BOCCIOLETO – ALPE SECCIO (Vc). Oratorio di San Lorenzo, Ultima Cena

La chiesa si trova in una radura originariamente riservata a pascolo ed è raggiungibile in circa un’ora e mezzo di cammino su di una mulattiera ben tracciata, partendo da Boccioleto o da Ronchi, una frazione di Boccioleto, situata poco a monte del capoluogo.
Boccioleto dista circa 14 chilometri da Varallo.
La val Sermenza si apre sulla sinistra idrografica della Valsesia (Vercelli), lasciando la strada statale per Alagna all’altezza del comune di Balmuccia.

L’alpeggio (altitudine m 1388) è situato nella val Cavaione, valletta laterale della val Sermenza.
IGM (scala 1:25000) – F. 30, IV S.E Fobello, II N.E Scopa
IGC (scala 1:50000) – 10 Monte Rosa Alagna e Macugnaga
Kompass (scala 1:50000) – 88 Monte Rosa
CAI Varallo (scala 1:25000) – foglio 2^, Rima S. Giuseppe – Boccioleto (senza curve di livello) la carta, con indicazione aggiornata dei segnavia, è allegata alla Guida degli itinerari escursionistici della Valsesia, vol. 3^, Club Alpino Italiano sezione di Varallo.

L’abitato del Seccio, che fu uno dei più alti villaggi abitati stabilmente in Valsesia e divenne alpeggio estivo alla fine del Seicento, nacque come insediamento permanente e fu forse fondato da valligiani che volevano sfuggire alla peste che infuriò intorno alla metà del Trecento.

Un documento risalente al 1420 testimonia che a quell’epoca l’insediamento era ormai strutturato e consolidato.

Localizzazione: Fraz. Alpe Seccio, a monte del capoluogo (vedi sotto come raggiungerla).
Note storiche:

La chiesa, costruita con pietre a vista e coperta di lose, ha una sola navata. Parte della parete destra venne abbattuta per costruire una cappella dedicata a S. Grato, che contiene una pala d’altare con Madonna e Santi.

Le pareti interne sono decorate con affreschi: nell’abside Cristo ed episodi della vita di S. Lorenzo, sulla parete sinistra una Crocifissione, una Madonna con Bambino ed alcuni Santi, tra cui spicca S. Antonio Abate, ai piedi del quale, si trova il solito maialino sull’arco trionfale un’Annunciazione e ai due lati S. Giovanni Battista e S. Gregorio Magno nella parete destra l’apertura della cappella di S. Grato ha mutilato un’Ultima Cena, di cui restano poche figure.

All’esterno sono affrescati una ruota della fortuna e S. Cristoforo.

Durante l’estate la commissione “Montagna antica, montagna da salvare” del CAI di Varallo organizza visite guidate da Boccioleto all’alpe Seccio, nell’ambito dell’iniziativa “Sentieri dell’arte sui monti della Valsesia”.

Gli affreschi sono attribuiti a Johannes Andreas, un pittore proveniente forse dal Piemonte o dalla Valle d’Aosta.

La chiesa è stata costruita nella seconda metà del Trecento e consacrata nel 1446 gli affreschi risalgono alla prima metà del Quattrocento, la cappella di S. Grato alla fine del Seicento.


Illustrazione opera:

Materiale illustrativo:

- Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pag. 597
- AA.VV., Conoscere la Valsesia e la Valsessera, Istituto geografico De Agostini, Novara 1990, pagg. 75, 94-97.
- Opuscolo Valsesia, sentieri dell’arte, a cura della provincia di Vercelli e del CAI di Varallo, pagg. 4-5.

Bibliografia:

- L. Ravelli, Valsesia e Monte Rosa, Guida alpinistica – artistica – storica, Forni, Bologna 1980 (ristampa anastatica dell’edizione del 1924), pagg. 90-91.
- AA.VV., Percorsi tra arte e devozione – Vercelli, Vercellese, Valsesia, Vercelli pag. 188.
- (a cura di) R. Fantoni, L. e P. Carrara, S. Pitto, Sentieri dell’arte sui Monti della Valsesia. Boccioleto (667 m) – Alpe Seccio (1388 m), Club Alpino Italiano sezione di Varallo, pagg. 10-12 .
- Guida degli itinerari escursionistici della Valsesia, Club Alpino Italiano sezione di Varallo, vol. 3^, pag. 84.
- D. Minonzio, Valsermenza in Valsesia. Repertorio analitico dei dipinti murali nel Medioevo, Società valsesiana di cultura, Borgosesia 2005, pagg. 89-101.

Note: la cappella è stata restaurata nell’anno 2000.


Fruibilità: La chiesa solitamente è aperta solo la domenica più vicina al 10 agosto, ricorrenza di S. Lorenzo, quando vi viene celebrata la messa è visitabile ritirando le chiavi dal parroco di Boccioleto (tel. O163 75136).
Url: http://archeocarta.org/boccioleto-alpe-seccio-vc-oratorio-di-san-lorenzo/
Data ultima verifica: 01/09/2005
Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

GRAN BRETAGNA – LONDRA. L’Ultima Cena di Diego Jimenez II.

ULTIMA CENA, rilievo in terracotta policroma (36 x 98,5 x 2,5 cm), opera di Diego Jimenez II, prima metà del XVII secolo

Proveniente da Enrique Pelta, Madrid.
Conservato nella Matthiesen Gallery

La Matthiesen Gallery è una galleria d’arte londinese, fondata nel 1978 da Patrick Matthiesen, figlio di Francis Matthiesen, un mercante d’arte di Berlino e Londra. Ha funzione sia di galleria commerciale che di museo d’arte.

L’opera fu realizzata nella bottega Cabredo in Navarra. Tale bottega fu avviata da Pedro González de San Pedro (1560-1608), un allievo di Juan de Anchieta. Juan Bazcardo entrò nella sua bottega e sposò una delle figlie del suo maestro, una delle quali a sua volta sposò in seguito Diego Jiménez II. Era pratica comune all’epoca per gli scultori provinciali formare ​​dinastie legate da legami familiari.

La forma di questo rilievo suggerisce che originariamente facesse parte del banco di una pala d’altare, più o meno corrispondente alle predelle nelle pale d’altare italiane. L’abilità di Jiménez come scultore è visibile nel modo in cui distribuisce le figure attorno al tavolo e crea una convincente illusione di spazio. In primo piano due coppie di Apostoli appaiono in animata conversazione, mentre sullo sfondo gli altri appaiono in atteggiamenti diversi: alcuni sembrano ascoltare attentamente le parole di Gesù, mentre uno, seduto in fondo al lato destro, guarda lo spettatore e si tira la barba in un modo che lo ricorda il Mosè di Michelangelo. Gli Apostoli hanno nasi prominenti, occhi sporgenti, barbe ondulate e talora capelli ricci. Le pieghe dei drappeggi degli abiti sono prevalentemente dure e spigolose, con gli orli dei mantelli aperti in ampie curve.

 

 

L’opera fu esposta alla National Gallery di Londra nel 2009-2010, nella rassegna ‘Il sacro si fa reale: pittura e scultura spagnole 1600-1700‘.
La mostra presenta molte opere esposte per la prima volta fuori dai confini della Penisola Iberica. Le opere fanno parte della collezione del museo inglese e di collezioni pubbliche e private spagnole, inglesi e statunitensi.
Secondo il curatore Xavier Bray, del dipartimento di pittura del XVII – XVIII secolo del Museo, “in Spagna la scultura era la forma d’arte preferita per rendere più immediata e diretta la religione. La scultura risvegliava tutti i sensi”.

