrato come ‘maestro pittore’) nel 1472 era presente in Albenga assieme al fratello Giacomo, poi sino al 1500 si spostò con grande frequenza – esempio di atelier itinerante – lungo i crinali delle Alpi Marittime, firmando e datando le sue opere.
La firma (“Presbiter Johes canavesis”) posta sul polittico conservato alla Galleria Sabauda di Torino testimonia che, nel corso della sua vita, ebbe a prendere i voti.
Gli furono affidate commesse realtive a grandi cicli di affreschi le cui raffigurazioni pittoriche erano didatticamente pensate come ‘Biblia Pauperorum’ ad uso dei fedeli.
Agli affreschi si aggiungevano talvolta richieste di polittici destinati a decorare gli altari.
Tra i cicli di affreschi eseguiti da Canavesio in Liguria va ricordato quello della chiesa di San Bernardo a Pigna (1482) (Imperia) con scene della Passione e del Giudizio Universale e l’affresco araldico del 1477 presso il palazzo vescovile di Albenga.
Tra i polittici rimasti, oltre a quello della Sabauda, vanno menzionati quello nella chiesa del convento di San Domenico a Taggia (Imperia) (1472), quello che ora si trova nella chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano a Verderio Superiore (Lecco) (1499) e quello, recentemente restaurato, nella parrocchia di San Michele a Pigna (Imperia) datato 1500.
Breve profilo artistico
La negazione di S. Pietro, scena del ciclo di affreschi nel santuario di Notre-Dame des Fontaines a Briga Marittima. Cresciuto nel contesto della pittura piemontese verso la metà del XV secolo, dominata dalla lezione gotica di Giacomo Jaquerio, Canavesio fece propri i canoni stilistici di una pittura religiosa che, per rispondere alla sua funzione pedagogica, deve rendere con immediata crudezza le passioni e dare forma grottesca alle malvagità dell’animo umano.
Il profilo artistico di Canavesio non va tuttavia confinato nella dimensione di un onesto frescante, che ripropone fuori tempo canoni stilistici ormai desueti. Egli si dimostra aggiornato sulla evoluzione delle pittura ligure avvenuta sulla scia di Vincenzo Foppa e per impulso, soprattutto, di Ludovico Brea conosce la scuola provenzale dominata dalle figure di Enguerrand Quarton e di Barthélemy d’Eyck, e conosce (soprattutto attraverso opere a stampa di Israhel van Meckenem) l’arte nordica. Sorprende, nella inquietate rappresentazione del Giudizio Universale di Notre Dame des Fontaines, che la raffigurazione scheletrica della morte intenta ad abbracciare l’abisso infernale e la figura combattente di San Michele, siano una palese citazione tratta da tavole di analogo soggetto eseguite dai fiamminghi Jan van Eyck e Petrus Christus.

Localizzazione: Briga Marittima (Francia), Santuario di Notre Dame des Fontaines
Autore: Giovanni Canavesio
Periodo artistico: XV sec.
Note storiche: Il grandioso ciclo di affreschi di Nostra Signora del Fontano è un unicum nella storia dell'arte rinascimentale. La piccola chiesa, che sorge in una valle verdeggiante ed aprica, presso una sorgente considerata sacra da genti liguri insediate nella regione sin dall'epoca protostorica, fu decorata su tutte le pareti interne con scene dell'Antico e del Nuovo Testamento. Canavesio, nel disegno delle figure e nella pittura delle scene risente del citato Jaquerio: i personaggi sono espressivi, resi con piglio deciso, in qualche caso popolaresco, i tratti sono fortemente incisi ed angolosi, i colori non di rado terrosi, le ombre livide. A questo sanguigno realismo si compenetra una forte impronta simbolica nella scelta dei soggetti e soprattutto nel gioco di corrispondenze, simmetrie ed antitesi tra i differenti episodi.

Ne risulta una summa sacra ed esoterica, dovuta ad una committenza colta ed ai limiti dell'ortodossia: la committenza privilegiò una disposizione iconografica e la sottolineatura di significati che sorprendono. Infatti nel ciclo di affreschi è possibile rintracciare emblemi, archetipi, valori non apparenti che collegano l'antica sapienza egizia ed ermetica all'esoterismo cristiano. Notevoli le immagini codificate in alcuni riquadri o effigiate: lo svastica, l'urobouros, il quadrato magico, la tartaruga, l'albero della vita...
Alcuni particolari della realizzazione pittorica sono eccentrici o di difficile interpretazione: è il caso, ad esempio, di Satana che ostenta sul capo un basco, di Giuda dipinto con gli organi interni doppi.

Il ciclo di Nostra Signora del Fontano si può reputare un'enciclopedia del sapere esoterico, con qualche concetto 'eretico', riconosciuto come tale anche da esegeti cattolici.
Padre Benoit Avena, infatti, esaminando la rappresentazione di Giuda il cui corpo esanime è appeso ad un albero con foglie di olivo (albero della riconciliazione), conclude affermando: 'La Chiesa ritiene che Giuda sia dannato. Il Canavesio sembra voler affermare il contrario... Non si deve piuttosto scorgere un desiderio profondo di nutrirsi forse pure contro la stessa Chiesa, della linfa vitale della Redenzione di Cristo Salvatore, del suo sangue versato per riscattare anche il più miserabile dei suoi fratelli?'. E' un'esegesi motivata quella di Padre Benoit Avena da puntuali riscontri tematici ed iconologici. E' una lettura che, con competenza e dottrina, mette il luce il carattere eterodosso della composizione canavesiana, aprendo ad una riconsiderazione del messaggio salvifico di Cristo.
Sembrano dunque adombrate nell'originale complesso artistico, la salvezza universale, l'apocatastasi dopo la caduta.


Illustrazione opera:

Bibliografia
- Vittorio Natale, Non solo Canavesio. Pittura lungo le Alpi Marittime alla fine del Quattrocento, in Giovanni Romano (a cura di) Primitivi Piemontesi nei musei di Torino, Fondazione CRT, 1996
- Veronique PLESCH, Painter and priest: Giovanni Canavesio’s Visual Rhetoric and the Passion Cycle at La Brigue, University of Notre Dame Press, 2006, 492p.
Luc THEVENON e Sophie KOVALEVSKY, La Brigue, arts et monuments, Nice, Serre, 1990, 111p.
- Padre Benoît AVENA, Notre-Dame des Fontaines. La chapelle Sixtine des Alpes méridionales, Borgo San Dalmazzo-Cuneo, edizioni Martini, 1989
- Elena ROSSETTI-BREZZI, Precisazioni sull'opera di Giovanni Canavesio: revisione critiche in Bollettino della Societa Piemontese di Archeologia e di Belle Arti, 1964
- Paolo FEDERICI, Una labile traccia indelebile, edizioni 0111, 2007, 208p.




Url: http://zret.blogspot.com/2008_07_01_archive.html
Data ultima verifica: 27/11/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CREVOLADOSSOLA (VCO). Chiesa Parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo, due Ultima Cena, XVI e XVII secolo

La chiesa pievana dei SS. Pietro e Paolo fu edificata nel 1331; inizialmente era costituita da una unica campata centrale, coincidente con l’attuale navata centrale, ma leggermente più bassa.
Tra il 1516 e il 1569, la vecchia costruzione subì una profonda trasformazione che la portò alla forma attuale. La lapide con lo stemma dei Della Silva (il leone rampante che tiene le chiavi della città) e quello degli Orrigoni (la quercia radicata), recante la data 1475, segna l’epoca della ristrutturazione della facciata.
All’inizio del secolo XVI, sempre per merito dei Signori Della Silva, si concretizzò l’idea di ingrandire la Chiesa di Crevola trasformandola da una a tre navate. In primo luogo fu costruito nella parte sud un muro di sostegno ad archi per ricavare lo spazio necessario per la navata laterale; successivamente furono costruiti i muri perimetrali esterni delle nuove navate. Per realizzare la continuità fra le tre navate, occorreva abbattere le pareti laterali della vecchia costruzione: a questo scopo furono inserite nelle pareti laterali della vecchia chiesa delle colonne in serizzo locale e infine furono realizzati gli archi che, appoggiando sulle nuove colonne, dovevano sostenere il peso di tutta la struttura superiore di copertura. Poi fu demolito quello che rimaneva delle vecchie pareti laterali. Dopo questo intervento, fu demolito il tetto per sopraelevare i muri della navata centrale (i quali furono ulteriormente innalzati nel 1723) e furono aperte diverse finestre.
Della costruzione romanica si sono conservati il campanile, parte della facciata e gli importanti resti delle pareti laterali e delle decorazione ad archetti ciechi sorretti da mensolette con protomi antropomorfe, che si possono vedere recandosi nei sottotetti delle navate laterali.
Le aperture del campanile, in parte tamponate e modificate, restano integre nei due piani sotto la cella campanaria, con eleganti trifore.
Il bassorilievo sopra il portale, che raffigura Cristo che esce dal sepolcro, è quattrocentesco; il portale é del XVII secolo. Un bassorilievo, rappresentante San Bernardo da Mentone, risale al 1475.
Del XVI secolo sono gli affreschi nell’abside: un’ “Ultima Cena”  attribuita a Fermo Stella da Caravaggio o più recentemente, a Sperindio Cagnola, e le splendide vetrate opera di Hans Funk, uno dei principali vetrai bernesi dell’epoca.

Nella Cappella della SS. Trinità vi è un’altra Ultima Cena del 1687 di Giovanni Sampietro o di San Pietro.

Info: tel. 0324 33129

Bibliografia:
– AA.VV., Storia ed arte nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Crevoladossola, s.n., estratto da “Oscallana” 1998-1999, 1999
– Manchinu P.; Dell’Olmo M. (a cura di), Gli affreschi dell’abside della parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo di Crevoladossola. Novità e conferme dai restauri, Comignano, TLS, 2007
-Ricciardi S., Per la storia della pittura in Ossola nella prima metà del Cinquecento: influenze novaresi e apporti d’oltralpe, in “OSCELLANA – Rivista Illustrata della Val d’Ossola”, Anno XLV n° 4 Ottobre – Dicembre 2015, pp. 187 -214

Fonte:
http://archeocarta.org/crevoladossola-vb-chiesa-pievana-dei-ss-pietro-e-paolo/

Localizzazione: Crevola
Autore: Sperindio Cagnoli
Periodo artistico: XVI sec., circa 1525
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora e Angela Crosta

PIEVE DI CADORE (Bl). Chiesa Arcidiaconale di S. Maria Nascente, Ultima Cena.

Anteriore al Mille, l’attuale edificio – costruito su progetto dell’architetto Domenico Schiavi (1718-1795) di Tolmezzo (Ud) tra il 1761 e il 1819 – sorge sulla precedente chiesa gotica il cui coro era stato affrescato su disegni di Tiziano, dalla sua bottega. L’attuale edificio combina due unità: la croce greca a bracci disuguali voltata a cupola e a botte ed il presbiterio quadrato con soffitto a vela. Grazie alla dilatazione dello spazio, motivo caro all’architettura barocca, egli ottenne un edifico ad asse longitudinale, rispondente alle norme tridentine, ma innovativo rispetto alla pianta rettangolare con volta a padiglione utilizzata a Lorenzago e Auronzo.

La facciata (1875-1876), progettata dall’architetto vicentino Giovanni Miglioranza (1798-1861), è decorata con dodici statue raffiguranti i Santi titolari delle chiese dipendenti dall’arcidiaconale, mentre la lunetta è rivestita a mosaico con la Natività di Maria.
L’interno si caratterizza per il movimento incalzante delle pareti segmentate dal forte rilievo delle paraste sorrette da monumentali basamenti in pietra e l’arretramento dei setti murari su cui si aprono archi, nicchie e pulpiti. A ciò si accompagna l’accentuato chiaroscuro del cornicione dai secchi intagli, che disegna nettamente lo stacco con il soffitto dominato dalle linee curve di archi, volte, cupola e finestroni a lunetta.

Autore: Cesare Vecellio (1521-1601)
Periodo artistico: 1585
Note storiche: L'interno è ricco di opere che testimoniano la storia dell'antico edificio sacro.
Di particolare pregio si segnala la 'Madonna con Bambino' di Tiziano, le opere di Cesare Vecellio e il Flugelaltar attribuito alla bottega di Simon von Teisten (fine sec.XV).
Nel presbiterio, in alto, tela raffigurante l'Ultima Cena, attribuita a Marco Vecellio (1521-1601), eseguita nel 1585 alcuni studiosi attribuiscono a Tiziano le teste di Gesù e di San Pietro. L'attribuzione è frutto di una ricerca condotta dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, pubblicata in "Le botteghe di Tiziano" (vedi: www.tizianovecellio.it).

La Sagrestia accoglie opere di pregio della bottega del Palma il Giovane, di Zorzi Sotirico da Creta, di Catarino Veneziano.


Data ultima verifica: 29/07/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VIGO di Cadore (Bl). Madonna della Difesa, Ultima Cena.

La chiesa fu voluta dal pievano Giovanni de Clere e dalla popolazione come ex-voto per lo scampato pericolo rappresentato dalle soldatesche di Massimiliano I d’Asburgo.
La costruzione (1512) fu affidata a Nicolò Ruopèl, maestro carnico attivo nella prima metà del XVI secolo anche a Candide, Casamazzagno, Auronzo ed in altri paesi del Cadore e della Carnia la consacrazione avvenne nel 1515.

Localizzazione: Posta al centro del paese.
Autore: Nicola Grassi (1682-1748)
Note storiche: L'edificio, di piccole dimensioni, evoca l'edilizia rurale per la semplicità di linee e d'impianto planimetrico: corpo cubico in muratura accostato all'abside pentagonale, copertura lignea bifalde a ripidi spioventi, timpano chiuso rivestito di tavole.
Sono visibili alcuni elementi decorativi come la modanatura a bastoncino intrecciato in chiave del portale ad arco acuto e l'oculo traforato a fiamma altri sono quasi illeggibili come i motivi affrescati che sottolineano la base del tetto, stipiti, angoli.
All'interno il colore acquista maggiore rilievo nei costoloni e negli ingenui disegni che fioriscono la volta a stella.
Affreschi e tele (XVI-XVIII sec.) presenti in gran numero rispecchiano la natura votiva del tempietto e testimoniano nella scelta dei temi il bisogno di protezione della popolazione.

Illustrazione opera: Da segnalare una 'Ultima Cena', opera di Nicola Grassi (1682-1748).
Data ultima verifica: 29/07/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE, Ultima cena (collezione privata).

Intagliatore veneziano, primo terzo del XVII secolo legno dorato, cm. 22×55.