Informazioni e immagine da
https://www.matthiesengallery.com/work_of_art/the-last-supper

Localizzazione: Londra, Matthiesen Gallery - 7-8 Mason Yard, Duke Street St James's.
Autore: Diego Jimenez II
Periodo artistico: 1600 - 1700
Data ultima verifica: 18/12/2009 - dicembre 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CASERTA. Icona con l’Ultima Cena

Nell’ambito di una mostra dal titolo INVITO AL CREMLINO ‘L’Italia e la Corte di Mosca’.
Reggia di Caserta, dal 20 novembre 2009 al 20 gennaio 2010.

La preferenza per i tessuti italiani, manifestata dalla corte moscovita, era dovuta non solo alla loro versatilità, ma anche ai loro schemi decorativi e figurativi, conformi agli ideali estetici della società russa del XVI e XVII sec.
Spesso sulle icone troviamo riprodotti fedelmente i disegni e i colori delle stoffe italiane.
Così, quando Cristo è ritratto come ‘Re dei re’, spesso indossa un sakkos (dalmatica) di aksamit (velluto/broccato) dorato.
I vestiti prodotti con tessuti italiani, caratterizzano anche le altre icone.
A partire dai tessuti italiani, sono stati creati e approvati anche singoli moduli ornamentali impiegati nell’artigianato russo.
Singoli elementi come le immagini di corone, vasi, corni e rosette a più petali, entravano a far parte del disegno di ricami russi.

Localizzazione: Reggia di Caserta
Autore: Maestri dell'Armenia, sotto la direzione di Vasiliy Poznanskiy.
Periodo artistico: 1681-82
Note storiche:

Fra le opere presenti nella mostra viene presentata una icona rappresentante l''Ultima Cena', opera di maestri dell'Armenia sotto la direzione di Vasiliy Poznanskiy.


Illustrazione opera: Legno, carta, taffettà, kamka, raso, obuar, cordone di seta, olio, tessitura, applicazione incollata.
Cm. 39,0 x 31,0
Inv. n. Zh-1763
Fruibilità: Contesto della visita alla Reggia
Data ultima verifica: 28/11/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CAVAZZO CARNICO (Ud). Chiesa di San Rocco (Glesia di Sant Roc). Trittico con Ultima Cena

 

Posta al limitare del paese verso la strada che conduceva al guado della “Maina”, l’edificio dalla facciata a capanna introdotto dall’ampio portico tripartito, è uno scrigno d’arte secentesca.

In cornu evangeli un ricco altare ligneo conserva la tela di Giuseppe Buzzi con San Nicolò e i Santi Vito e Maurizio (1721), mentre nell’altare ligneo di fronte, virtuosamente intagliato, è collocata una pala tarda con i Santi Floriano e Lorenzo.

 

L’altare maggiore è strutturato “a trittico” con una pala centrale di Secante Secanti (inizio secolo XVII) raffigurante la Vergine col bambino attorniata dai Santi Daniele, Rocco, Sebastiano e Lorenzo nelle laterali le fastose cornici comuzziane incorniciano l’Ultima Cena , a sinistra e il Cristo che consegna la croce ai protomartiri aquileiesi Ermacora e Fortunato.

Sul retro della pala raffigurante l’Ultima Cena compaiono scritte inerenti ad interventi di restauro.

Localizzazione: Al limitare del paese verso la Maina.
Autore: Secante Secanti
Periodo artistico: XVII sec, inizio
Data ultima verifica: 16/08/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. Castello, Pinacoteca, Ultima Cena di Nicola Grassi

Nicola Grassi, nato a Tolmezzo in Carnia nel 1682, fu allievo dapprima di Giacomo Carneo e poi del genovese Nicolò Cassana la cui scuola frequentò a Venezia nel primo decennio del secolo XVIII.

Visse soprattutto a Venezia, ma fu anche a Torino, ad Augsburg ed in Dalmazia.

Ai prestiti della pittura veneta manierata si sostituiscono via via motivi desunti dal Piazzetta e dal Bencovich ed in seguito dal Pellegrini e da Sebastiano Ricci.

La poetica del Grassi, che si spense a Venezia nel 1748, sta alla base di tutta la pittura carnica del Settecento.

Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Nicola Grassi
Periodo artistico: XVIII secolo
Note storiche:

Olio su tela, cm. 110x147.

Tra le tele di analogo soggetto realizzate dal Grassi, questa, proveniente dalla collezione del conte Attems di Graz e databile al 1740-45, è una delle più dinamiche.


Illustrazione opera:

Nuova, nell'iconografia tradizionale, la disposizione dei personaggi, colti in vari e vivaci atteggiamenti attorno alla tavola a ferro di cavallo e nuova la festosa sinfonia dei colori verdini, rosa e lilla, quasi anticipazioni delle tenui gamme di Giandomenico Tiepolo.


Materiale illustrativo: Giuseppe Bergamini, I Musei del Castello di udine, La Galleria d'Arte Antica, la Pinacoteca, Udine 2001, pp. 97
Fruibilità: in Castello
Data ultima verifica: 14/02/2009
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, in Castello, disegno rappr. Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Il Castello, che sorge sul colle del centro cittadino, conserva il nome della costruzione precedente, distrutta dal terremoto del 1511, ma in realtà è un imponente palazzo, progettato da Giovanni Fontana nel 1517.
Sede del Luogotenente veneto fino al 1797, poi del dominio austriaco, dopo essere stato anche caserma e carcere divenne sede di Musei udinesi terminato il restauro del 1906.
Un radicale restauro fu eseguito a seguito del terremoto del 1976, per cui i Musei si riappropriarono della sede nel 1988 riallestendovi nell’ordine, dopo gli uffici, la Biblioteca d’Arte e la Fototeca, le sezioni museali: Lapidario, Museo Archeologico, Raccolte Numismatiche, Galleria d’Arte Antica (inaugurata nel 1990).

La Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, configuratasi con la distinzione delle sezioni museali creata nel 1946, si fonda su consistenti lasciti, come quelli dell’abate G.B. Del Negro (1873), del co. Francesco di Toppo (1883) e di Carlo Cosmi (1934).
Rinnovata nel 1960 con una nuova selezione delle opere, si presenta nell’allestimento inaugurato nel 1998 con una nuova scelta di poco più di trecento esemplari tra disegni e incisioni.
Per quanto riguarda i disegni, di cui si conservano nel Gabinetto Disegni e Stampe oltre duemila esemplari, essi sono per la gran parte opera di artisti veneti del Sei e Settecento ben rappresentati anche gli artisti locali, soprattutto per l’Ottocento.

Le stampe conservate sono oltre tremila, quelle esposte duecento, datate dal Cinquecento all’Ottocento. Sono stampe d’invenzione e stampe di traduzione da opere di celebri pittori, dai soggetti mitologici e storici a quelli religiosi, dai ritratti alle scene di vita, dalle carte geografiche ai paesaggi e alle vedute di città.

Localizzazione: Castello
Autore: Pomponio Amaltero (Motta di Livenza 1505 - San Vito al Tagliamento 1584)
Periodo artistico: 1534 - 1550
Note storiche: Nella Sala 2 dei Disegni, si trova un disegno a penna, inchiostro nero, acquerello grigio, mm. 205 x 325 (inv. 140), attribuito a Pomponio Amalteo.
Illustrazione opera:

Pompnio Amalteo era genero del Pordenone, suo allievo e collaboratore, ne esaspera la predilezione per grandiosità, movimento e affollamento delle forme, ma non ha la sua forza creativa.

Pochi in rapporto ai cicli di affreschi e alle pale d'altare eseguiti, i suoi disegni datano quasi tutti tra il 1534 e il 1550.

Sono per lo più disegni finiti, ma preparatori di un dipinto.

Non è posibile un riferimento a un'opera precisa per questo disegno, mentre un'altra Ultima Cena, abbastanza diversa, è collegata al ciclo di affreschi di Lestans.


Materiale illustrativo: - Cristina DONAZZOLO CRISTANTE, I Musei del Castello di Udine, La Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, Udine 2001, pp. 91
Fruibilità: Orario apertura dei Musei Civici di Udine. Da martedì a sabato: 9,30 - 12,30 e 15 - 18 Domenica: 9,30 - 12,30. Luned' chiuso.
Data ultima verifica: 15/12/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BORGO SAN DALMAZZO (Cn). Abbazia di San Dalmazzo di Pedona, Ultima Cena

Le testimonianze più antiche di insediamento nell’area di Borgo San Dalmazzo, interessata in età romana da una necropoli, sono costituite dalle strutture murarie in parte messe in luce dallo scavo archeologico eseguito negli anni Cinquanta del secolo scorso.
Il corpo di fabbrica in questione, rinvenuto sotto la sacrestia settecentesca e sotto quella attuale e nel portico adiacente, ha fondazioni profonde a seguire il ripido pendio, che venne terrazzato con filari di grandi ciottoli, ed anltre strutture collegate ad una stratificazione in situ che autorizzano l’identificazione dei resti di un edificio residenziale di epoca tardoromana, che venne solo parzialmente demolito al momento dell’edificazione di una prima chiesa, della quale si è individuata l’abside di sei metri di diametro, che sfruttò come muro di catena dell’arco trionfale un tratto delle strutture tardoromane, con un intervento attribuibile al tardo VI secolo.
Esse vennero riutilizzate anche in altri punti del terrazzamento, come attesta una grande tomba a cassa in lastre di bardiglio di Valdieri, inserita in un angolo dell’antico edificio: si tratta di una sepoltura privilegiata anche se non la più importante del sito per la sua posizione. A questa è forse accostabile anche un frammento di lastra decorata con croce gemmata e lettere apocalittiche, rinvenuta negli anno Ottanta del secolo scorso nel sagrato.
Una seconda ampia abside, evidenziata durante i lavori per la creazione di un’intercapedine di risanamento all’esterno della cripta, pare disporsi sul prolungamento di un breve tratto di muro orientato est-ovest, addossato e forse sovrapposto alla chiesa più antica.
A questo nuovo edificio di culto potrebbe riferirsi l’importante arredo architettonico altomedievale in pietra databile all’VIII secolo ed attribuito all’attività di una bottega di artigiani operanti sui due versanti delle Alpi Marittime.
La chiesa romanica nelle linee generali è quella ancor oggi esistente, riplasmata all’interno in forme decorative barocche, ma conservata nella pianta e nell’elevato.
All’XI-XII secolo sono pure riconducibili alcuni resti pittorici e frammenti di stucchi rintracciati su queste parti ora restaurate.
La costruzione della cappella gotica destinata alle reliquie di San Dalmazzo venne attribuita in un’attestazione degli anziani di Borgo del 1594 alla regina Giovanna d’Angiò.
Dopo la riduzione della chiesa ad ospedale militare ed ad altre vicende locali, si pose mano ai primi restauri della chiesa nel 1835, con riparazione di tetti e strutture e con interventi decorativi e pittorici. Dalla fine Ottocento, periodo in cui terminarono gli interventi di recupero, la chiesa ha mantenuto fino ad oggi la sua fisionomia.

Localizzazione: Abbazia di San Dalmazzo di Pedona
Autore: Lelio Scassa
Periodo artistico: XVII sec.
Illustrazione opera:

Nel presbiterio si trovano gli elementi su cui gravitano i segni centrali della celebrazione eucaristica.
Sulle pareti laterali dello stesso campeggiano due tele secentesche raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Ultima Cena, attribuite al pittore cuneese Lelio Scassa (XVII sec.).


Materiale illustrativo: Opuscoli illustrativi e pubblicazioni varie nel contiguo Museo dell'Abbazia
Data ultima verifica: 27/07/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SLOVENIA – BLED. Ultima Cena nella Parrocchiale

La parrocchiale è stata costruita nel 1904 in stile neo-gotico sul posto di una precedente chiesa gotica.

Localizzazione: Parrocchia di San Martino, ai piedi del colle con il Castello
Autore: Slavko Pengov
Periodo artistico: 1937
Illustrazione opera: L'interno è adornato con dipinti del 1937, opera di Slavko Pengov.
Data ultima verifica: 15/06/2008
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – HILDESHEIM. Dombibliothek, Salterio di St. Albans, Ultima Cena

Il Salterio di St. Albans è un’opera preziosa grazie al suo ricchissimo corredo illustrativo: 42 miniature a piena pagina e 214 iniziali istoriate.
Custodito nella Dombiblio thek di Hildesheim, in Germania, fu commissionato nel 1123 allo scriptorium dell’Abbazia di St. Albans per Cristina di Markyate, nobildonna anglosassone. Questo prezioso codice è uno degli indiscussi capolavori dell’arte medioevale e fra i più belli giunti fino a noi.

Fra le miniature ve ne sono due che rappresentano ‘La Lavanda dei piedi’ e ‘L’Ultima Cena’.

Localizzazione: HILDESHEIM (D). Dombibliothek
Data ultima verifica: 30/03/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FRANCIA – NARBONNE. Tesoro della Cattedrale, Avorio della Crocefissione, particolare Ultima Cena.

Avorio della Crocefissione, facente parte del tesoro della Cattedrale. Particolare del manufatto con raffigurata l’Ultima Cena.

Dimensioni del manufatto: 25,3 x 15,5 cm, diametro 0,08 cm.

Inv. MH 30.09.1911

Probabile copertura di un manoscritto, risale a prima dell’815.

 

Localizzazione: Cattedrale di Saint-Just er Saint-Pasteur
Periodo artistico: IX sec.
Data ultima verifica: 16/03/2008
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VICENZA. Palazzo Leoni Montanari, Ultima Cena (Cena Mistica) e Lavanda dei piedi.

Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, Vicenza.

Raccolte d’arte Intesa San Paolo.