Localizzazione: Collezione privata
Autore: Intagliatore veneziano, primo terzo del XVII secolo.
Illustrazione opera:

Pregevole rilievo che illustra con grande dinamismo e abilità compositiva la scena dell'Ultima Cena di Cristo, nel giorno della Pasqua ebraica.
Diversamente dall'usuale momento in cui Cristo benedice le due specie del pane e del vino, per consacrarle e imprimere in esse il segno della sua presenza divina, fulcro concettuale e dogmatico del mistero eucaristico per la Cristianità d'Occidente, l'intagliatore ha scelto quello successivo, in cui le parole di consacrazione diventano atto fisico del dono di sè ai discepoli.
Gesù, infatti, è raffigurato mentre porge un boccone del pane spezzato (in verità però raffigurato già come particola) che tiene in un piatto alzato con la mano sinistra a un discepoli, il quale siede alla sua destra, quasi all'estremo angolo della lunga tavola.
Esplicita è l'accentuazione del moto del suo corpo e del braccio che si tende verso il discepolo, a sua volta sporto al massimo per giungere a ricevere la particola di pane.
Tale asse visivo è contrapposto alla figura di Giuda che si è alzato dal concerto dei discepoli stringendo il sacchetto con i trenta denari sul petto mentre si allontana rapido verso sinistra, allargando il braccio, che viene così a coprire il vuoto spaziale determinato dall'abbassarsi e tendersi del discepolo che riceve la comunione.
La figura del discepolo all'altra estremità della tavola, in piedi è sporto anche lui verso sinistra per assistere meglio all'azione che si sta dipanando, bilancia infine la struttura compositiva secondo canoni espressivi che potremmo definire barocchi.
Attorno a questo doppio accadimento gli altri apostoli si raggruppano via via con gesti eloquenti, agitati, in un tumulto emotivo che sembra potersi bilanciare solo in virtù del panno steso sui tre tavoli dalle gambe tozze e squadrate (uniti per allungarne la forma), privo di qualsiasi vettovaglia o cibo e dunque si pone come zona liscia e neutra a confronto della parta alta del rilievo tutta abitata dalle mezze figure, o dalle teste, dei discepoli.
La caratterizzazione fisiognomica di questi ultimi è forte, ma l'intenzione ritrattistica non pare guidata da alcuna intenzione idealizzante. Anche il presumibile san Giovanni, che va forse identificato nella testa alla destra di Gesù, dietro di Lui, appare sì essere più 'giovane' tra i compagni, ma le sue fattezze non sono proprio delicate e anche lui porta una barba corta per il resto le figure sono di uomini maturi, barbuti e dai tratti marcati.
Le scene dell'Ultima Cena, declinate in modo da sottolineare il dogma eucaristico della transustanziazione, divengono importanti e diffusi notivi iconografici dalla chiusura del Concilio di Trento in poi, e la loro iconografia acquisisce pertanto, con preciso intento catechetico, le direttive controriformiste su questo tema, tra i principali motivi di conflitto e di dissenso con il credo riformato e luterano.
Una delle versioni controriformate più riuscite e celebri in area veneta è senz'altro quella che ne diede Tintoretto, sia, ad esempio, nella pala per San Polo, che in quella, celeberrima, per San Giorgio maggiore, del 1593, a Venezia.
Benchè in entrambi il Cristo sia posto in piedi, in atto di distribuire il solo pane ai discepoli, è evidente che il nostro intagliatore deve avere avuto contezza di questa interpretazione iconografica precisa, cui il dogma di fede e la funzione predicatoria non schiacciano ma semmai esaltano la drammaticità e l'efficacia della composizione.
L'esempio riportato non è di certo un confronto stilistico nè iconografico in senso stretto - chè allora sarebbero da citare, per indagare sui modelli possibili e sul gusto di marcare le fattezze degli apostoli, tele come quella di Jacopo Bassano, 1542, oggi alla Galleria Borghese a Roma -, ma vuole invece soprattutto indicare che la probabile collocazione culturale dell'autore del rilievo è Venezia. Proprio per la chiesa di san Giorgio maggiore, oltretutto, l'attivissima bottega guidata da Albert van den Brulle aveva realizzato tra 1594 e 1598 lo splendido coro con i 48 postergali del secondo ordine di stalli ancor oggi in loco, raffiguranti scene agiografiche dei santi dell'ordine benedettino, sulla base di incisioni di anonimo di una decina d'anni precedenti (1) mentre Jacopo Zane aveva creato, presso l'altare maggiore i dossali con sei episodi a tema eucaristico intervallati da telamoni in forma d'angeli, che 'accompagnano' le due tele del vecchio Tintoretto, quella citata e l'altra con Gli ebrei rifiutano la manna.
Proprio sulla scia - marcata stilisticamente dal tardo manierismo di un Giulio dal Moro o Terilli e poi dalla 'stagnazione' degli anni trenta e quaranta del secolo - di questo genere di intagli, interessati a accentuare fisionomie e gesti con sicurezza compositiva e spiccate qualità d'intaglio, ci pare possa collocarsi stilisticamente anche l'anonimo autore del rilievo udinese.
Il pathos mosso e morbido che come un vento agita le barbe e scompone la gestualità del gruppo intagliato, così come l'implicita conoscenza di certa pittura barocca allora prodotta dai multiformi (e itineranti) talenti attivi a Venezia e l'assetto osseo dinoccolato del Cristo, pare indicarne una datazione avanzata al primo terzo del Seicento se non oltre.

(1) E- Merkel, La scultura lignea barocca a Venezia, in Scultura lignea barocca nel Veneto, a c. di A.M. Spiazzi, Milano 1997, pp. 107-195.

Serenalla Sastri

in L'Anima e il Mondo, Arte sacra dal XIV al XVIII secolo, a cura di Roberta Costatini, Cividale del Friuli (Ud) 2010.

Opera presentata nella mostra dal medesimo titolo in Cividale del Friuli, Chiesa di San Giovanni nel Monastero di Santa Maria in Valle, dal 7 marzo al 30 giugno 2010.


Data ultima verifica: 09/07/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ERTO E CASSO (Pn). Veindre Seint (venerdì santo) – Sacra rappresentazione – Ultima cena, vivente.

Antica e suggestiva rappresentazione in abiti romani della passione e morte del Cristo, che ogni Venerdì Santo si svolge nel paese di Erto in un caratteristico anfiteatro naturale.
Nata insieme alla chiesetta di San Rocco, come voto religioso contro la peste venne interrotta solo negli anni successivi alla catastrofe del Vajont per essere poi ripresa nel 1968.
Questa volta vennero portate delle modifiche di carattere tecnico per adeguare la manifestazione ai tempi nuovi. Le corazze furono fatte eseguire interamente in metallo e così le lance, rispettando strettamente l’autenticità storica parti di stoffa vennero sostituite con pelle o cuoio rinnovati i colori degli abiti per la varietà e la scenografia e altri dettagli di minor importanza, ma che completano l’effetto dell’insieme.
Attualmente annunciata già dai giorni precedenti dal rullo dei tamburi, ‘Tamburins‘, la Passione viene preceduta nel pomeriggio dalla processione sacra, dove il più anziano del paese reggendo un’asta sormontata da un gallo di legno precede una persona, scalza e vestita di bianco, incappucciata tanto da nascondergli il volto, che sorregge il crocefisso del Brustolon, e, a sua volta, è sorretta da altre due persone che camminano scalze.
La rappresentazione serale inizia alla sera, verso le ore 20,30 partendo dal vecchio centro abitato, snodandosi poi verso il luogo predisposto alle scene principali, alla periferia di Erto ed è composta da oltre cinquanta attori denominati ‘Cagnudei‘ cioè Giudei, è preceduta dal rullo dei tamburi seguono poi le scene citate nel dialogo, Gesù viene processato e sale il Calvario.

Tra due ali di folla che si stringe lungo i muri delle case passano i legionari con le torce, scortando Caifa con i Sacerdoti, gli anziani e Pilato, mentre la plebe continua ad insultare Gesù.

In uno spiazzo sopra un colle, in prossimità dell’abitato, avviene la crocifissione: Cristo è messo in croce e questa viene innalzata, mentre Longino colpisce con una spada il costato che sprizza sangue: è la scena finale della Sacra Rappresentazione e tutti gli astanti si soffermano un attimo commossi e riverenti di fronte alla rievocazione piena di toni drammatici per la sua veridicità.
La rappresentazione che viene effettuata con qualsiasi tempo, richiama sempre più persone dai paesi contermini e ultimamente anche da altre regioni sono arrivate corriere da Firenze, dalla Puglia, degli oriundi dall’Argentina, dal Brasile e dalla Germania.

(http://www.comune.ertocasso.pn.it)

Note storiche: La storia della Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo a Erto.

Lo sviluppo delle Sacre Rappresentazioni, occupa in Italia un arco di tempo di circa trecento anni, dal 1200 al 1500.
Originate dalle Laudi Sacre dialogate, furono nel contempo manifestazioni di fede e occasione di svago per le popolazioni desiderose di apprendere e rivivere le vicende del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Si diffusero ben presto dall’Umbria nel Veneto e le Confraternite dei Battuti divulgarono anche nella nostra zona questo genere di Rappresentazioni.
Un segno tangibile ha lasciato a Pordenone l’opera del religioso Pietro Del Zocol, nella seconda metà del 1400, con due Sacre Rappresentazioni: la Resurrezione e la Festa dell’Assunzione, i testi delle quali sono stati riportati dal De Bartholomeis in 'Studi di filologia romanza' (6, 1893).
Sotto la spinta del teatro profano nel 1500, il dramma sacro perdette lo spirito che lo aveva animato nei secoli precedenti e si snaturalizzò sempre più fino quasi a diventare esso stesso spettacolo profano.
Il Concilio di Trento intervenne in merito con delle restrizioni che ponessero fine o limitassero l’aspetto laico nelle Sacre Rappresentazioni, ma ormai il declino era già segnato.
Il prorompere della Commedia nel periodo Rinascimentale e la continuazione di questa nella Commedia dell’Arte, portarono all’abbandono quasi totale del dramma sacro.
Sopravvisse qua e là in Europa, in zone conservative e in alcune località dell’Italia Settentrionale.
Nella Svizzera ad esempio, nel territorio di S.Gallo e nei dintorni di Zurigo si rappresenta ancora la Passione di Gesù Cristo la stessa cosa accade vicino a Chiasso, a lume delle torce il giorno delle Palme.
La più famosa Sacra Rappresentazione in Europa è quella di Oberammergau, un piccolo paese della Baviera dove viene rievocata ogni 10 anni.

A Erto, correva l'anno 1631 e dalla valle del Piave arrivavano incredibili storie di morte.
La gente in tutti i paesi moriva colpita da un morbo tanto misterioso quanto contagioso: la peste bubbonica o peste nera.
Il vicino Cadore temendo il contagio pose su tutti i passaggi e sui valichi di montagna delle guardie armate, ma non servì a nulla.
In quello stesso anno gli Ertani per allontanare l'epidemia, espressero un voto solenne: se risparmiati, ogni anno nel giorno del Venerdì Santo, avrebbero ricordato la Passione e la Morte di Gesù Cristo in croce e le sue sofferenze con una processione in costume.
Stranamente Erto fu risparmiata, come fu risparmiato Zoppè di Cadore, forse non per il voto, ma più probabilmente per il grande isolamento dei due paesi.
Sta di fatto che la gente credette all'aiuto del cielo, iniziò così una delle più antiche e suggestive Sacre Rappresentazioni della Passione e Morte di Gesù.
Proprio per espiare questo voto, i partecipanti devono essere nativi o originari di Erto.
Per lo stesso motivo fu costruita una piccola chiesa dedicata a San Rocco, protettore degli appestati, sulla via principale che portava a Longarone. Alcuni anni dopo fu commissionato allo scultore zoldano Andrea Brustolon (1662-1732) un grande crocifisso in legno che si usa tuttora nella funzione religiosa.

Nel 1633 la peste nera si abbatté sul villaggio alpino di Oberammergau e dopo qualche settimana decimò la popolazione. I sopravvissuti fecero allora voto solenne di rappresentare ogni dieci anni la Passione di Cristo.
La rappresentazione inizia dall’entrata di Gesù a Gerusalemme e va fino alla Resurrezione e alla trasfigurazione di norma dura tutta una giornata: comincia alle 8.15 del mattino e dopo una sospensione da mezzogiorno alle 14, continua fino alle ore 18.
I testi e la musica attuali sono dell’800 il coro e l’orchestra accompagnano le scene e i quadri plastici.
Le rappresentazioni vanno da maggio a settembre e si svolgono in uno speciale teatro all’aperto l’ultima 'Passione' di Oberammergau è stata effettuata nel 2000, dunque la prossima sarà nel 2010.
Tutti i seicento attori sono nativi del paese e così dicasi per gli altri ottocento collaboratori e queste persone rimangono in attività per nove anni, visto che ormai la località della Baviera vive esclusivamente per la Sacra Rappresentazione che attira migliaia e migliaia di turisti da tutte le parti del mondo.

A Erto, invece la Rappresentazione rimase invariata fino agli inizi del nostro secolo nata modestamente, con personaggi limitati come Pilato, Caifa, Giuda, qualche pretoriano e naturalmente Gesù, si giovava di costumi improvvisati e ingenui trovati nelle vecchie cassapanche di famiglia.
I tamburi venivano preparati sul posto con pelli di capra e bordati con nastri e frange, mentre le armi consistevano unicamente in lunghe e strane lance.
Poiché il paese non era collegato a strade, la rappresentazione rimase quasi patrimonio esclusivo degli ertani, che tramandavano di padre in figlio l’obbligo morale assunto dai loro avi.
Soltanto dopo la fine del primo conflitto mondiale la manifestazione cominciò a destare interesse anche nelle località limitrofe e in paesi più lontani, e un sempre maggior numero di persone accorreva la notte del Venerdì Santo ad Erto.
Ma il desiderio di fare spettacolo, di lasciare un’impressione favorevole al pubblico presente, fece sì che la manifestazione assumesse un tono ben diverso da quello originario, a volte lasciato all’improvvisazione più sprovveduta, a gesti e parole che nulla avevano in comune con il sentimento religioso ispiratore.
Nel 1946 l’autorità ecclesiastica decise di escludere dalla processione del Venerdì Santo la Sacra Rappresentazione, in quanto divenuta spettacolo laico e profano che metteva soltanto in evidenza particolari attitudini o bravure.
Nello stesso anno venne costituito ad Erto il 'Comitato pro Venerdì Santo' con due compiti ben precisi: salvare la tradizionale manifestazione che, abbandonata a se stessa, senza una direzione, andava fatalmente spegnendosi e ridare quella serietà e proprietà che contraddistinguono analoghe rappresentazioni in Europa.
La popolazione tutta rispose con slancio all’iniziativa e, anche se i sacrifici erano rilevanti, si rinnovarono tutti i costumi, cercando di rimanere fedeli agli originali così dicasi per le armi e per gli scudi. Infine fra i giovani del paese vennero scelti con un certo criterio coloro che potevano rappresentare le figure di Cristo, gli Apostoli, Caifa, Pilato, Giuda, il Cireneo, i legionari romani e la folla del tempo.

La tragedia del 9 Ottobre 1963 oltre a sconvolgere la valle del Vajont e disperdere tutti gli abitanti nei paesi vicini, interruppe la prosecuzione annuale della Rappresentazione che tanti consensi aveva ormai colto in tutto il Veneto e in varie parti d’Italia. Tutto sembrava distrutto o irrimediabilmente danneggiato.
Ancora una volta il 'Comitato pro Venerdì Santo' cercò di salvare la tradizione e nel 1968 riunendo le persone che avevano animato la Rappresentazione, ebbe la forza di ricominciare daccapo, aiutato in questo suo nuovo sforzo anche dall’Amministrazione Comunale.
Questa volta vennero portate delle modifiche di carattere tecnico per adeguare la manifestazione ai tempi nuovi. Le corazze furono fatte eseguire interamente in metallo e così le lance, rispettando strettamente l’autenticità storica parti di stoffa vennero sostituite con pelle o cuoio rinnovati i colori degli abiti per la varietà e la scenografia e altri dettagli di minor importanza, ma che completano l’effetto dell’insieme.
La Sacra Rappresentazione, sta già dando soddisfazione agli organizzatori per l’afflusso veramente notevole di spettatori che, grazie all’ammodernamento delle strade e all’accresciuto numero dei veicoli, arrivano da ogni parte per partecipare ed assistere alla manifestazione.
Per quanto riguarda i testi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non esiste una tradizione locale di testi scritti o in ertano o in italiano, per cui già nel 1946 venne aggiunto il dialogo, ricavato dalla Liturgia e ridotto alle battute essenziali, poiché non è accompagnato da canto alcuno o brani musicali e l’effetto vuole essere semplicemente scenico o spettacolare, senza entrare in dettagli artistici, letterari o musicali. I brani si dividono in sette parti, comprendendo rispettivamente le sette scene di cui si compone il dramma e precisamente: 1) Giuda di fronte ai Sacerdoti – 2) Nell’orto degli olivi – 3) il rinnegamento di Pietro – 4) Gesù davanti a Caifa – 5) Fine di Giuda – 6) Cristo davanti a Pilato – 7) Sul Calvario.

Ecco un breve saggio di questo dialogo:

- 'Salve, Maestro (lo bacia)
Cristo: amico, a far che sei venuto? Con un bacio mi tradisci! (rivolto alla turba): chi cercate voi?
– Turba: Gesù Nazareno
– Cristo: Sono io (stramazzano a terra), allora chi cercate?
– Turba: Gesù il Nazareno (e si avventano a prenderlo)
– Pietro: Maestro (estrae la spada e colpisce uno) dobbiamo difenderti?
- Cristo: basta! Metti giù la spada perché chi colpisce di spada, di spada perirà (viene legato e portato via). Siete venuti con spade e bastoni come se fossi un malfattore, mentre ogni giorno insegnavo in mezzo a voi e non mi avete preso'.

Fino al rinnovamento di questa tradizione, la processione usciva dalla Chiesa preceduta dall’uomo più vecchio del paese, che portava un’asta con sopra un gallo di legno (simbolo del tradimento di Pietro) lo seguiva un uomo avvolto in un manto bianco, scalzo e col cappuccio che reggeva il Crocifisso del Brustolon, poi ancora altre persone scalze e vestite di bianco. Veniva quindi il clero e Gesù che reggeva la pesante Croce, scortato dai soldati romani infine i tamburini e il popolo ertano.
Attualmente annunciata già dai giorni precedenti dal rullo dei tamburi dei 'Tamburins', la Passione viene preceduta nel pomeriggio dalla processione sacra, dove il più anziano del paese reggendo un'asta sormontata da un gallo di legno precede una persona, scalza e vestita di bianco, incappucciata tanto da nascondergli il volto, che sorregge il crocefisso del Brustolon, questa persona a sua volta è sorretta da altre due persone che camminano scalze.

Durante il passaggio di quest'ultima processione, ultimamente, il Comitato ha predisposto una scena rappresentante l'ultima cena (vedi due immagini della scena).

(da http://www.erto.it)


Fruibilità: Venerdì Santo
Data ultima verifica: 18/04/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ROMA. Acquaforte di Rubens esposta alla Galleria Arte Today.

In Anteprima mondiale viene esposta a Roma una rara acquaforte di Paul Rubens.
Il 28 dicembre dalle ore 19 nella galleria Arte Today.
E’ uno studio del pittore fiammingo liberamente ispirato al dipinto di Leonardo da Vinci ‘L’ultima cena‘, di cui si erano perse le tracce dal 1836.
La scoperta e’ stata fatta da uno psicologo romano che ha fatto valutare una stampa anonima: le perizia del professor Andrea De Liberis e del professor Alfredo Pasolino hanno confermato, riferisce un comunicato – essere una preziosa acquaforte. L’acquaforte di Paul Rubens, ritrovata a Roma e’ menzionata in un libro del 1836 denominato Le classiche stampe del Prof Giulio Ferrario in cui si accennava a questo studio di Rubens.
Fu eseguita durante il soggiorno romano del pittore fiammingo in cui fu impegnato a realizzare, dopo aver visitato e rilevato con disegni, L’ultima cena di Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Rubens si dedico’ tardi all’acquaforte e soprattutto durante il soggiorno romano realizzo’ vari disegni di diverse opere poi eseguite al bulino.

La firma di Paul Rubens in basso a sinistra ”suggella – si legge nel comunicato – l’importanza e l’autenticita’ dell’incisione coeva ed in prima tiratura delle due lastre. Quest’opera rimane una rarita’ ed e’ un eccezionale testimonianza delle rare incisioni eseguite direttamente dal pittore il cui valore artistico ed economico e’ notevole. Elevato, ma non stratosferico, trecentomila euro, e’ il valore sul mercato delle incisioni di Paul Rubens, forse l’unico tra gli antichi maestri ad avere quotazioni stellari simili a quelle dell’arte contemporanea”.

Fonte: Adnkronos, 24 dicembre 2009

Torna alla luce una preziosa stampa del grande artista Fiammingo Rubens.

Giovanni Battista De Andreis, artista sperimentatore e studioso di tecniche calcografiche, analizza storia e tecnica dell’incisione derivata dal Cenacolo di Leonardo per una circostanziata e attendibile attribuzione al celebre maestro di Anversa.
Se ne conosceva l’esistenza da sempre, da quando si è cominciato a scrivere di Rubens come incisore e più importante diffusore di questa particolare tecnica d’arte.
Gli amatori hanno cercata avidamente la stampa rappresentante il famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci” così la presenta il Ferrario nel suo Le classiche stampe dal cominciamento della calcografia, del 1836.

Ogni trattato ne parla, a partire dal Settecento, primo fra tutti il Mariette, assieme alle due uniche acqueforti concordemente attribuite al Maestro fiammingo: la Santa Caterina d’Alessandria e la Vecchia della candela.

La notizia: L’ultima cena, una tra le più ricercate incisioni di Rubens, è recentemente riapparsa presso un professionista Romano, il dottor Gilberto di Benedetto (psicologo e psicoterapeuta).
Certamente un omaggio importante per il celebre e sfortunato Cenacolo dipinto da Leonardo sul finire del Quattrocento per il refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano.
Un bulino che per le dimensioni insolite (mm 996 x 298 al bisello) è stato realizzato su due matrici congiunte: procedimento non certo consueto all’epoca, dovuto probabilmente alla difficoltà di produrre o incidere matrici in rame di dimensioni così ragguardevoli.
Tanto per l’esecuzione quanto per la storia che l’accompagna il recente rinvenimento merita più di una riflessione o di una expertise sbrigativa. La tradizione è unanime nell’attribuire l’incisione alla mano di Soutman, peintre-graveur allievo di Rubens e cresciuto alla sua bottega.
L’autenticità della stampa è garantita dalla tiratura coeva, in primo stato, impressa su carte con filigrane di Leida, in ottimo stato di conservazione. Le matrici originali sono tuttora conservate presso lo Stedekijk Prentenkabinet di Anversa.
Le scritte della legenda sottostante, chiare ma non senza enigmi, impongono qualche considerazione non inutile.
A sinistra, fatto il dovuto riferimento a Leonardo (Pinxit) si legge P. P. Rub. Delin. (disegnò). Manca del tutto l’indicazione solita dell’incisore esecutore, accanto al termine excudit. Perché?
Dopo il termine invenit, (quì sostituito da pinxit, l’autore dell’ originale) il termine delineavit indica l’autore del disegno esecutivo, in questo caso Rubens.
A rigore dobbiamo dedurre che Rubens disegnò – di questo possiamo stare certi, scrupoloso com’era – ma che nessuno eseguì (sculpsit o excudit). Com’è possibile?

Le ipotesi non sono poche: l’impossibilità di menzionarlo, che l’artista non l’abbia ritenuto pertinente o necessario, che non era semplice stabilirlo o perché, semplicemente, gli incisori erano due.
Da notare che l’acquaforte, a differenza del bulino che viene inciso, in effetti viene “disegnata”. Forse in questo il senso di quel delineavit, che nel presente contesto assumerebbe un significato particolare: l’autore del disegno potrebbe coincidere con l’autore dell’acquaforte?
La Pinacoteca Repossi di Chiari (Brescia) possiede un foglio similare a questo, non coevo però e sprovvisto di filigrana dove curiosamente si legge, nella specifica della Collezione: “Il nome dell’incisore è stato sostituito da quello del disegnatore”. Una ammissione incauta che non fa che ravvivare gli interrogativi appena esposti.

Curioso anche – sempre a proposito di questo lavoro e prassi generalizzata – come gli studiosi parlino indifferentemente ora di acquaforte ora di bulino, mai accennando ad una tecnica composta o comunque menzionando le due tecniche.

Localizzazione: Roma, Galleria Arte Today
Autore: Paul Rubens
Note storiche:

Un po’ di storia, intanto.
Disceso in Italia, come ogni buon nordico che intendesse temperarsi nella cultura italiana, certamente impressionato dalla Cena di Leonardo, Rubens non avrebbe esitato a copiarla. E’ quanto è sempre stato scritto.

Ipotesi suffragata, nel caso, dall’unico disegno esistente del maestro riferibile a un particolare della Cena, conservato nella collezione Devonshire a Chatsworth, con ogni probabilità databile tra il 1600 e il 1612 (J.S.Held, L.Burchard, R.A. d’Ulst).
L’interrogativo se il disegno esecutivo finale abbia invece altra provenienza viene dall’esistenza di una copia del Cenacolo vinciano - singolare per l’orizzontalità del formato e la totale assenza di spazio prospettico - dovuta ad allievi di Leonardo (Boltraffio o Marco d’Oggiono ) e conservata alla Royal Academy di Londra (ipotesi E. Moeller del 1952).
Neppure da trascurare, come ulteriore possibile spunto iconografico, una copia della Cena di imponenti dimensioni esistente già nel 1545 nell’abbazia di Tongerloo, a qualche decina di chilometri da Anversa (A. e P. Philippot nel 1967-68).
Sempre in tema di un iter creativo che non può che avvalorare l’importanza data dal Fiammingo a questo lavoro, esiste un disegno, al Gabinetto dei Disegni del Louvre, assai curioso ed eloquente. Sono rappresentate in controparte le sole figure del Cristo e dell’apostolo Simone: un particolare di un eventuale prototipo esecutivo? Il foglio si impone per una peculiarità non indifferente: se da un lato vi appaiono particolari identici all’incisione, dall’altro la posizione delle mani rispetta quella di Leonardo, soprattutto quella a sinistra nella stampa.
Se il disegno fosse derivato dall’incisione le mani non potrebbero che riprendere quelle dell’incisione e non certo tornare al modello di Leonardo. Ma la comparsa del tendaggio, così come il calice e il pane davanti a Cristo, richiamano perfettamente la stampa, per cui, soltanto considerandolo uno studio creativo intermedio (un occhio ancora a Leonardo e un altro teso a modificare) si può legittimarne l’origine non di riporto ma creativa: la mano di Rubens o di chi per lui.


Illustrazione opera:

Per cui, nonostante questa Cena incisa pretenda presentarsi come fedele copia nella legenda sottostante - referenza non da poco per il suo successo - l’occhio di oggi non può che coglierne lo spirito di libero d’après, ricco di vistose ablazioni. Ambiente prospettiva e oggetti sono scomparsi, ad eccezione del pane e del calice.

In aggiunta, l’esuberante Rubens ha innalzato alle spalle del Cristo il vistoso panneggio piramidale appena menzionato che, mentre evidenzia la maestà del Maestro, crea un trasfigurante moto ascensionale su tutta l’orizzontalità della scena. Libertà espressive che non lasciano dubbi sulla disinvoltura toccata al capolavoro vinciano.
Creativa dissacrazione che aggiunta all’incuranza di presentarsi invertita (speculare) rispetto all’originale conferma la tensione del Fiammingo di avvalersene più per una propria rappresentazione che per diffonderne l’icona originaria. Una anomalia che è bene non trascurare perché mai attuata da Rubens per nessuna trasposizione in stampa delle sue numerose opere di pittura.

Trasgressione legittimata forse dall’opportunità che, standogli sott’occhio la perfezione del suo prototipo, egli stesso abbia temuto di indebolirla rovesciandola, per non dire affidarne ad altri il rischio.

Un Leonardo alla rovescia per cui, a tutto vantaggio dell’energia del foglio, che dice quanto l’Artista tenesse a questo lavoro, vivendolo come un vero e proprio furto creativo.
Non poco, per l’artista trentenne che si rivelerà il maggiore “imprenditore” della storia dell’arte: fregiarsi d’un colpo della grande tradizione rinascimentale con un trait d’union degno di un vero protagonista.

Da tali premesse, considerato il prestigio del lavoro, può essere verosimile che Rubens abbia saputo trattenersi dall’intervenire direttamente sulla matrice?
Una occhiata non superficiale convince della assoluta armonia dell’insieme: incastri perfetti di luci e ombre, un controllo del segno sempre di ammirevole perfezione: assolutamente convincente nei panneggi e di massima espressività nei volti: sempre inventato e articolato nella raffinata tornitura
delle mani dei tredici personaggi.

Tutto con sintesi da maestro. Dove sarebbe improprio cercare il pathos distintivo del Rubens maturo, quei viluppi di energia che lo fanno unico. Piuttosto risulta palpabile una certa sospesa atmosfera di attesa che riporta, per equilibrio e compiutezza, a quel capolavoro giovanile di fascinante bellezza che è la tela “Romolo e Remo” della Pinacoteca Capitolina di Roma, dipinta ad Anversa nel 1616.
L’attribuzione a Pieter Claesz Soutman - così come quella più difficilmente sostenibile a Vosterman, di recente avanzata da De Liberis - merita qualche riflessione.

Intanto la curiosa, non trascurabile coincidenza che un foglio importante del Soutman, La Caccia al cinghiale, risulta inciso su due matrici, esattamente come il nostro soggetto. Tecnicamente e’ sempre presente in Soutman (come ha rilevato con acutezza L. Leeber) un puntinato fine, a volte circonflesso, per accompagnare il volume dei corpi e dare rilievo agli incarnati nei passaggi di maggiore finezza procedimento tipicamente pittorico di possibile suggerimento (o suggestione) rubensiano.
Mancano comunque prove certe, nonostante il Soutman fosse pittore e incisore, di una collaborazione ristretta tra lui e Rubens nell’ambito dell’incisione.

Ciò che sposterebbe questa attribuzione ad altri incisori: Cornelis Galle il Vecchio (conosciuto da Rubens in Italia), Boetius Adamsz Bolswert, Willem Isaac Swanenburgh e qualche altro, o confermare l’incisore eccellente dell’atelier Rubens, Lucas Vosterman.