Localizzazione: Palazzo Leoni Montanari, contra' S. Corona, 25
Periodo artistico: Seconda metà del XVIII secolo
Note storiche:

Ultima Cena (Cena Mistica) e Lavanda dei piedi
Russia centrale , seconda metà del XVIII secolo


Illustrazione opera: tempera su tavola di 54 x 42,4 cm

Inv. E.I-A0489A-D/BI


Url: http://www.palazzomontanari.com
Data ultima verifica: 04/11/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SPAGNA – BARCELLONA. Museo di Arte catalana, Ultima Cena di Jaime Huguet

 

Ultima Cena di Jaime Huguet (1414-1492 circa)

Rilievo a tempera e stucco con foglia d’oro su pannello di legno, 170 x 161 x 9,5 cm, dipinto da Jaume Huguet e collaboratori nel 1463-86 circa.
Acquistato dal Museo nel 1944. Numero di inventario 040412-000

Si tratta di un pannello della pala d’altare della chiesa del convento di Sant Agusti Vell a Barcellona, che fu ​​commissionato dalla gilda/corporazione dei conciatori nel 1463.
Le dimensioni insolite dell’opera, una delle più grandi della pittura gotica catalana, e la crisi che il Paese stava attraversando all’epoca, ritardarono il completamento della pala fino al 1486 e giustificarono il coinvolgimento di diversi membri della bottega di Huguet, e in particolare di un membro della famiglia Vergós.
Il Museo conserva contiene sette degli otto pannelli superstiti di questa pala d’altare, un altro si trova al Museu Marès.

Link:
https://www.museunacional.cat/en/colleccio/last-supper/jaume-huguet/040412-000

Localizzazione: Museo di Arte catalana
Autore: Jaime Huguet
Periodo artistico: XV secolo
Data ultima verifica: 01/11/2007
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RUSSIA – MOSCA. Galleria Tret’jakov, Ultima Cena, XVI secolo

Ultima Cena, prima metà XVI secolo, proveniente da Belozersk, chiesa dell’Ascensione.
Tempera su tavola (70,3 x 59,7 cm)

Iconografia simile all’icona conservata nel Monastero di San Cirillo a Kirillov, vedi scheda

Periodo artistico: XVI secolo
Illustrazione opera:

La struttura architettonica dell'opera rappresenta la stanza al primo piano del cenacolo, ma l’abside suggerisce l’immagine della Chiesa primitiva radunata intorno al sacramento dell’amore.

Cristo, in una mandorla rossa che lo rivela come il Signore, risponde a Pietro, che diventerà il suo successore a capo della Chiesa.

Giovanni e Giuda con due gesti che sembrano simili compiono in realtà due azioni opposte: Giovanni si getta sul petto di Cristo per chiedergli “Signore, chi è che ti tradirà?” Giuda invece afferra il boccone, pronto a tradirlo.


Data ultima verifica: 15/11/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ARCO (Tn), loc. Prabi. Chiesa di Sant’Apollinare con Ultima Cena

La chiesa di Sant’Apollinare è uno dei gioielli di arte sacra del territorio. Si trova sulla strada di Prabi, all’inizio di via Legionari Cecoslovacchi.
Le notizie sulla chiesa, nei documenti locali, si trovano a partire dal Trecento, ma la struttura romanica, la dedica a S. Apollinare, vescovo di Ravenna, la posizione fuori le mura ed in prossimità del fiume, fanno chiaramente pensare ad un luogo di culto ariano e quindi ad una datazione prossima all’VIII o IX secolo.
Pregevolissimi nella chiesa, sia sotto il porticato esterno che all’interno, i cicli di affreschi. La datazione delle opere, pur non essendo tutte coeve e (all’estermo) in parte sovrapposte, si può iniziare dal Trecento. Nicolò Rasmo ipotizza che i cicli all’interno siano realizzati dalla scuola dei Bonanno di Riva del Garda (autori di altri cicli in zona, fra cui quelli della chiesa di San Martino), di evidente scuola veronese. sia nei due cicli all’interno, completamente affrescato con figure di santi e storie della Bibbia, che nell’Ultima Cena e nella Crocefissione realizzate sotto il portico, sono interessanti da notare le numerose iscrizioni incise (la più antica risale al 1436) che danno notizie di alluvioni, prodigi e avvenimenti privati e pubblici che testimoniano la travagliata storia della chiesa.
La chiesa subisce infatti alterne vicende; assegnata nel Trecento a dei monaci, passò successivamente sotto il controllo della Pieve di Arco (con la bolla papale di Sisto IV), ma già nel 1580 gli inviati del Vescovo di Trento la trovano in uno stato di deprecabile abbandono, ridotta a stalla per animali. viene dato l’ordine di restaurare e rispettare la chiesa, ma solo mons. Alessandro Zanoni, l’arciprete che curò anche la costruzione della nuova chiesa Collegiata, avrà cura di realizzare un intervento in questo senso, a metà del secolo successivo.
Nel XVIII secolo la chiesa è affidata ad eremiti, ma di nuovo cade pian piano in uno stato di abbandono: nel 1782, per ordine di Giuseppe II la chiesa viene chiusa al culto e diviene di fatto un rifugio per vagabondi. Lo sarà fino ad inizio ‘800, quando per un breve periodo viene riaperta; la cura non si prolunga per molto, tant’è che nel 1866 la curia arcivescovile di Trento ordina che la chiesa sia demolita, per finire una volta per tutte l’uso indegno che ne viene fatto. L’ordine non viene, per fortuna, eseguito e anzi, nel 1882 l’arciprete Chini provvede al restauro totale che riporta alla luce anche i bellissimi affreschi, coperti da strati di calce; la chiesa subisce danni anche nel corso della Prima Guerra mondiale, ancora visibili all’esterno, e viene poi per lungo tempo chiusa.
L’ultimo intervento di restauro, nel 1983, l’ha restituita all’attuale condizione.

La chiesa ha la pianta rettangolare che si conclude con un’abside semicircolare, quasi una nicchia, che chiude verso Est l’aula.
L’altare in pietra rossa presenta tracce di affresco tre strette finestre a strombo illuminano la sacra mensa. Nel catino dell’abside ben visibile è il volto del Cristo Pantocratore ai lati dell’arco santo è raffigurata, quasi certamente, l’Annunciazione.
Le pareti Nord e Sud sono completamente affrescate, su due registri. La parete Sud presenta, nel livello più alto, la Madonna con il Bambino, circondata da figure di santi (riconoscibile S. Antonio con il bastone a gruccia ed il campanello), la deposizione di Cristo nel sepolcro e la Natività.
Nella fascia inferiore è raffigurato il martirio di S. Agata seguito da una serie di santi: S. Chiara, S. Francesco, S. Martino, San Nicola, Maddalena, San Giovanni Evangelista, Sant’Antonio Abate.
Nella parete a Nord, nel registro superiore, troviamo il martirio di S. Lorenzo, la Madonna che allatta Gesù Bambino, Crocefissione, Santa Margherita, Sant’Antonio Abate ed altri santi.
Sotto, altre figure di santi, tra cui S. Apollinare, vescovo benedicente, S. Paolo con la spada ed il libro, S. Anna e Maria bambina, S. Caterina d’Alessandria con accanto la ruota, simbolo del suo martirio, San Giovanni, Sant’Elena, San Gottardo, Sant’Antonio Abate.
La raffigurazione di S. Antonio abate e di S. Apollinare è presente in più punti.
La parete su cui si apre l’ingresso principale era tutta affrescata, ma ora sono poche le tracce rimaste leggibili. Si notano due persone attorno ad un fuoco, una regge un campanello. In basso vi è una figura di vescovo e, sulla destra, è rappresentata quasi certamente la bottega di falegname di S.Giuseppe. Sugli affreschi sono state incise, in più parti della chiesa, numerose scritte secondo una pratica che si ritrova più evidente nella chiesa di S. Rocco a Caneve di Arco.
All’esterno, la parete Nord del pronao presenta la raffigurazione dell’ Ultima Cena undici apostoli fanno ala a Gesù. Giovanni ha il busto reclinato sulla mensa, Pietro lo fissa in modo severo, mentre gli altri discepoli, a coppie, intrattengono un dialogo fatto di sguardi e di semplici gesti ai piedi di Gesù, sul lato opposto del tavolo, una figura inginocchiata alza le grandi mani in gesto di preghiera. Sulla sinistra una scritta in colore rosso ricorda che ‘Villelmo… venit huc prima et terza Junii…’.
Sotto l’Ultima Cena si intuisce la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi.
Accanto si erge la figura di S. Apollinare sul lato Est la Crocifissione sostituisce l’ancona sopra il semplice altare in pietra.
Questi ultimi affreschi risalgono ad epoca successiva rispetto a quelli interni alla chiesa, che sono attribuibili invece alla scuola del maestro Federico del fu Bonanno Oddone da Riva ed in particolare a Giacomo e Giorgio (rispettivamente figlio e nipote di Federico), operanti in Trentino nella seconda metà del Trecento.