Evidente, consentendo quest’ultima attribuzione, che la data verrebbe dilatata dal 1610 al 1620.

Ma in quale ottica il Maestro vedeva il rapporto con i suoi collaboratori?

Una solidale vicinanza è certa, ma lo è ancor più la puntigliosa accuratezza che egli pretendeva nella fase di riproduzione di prototipi che egli stesso era solito portare alla perfezione. E’ certamente la causa dei ruvidi, avventurosi contrasti emersi con Vosterman (troppa albasìa, a detta di Rubens), unanimemente considerato il suo intagliatore di maggior talento, ma il cui rapporto con il Maestro, per quanto ci riguarda, viene costretto ai quattro anni che vanno dal 1618 alla tempestiva rottura del 1622 per riprendersi poi (miracoli dell’arte!) dopo il 1630.
Rubens era fin troppo consapevole, a sue spese, che quando non personalmente controllata la qualità del lavoro poteva slittargli di mano.

Mi piace citare l’umiltà davvero commovente dell’Artista che aveva ormai conquistate tutte le corti d’Europa. “Con tutto ciò posso dire con verità, che li dissegni sono più finiti e fatti con più diligenza che le stampe, li quali dissegni io posso mostrare ad ognuno poiche li ho in mia mano”.
Come accaduto per la disgraziata serie delle illustrazioni per la vita di Ignazio di Lojola - incise a Roma dopo la sua partenza per Anversa - di una mediocrità disarmante, benché “L’unico disegno che ne conosciamo, ora al Louvre, sia di rara intelligenza e sensibilità” (D. Bodart 1977).
Quanto egli stesso lamenta in una lettera enigmatica del 23 gennaio 1619 diretta a Pieter Van Veen e riferita probabilmente al Vosterman: “Avrei ben voluto che l’intagliatore [bulinista] fosse riuscito più esperto ad imitar bene il prototypo, pur mi pare minor male di vederli fare in mia presenza per mano di un giovane ben intentionato che di gran valenthuomini secondo il loro capriccio”.

Non c’è migliore conferma della preferenza di Rubens per intagliatori rispettosi delle sue direttive piuttosto che per l’estro di genialità ingovernabili.
Federico Zeri amava ripetere (l’ha scritto anche in qualche suo libro) che mentre un capolavoro sopporta qualsiasi ingrandimento, sempre migliorando, una brutta opera non può che peggiorare mano a mano che viene ingrandita.
Entrando nell’incisione, si riscontrano subito due differenti tecniche.

Un potente ingrandimento permette di distinguere le diverse specie e modi di interventi e, ciò che più importa, i “tempi di esecuzione”.

Intanto la traccia, cioè il disegno che contorna forme e figure, risulta incisa all’acquaforte: un segno morbido e sensibile, robusto e deciso.

Tutte le figure e i profili dei volti appaiono tracciati da questa mano: una varietà e intensità d’espressioni non certo da copista! Il secondo stadio risulta eseguito al bulino: una mano assai abile ha dato corpo alle figure con un
intaglio secco e preciso. Di rilevante interesse i punti più delicati degli incarnati: la mani soprattutto, trattate con interventi di finissimi punteggiati, vibrazioni infinitesime per imitare una resa di materia pittorica.
Ecco al terzo livello riapparire l’acquaforte. Com’è possibile, trattandosi sempre di acquaforte, che le due fasi non siano state eseguite contemporaneamente?
E’ questa la scoperta più affascinante. Scrutando l’energica tratteggiatura delle massime ombre (specie tra i capelli degli apostoli e ovunque appaiano rinforzi consistenti) si osserva che le linee di di tratteggio procedono a scatti, come a balzelli.

La mano dell’incisore sa riconoscere tali scatti: il caratteristico salto della punta d’acciaio (puntasecca) ogniqualvolta interseca i solchi del bulino o dell’acquaforte sottostante. La sicurezza con cui si riesce qui a padroneggiare la direzione del segno, per quanto gli incavi possano impedirlo, rivela l’artiglio del Maestro. Per esperienza so quanto in un intervento del genere risulta difficoltoso, anche alla mano più esperta, mantenere la direzione voluta.
Se un intervento all’acquaforte - dove si disegna, è l’acido a incidere - può risolversi in tempi rapidi, la lavorazione a bulino comporta, oltre una ammirevole pazienza, tempi notevoli: un rapporto da giornate a mesi.
Questa considerazione conferma che un disegnatore prodigioso come Rubens era in grado di intervenire in tempi assai rapidi all’acquaforte, lasciando al paziente lavoro del bulinista tutto il rimanente, purché sempre sotto controllo. Un procedimento identico a quello di molti suoi disegni.

Nelle stupenda Testa a sanguigna di bambino qui riprodotta egli traccia appunto a sanguigna le parti più luminose e delicate, lasciano poi agli interventi energici del carboncino tutte le parti rinforzate in ombra. Nell’incisione la sanguigna corrisponde al bulino e il nero del carbone all’acquaforte.
La lettera sopra menzionata evidenzia che l’Artista considerasse l’incisione come emanazione della sua propria creatività. Il suo occhio straordinario non poteva che fargli ricercare nell’opera stampata quelle stesse caratteristiche di verità ed energia che ricercava nell’opera dipinta.
Una energia che egli riusciva a suscitare, come nel caso di questa incisione, avocando a sé tanto la parte iniziale quanto quella finale del lavoro, con la stessa fluidità con cui riusciva nei dipinti a interscambiarsi con i suoi valorosi aiuti.

Una bottega, la sua, che ha saputo gestire, oltre uno stuolo di incisori di considerevole statura, artisti della levatura di Van Dyck o Jordaens: il più importante esempio di gestione di creazione artistica di ogni tempo.

Eccessivo pretendere che per questa Cena il Maestro abbia messo mano anche al bulino, nonostante la sua pratica accertata dello strumento e la definizione di “Pittore del bulino” attribuitagli da Mariette.
Per mio conto è sufficiente, dato il valore del suo doppio intervento in acquaforte, la certezza che egli ha tenuto sotto controllo l’intera lavorazione, con un’attenzione specifica all’intaglio. Per il quale non credo ragionevole, in ultima analisi, spostarsi da Soutman non fosse che per le sue documentate capacità e per rispetto di quella tradizione che concordemente lo richiama. Una attribuzione diversa suonerebbe meno giustificata, come anche quella a Vosterman, avanzata da De Liberis, mi sembra posticipi troppo una esecuzione che io sento collocarsi nel primo decennio del Seicento.
Per cui, come per gran parte del suo stile di produzione pittorica, è possibile a pieno titolo ascrivere al nome di Rubens la piena paternità di questo stupendo e insolito foglio.

Una qualità e una rarità di cui non è certo agevole ipotizzare un possibile valore di mercato. Nella misura in cui è difficile precisare quale valore si intenda e, soprattutto, a quale mercato ci si voglia riferire.
Come artista e come appassionato studioso di questa meravigliosa arte su carta non posso che concludere: allo stesso modo che un appassionato di Rubens ricerca una sua opera autentica di pittura si può parimenti restare affascinati da questa originalissima “Ultima cena” del grande maestro di Anversa.

La scoperta è stata fatta da uno psicologo romano che ha fatto valutare una stampa anonima: grazie alla perizia del professor Andrea De Liberis e del professor Alfredo Pasolino si è scoperta, quindi, essere una preziosa e rarissima acquaforte.
L'acquaforte di Paul Rubens ritrovata a Roma è menzionata in un libro del 1836 denominato Le classiche stampe del Prof Giulio Ferrario in cui si accennava a questo studio di Rubens.
Fu eseguita durante il soggiorno romano del pittore fiammingo in cui fu impegnato a realizzare, dopo aver visitato e rilevato con disegni, L'ultima cena di Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano. Rubens si dedicò tardi all'acquaforte e soprattutto durante il soggiorno romano realizzò vari disegni di diverse opere poi eseguite al bulino.

La firma di Paul Rubens in basso a sinistra suggella l'importanza e l'autenticità dell'incisione coeva ed in prima tiratura delle due lastre. Solo al suo rientro ad Anversa, infatti, Rubens si affidò ad incisori locali e da quel momento in poi l'influenza del maestro sugli incisori si farà sempre più importante. Lo stesso Rubens sentì la necessità di avvalersi di un incisore la cui produzione fosse sotto la sua diretta supervisione e la scelta cadde su Lucas Vosterman, che divenne il più famoso interprete della grafica del maestro.

'Appena ho visto l'opera mi sono reso conto che erano secoli che cercavo questa incisione stupenda che non riuscivo a trovare da nessuna parte, in nessun mercato, ne' italiano, ne' straniero. E' un'opera molto rara - sottolinea De Liberis - Quando Rubens è venuto in Italia si e' soffermato a Milano e si e' dedicato all'incisione, ne ha realizzate poche, questa e una di quelle, fatte direttamente da lui. Infatti, nella lastra c'e' la provenienza dell'opera e la scritta in italiano. Si tratta di una rivisitazione, non di una copia, bensì di una reinterpretazione dell'Ultima cena di Leonardo da Vinci che Rubens aveva visto a Milano e che, arrivato a Roma, ha voluto riprodurre attraverso l'incisione su una lastra di rame. E' un'opera introvabile già nell'Ottocento. Si sapeva che Rubens l'aveva eseguita ma avendola cercata tanto, e inutilmente, si fini' per pensare che fosse andata persa'.

L'acquaforte e' un'opera orizzontale stampata su due fogli che il padre di questo noto psicologo romano acquisì da una famiglia aristocratica, probabilmente francese, che viveva nell'alta Savoia. Da dodici anni era rimasta inosservata, rischiando di rimanere ancora per chissà quanto tempo all'oscuro.

'Dare un valore ad un'opera come questa, più unica che rara, e' molto difficile - continua Andrea De Liberis - Il valore, per chi ama le opere rare è storico. Parliamo di un'opera di Rubens, uno dei più grandi pittori fiamminghi, di una testimonianza, di una interpretazione fatta da Rubens di un altro grande maestro come Leonardo Da Vinci, parliamo quindi di due enormi personaggi della storia dell'arte'.
Quest'opera rimane perciò una rarità ed è un eccezionale testimonianza delle rare incisioni eseguite direttamente dal pittore il cui valore artistico ed economico è notevole.

Fonte: Francesca Triticutti, 28 ottobre 2009 su http://www.comunicati-stampa.net


Data ultima verifica: 26/11/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BOCCIOLETO – ALPE SECCIO (Vc). Oratorio di San Lorenzo, Ultima Cena

La chiesa si trova in una radura originariamente riservata a pascolo ed è raggiungibile in circa un’ora e mezzo di cammino su di una mulattiera ben tracciata, partendo da Boccioleto o da Ronchi, una frazione di Boccioleto, situata poco a monte del capoluogo.
Boccioleto dista circa 14 chilometri da Varallo.
La val Sermenza si apre sulla sinistra idrografica della Valsesia (Vercelli), lasciando la strada statale per Alagna all’altezza del comune di Balmuccia.

L’alpeggio (altitudine m 1388) è situato nella val Cavaione, valletta laterale della val Sermenza.
IGM (scala 1:25000) – F. 30, IV S.E Fobello, II N.E Scopa
IGC (scala 1:50000) – 10 Monte Rosa Alagna e Macugnaga
Kompass (scala 1:50000) – 88 Monte Rosa
CAI Varallo (scala 1:25000) – foglio 2^, Rima S. Giuseppe – Boccioleto (senza curve di livello) la carta, con indicazione aggiornata dei segnavia, è allegata alla Guida degli itinerari escursionistici della Valsesia, vol. 3^, Club Alpino Italiano sezione di Varallo.

L’abitato del Seccio, che fu uno dei più alti villaggi abitati stabilmente in Valsesia e divenne alpeggio estivo alla fine del Seicento, nacque come insediamento permanente e fu forse fondato da valligiani che volevano sfuggire alla peste che infuriò intorno alla metà del Trecento.

Un documento risalente al 1420 testimonia che a quell’epoca l’insediamento era ormai strutturato e consolidato.

Localizzazione: Fraz. Alpe Seccio, a monte del capoluogo (vedi sotto come raggiungerla).
Note storiche:

La chiesa, costruita con pietre a vista e coperta di lose, ha una sola navata. Parte della parete destra venne abbattuta per costruire una cappella dedicata a S. Grato, che contiene una pala d’altare con Madonna e Santi.

Le pareti interne sono decorate con affreschi: nell’abside Cristo ed episodi della vita di S. Lorenzo, sulla parete sinistra una Crocifissione, una Madonna con Bambino ed alcuni Santi, tra cui spicca S. Antonio Abate, ai piedi del quale, si trova il solito maialino sull’arco trionfale un’Annunciazione e ai due lati S. Giovanni Battista e S. Gregorio Magno nella parete destra l’apertura della cappella di S. Grato ha mutilato un’Ultima Cena, di cui restano poche figure.

All’esterno sono affrescati una ruota della fortuna e S. Cristoforo.

Durante l’estate la commissione “Montagna antica, montagna da salvare” del CAI di Varallo organizza visite guidate da Boccioleto all’alpe Seccio, nell’ambito dell’iniziativa “Sentieri dell’arte sui monti della Valsesia”.

Gli affreschi sono attribuiti a Johannes Andreas, un pittore proveniente forse dal Piemonte o dalla Valle d’Aosta.

La chiesa è stata costruita nella seconda metà del Trecento e consacrata nel 1446 gli affreschi risalgono alla prima metà del Quattrocento, la cappella di S. Grato alla fine del Seicento.


Illustrazione opera:

Materiale illustrativo:

- Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pag. 597
- AA.VV., Conoscere la Valsesia e la Valsessera, Istituto geografico De Agostini, Novara 1990, pagg. 75, 94-97.
- Opuscolo Valsesia, sentieri dell’arte, a cura della provincia di Vercelli e del CAI di Varallo, pagg. 4-5.

Bibliografia:

- L. Ravelli, Valsesia e Monte Rosa, Guida alpinistica – artistica – storica, Forni, Bologna 1980 (ristampa anastatica dell’edizione del 1924), pagg. 90-91.
- AA.VV., Percorsi tra arte e devozione – Vercelli, Vercellese, Valsesia, Vercelli pag. 188.
- (a cura di) R. Fantoni, L. e P. Carrara, S. Pitto, Sentieri dell’arte sui Monti della Valsesia. Boccioleto (667 m) – Alpe Seccio (1388 m), Club Alpino Italiano sezione di Varallo, pagg. 10-12 .
- Guida degli itinerari escursionistici della Valsesia, Club Alpino Italiano sezione di Varallo, vol. 3^, pag. 84.
- D. Minonzio, Valsermenza in Valsesia. Repertorio analitico dei dipinti murali nel Medioevo, Società valsesiana di cultura, Borgosesia 2005, pagg. 89-101.

Note: la cappella è stata restaurata nell’anno 2000.


Fruibilità: La chiesa solitamente è aperta solo la domenica più vicina al 10 agosto, ricorrenza di S. Lorenzo, quando vi viene celebrata la messa è visitabile ritirando le chiavi dal parroco di Boccioleto (tel. O163 75136).
Url: http://archeocarta.org/boccioleto-alpe-seccio-vc-oratorio-di-san-lorenzo/
Data ultima verifica: 01/09/2005
Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

GRAN BRETAGNA – LONDRA. L’Ultima Cena di Diego Jimenez II.

ULTIMA CENA, rilievo in terracotta policroma (36 x 98,5 x 2,5 cm), opera di Diego Jimenez II, prima metà del XVII secolo

Proveniente da Enrique Pelta, Madrid.
Conservato nella Matthiesen Gallery

La Matthiesen Gallery è una galleria d’arte londinese, fondata nel 1978 da Patrick Matthiesen, figlio di Francis Matthiesen, un mercante d’arte di Berlino e Londra. Ha funzione sia di galleria commerciale che di museo d’arte.

L’opera fu realizzata nella bottega Cabredo in Navarra. Tale bottega fu avviata da Pedro González de San Pedro (1560-1608), un allievo di Juan de Anchieta. Juan Bazcardo entrò nella sua bottega e sposò una delle figlie del suo maestro, una delle quali a sua volta sposò in seguito Diego Jiménez II. Era pratica comune all’epoca per gli scultori provinciali formare ​​dinastie legate da legami familiari.

La forma di questo rilievo suggerisce che originariamente facesse parte del banco di una pala d’altare, più o meno corrispondente alle predelle nelle pale d’altare italiane. L’abilità di Jiménez come scultore è visibile nel modo in cui distribuisce le figure attorno al tavolo e crea una convincente illusione di spazio. In primo piano due coppie di Apostoli appaiono in animata conversazione, mentre sullo sfondo gli altri appaiono in atteggiamenti diversi: alcuni sembrano ascoltare attentamente le parole di Gesù, mentre uno, seduto in fondo al lato destro, guarda lo spettatore e si tira la barba in un modo che lo ricorda il Mosè di Michelangelo. Gli Apostoli hanno nasi prominenti, occhi sporgenti, barbe ondulate e talora capelli ricci. Le pieghe dei drappeggi degli abiti sono prevalentemente dure e spigolose, con gli orli dei mantelli aperti in ampie curve.

 

 

L’opera fu esposta alla National Gallery di Londra nel 2009-2010, nella rassegna ‘Il sacro si fa reale: pittura e scultura spagnole 1600-1700‘.
La mostra presenta molte opere esposte per la prima volta fuori dai confini della Penisola Iberica. Le opere fanno parte della collezione del museo inglese e di collezioni pubbliche e private spagnole, inglesi e statunitensi.
Secondo il curatore Xavier Bray, del dipartimento di pittura del XVII – XVIII secolo del Museo, “in Spagna la scultura era la forma d’arte preferita per rendere più immediata e diretta la religione. La scultura risvegliava tutti i sensi”.

Informazioni e immagine da
https://www.matthiesengallery.com/work_of_art/the-last-supper

Localizzazione: Londra, Matthiesen Gallery - 7-8 Mason Yard, Duke Street St James's.
Autore: Diego Jimenez II
Periodo artistico: 1600 - 1700
Data ultima verifica: 18/12/2009 - dicembre 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CASERTA. Icona con l’Ultima Cena

Nell’ambito di una mostra dal titolo INVITO AL CREMLINO ‘L’Italia e la Corte di Mosca’.
Reggia di Caserta, dal 20 novembre 2009 al 20 gennaio 2010.

La preferenza per i tessuti italiani, manifestata dalla corte moscovita, era dovuta non solo alla loro versatilità, ma anche ai loro schemi decorativi e figurativi, conformi agli ideali estetici della società russa del XVI e XVII sec.
Spesso sulle icone troviamo riprodotti fedelmente i disegni e i colori delle stoffe italiane.
Così, quando Cristo è ritratto come ‘Re dei re’, spesso indossa un sakkos (dalmatica) di aksamit (velluto/broccato) dorato.
I vestiti prodotti con tessuti italiani, caratterizzano anche le altre icone.
A partire dai tessuti italiani, sono stati creati e approvati anche singoli moduli ornamentali impiegati nell’artigianato russo.
Singoli elementi come le immagini di corone, vasi, corni e rosette a più petali, entravano a far parte del disegno di ricami russi.

Localizzazione: Reggia di Caserta
Autore: Maestri dell'Armenia, sotto la direzione di Vasiliy Poznanskiy.
Periodo artistico: 1681-82
Note storiche:

Fra le opere presenti nella mostra viene presentata una icona rappresentante l''Ultima Cena', opera di maestri dell'Armenia sotto la direzione di Vasiliy Poznanskiy.


Illustrazione opera: Legno, carta, taffettà, kamka, raso, obuar, cordone di seta, olio, tessitura, applicazione incollata.
Cm. 39,0 x 31,0
Inv. n. Zh-1763
Fruibilità: Contesto della visita alla Reggia
Data ultima verifica: 28/11/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CAVAZZO CARNICO (Ud). Chiesa di San Rocco (Glesia di Sant Roc). Trittico con Ultima Cena

 

Posta al limitare del paese verso la strada che conduceva al guado della “Maina”, l’edificio dalla facciata a capanna introdotto dall’ampio portico tripartito, è uno scrigno d’arte secentesca.

In cornu evangeli un ricco altare ligneo conserva la tela di Giuseppe Buzzi con San Nicolò e i Santi Vito e Maurizio (1721), mentre nell’altare ligneo di fronte, virtuosamente intagliato, è collocata una pala tarda con i Santi Floriano e Lorenzo.

 

L’altare maggiore è strutturato “a trittico” con una pala centrale di Secante Secanti (inizio secolo XVII) raffigurante la Vergine col bambino attorniata dai Santi Daniele, Rocco, Sebastiano e Lorenzo nelle laterali le fastose cornici comuzziane incorniciano l’Ultima Cena , a sinistra e il Cristo che consegna la croce ai protomartiri aquileiesi Ermacora e Fortunato.

Sul retro della pala raffigurante l’Ultima Cena compaiono scritte inerenti ad interventi di restauro.

Localizzazione: Al limitare del paese verso la Maina.
Autore: Secante Secanti
Periodo artistico: XVII sec, inizio
Data ultima verifica: 16/08/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. Castello, Pinacoteca, Ultima Cena di Nicola Grassi

Nicola Grassi, nato a Tolmezzo in Carnia nel 1682, fu allievo dapprima di Giacomo Carneo e poi del genovese Nicolò Cassana la cui scuola frequentò a Venezia nel primo decennio del secolo XVIII.

Visse soprattutto a Venezia, ma fu anche a Torino, ad Augsburg ed in Dalmazia.

Ai prestiti della pittura veneta manierata si sostituiscono via via motivi desunti dal Piazzetta e dal Bencovich ed in seguito dal Pellegrini e da Sebastiano Ricci.

La poetica del Grassi, che si spense a Venezia nel 1748, sta alla base di tutta la pittura carnica del Settecento.

Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Nicola Grassi
Periodo artistico: XVIII secolo
Note storiche:

Olio su tela, cm. 110x147.

Tra le tele di analogo soggetto realizzate dal Grassi, questa, proveniente dalla collezione del conte Attems di Graz e databile al 1740-45, è una delle più dinamiche.


Illustrazione opera:

Nuova, nell'iconografia tradizionale, la disposizione dei personaggi, colti in vari e vivaci atteggiamenti attorno alla tavola a ferro di cavallo e nuova la festosa sinfonia dei colori verdini, rosa e lilla, quasi anticipazioni delle tenui gamme di Giandomenico Tiepolo.


Materiale illustrativo: Giuseppe Bergamini, I Musei del Castello di udine, La Galleria d'Arte Antica, la Pinacoteca, Udine 2001, pp. 97
Fruibilità: in Castello
Data ultima verifica: 14/02/2009
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, in Castello, disegno rappr. Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Il Castello, che sorge sul colle del centro cittadino, conserva il nome della costruzione precedente, distrutta dal terremoto del 1511, ma in realtà è un imponente palazzo, progettato da Giovanni Fontana nel 1517.
Sede del Luogotenente veneto fino al 1797, poi del dominio austriaco, dopo essere stato anche caserma e carcere divenne sede di Musei udinesi terminato il restauro del 1906.
Un radicale restauro fu eseguito a seguito del terremoto del 1976, per cui i Musei si riappropriarono della sede nel 1988 riallestendovi nell’ordine, dopo gli uffici, la Biblioteca d’Arte e la Fototeca, le sezioni museali: Lapidario, Museo Archeologico, Raccolte Numismatiche, Galleria d’Arte Antica (inaugurata nel 1990).

La Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, configuratasi con la distinzione delle sezioni museali creata nel 1946, si fonda su consistenti lasciti, come quelli dell’abate G.B. Del Negro (1873), del co. Francesco di Toppo (1883) e di Carlo Cosmi (1934).
Rinnovata nel 1960 con una nuova selezione delle opere, si presenta nell’allestimento inaugurato nel 1998 con una nuova scelta di poco più di trecento esemplari tra disegni e incisioni.
Per quanto riguarda i disegni, di cui si conservano nel Gabinetto Disegni e Stampe oltre duemila esemplari, essi sono per la gran parte opera di artisti veneti del Sei e Settecento ben rappresentati anche gli artisti locali, soprattutto per l’Ottocento.

Le stampe conservate sono oltre tremila, quelle esposte duecento, datate dal Cinquecento all’Ottocento. Sono stampe d’invenzione e stampe di traduzione da opere di celebri pittori, dai soggetti mitologici e storici a quelli religiosi, dai ritratti alle scene di vita, dalle carte geografiche ai paesaggi e alle vedute di città.

Localizzazione: Castello
Autore: Pomponio Amaltero (Motta di Livenza 1505 - San Vito al Tagliamento 1584)
Periodo artistico: 1534 - 1550
Note storiche: Nella Sala 2 dei Disegni, si trova un disegno a penna, inchiostro nero, acquerello grigio, mm. 205 x 325 (inv. 140), attribuito a Pomponio Amalteo.
Illustrazione opera:

Pompnio Amalteo era genero del Pordenone, suo allievo e collaboratore, ne esaspera la predilezione per grandiosità, movimento e affollamento delle forme, ma non ha la sua forza creativa.

Pochi in rapporto ai cicli di affreschi e alle pale d'altare eseguiti, i suoi disegni datano quasi tutti tra il 1534 e il 1550.

Sono per lo più disegni finiti, ma preparatori di un dipinto.

Non è posibile un riferimento a un'opera precisa per questo disegno, mentre un'altra Ultima Cena, abbastanza diversa, è collegata al ciclo di affreschi di Lestans.


Materiale illustrativo: - Cristina DONAZZOLO CRISTANTE, I Musei del Castello di Udine, La Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, Udine 2001, pp. 91
Fruibilità: Orario apertura dei Musei Civici di Udine. Da martedì a sabato: 9,30 - 12,30 e 15 - 18 Domenica: 9,30 - 12,30. Luned' chiuso.
Data ultima verifica: 15/12/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BORGO SAN DALMAZZO (Cn). Abbazia di San Dalmazzo di Pedona, Ultima Cena

Le testimonianze più antiche di insediamento nell’area di Borgo San Dalmazzo, interessata in età romana da una necropoli, sono costituite dalle strutture murarie in parte messe in luce dallo scavo archeologico eseguito negli anni Cinquanta del secolo scorso.
Il corpo di fabbrica in questione, rinvenuto sotto la sacrestia settecentesca e sotto quella attuale e nel portico adiacente, ha fondazioni profonde a seguire il ripido pendio, che venne terrazzato con filari di grandi ciottoli, ed anltre strutture collegate ad una stratificazione in situ che autorizzano l’identificazione dei resti di un edificio residenziale di epoca tardoromana, che venne solo parzialmente demolito al momento dell’edificazione di una prima chiesa, della quale si è individuata l’abside di sei metri di diametro, che sfruttò come muro di catena dell’arco trionfale un tratto delle strutture tardoromane, con un intervento attribuibile al tardo VI secolo.
Esse vennero riutilizzate anche in altri punti del terrazzamento, come attesta una grande tomba a cassa in lastre di bardiglio di Valdieri, inserita in un angolo dell’antico edificio: si tratta di una sepoltura privilegiata anche se non la più importante del sito per la sua posizione. A questa è forse accostabile anche un frammento di lastra decorata con croce gemmata e lettere apocalittiche, rinvenuta negli anno Ottanta del secolo scorso nel sagrato.
Una seconda ampia abside, evidenziata durante i lavori per la creazione di un’intercapedine di risanamento all’esterno della cripta, pare disporsi sul prolungamento di un breve tratto di muro orientato est-ovest, addossato e forse sovrapposto alla chiesa più antica.
A questo nuovo edificio di culto potrebbe riferirsi l’importante arredo architettonico altomedievale in pietra databile all’VIII secolo ed attribuito all’attività di una bottega di artigiani operanti sui due versanti delle Alpi Marittime.
La chiesa romanica nelle linee generali è quella ancor oggi esistente, riplasmata all’interno in forme decorative barocche, ma conservata nella pianta e nell’elevato.
All’XI-XII secolo sono pure riconducibili alcuni resti pittorici e frammenti di stucchi rintracciati su queste parti ora restaurate.
La costruzione della cappella gotica destinata alle reliquie di San Dalmazzo venne attribuita in un’attestazione degli anziani di Borgo del 1594 alla regina Giovanna d’Angiò.
Dopo la riduzione della chiesa ad ospedale militare ed ad altre vicende locali, si pose mano ai primi restauri della chiesa nel 1835, con riparazione di tetti e strutture e con interventi decorativi e pittorici. Dalla fine Ottocento, periodo in cui terminarono gli interventi di recupero, la chiesa ha mantenuto fino ad oggi la sua fisionomia.

Localizzazione: Abbazia di San Dalmazzo di Pedona
Autore: Lelio Scassa
Periodo artistico: XVII sec.
Illustrazione opera:

Nel presbiterio si trovano gli elementi su cui gravitano i segni centrali della celebrazione eucaristica.
Sulle pareti laterali dello stesso campeggiano due tele secentesche raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Ultima Cena, attribuite al pittore cuneese Lelio Scassa (XVII sec.).


Materiale illustrativo: Opuscoli illustrativi e pubblicazioni varie nel contiguo Museo dell'Abbazia
Data ultima verifica: 27/07/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SLOVENIA – BLED. Ultima Cena nella Parrocchiale

La parrocchiale è stata costruita nel 1904 in stile neo-gotico sul posto di una precedente chiesa gotica.

Localizzazione: Parrocchia di San Martino, ai piedi del colle con il Castello
Autore: Slavko Pengov
Periodo artistico: 1937
Illustrazione opera: L'interno è adornato con dipinti del 1937, opera di Slavko Pengov.
Data ultima verifica: 15/06/2008
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – HILDESHEIM. Dombibliothek, Salterio di St. Albans, Ultima Cena

Il Salterio di St. Albans è un’opera preziosa grazie al suo ricchissimo corredo illustrativo: 42 miniature a piena pagina e 214 iniziali istoriate.
Custodito nella Dombiblio thek di Hildesheim, in Germania, fu commissionato nel 1123 allo scriptorium dell’Abbazia di St. Albans per Cristina di Markyate, nobildonna anglosassone. Questo prezioso codice è uno degli indiscussi capolavori dell’arte medioevale e fra i più belli giunti fino a noi.