Info: La chiesa viene aperta nel corso dei mesi estivi; vi sono celebrate anche le S. Messe. la proprietà è della Parrocchia di S. Maria Assunta di Arco.

Il Museo Civico di Riva del Garda, in collaborazione diretta con il Comune di Arco, propone nei mesi invernali percorsi di attività didattica per le scuole elementari ed alle medie dedicato proprio alla Chiesa di S.Apollinare, ed in particolare all’affresco Ultima Cena, sito sotto il porticato. Museo Civico di Riva del Garda 0464/573869.

Fonte: www.comune.arco.tn.it

Bibliografia:
– R. Turrini e a. – Ecclesiae, le chiese nel Sommolago – Ed. Il Sommolago
– R. Turrini – Guida per Arco – Ed. Comune di Arco

 

 

Localizzazione: Nei pressi del ponte sul Sarca, una strada, sulla destra, conduce in località Prabi, verso il campeggio di Arco, la piscina, la parete artificiale di free-climbing, il percorso vita ai piedi del Monte Collodri. Due presenze si segnalano all’attenzione di
Periodo artistico: XIV secolo
Fruibilità: Nei mesi di luglio e agosto, tutte le domeniche, Santa Messa alle ore 10,30. La chiesa non si è potuta visitare in quanto chiusa.
Data ultima verifica: 03/11/2007 - 26/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO. Cenacolo di Leonardo da Vinci, nell’ex convento domenicano.

Dall’atrio settecentesco, avanzo dei corpi di fabbrica aggiunti per ospitare il tribunale dell’Inquisizione, si entra, a destra nel vasto refettorio appartenente alla costruzione del Solari.

Sul lato minore di fondo, in alto, è la celebre Cena di Leonardo.

Localizzazione: Ex convento domenicano
Autore: Leonardo da Vinci
Periodo artistico: 1496-1497
Note storiche:

L’artista l’iniziò, per incarico del Moro, forse non molto avanti il 1496, la concluse con alternative di intenso lavoro e di soste, e assai probabilmente la compì nel 1497, per cui è leggenda la lentezza con la quale l’avrebbe eseguita.

E’ l’opera alla quale Leonardo dedicò forse la maggior concentrazione del suo genio.


Illustrazione opera:

Il fatto evangelico è rappresentato nel momento drammatico in cui il Cristo annuncia che uno dei suoi lo tradirà.

Nel cenacolo, illuminato dal fondo, attraverso le tre porte, d’una luce che penetra lenta, vibrando, intorno alla mensa imbandita, al cui centro, isolata, è la figura mistica del Cristo, s’agitano gli apostoli (Giuda è il terzo a sinistra), aggruppati a tre a tre, in un vario gestire che caratterizza in ognuno l’emozione prodotta dall’annuncio del Maestro.

L’opera suscitò subito la più viva ammirazione. Già nel 1498 Luca Pacioli parlò della “divina proporzione del Cenacolo”. Paquier le Moine, che seguì Francesco I di Francia in Italia, nella sua qualità di portier ordinaire, pubblicò il diario del viaggio, vide nel 1515 il Cenacolo e rimase particolarmente colpito dalla verità dei particolari sulla tavola Domenico Antonio De Beatis melfitano, che seguì il cardinal d’Aragona in un viaggio dal 1517 al principio del ’18, parlò egli pure del Cenacolo come pittura “excellentissima, benché incomincia ad guastare”. Si deve ritenere leggenda che Luigi XII volesse farlo distaccare e trasportare in Francia.


L’affresco si trovò in istato di profondo deperimento, la causa del quale è dovuta forse in parte a qualche innovazione tecnica di Leonardo (che dipinse a tempera forte e non a olio come si è affermato) ma principalmente alle condizioni idrometriche del muro. Già Paolo Giovio (m. nel 1552) e l’Armenini che lo vide circa il 1547, parlarono della rovina della pittura alla fine del ‘500 Paolo Meriggia la disse “rovinata tutta”. Al principio del ‘600 il cardinal Federico Borromeo si consultò con persone dell’arte per salvare il dipinto Francesco Scannelli, che lo vide nel 1640 circa, dà indicazioni precise del suo avanzato deperimento e questo spiega perché i Domenicani non si peritassero di ampliare la porticina sotto la figura di Gesù , tagliando le gambe di questo e di due discepoli. Carlo Torre lo descrive come deperitissimo, M. Bellotti nel 1726 lo ridipinse a olio, ma l’imbrattatura cadde presto nel 1770 Giuseppe Mazza lo ripulì nel 1796 Napoleone ordinò che il refettorio non fosse adibito ad alcun uso militare ma più tardi il locale servì da quartiere e da stalla e nel 1801 fu invaso in parte dall’acqua.

Nel 1854-55 Stefano Barezzi fermò le particelle cadenti del dipinto.

L’ “Ode per la morte di un capolavoro” pubblicata da Gabriele D’Annunzio il 6 gennaio 1901 parve segnare la fine dell’opera gloriosa i restauri di L. Cavenaghi (1908) e di Oreste Silvestri (1924) valsero in parte ad arrestae una ulteriore rapida rovina.

Scampato miracolosamente alle bombe del 1943, esso subì un radicale restauro nel 1953 da parte di Mauro Pel liccioli, che liberò quanto restava dell’originale tessuto pittorico leonardesco dalle posteriori ridipinture dei restauri.


Data ultima verifica: 30/06/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SALERNO. Museo Diocesano, Ultima Cena nelle tavolette d’avorio medievali

Il Museo Diocesano ‘San Matteo’ in Salerno nacque nel 1935 per offrire all’attenzione degli studiosi e dei visitatori le tele dipinte che rivestivano alcune pareti della Cattedrale e della sacrestia, alcuni codici miniati ed il rotolo dell’Exultet, che, diviso in fogli, era chiuso in una cassa di noce venne poi avviata una raccolta numismatica (che annovera monete della Magna Grecia, della Roma repubblicana ed imperiale, del periodo longobardo e normanno) ed un medagliere pontificio.

Vennero poi aggiunti i preziosi avori del XII sec.
Dal 1980 il Museo è allogato nell’ex Seminario arcivescovile insieme ad archivio e biblioteca. L’edificio, che si prospetta con la facciata principale sul largo Plebiscito con un’architettura sobria, classica, ebbe la sua origine nel XVI sec.