Fra le miniature ve ne sono due che rappresentano ‘La Lavanda dei piedi’ e ‘L’Ultima Cena’.

Localizzazione: HILDESHEIM (D). Dombibliothek
Data ultima verifica: 30/03/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FRANCIA – NARBONNE. Tesoro della Cattedrale, Avorio della Crocefissione, particolare Ultima Cena.

Avorio della Crocefissione, facente parte del tesoro della Cattedrale. Particolare del manufatto con raffigurata l’Ultima Cena.

Dimensioni del manufatto: 25,3 x 15,5 cm, diametro 0,08 cm.

Inv. MH 30.09.1911

Probabile copertura di un manoscritto, risale a prima dell’815.

 

Localizzazione: Cattedrale di Saint-Just er Saint-Pasteur
Periodo artistico: IX sec.
Data ultima verifica: 16/03/2008
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VICENZA. Palazzo Leoni Montanari, Ultima Cena (Cena Mistica) e Lavanda dei piedi.

Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, Vicenza.

Raccolte d’arte Intesa San Paolo.

Localizzazione: Palazzo Leoni Montanari, contra' S. Corona, 25
Periodo artistico: Seconda metà del XVIII secolo
Note storiche:

Ultima Cena (Cena Mistica) e Lavanda dei piedi
Russia centrale , seconda metà del XVIII secolo


Illustrazione opera: tempera su tavola di 54 x 42,4 cm

Inv. E.I-A0489A-D/BI


Url: http://www.palazzomontanari.com
Data ultima verifica: 04/11/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SPAGNA – BARCELLONA. Museo di Arte catalana, Ultima Cena di Jaime Huguet

 

Ultima Cena di Jaime Huguet (1414-1492 circa)

Rilievo a tempera e stucco con foglia d’oro su pannello di legno, 170 x 161 x 9,5 cm, dipinto da Jaume Huguet e collaboratori nel 1463-86 circa.
Acquistato dal Museo nel 1944. Numero di inventario 040412-000

Si tratta di un pannello della pala d’altare della chiesa del convento di Sant Agusti Vell a Barcellona, che fu ​​commissionato dalla gilda/corporazione dei conciatori nel 1463.
Le dimensioni insolite dell’opera, una delle più grandi della pittura gotica catalana, e la crisi che il Paese stava attraversando all’epoca, ritardarono il completamento della pala fino al 1486 e giustificarono il coinvolgimento di diversi membri della bottega di Huguet, e in particolare di un membro della famiglia Vergós.
Il Museo conserva contiene sette degli otto pannelli superstiti di questa pala d’altare, un altro si trova al Museu Marès.

Link:
https://www.museunacional.cat/en/colleccio/last-supper/jaume-huguet/040412-000

Localizzazione: Museo di Arte catalana
Autore: Jaime Huguet
Periodo artistico: XV secolo
Data ultima verifica: 01/11/2007
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RUSSIA – MOSCA. Galleria Tret’jakov, Ultima Cena, XVI secolo

Ultima Cena, prima metà XVI secolo, proveniente da Belozersk, chiesa dell’Ascensione.
Tempera su tavola (70,3 x 59,7 cm)

Iconografia simile all’icona conservata nel Monastero di San Cirillo a Kirillov, vedi scheda

Periodo artistico: XVI secolo
Illustrazione opera:

La struttura architettonica dell'opera rappresenta la stanza al primo piano del cenacolo, ma l’abside suggerisce l’immagine della Chiesa primitiva radunata intorno al sacramento dell’amore.

Cristo, in una mandorla rossa che lo rivela come il Signore, risponde a Pietro, che diventerà il suo successore a capo della Chiesa.

Giovanni e Giuda con due gesti che sembrano simili compiono in realtà due azioni opposte: Giovanni si getta sul petto di Cristo per chiedergli “Signore, chi è che ti tradirà?” Giuda invece afferra il boccone, pronto a tradirlo.


Data ultima verifica: 15/11/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ARCO (Tn), loc. Prabi. Chiesa di Sant’Apollinare con Ultima Cena

La chiesa di Sant’Apollinare è uno dei gioielli di arte sacra del territorio. Si trova sulla strada di Prabi, all’inizio di via Legionari Cecoslovacchi.
Le notizie sulla chiesa, nei documenti locali, si trovano a partire dal Trecento, ma la struttura romanica, la dedica a S. Apollinare, vescovo di Ravenna, la posizione fuori le mura ed in prossimità del fiume, fanno chiaramente pensare ad un luogo di culto ariano e quindi ad una datazione prossima all’VIII o IX secolo.
Pregevolissimi nella chiesa, sia sotto il porticato esterno che all’interno, i cicli di affreschi. La datazione delle opere, pur non essendo tutte coeve e (all’estermo) in parte sovrapposte, si può iniziare dal Trecento. Nicolò Rasmo ipotizza che i cicli all’interno siano realizzati dalla scuola dei Bonanno di Riva del Garda (autori di altri cicli in zona, fra cui quelli della chiesa di San Martino), di evidente scuola veronese. sia nei due cicli all’interno, completamente affrescato con figure di santi e storie della Bibbia, che nell’Ultima Cena e nella Crocefissione realizzate sotto il portico, sono interessanti da notare le numerose iscrizioni incise (la più antica risale al 1436) che danno notizie di alluvioni, prodigi e avvenimenti privati e pubblici che testimoniano la travagliata storia della chiesa.
La chiesa subisce infatti alterne vicende; assegnata nel Trecento a dei monaci, passò successivamente sotto il controllo della Pieve di Arco (con la bolla papale di Sisto IV), ma già nel 1580 gli inviati del Vescovo di Trento la trovano in uno stato di deprecabile abbandono, ridotta a stalla per animali. viene dato l’ordine di restaurare e rispettare la chiesa, ma solo mons. Alessandro Zanoni, l’arciprete che curò anche la costruzione della nuova chiesa Collegiata, avrà cura di realizzare un intervento in questo senso, a metà del secolo successivo.
Nel XVIII secolo la chiesa è affidata ad eremiti, ma di nuovo cade pian piano in uno stato di abbandono: nel 1782, per ordine di Giuseppe II la chiesa viene chiusa al culto e diviene di fatto un rifugio per vagabondi. Lo sarà fino ad inizio ‘800, quando per un breve periodo viene riaperta; la cura non si prolunga per molto, tant’è che nel 1866 la curia arcivescovile di Trento ordina che la chiesa sia demolita, per finire una volta per tutte l’uso indegno che ne viene fatto. L’ordine non viene, per fortuna, eseguito e anzi, nel 1882 l’arciprete Chini provvede al restauro totale che riporta alla luce anche i bellissimi affreschi, coperti da strati di calce; la chiesa subisce danni anche nel corso della Prima Guerra mondiale, ancora visibili all’esterno, e viene poi per lungo tempo chiusa.
L’ultimo intervento di restauro, nel 1983, l’ha restituita all’attuale condizione.

La chiesa ha la pianta rettangolare che si conclude con un’abside semicircolare, quasi una nicchia, che chiude verso Est l’aula.
L’altare in pietra rossa presenta tracce di affresco tre strette finestre a strombo illuminano la sacra mensa. Nel catino dell’abside ben visibile è il volto del Cristo Pantocratore ai lati dell’arco santo è raffigurata, quasi certamente, l’Annunciazione.
Le pareti Nord e Sud sono completamente affrescate, su due registri. La parete Sud presenta, nel livello più alto, la Madonna con il Bambino, circondata da figure di santi (riconoscibile S. Antonio con il bastone a gruccia ed il campanello), la deposizione di Cristo nel sepolcro e la Natività.
Nella fascia inferiore è raffigurato il martirio di S. Agata seguito da una serie di santi: S. Chiara, S. Francesco, S. Martino, San Nicola, Maddalena, San Giovanni Evangelista, Sant’Antonio Abate.
Nella parete a Nord, nel registro superiore, troviamo il martirio di S. Lorenzo, la Madonna che allatta Gesù Bambino, Crocefissione, Santa Margherita, Sant’Antonio Abate ed altri santi.
Sotto, altre figure di santi, tra cui S. Apollinare, vescovo benedicente, S. Paolo con la spada ed il libro, S. Anna e Maria bambina, S. Caterina d’Alessandria con accanto la ruota, simbolo del suo martirio, San Giovanni, Sant’Elena, San Gottardo, Sant’Antonio Abate.
La raffigurazione di S. Antonio abate e di S. Apollinare è presente in più punti.
La parete su cui si apre l’ingresso principale era tutta affrescata, ma ora sono poche le tracce rimaste leggibili. Si notano due persone attorno ad un fuoco, una regge un campanello. In basso vi è una figura di vescovo e, sulla destra, è rappresentata quasi certamente la bottega di falegname di S.Giuseppe. Sugli affreschi sono state incise, in più parti della chiesa, numerose scritte secondo una pratica che si ritrova più evidente nella chiesa di S. Rocco a Caneve di Arco.
All’esterno, la parete Nord del pronao presenta la raffigurazione dell’ Ultima Cena undici apostoli fanno ala a Gesù. Giovanni ha il busto reclinato sulla mensa, Pietro lo fissa in modo severo, mentre gli altri discepoli, a coppie, intrattengono un dialogo fatto di sguardi e di semplici gesti ai piedi di Gesù, sul lato opposto del tavolo, una figura inginocchiata alza le grandi mani in gesto di preghiera. Sulla sinistra una scritta in colore rosso ricorda che ‘Villelmo… venit huc prima et terza Junii…’.
Sotto l’Ultima Cena si intuisce la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi.
Accanto si erge la figura di S. Apollinare sul lato Est la Crocifissione sostituisce l’ancona sopra il semplice altare in pietra.
Questi ultimi affreschi risalgono ad epoca successiva rispetto a quelli interni alla chiesa, che sono attribuibili invece alla scuola del maestro Federico del fu Bonanno Oddone da Riva ed in particolare a Giacomo e Giorgio (rispettivamente figlio e nipote di Federico), operanti in Trentino nella seconda metà del Trecento.

Info: La chiesa viene aperta nel corso dei mesi estivi; vi sono celebrate anche le S. Messe. la proprietà è della Parrocchia di S. Maria Assunta di Arco.

Il Museo Civico di Riva del Garda, in collaborazione diretta con il Comune di Arco, propone nei mesi invernali percorsi di attività didattica per le scuole elementari ed alle medie dedicato proprio alla Chiesa di S.Apollinare, ed in particolare all’affresco Ultima Cena, sito sotto il porticato. Museo Civico di Riva del Garda 0464/573869.

Fonte: www.comune.arco.tn.it

Bibliografia:
– R. Turrini e a. – Ecclesiae, le chiese nel Sommolago – Ed. Il Sommolago
– R. Turrini – Guida per Arco – Ed. Comune di Arco

 

 

Localizzazione: Nei pressi del ponte sul Sarca, una strada, sulla destra, conduce in località Prabi, verso il campeggio di Arco, la piscina, la parete artificiale di free-climbing, il percorso vita ai piedi del Monte Collodri. Due presenze si segnalano all’attenzione di
Periodo artistico: XIV secolo
Fruibilità: Nei mesi di luglio e agosto, tutte le domeniche, Santa Messa alle ore 10,30. La chiesa non si è potuta visitare in quanto chiusa.
Data ultima verifica: 03/11/2007 - 26/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO. Cenacolo di Leonardo da Vinci, nell’ex convento domenicano.

Dall’atrio settecentesco, avanzo dei corpi di fabbrica aggiunti per ospitare il tribunale dell’Inquisizione, si entra, a destra nel vasto refettorio appartenente alla costruzione del Solari.

Sul lato minore di fondo, in alto, è la celebre Cena di Leonardo.

Localizzazione: Ex convento domenicano
Autore: Leonardo da Vinci
Periodo artistico: 1496-1497
Note storiche:

L’artista l’iniziò, per incarico del Moro, forse non molto avanti il 1496, la concluse con alternative di intenso lavoro e di soste, e assai probabilmente la compì nel 1497, per cui è leggenda la lentezza con la quale l’avrebbe eseguita.

E’ l’opera alla quale Leonardo dedicò forse la maggior concentrazione del suo genio.


Illustrazione opera:

Il fatto evangelico è rappresentato nel momento drammatico in cui il Cristo annuncia che uno dei suoi lo tradirà.

Nel cenacolo, illuminato dal fondo, attraverso le tre porte, d’una luce che penetra lenta, vibrando, intorno alla mensa imbandita, al cui centro, isolata, è la figura mistica del Cristo, s’agitano gli apostoli (Giuda è il terzo a sinistra), aggruppati a tre a tre, in un vario gestire che caratterizza in ognuno l’emozione prodotta dall’annuncio del Maestro.

L’opera suscitò subito la più viva ammirazione. Già nel 1498 Luca Pacioli parlò della “divina proporzione del Cenacolo”. Paquier le Moine, che seguì Francesco I di Francia in Italia, nella sua qualità di portier ordinaire, pubblicò il diario del viaggio, vide nel 1515 il Cenacolo e rimase particolarmente colpito dalla verità dei particolari sulla tavola Domenico Antonio De Beatis melfitano, che seguì il cardinal d’Aragona in un viaggio dal 1517 al principio del ’18, parlò egli pure del Cenacolo come pittura “excellentissima, benché incomincia ad guastare”. Si deve ritenere leggenda che Luigi XII volesse farlo distaccare e trasportare in Francia.


L’affresco si trovò in istato di profondo deperimento, la causa del quale è dovuta forse in parte a qualche innovazione tecnica di Leonardo (che dipinse a tempera forte e non a olio come si è affermato) ma principalmente alle condizioni idrometriche del muro. Già Paolo Giovio (m. nel 1552) e l’Armenini che lo vide circa il 1547, parlarono della rovina della pittura alla fine del ‘500 Paolo Meriggia la disse “rovinata tutta”. Al principio del ‘600 il cardinal Federico Borromeo si consultò con persone dell’arte per salvare il dipinto Francesco Scannelli, che lo vide nel 1640 circa, dà indicazioni precise del suo avanzato deperimento e questo spiega perché i Domenicani non si peritassero di ampliare la porticina sotto la figura di Gesù , tagliando le gambe di questo e di due discepoli. Carlo Torre lo descrive come deperitissimo, M. Bellotti nel 1726 lo ridipinse a olio, ma l’imbrattatura cadde presto nel 1770 Giuseppe Mazza lo ripulì nel 1796 Napoleone ordinò che il refettorio non fosse adibito ad alcun uso militare ma più tardi il locale servì da quartiere e da stalla e nel 1801 fu invaso in parte dall’acqua.

Nel 1854-55 Stefano Barezzi fermò le particelle cadenti del dipinto.

L’ “Ode per la morte di un capolavoro” pubblicata da Gabriele D’Annunzio il 6 gennaio 1901 parve segnare la fine dell’opera gloriosa i restauri di L. Cavenaghi (1908) e di Oreste Silvestri (1924) valsero in parte ad arrestae una ulteriore rapida rovina.

Scampato miracolosamente alle bombe del 1943, esso subì un radicale restauro nel 1953 da parte di Mauro Pel liccioli, che liberò quanto restava dell’originale tessuto pittorico leonardesco dalle posteriori ridipinture dei restauri.


Data ultima verifica: 30/06/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SALERNO. Museo Diocesano, Ultima Cena nelle tavolette d’avorio medievali

Il Museo Diocesano ‘San Matteo’ in Salerno nacque nel 1935 per offrire all’attenzione degli studiosi e dei visitatori le tele dipinte che rivestivano alcune pareti della Cattedrale e della sacrestia, alcuni codici miniati ed il rotolo dell’Exultet, che, diviso in fogli, era chiuso in una cassa di noce venne poi avviata una raccolta numismatica (che annovera monete della Magna Grecia, della Roma repubblicana ed imperiale, del periodo longobardo e normanno) ed un medagliere pontificio.

Vennero poi aggiunti i preziosi avori del XII sec.
Dal 1980 il Museo è allogato nell’ex Seminario arcivescovile insieme ad archivio e biblioteca. L’edificio, che si prospetta con la facciata principale sul largo Plebiscito con un’architettura sobria, classica, ebbe la sua origine nel XVI sec.

Localizzazione: Museo Diocesano
Periodo artistico: XII secolo
Note storiche:

Il ciclo salernitano di avori medioevali è composto di ben 69 pezzi così distinti: 15 frammenti di cornici (appartenenti a tre tipi figurativi diversi) 2 colonnine, 10 medaglioni clipeati di apostoli (due tondi ed otto a losanga), 3 medaglioni quadrati di donatori, 2 simboli di evangelisti (San Matteo e San Giovanni), 37 formelle illustrate, di cui 18 raffiguranti episodi del Vecchio Testamento e 19 del Nuovo Testamento.
Della raccolta mancano notizie nei secoli medievali. Il primo cenno risale al 1510 e al 1575 risale il primo elenco.


Illustrazione opera: L'enorme numero di illustrazioni indica l'esistenza di un programma teologico che non può essere semplicisticamente ricondotto ad una volontà narrativa, ad una specie di Bibbia pauperum.
Il dibattito fra gli studiosi è stato molto ampio ed approfondito con una cronologia oscillante fra fine XI secolo e primi decenni del XII.
La destinazione dell'opera ha aperto un dibattito non meno interessante. Sono state formulate varie ipotesi, dalla cattedra verscovile al dossale d'altare, alla sedes sine sedente, alla capsa reliquario, alla porta eburnea. Lo studio della forma e della materia, l'individuazione del programma teologico con la corretta successione delle immagini hanno consentito di definire un'organica ipotesi di ricostruzione di un palliotto medievale.

Ultima Cena, prima metà sec. XII, avorio
24,1 x 14,3 cm.
provenienza: Duomo di Salerno

Le tavolette neotestamentarie, dalla chiara impronta cristologica, presentano una figurazione in verticale, prevalentemente con due scene suggerite anche dai vangeli apocrifi.
Sono ascrivibili anch'esse a più mani: dall'autore delle scene più popolareggianti del vangelo dall'infanzia (ispiratosi alla miniatura campana ed influenzato da figurazioni islamiche) all'intagliatore della maggior parte degli episodi della vita pubblica (che ama volumi più dilatati ed è iconograficamente attratto dalle miniature carolingie ed ottoniane).
Nel registro superiore è ricordato il miracolo dei pani moltiplicati da Gesù, ma distribuiti allusivamente dai discepoli in quello inferiore sono contenute le scene dell'ultima cena e della lavanta dei piedi (Giovanni 13,1-15).

Pace V.,Una Bibbia in avorio. Arte mediterranea nella Salerno dell’XI secolo, Itaca, Castel Bolognese (RA) 2016
Data ultima verifica: 06/06/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GEMONA DEL FRIULI (Ud). Ultima Cena, bassorilievo in marmo.

Il Museo della Pieve e il Tesoro del Duomo sono ospitati nella canonica vecchia, edificio fatto costruire dal pievano Giovanni de’ Recalcatis nel 1360, che accoglie anche l’Archivio storico plebanale, e che è allietato da un piccolo giardino posto tra il campanile e le mura cittadine della prima cinta (sec. XII).

Nelle sale espositive sono raccolte opere di pittura e scultura di autori locali (dal sec. XIII al sec. XIX) ed arredi sacri, provenienti dalle chiese gemonesi distrutte dal terremoto e non più utilizzati dopo la ricostruzione.

Localizzazione: Museo della Pieve e Tesoro del Duomo
Autore: Sebastiano da Rio
Periodo artistico: Sec. XVII (post 1639 - ante 1654)
Note storiche: Fra il materiale scultoreo conservato nel Museo, si trova un bassorilievo di marmo in cornice architettonica di Sebastiano da Rio, risalente alla seconda metà del sec. XVII, con scolpita, nella parte superiore alla cornice stessa una Ultima Cena.
Data ultima verifica: 12/08/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GEMONA DEL FRIULI (Ud). Ultima Cena, nel Museo Civico di Palazzo Elti.

Palazzo Elti, edificato nel XIV sec., era la più bella residenza gemonese tanto che nel 1452 vi soggiornò l’imperatore Federico III, diretto a Roma per l’incoronazione.

Acquistato da Andrea Helt, della ricca famiglia di mercanti di Rauris (Salisburgo), fu per secoli residenza della sua famiglia, in seguito iscritta alla nobiltà locale.

Distrutto dal terremoto del 1876, il complesso ricostruito ospita il Museo, l’Archivio storico della Comunità e la Biblioteca Glemonense.

Localizzazione: Museo Civico, Palazzo Elti - via Bini, 9
Autore: Attribuita a Johann Conrad Wengner (1728-1806)
Periodo artistico: Sec. XVIII
Note storiche:

Il Museo accoglie dipinti di autori veneti e friulani insieme con opere di produzione oltralpina.

Gran parte di queste opere provengono dalle chiese della Beata Vergine delle Grazie e di San Giovanni in Brolo (sec. XV-XVII).

L'arte dei secoli successivi è testimoniata da un lascito della famiglia Elti e dalle opere raccolte in Austria dal pittore Luigi Fantoni (Collezione Fantoni-Baldissera, sec. XVII-XVIII).


Illustrazione opera:

Della Collezione Fantoni-Baldissera fa parte anche un dipinto (olio su tela) del XVIII sec. raffigurante una Ultima Cena, attribuita a Johann Conrad Wengner (1728-1806).

L'opera è stata oggetto di restauri nel 1971, nel 1984 e nel 1995.


Data ultima verifica: 12/08/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SAN GINESIO (MC). Collegiata di Santa Maria Assunta, Ultima Cena di Simone De Magistris, 1598

 

Simone De Magistris (Caldarola, 1538 circa – 1613) dipinse nel 1598 un olio su tela (225 × 182 cm) con l’Ultima Cena per la Cappella Vannarelli della Collegiata di Santa Maria Assunta a San Ginesio (MC), edificata nell’XI secolo.
La tela riporta l’iscrizione: “SIMON DE MAGISTRIS CALDAROLENSIS PICTVRAM ET SCVLPTVRAM FACIEBAT ANNO DOMINI MDLXXXXVIII”.
Dopo il terremoto del 2016, le opere d’arte della chiesa, che nel 2021 è ancora inagibile, sono state spostate in luogo sicuro
.


Articolo, di Marco Bona Castelletti, da ‘Il Sole 24 Ore’ del 08/07/2007 che presenta la mostra dell’artista, svoltasi a Caldarola (MC) nel 2007:

Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco. Manierista duro e puro.

A un’incursione sui colli delle Marche meridionali, volta a conoscere la pittura manieristica locale, testimoniata dal più celebre cittadino di Caldarola, il poco noto Simone De Magistris (1538-1613), non si può rinunciare sia per le fantastiche raffigurazioni messe in scena dall’eccentrico pittore caldarolese, sia per l’amenità di quei luoghi. Dedicare una mostra antologica a Simone De Magistris, oggi che il pubblico è tutt’altro che propenso alle scoperte, è un atto di coraggio che Vittorio Sgarbi, curatore di questa rassegna, ha compiuto con il sostegno di vari studiosi, fra i quali desidero ricordare Stefano Papetti, Giampiero Donnini, Maria Giannatiempo Lopez, Lorena Mochi Onori.
Il risultato dell’audace riscoperta di De Magistris, pittore manierista formatosi tra Venezia e Roma, tra Lotto e Federico Zuccai, lo si misura percorrendo la singolare sfilata di quadri specie in quelle sale del bel palazzo del cardinale Pallotta dove si addensano le grandi tele d’altare. Quella che si è una sensazione di leggera vertigine da sovraffollamento, come se i quadri qui radunati non volessero mancare a questa irripetibile occasione. Sono quadri densissimi di popolo, e tutti quelli che vi fanno parte non si riducono a “tipi”, ma spiccano per singolare e vivida caratterizzazione. I colori sono brillanti le fisionomie tra il divertito e il caricaturale, così piene di vita da rimanere impresse nella memoria, come fossero fisionomie di gente conosciuta. Pochi pittori manieristi sono in grado, al pari di De Magistris, di mantenere in così intenso equilibrio di sacro e di profano in altre parole, pochi sanno essere così intensamente popolari. Infatti egli è assolutamente sacro, per la premura devozionale di trattare i soggetti incutendo nel devoto un sano e misurato tremore, nel caricare gli atteggiamenti e le espressioni dei volti, un po’ come avviene nella plastica dei Sacri Monti alpini, ed è popolare nel tradurre il tutto nel clima di una saga di paese, dove il colore svolge un ruolo altrettanto deciso quanto l’agitazione massimi protagonisti delle fiere sono i colori sgargianti e l’affollamento, tale che è difficile farsi largo. In questa chiave di interpretazione popolare dei fatti sacri si capisce come anche i temi a più alto tenore drammatico, la Deposizione dalla croce e l’Andata al Calvario, stornino l’espressionismo cruento delle stampe nordiche da cui sono desunti, su un’intonazione più narrativa, dando vita a una sorta di Bibbia illustrata per ragazzi.

Guardate la bellissima Ultima Cena di San Ginesio del 1598: le figure, che paiono ritagliate tanto son prive di volume, si muovono come cartoni animati e variopinti ogni gesto e ogni volto è eloquente e allusivo, sì che l’osservatore fatica a starsene a distanza da quanto gli si para davanti agli occhi, ed è invece chiamato a parteciparvi in prima persona.

Simone De Magistris esce dalla mostra dedicatagli dal Comune di Caldarola come uno dei principali maestri del Manierismo italiano e appare molto più dotato di talento quanto non ci si aspettasse. Intorno a lui si muove una moltitudine di altri interessanti pittori cui è toccato in sorde di nascere, lavorare e morire in provincia, disseminando opere in località impervie e non facilmente raggiungibili, e quindi rischiando, causa il decentramento, di precipitare nell’oblio, se qualcuno non fosse preso cura di loro.

Info:
Palazzo Pallotta, Caldarola (Mc), fino al 30 settembre 2007. Catalogo Marsilio

Altre Cene del De Magistris a Matelica vedi scheda e a Sarnano, vedi scheda.

Autore: Simone De Magistris
Periodo artistico: Sec. XVI - Manierismo, 1598
Materiale illustrativo: Catalogo della mostra 2007 : Sgarbi (a cura di) , Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco. Catalogo della mostra (Caldarola, 5 aprile-30 settembre 2007), Ed. Marsilio, 2007
Data ultima verifica: 08/07/2007 - luglio 2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. L’Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Pomponio Amalteo, nato a Motta di Livenza nel 1505, ma fin da giovane abitante in San Vito al Tagliamento, dove si spense nel 1588, fu allievo e genero del Pordenone, da cui trasse l’amore per la grandiosità delle forme, per l’esasperato movimento, per l’affollamento delle composizioni.
Della sua feconda attività rimane memoria in centinaia di metri quadrati di affresco ed in decine di pale d’altare nelle chiese del Friuli e del Veneto.
L’artista entrò giovanissimo nella bottega del grande Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone, ne diviene collaboratore ed addirittura parente sposando la figlia Graziosa: per tutta la sua vita resta fedele al più famoso maestro, ricalcandone lo stile, gli schemi, i motivi, indifferente ad ogni altra suggestione, ma dotato di notevole abilità artistica, tanto da evocare nei critici conflitti di attribuzione tra genero e suocero.

UDINE. Mense e banchetti nella Udine rinascimentale LIS | Mostra al Museo Archeologico.

Video con interpretazione nel linguaggio dei segni LIS e sottotitolato per sordi, per favorire la visita alla mostra “Mense e banchetti nella Udine rinascimentale”.
Nell’anno dell’esposizione universale milanese Expo 2015, dedicata al tema “Nutrire il pianeta-energia per la vita”, il museo Archeologico dei Civici Musei di Udine, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Friuli Venezia Giulia, ha proposto la mostra “Mense e banchetti nella Udine rinascimentale”: un percorso che, partendo dalle scoperte archeologiche e dal ricco patrimonio culturale della città, illustrava cibi, libri, suppellettili e rituali dei nobili friulani tra Quattrocento e Cinquecento.
Tra le fonti utilizzate nell’ambito dell’esposizione: il ricettario del Platina, pubblicato a Cividale nel 1480 e curiosamente il primo libro a stampa noto in Friuli, e una tra le opere più importanti di Pomponio Amalteo, un olio su tela di grandi dimensioni esposto nella Galleria d’Arte Antica dei Civici Musei di Udine in cui viene rappresentata un’Ultima Cena all’interno di una sala dall’architettura rinascimentale con aspetti formali che rimandano ai rituali dell’epoca. I personaggi, ossia lo scalco, il credenziere, i paggi e gli scudieri, il cantiniere e il coppiere, e ancora gli oggetti per l’apparecchio della tavola, sono elementi secondari rispetto alla scena del sacrificio dell’Eucarestia, ma fondamentali per immaginare una cena dell’epoca, ecco perché, grazie alla multimedialità, questi stessi elementi si animano e consentono di rivivere il rituale del banchetto.
Il tema della mostra, l’alimentazione, viene raccontato anche dai reperti archeologici che restituiscono suggestivi spaccati di vita quotidiana. Vasellame da mensa, stoviglie da cucina, resti di pasto forniscono significative informazioni sulle consuetudini della tavola e su come l’alimentazione veniva concepita e vissuta nella Udine rinascimentale.
Sulla scorta delle ricerche archeologiche effettuate in città negli ultimi vent’anni dai Civici Musei di Udine e dalla competente Soprintendenza, spesso in collaborazione con la Società Friulana di Archeologia, è stato possibile ricomporre l’immagine della città medievale e delle sue successive trasformazioni.
Le indagini, generate da lavori infrastrutturali e da interventi di restauro di edifici storici cittadini, offrono una lettura articolata di quello che doveva essere il tessuto urbano tra XV e XVI secolo. Un periodo in cui Udine conosce un significativo sviluppo economico e, di conseguenza, una notevole crescita edilizia e produttiva stimolata dalle sopravvenute esigenze dei ceti elevati, desiderosi di mostrare la propria agiatezza nella sontuosità delle dimore e nella ricercatezza dei corredi da tavola. Non a caso sono questi i secoli che vedono realizzarsi la grande stagione del “graffito friulano”, una produzione ceramica che raggiunge episodi artistici di altissimo livello, come attestano le mattonelle parietali rinvenute in palazzo Ottelio, ma anche il vasellame restituito per esempio dagli scavi in piazza Venerio, presso Casa Cavazzini e residenza Palladio.