Localizzazione: Museo Diocesano
Periodo artistico: XII secolo
Note storiche:

Il ciclo salernitano di avori medioevali è composto di ben 69 pezzi così distinti: 15 frammenti di cornici (appartenenti a tre tipi figurativi diversi) 2 colonnine, 10 medaglioni clipeati di apostoli (due tondi ed otto a losanga), 3 medaglioni quadrati di donatori, 2 simboli di evangelisti (San Matteo e San Giovanni), 37 formelle illustrate, di cui 18 raffiguranti episodi del Vecchio Testamento e 19 del Nuovo Testamento.
Della raccolta mancano notizie nei secoli medievali. Il primo cenno risale al 1510 e al 1575 risale il primo elenco.


Illustrazione opera: L'enorme numero di illustrazioni indica l'esistenza di un programma teologico che non può essere semplicisticamente ricondotto ad una volontà narrativa, ad una specie di Bibbia pauperum.
Il dibattito fra gli studiosi è stato molto ampio ed approfondito con una cronologia oscillante fra fine XI secolo e primi decenni del XII.
La destinazione dell'opera ha aperto un dibattito non meno interessante. Sono state formulate varie ipotesi, dalla cattedra verscovile al dossale d'altare, alla sedes sine sedente, alla capsa reliquario, alla porta eburnea. Lo studio della forma e della materia, l'individuazione del programma teologico con la corretta successione delle immagini hanno consentito di definire un'organica ipotesi di ricostruzione di un palliotto medievale.

Ultima Cena, prima metà sec. XII, avorio
24,1 x 14,3 cm.
provenienza: Duomo di Salerno

Le tavolette neotestamentarie, dalla chiara impronta cristologica, presentano una figurazione in verticale, prevalentemente con due scene suggerite anche dai vangeli apocrifi.
Sono ascrivibili anch'esse a più mani: dall'autore delle scene più popolareggianti del vangelo dall'infanzia (ispiratosi alla miniatura campana ed influenzato da figurazioni islamiche) all'intagliatore della maggior parte degli episodi della vita pubblica (che ama volumi più dilatati ed è iconograficamente attratto dalle miniature carolingie ed ottoniane).
Nel registro superiore è ricordato il miracolo dei pani moltiplicati da Gesù, ma distribuiti allusivamente dai discepoli in quello inferiore sono contenute le scene dell'ultima cena e della lavanta dei piedi (Giovanni 13,1-15).

Pace V.,Una Bibbia in avorio. Arte mediterranea nella Salerno dell’XI secolo, Itaca, Castel Bolognese (RA) 2016
Data ultima verifica: 06/06/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GEMONA DEL FRIULI (Ud). Ultima Cena, bassorilievo in marmo.

Il Museo della Pieve e il Tesoro del Duomo sono ospitati nella canonica vecchia, edificio fatto costruire dal pievano Giovanni de’ Recalcatis nel 1360, che accoglie anche l’Archivio storico plebanale, e che è allietato da un piccolo giardino posto tra il campanile e le mura cittadine della prima cinta (sec. XII).

Nelle sale espositive sono raccolte opere di pittura e scultura di autori locali (dal sec. XIII al sec. XIX) ed arredi sacri, provenienti dalle chiese gemonesi distrutte dal terremoto e non più utilizzati dopo la ricostruzione.

Localizzazione: Museo della Pieve e Tesoro del Duomo
Autore: Sebastiano da Rio
Periodo artistico: Sec. XVII (post 1639 - ante 1654)
Note storiche: Fra il materiale scultoreo conservato nel Museo, si trova un bassorilievo di marmo in cornice architettonica di Sebastiano da Rio, risalente alla seconda metà del sec. XVII, con scolpita, nella parte superiore alla cornice stessa una Ultima Cena.
Data ultima verifica: 12/08/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GEMONA DEL FRIULI (Ud). Ultima Cena, nel Museo Civico di Palazzo Elti.

Palazzo Elti, edificato nel XIV sec., era la più bella residenza gemonese tanto che nel 1452 vi soggiornò l’imperatore Federico III, diretto a Roma per l’incoronazione.

Acquistato da Andrea Helt, della ricca famiglia di mercanti di Rauris (Salisburgo), fu per secoli residenza della sua famiglia, in seguito iscritta alla nobiltà locale.

Distrutto dal terremoto del 1876, il complesso ricostruito ospita il Museo, l’Archivio storico della Comunità e la Biblioteca Glemonense.

Localizzazione: Museo Civico, Palazzo Elti - via Bini, 9
Autore: Attribuita a Johann Conrad Wengner (1728-1806)
Periodo artistico: Sec. XVIII
Note storiche:

Il Museo accoglie dipinti di autori veneti e friulani insieme con opere di produzione oltralpina.

Gran parte di queste opere provengono dalle chiese della Beata Vergine delle Grazie e di San Giovanni in Brolo (sec. XV-XVII).

L'arte dei secoli successivi è testimoniata da un lascito della famiglia Elti e dalle opere raccolte in Austria dal pittore Luigi Fantoni (Collezione Fantoni-Baldissera, sec. XVII-XVIII).


Illustrazione opera:

Della Collezione Fantoni-Baldissera fa parte anche un dipinto (olio su tela) del XVIII sec. raffigurante una Ultima Cena, attribuita a Johann Conrad Wengner (1728-1806).

L'opera è stata oggetto di restauri nel 1971, nel 1984 e nel 1995.


Data ultima verifica: 12/08/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SAN GINESIO (MC). Collegiata di Santa Maria Assunta, Ultima Cena di Simone De Magistris, 1598

 

Simone De Magistris (Caldarola, 1538 circa – 1613) dipinse nel 1598 un olio su tela (225 × 182 cm) con l’Ultima Cena per la Cappella Vannarelli della Collegiata di Santa Maria Assunta a San Ginesio (MC), edificata nell’XI secolo.
La tela riporta l’iscrizione: “SIMON DE MAGISTRIS CALDAROLENSIS PICTVRAM ET SCVLPTVRAM FACIEBAT ANNO DOMINI MDLXXXXVIII”.
Dopo il terremoto del 2016, le opere d’arte della chiesa, che nel 2021 è ancora inagibile, sono state spostate in luogo sicuro
.


Articolo, di Marco Bona Castelletti, da ‘Il Sole 24 Ore’ del 08/07/2007 che presenta la mostra dell’artista, svoltasi a Caldarola (MC) nel 2007:

Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco. Manierista duro e puro.