Vedi:
https://www.youtube.com/watch?v=Duqa9LujZpw

Info:
Civici Musei di Udine tel. 0432 1272591
Puntoinforma tel. 0432 1273717
http://www.civicimuseiudine.it/

Vedi anche: Udine Rinascimentale
Il Museo Archeologico dei Civici ha realizzato un percorso che, partendo dalle scoperte archeologiche e dal ricco patrimonio culturale della città, illustra cibi, libri, suppellettili e rituali dei nobili friulani tra Quattrocento e Cinquecento (viene illustrata in particolare la tavola imbandita dell’afresco raffigurante l’Ultima Cena di Pomponio Amalteo): https://www.udimus.it/video/show/12234/

Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Pomponio Amalteo
Note storiche:

Dipinta per il duomo di Udine (reca firma, data e nomi dei committenti in una scritta sullo sgabello di sinistra: PO(M)PONIVS AMALT(EVS) IOAN(NE) BAPT(ISTA) MELSIO PRIOXE/ AC ANT(ONI)O MARCHESIO CAMER(ARO) / MDLXXIIII), la grande tela passò in seguito in Municipio dove, nel secolo scorso, fu più volte 'restaurata' con pesanti ritocchi.

L'opera viene alla luce quando il Maestro ha 70 anni e rappresenta una vivace interpretazione del noto episodio biblico.


Illustrazione opera:

Il disegno preparatorio si conserva in collezione privata a Newcastle Upon Tyne.
Per nulla intimorito dalle dimensioni della tela, capace di dominare correttamente lo spazio, l'Amalteo ambienta questa affollata Ultima Cena all'intemo di una sala dall'architettura rinascimentale con arcate, pilastri e semicolonne, mensole timpanate.
Pur nella tradizionale impaginazione della scena, l'opera mostra un superamento delle statiche Ultime Cene del periodo precedente per quel serpeggiante ritmo che trascorre tra i personaggi, singoli o a gruppi, vivacemente atteggiati e 'scorciati'.
Interessante la vena descrittiva del pittore che, attenta e puntuale, indugia sulla suppellettile della tavola imbandita, sulla geometrica decorazione del panno al di sotto del bianco tovagliato, sui cibi che vengono serviti, sul cagnolino che mangia un osso e sul gatto, simboli entrambi di tradimento.
Il pittore indugia nei particolari, come la decorazione della tovaglia, le pietanze servite, i piatti di peltro nella credenza sullo sfondo, ma soprattutto rappresenta con realismo i personaggi disposti con perizia in pose scorciate e dotati di ritmo ed espressione piacevoli. Nota di colore la presenza ai piedi della mensa del gatto e del cagnolino, simbolismo del tradimento.

Al centro della scena, il sacrificio dell'Eucaristia: ultimo e supremo atto del Cristo che 'rende grazia' e si dona a tutta l'umanità. Il gesto dello spezzare il pane e l'offerta del calice del vino è quanto di più naturale possa accadere quando persone si trovano assieme in amicizia.
Veneta la matrice dell'opera, che si rifà a Tiziano nell'impostazione della scena, a Tintoretto nella positura di certi personaggi, a Pordenone o a Paris Bordon per le tipologie dei volti, ma che in definitiva 'ricicla' precedenti dipinti (il gruppo centrale con la figura del Cristo dolce e severo insieme ricalca quello affrescato nella chiesa di Lestans - PN), per servire a sua volta da modello ai pittori che verranno:
in primo luogo a Giuseppe Floreani che di lì a qualche anno dipingerà una tela con l'Ultima Cena per la parrocchiale di Remanzacco: con risultati modesti nonostante l'illustre precedente.

Info:
Olio su tela, cm. 300 x 540


Fruibilità: Sala IV della raccolta museale.
Data ultima verifica: 17/05/2007 - 12/06/2020 - 31/12/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GRECIA – CRETA. Ultima Cena di M. Damaskinos

Localizzazione: Santa Caterina di Sinai
Autore: M. Damaskinos
Periodo artistico: a. 160
Illustrazione opera:

Copia fedele di vecchia icona bizantina.

Scelta tra gli esemplari più significativi dell'agiografia bizantina, eseguita su tessuto incerto, legno e sfondo dorato, con maggior fedeltà possibile all'originale.


Data ultima verifica: 10/07/2006 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FIRENZE. Museo Statale del Cenacolo, Ultima Cena, del Perugino.

Il grande evento espositivo Perugino a Firenze, conclusosi appena tre mesi fa e visitato da oltre 30 mila visitatori, aveva segnato anche la riapertura al pubblico – dopo lunghi periodi di oblìo – del museo fiorentino del Cenacolo di Fuligno, lo straordinario affresco del Perugino – raffigurante appunto L’Ultima Cena – erroneamente attribuito a lungo a Raffaello. Ora una cospicua parte delle 52 opere allora esposte viene a costituire un nuovo museo permanente, tutto dedicato al Perugino ed alle sue botteghe: il Museo Statale del Cenacolo.

Il Granduca Leopoldo II l’aveva venduto pochi anni prima. Il Cenacolo, refettorio dell’ex-convento delle terziarie francescane di Sant’Onofrio (detto appunto di Fuligno), celava una clamorosa sorpresa. Nel 1843 la scoperta: una meravigliosa parete affrescata, si pensava allora, da Raffaello. Erano passati appena dieci anni da quando al Pantheon di Roma era stato toccato “il momento più alto nel culto di Raffaello”, con la celebrazione della ricognizione delle ossa del divino, E così il Granduca fu costretto a riacquistare gli ambienti venduti, ponendo a memoria un busto in marmo, che tuttora introduce il visitatore “al godimento di un’opera della quale […] si erge a geloso custode”: l’Ultima cena (1480-1485), ormai comunemente attribuita a Pietro Perugino e bottega. Un’opera, mai adeguatamente studiata, e ancora poco conosciuta dagli stessi fiorentini, che solo ora, dopo lunghi periodi di chiusura e orari di apertura ridotti, trova la giusta valorizzazione nel proprio contesto monumentale.

Localizzazione: Cenacolo di Fuligno, via Faenza, 40, Firenze
Autore: Perugino
Periodo artistico: 1480-1485
Illustrazione opera:

L’Ultima cena pervade, dal lunettone di fondo, tutta l’ampia sala del Cenacolo, attraendo a sé il visitatore in una suggestiva dimensione prospettica. L’allestimento, sobrio e discreto, permette di evidenziare il rapporto tra le opere, che riescono così a dialogare, davanti agli occhi del visitatore, per testimoniare non solo l’attività del Perugino a Firenze, ma anche la diffusione che il linguaggio peruginesco assunse a cavallo dei secoli XV e XVI. Chiari e sintetici i pannelli, che hanno anche il merito di aiutare il visitatore a visualizzare l’originario ambito di alcune opere, come il Polittico Mormile e la Pala di Santissima Annunziata, suggerendo percorsi che si dipanano tra chiese, conventi e musei fiorentini.


Data ultima verifica: 08/04/2006 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RAVENNA. Sant’Apollinare Nuovo, Ultima Cena.

Sant’Apollinare Nuovo venne eretta da Teodorico per il culto ariano al principio del sec. VI, passata al culto cattolico sotto l’arcivescovo Agnello (557-565), che la dedicò a San Martino, e dal sec. IX intitolata a Sant’Apollinare.

Rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, ha una semplice facciata in laterizi, adorna di una bifora marmorea cinquecentesca e preceduta da un portichetto su colonne, rifatto nel sec. XVI usando materiali antichi. E’ soprattutto celebre per i magnifici mosaici che ne ornano l’interno.

Sul fianco destro si innalza il campanile cilindrico, del sec. IX, uno dei più eleganti di Ravenna, aperto da monofore, bifore e trifore.

Dalla destra del campanile si accede al vasto interno basilicale a tre navate, divise da 24 pregevoli colonne di marmo greco dai capitelli bizantini finemente lavorati. La navata mediana è coperta da un ricco soffitto a cassettoni dorati, del 1611 (restaurato). Il pavimento attuale, di m. 1,30 più alto di quello primitivo, fu sistemato ai primi del ‘500. Sulla controfacciata si svolgeva un grande mosaico, di cui rimangono pochi frammenti, col ritratto ritenuto di Giustiniano, rifatto in parte nel 1863.

Sotto l’ottava arcata destra, l’ambone di marmo greco, del sec. VI, finemente scolpito: è retto agli angoli da 4 colonnine dello stesso marmo e da un grosso cippo nel mezzo.

Il presbiterio è limitato da una balaustra, composta da un pluteo del sec. VI e da 3 transenne marmoree lavorate a giorno. Nel mezzo sorge l’altare del sec. VI (notare gli incavi destinati a ricevere le reliquie antiche), che ha intorno 4 colonne di porfido sormontate da capitelli romani e bizantini. La sedia marmorea è romana.

Localizzazione: Ravenna, via Roma
Periodo artistico: VI sec. d.C.
Note storiche:

Le pareti laterali della navata mediana sono tutte rivestite di mosaici di straordinaria bellezza e semplicità, divisi su ogni lato in tre zone orizzontali, la gran parte risalenti a età teodoriciana, gli altri al tempo dell'arcivescovo Agnello.

La parte superiore delle due pareti, da sinistra a destra, è costituita da una serie di pannelli rettangolari con scene della vita e della passione di Cristo, alternati a quadretti raffiguranti una grande conchiglia sormontata da una croce e da due colonne.

Fra questi pannelli anche uno raffigurante la scena dell' Ultima Cena, dove Gesù viene raffigurato su uno stibadium.

Tale complesso musivo, unitamente ai pannelli della parte mediana, che appartiene a due distinti momenti, è uno degli esempi più perspicui del tramutarsi dell'arte nel sec. VI. Nelle teorie delle Vergini e dei Martiri, eseguiti al principio della seconda metà di quel secolo, l'arte bizantina raggiunge il massimo potere di astrazione e di ritmo tutto il rsto, del principio dello stesso secolo, è ancora di stile classicheggiante.

Questa è la più antica rappresentazione conosciuta dell'Ultima Cena, ispirata al tipico banchetto romano: i discepoli siedono attorno ad un tavolo a ferro di cavallo e Gesù occupa il posto d'0nore, a sinistra, ha le mani alzate come se stesse parlando e, dagli sguardi degli apostoli (quasi tutti rivolti verso Giuda all'estremità opposta del tavolo), si intuisce che ha appena annunciato l'imminente tradimento.
Data ultima verifica: 03/08/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ASCOLI SATRIANO (Fg). La scoperta durante una campagna di scavi in Puglia. Da secoli gli archeologi ne cercavano le tracce.

Nella villa di Faragola, vicino ad Ascoli Satriano, è venuto alla luce uno stibadium in muratura veramente eccezionale, costruito apposta per la sala da pranzo della villa e tutto rivestito di marmi pregiati.

Allegato: ascoli satriano.pdf

Link:
https://www.romanoimpero.com/2020/08/villa-di-faragola.html

http://www.comune.ascolisatriano.fg.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20030/idtesto/104

Autore: Cinzia Dal Maso, La Repubblica, 03/08/2005

VENEZIA. Chiesa di San Martino Vescovo, Ultima Cena di G. da Santacroce, 1549

Il parapetto dell’organo, opera del Nacchini e restaurato dal Callido, è ornato della Cena di Cristo o Ultima Cena realizzata nel 1549 da Girolamo da Santacroce, o Gerolamo Galizzi (Santa Croce, fraz. di San Pellegrino Terme BG, 1490 circa – Venezia, 1556).

La chiesa, sita nel sestiere di Castello, probabilmente fondata nel secolo VIII, fu ricostruita tra IX e X secolo. L’attuale edificio risale al Cinquecento, su progetto di Jacopo Sansovino che ruotò l’intera struttura di novanta gradi e le diede una pianta quadrata, aggiungendo due cappelle a ogni lato e il presbiterio con soffitto a volta. Terminata nel 1653; la facciata è del 1897. Interno quadrato, di semplici linee rinascimentali ma con ricca decorazione seicentesca.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Martino_(Venezia,_Castello)

https://www.treccani.it/enciclopedia/girolamo-da-santacroce_%28Dizionario-Biografico%29/

Localizzazione: VENEZIA. Chiesa di San Martino Vescovo , Campo San Martin
Autore: Gerolamo da Santacroce
Periodo artistico: 1549
Data ultima verifica: 01/11/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di San Francesco della Vigna, Ultima Cena

Chiesa costruita, su disegno di Iacopo Sansovino (1534), in una vigna donata da Marco Ziani ai Francescani, ove già un’antichissima chiesetta ricordava la leggendaria sosta fatta in questo posto da San Marco, reduce da Aquileia.

Nella prima cappella del lato destro, alla parete destra, Ultima Cena di Girolamo da Santacroce o Francesco Rizzo di Santacroce.

Localizzazione: Venezia. Chiesa di San Francesco della vigna - Campo della Confraternita
Autore: Francesco Rizzo di Santacroce o Gerolamo da Santacroce (1485 – dopo il 1545)
Periodo artistico: 1508
Data ultima verifica: 01/11/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di Santa Maria Formosa, Ultima Cena di Leandro Bassano

 

La chiesa della Purificazione di Maria, detta anche di Santa Maria Formosa, secondo la tradizione, fu eretta nel VII secolo da San Magno, vescovo di Oderzo, al quale sarebbe apparsa Maria nell’aspetto di una bellissima (‘formosa‘) matrona.

Ricostruita nelle forme attuali da Mauro Coducci (1492), prospetta sul campo con una bassa facciata ornata da lesene e statue del principio del XVII sec.

Nel transetto destro, a destra, si trova una Ultima Cena di Leandro dal Ponte detto anche Leandro Bassano (Bassano del Grappa, 1557 – Venezia, 1622)

Localizzazione: Campo Santa Maria Formosa
Autore: Leandro Bassano
Periodo artistico: 1578 ?
Data ultima verifica: 01/11/2005 - 01/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa dei Ss. XII Apostoli, Ultima Cena di Cesare da Conegliano

Telero dell’Ultima cena, di grandi dimensioni (3,50 x 5,30 metri), è conservato nella parete destra del presbiterio della chiesa.

Chiesa dei Ss. Apostoli di origine antichissima, più volte rinnovata, radicalmente nel 1575 e verso la metà del XVIII secolo.

Localizzazione: Campo Ss. Apostoli
Autore: Cesare da Conegliano
Periodo artistico: 1583
Data ultima verifica: 01/11/2005
Rilevatore: Feliciano Della Mora