A un’incursione sui colli delle Marche meridionali, volta a conoscere la pittura manieristica locale, testimoniata dal più celebre cittadino di Caldarola, il poco noto Simone De Magistris (1538-1613), non si può rinunciare sia per le fantastiche raffigurazioni messe in scena dall’eccentrico pittore caldarolese, sia per l’amenità di quei luoghi. Dedicare una mostra antologica a Simone De Magistris, oggi che il pubblico è tutt’altro che propenso alle scoperte, è un atto di coraggio che Vittorio Sgarbi, curatore di questa rassegna, ha compiuto con il sostegno di vari studiosi, fra i quali desidero ricordare Stefano Papetti, Giampiero Donnini, Maria Giannatiempo Lopez, Lorena Mochi Onori.
Il risultato dell’audace riscoperta di De Magistris, pittore manierista formatosi tra Venezia e Roma, tra Lotto e Federico Zuccai, lo si misura percorrendo la singolare sfilata di quadri specie in quelle sale del bel palazzo del cardinale Pallotta dove si addensano le grandi tele d’altare. Quella che si è una sensazione di leggera vertigine da sovraffollamento, come se i quadri qui radunati non volessero mancare a questa irripetibile occasione. Sono quadri densissimi di popolo, e tutti quelli che vi fanno parte non si riducono a “tipi”, ma spiccano per singolare e vivida caratterizzazione. I colori sono brillanti le fisionomie tra il divertito e il caricaturale, così piene di vita da rimanere impresse nella memoria, come fossero fisionomie di gente conosciuta. Pochi pittori manieristi sono in grado, al pari di De Magistris, di mantenere in così intenso equilibrio di sacro e di profano in altre parole, pochi sanno essere così intensamente popolari. Infatti egli è assolutamente sacro, per la premura devozionale di trattare i soggetti incutendo nel devoto un sano e misurato tremore, nel caricare gli atteggiamenti e le espressioni dei volti, un po’ come avviene nella plastica dei Sacri Monti alpini, ed è popolare nel tradurre il tutto nel clima di una saga di paese, dove il colore svolge un ruolo altrettanto deciso quanto l’agitazione massimi protagonisti delle fiere sono i colori sgargianti e l’affollamento, tale che è difficile farsi largo. In questa chiave di interpretazione popolare dei fatti sacri si capisce come anche i temi a più alto tenore drammatico, la Deposizione dalla croce e l’Andata al Calvario, stornino l’espressionismo cruento delle stampe nordiche da cui sono desunti, su un’intonazione più narrativa, dando vita a una sorta di Bibbia illustrata per ragazzi.

Guardate la bellissima Ultima Cena di San Ginesio del 1598: le figure, che paiono ritagliate tanto son prive di volume, si muovono come cartoni animati e variopinti ogni gesto e ogni volto è eloquente e allusivo, sì che l’osservatore fatica a starsene a distanza da quanto gli si para davanti agli occhi, ed è invece chiamato a parteciparvi in prima persona.

Simone De Magistris esce dalla mostra dedicatagli dal Comune di Caldarola come uno dei principali maestri del Manierismo italiano e appare molto più dotato di talento quanto non ci si aspettasse. Intorno a lui si muove una moltitudine di altri interessanti pittori cui è toccato in sorde di nascere, lavorare e morire in provincia, disseminando opere in località impervie e non facilmente raggiungibili, e quindi rischiando, causa il decentramento, di precipitare nell’oblio, se qualcuno non fosse preso cura di loro.

Info:
Palazzo Pallotta, Caldarola (Mc), fino al 30 settembre 2007. Catalogo Marsilio

Altre Cene del De Magistris a Matelica vedi scheda e a Sarnano, vedi scheda.

Autore: Simone De Magistris
Periodo artistico: Sec. XVI - Manierismo, 1598
Materiale illustrativo: Catalogo della mostra 2007 : Sgarbi (a cura di) , Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco. Catalogo della mostra (Caldarola, 5 aprile-30 settembre 2007), Ed. Marsilio, 2007
Data ultima verifica: 08/07/2007 - luglio 2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. L’Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Pomponio Amalteo, nato a Motta di Livenza nel 1505, ma fin da giovane abitante in San Vito al Tagliamento, dove si spense nel 1588, fu allievo e genero del Pordenone, da cui trasse l’amore per la grandiosità delle forme, per l’esasperato movimento, per l’affollamento delle composizioni.
Della sua feconda attività rimane memoria in centinaia di metri quadrati di affresco ed in decine di pale d’altare nelle chiese del Friuli e del Veneto.
L’artista entrò giovanissimo nella bottega del grande Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone, ne diviene collaboratore ed addirittura parente sposando la figlia Graziosa: per tutta la sua vita resta fedele al più famoso maestro, ricalcandone lo stile, gli schemi, i motivi, indifferente ad ogni altra suggestione, ma dotato di notevole abilità artistica, tanto da evocare nei critici conflitti di attribuzione tra genero e suocero.

UDINE. Mense e banchetti nella Udine rinascimentale LIS | Mostra al Museo Archeologico.

Video con interpretazione nel linguaggio dei segni LIS e sottotitolato per sordi, per favorire la visita alla mostra “Mense e banchetti nella Udine rinascimentale”.
Nell’anno dell’esposizione universale milanese Expo 2015, dedicata al tema “Nutrire il pianeta-energia per la vita”, il museo Archeologico dei Civici Musei di Udine, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Friuli Venezia Giulia, ha proposto la mostra “Mense e banchetti nella Udine rinascimentale”: un percorso che, partendo dalle scoperte archeologiche e dal ricco patrimonio culturale della città, illustrava cibi, libri, suppellettili e rituali dei nobili friulani tra Quattrocento e Cinquecento.
Tra le fonti utilizzate nell’ambito dell’esposizione: il ricettario del Platina, pubblicato a Cividale nel 1480 e curiosamente il primo libro a stampa noto in Friuli, e una tra le opere più importanti di Pomponio Amalteo, un olio su tela di grandi dimensioni esposto nella Galleria d’Arte Antica dei Civici Musei di Udine in cui viene rappresentata un’Ultima Cena all’interno di una sala dall’architettura rinascimentale con aspetti formali che rimandano ai rituali dell’epoca. I personaggi, ossia lo scalco, il credenziere, i paggi e gli scudieri, il cantiniere e il coppiere, e ancora gli oggetti per l’apparecchio della tavola, sono elementi secondari rispetto alla scena del sacrificio dell’Eucarestia, ma fondamentali per immaginare una cena dell’epoca, ecco perché, grazie alla multimedialità, questi stessi elementi si animano e consentono di rivivere il rituale del banchetto.
Il tema della mostra, l’alimentazione, viene raccontato anche dai reperti archeologici che restituiscono suggestivi spaccati di vita quotidiana. Vasellame da mensa, stoviglie da cucina, resti di pasto forniscono significative informazioni sulle consuetudini della tavola e su come l’alimentazione veniva concepita e vissuta nella Udine rinascimentale.
Sulla scorta delle ricerche archeologiche effettuate in città negli ultimi vent’anni dai Civici Musei di Udine e dalla competente Soprintendenza, spesso in collaborazione con la Società Friulana di Archeologia, è stato possibile ricomporre l’immagine della città medievale e delle sue successive trasformazioni.
Le indagini, generate da lavori infrastrutturali e da interventi di restauro di edifici storici cittadini, offrono una lettura articolata di quello che doveva essere il tessuto urbano tra XV e XVI secolo. Un periodo in cui Udine conosce un significativo sviluppo economico e, di conseguenza, una notevole crescita edilizia e produttiva stimolata dalle sopravvenute esigenze dei ceti elevati, desiderosi di mostrare la propria agiatezza nella sontuosità delle dimore e nella ricercatezza dei corredi da tavola. Non a caso sono questi i secoli che vedono realizzarsi la grande stagione del “graffito friulano”, una produzione ceramica che raggiunge episodi artistici di altissimo livello, come attestano le mattonelle parietali rinvenute in palazzo Ottelio, ma anche il vasellame restituito per esempio dagli scavi in piazza Venerio, presso Casa Cavazzini e residenza Palladio.

Vedi:
https://www.youtube.com/watch?v=Duqa9LujZpw

Info:
Civici Musei di Udine tel. 0432 1272591
Puntoinforma tel. 0432 1273717
http://www.civicimuseiudine.it/

Vedi anche: Udine Rinascimentale
Il Museo Archeologico dei Civici ha realizzato un percorso che, partendo dalle scoperte archeologiche e dal ricco patrimonio culturale della città, illustra cibi, libri, suppellettili e rituali dei nobili friulani tra Quattrocento e Cinquecento (viene illustrata in particolare la tavola imbandita dell’afresco raffigurante l’Ultima Cena di Pomponio Amalteo): https://www.udimus.it/video/show/12234/

Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Pomponio Amalteo
Note storiche:

Dipinta per il duomo di Udine (reca firma, data e nomi dei committenti in una scritta sullo sgabello di sinistra: PO(M)PONIVS AMALT(EVS) IOAN(NE) BAPT(ISTA) MELSIO PRIOXE/ AC ANT(ONI)O MARCHESIO CAMER(ARO) / MDLXXIIII), la grande tela passò in seguito in Municipio dove, nel secolo scorso, fu più volte 'restaurata' con pesanti ritocchi.

L'opera viene alla luce quando il Maestro ha 70 anni e rappresenta una vivace interpretazione del noto episodio biblico.


Illustrazione opera:

Il disegno preparatorio si conserva in collezione privata a Newcastle Upon Tyne.
Per nulla intimorito dalle dimensioni della tela, capace di dominare correttamente lo spazio, l'Amalteo ambienta questa affollata Ultima Cena all'intemo di una sala dall'architettura rinascimentale con arcate, pilastri e semicolonne, mensole timpanate.
Pur nella tradizionale impaginazione della scena, l'opera mostra un superamento delle statiche Ultime Cene del periodo precedente per quel serpeggiante ritmo che trascorre tra i personaggi, singoli o a gruppi, vivacemente atteggiati e 'scorciati'.
Interessante la vena descrittiva del pittore che, attenta e puntuale, indugia sulla suppellettile della tavola imbandita, sulla geometrica decorazione del panno al di sotto del bianco tovagliato, sui cibi che vengono serviti, sul cagnolino che mangia un osso e sul gatto, simboli entrambi di tradimento.
Il pittore indugia nei particolari, come la decorazione della tovaglia, le pietanze servite, i piatti di peltro nella credenza sullo sfondo, ma soprattutto rappresenta con realismo i personaggi disposti con perizia in pose scorciate e dotati di ritmo ed espressione piacevoli. Nota di colore la presenza ai piedi della mensa del gatto e del cagnolino, simbolismo del tradimento.

Al centro della scena, il sacrificio dell'Eucaristia: ultimo e supremo atto del Cristo che 'rende grazia' e si dona a tutta l'umanità. Il gesto dello spezzare il pane e l'offerta del calice del vino è quanto di più naturale possa accadere quando persone si trovano assieme in amicizia.
Veneta la matrice dell'opera, che si rifà a Tiziano nell'impostazione della scena, a Tintoretto nella positura di certi personaggi, a Pordenone o a Paris Bordon per le tipologie dei volti, ma che in definitiva 'ricicla' precedenti dipinti (il gruppo centrale con la figura del Cristo dolce e severo insieme ricalca quello affrescato nella chiesa di Lestans - PN), per servire a sua volta da modello ai pittori che verranno:
in primo luogo a Giuseppe Floreani che di lì a qualche anno dipingerà una tela con l'Ultima Cena per la parrocchiale di Remanzacco: con risultati modesti nonostante l'illustre precedente.

Info:
Olio su tela, cm. 300 x 540


Fruibilità: Sala IV della raccolta museale.
Data ultima verifica: 17/05/2007 - 12/06/2020 - 31/12/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GRECIA – CRETA. Ultima Cena di M. Damaskinos

Localizzazione: Santa Caterina di Sinai
Autore: M. Damaskinos
Periodo artistico: a. 160
Illustrazione opera:

Copia fedele di vecchia icona bizantina.

Scelta tra gli esemplari più significativi dell'agiografia bizantina, eseguita su tessuto incerto, legno e sfondo dorato, con maggior fedeltà possibile all'originale.


Data ultima verifica: 10/07/2006 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FIRENZE. Museo Statale del Cenacolo, Ultima Cena, del Perugino.

Il grande evento espositivo Perugino a Firenze, conclusosi appena tre mesi fa e visitato da oltre 30 mila visitatori, aveva segnato anche la riapertura al pubblico – dopo lunghi periodi di oblìo – del museo fiorentino del Cenacolo di Fuligno, lo straordinario affresco del Perugino – raffigurante appunto L’Ultima Cena – erroneamente attribuito a lungo a Raffaello. Ora una cospicua parte delle 52 opere allora esposte viene a costituire un nuovo museo permanente, tutto dedicato al Perugino ed alle sue botteghe: il Museo Statale del Cenacolo.

Il Granduca Leopoldo II l’aveva venduto pochi anni prima. Il Cenacolo, refettorio dell’ex-convento delle terziarie francescane di Sant’Onofrio (detto appunto di Fuligno), celava una clamorosa sorpresa. Nel 1843 la scoperta: una meravigliosa parete affrescata, si pensava allora, da Raffaello. Erano passati appena dieci anni da quando al Pantheon di Roma era stato toccato “il momento più alto nel culto di Raffaello”, con la celebrazione della ricognizione delle ossa del divino, E così il Granduca fu costretto a riacquistare gli ambienti venduti, ponendo a memoria un busto in marmo, che tuttora introduce il visitatore “al godimento di un’opera della quale […] si erge a geloso custode”: l’Ultima cena (1480-1485), ormai comunemente attribuita a Pietro Perugino e bottega. Un’opera, mai adeguatamente studiata, e ancora poco conosciuta dagli stessi fiorentini, che solo ora, dopo lunghi periodi di chiusura e orari di apertura ridotti, trova la giusta valorizzazione nel proprio contesto monumentale.

Localizzazione: Cenacolo di Fuligno, via Faenza, 40, Firenze
Autore: Perugino
Periodo artistico: 1480-1485
Illustrazione opera:

L’Ultima cena pervade, dal lunettone di fondo, tutta l’ampia sala del Cenacolo, attraendo a sé il visitatore in una suggestiva dimensione prospettica. L’allestimento, sobrio e discreto, permette di evidenziare il rapporto tra le opere, che riescono così a dialogare, davanti agli occhi del visitatore, per testimoniare non solo l’attività del Perugino a Firenze, ma anche la diffusione che il linguaggio peruginesco assunse a cavallo dei secoli XV e XVI. Chiari e sintetici i pannelli, che hanno anche il merito di aiutare il visitatore a visualizzare l’originario ambito di alcune opere, come il Polittico Mormile e la Pala di Santissima Annunziata, suggerendo percorsi che si dipanano tra chiese, conventi e musei fiorentini.


Data ultima verifica: 08/04/2006 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RAVENNA. Sant’Apollinare Nuovo, Ultima Cena.

Sant’Apollinare Nuovo venne eretta da Teodorico per il culto ariano al principio del sec. VI, passata al culto cattolico sotto l’arcivescovo Agnello (557-565), che la dedicò a San Martino, e dal sec. IX intitolata a Sant’Apollinare.

Rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, ha una semplice facciata in laterizi, adorna di una bifora marmorea cinquecentesca e preceduta da un portichetto su colonne, rifatto nel sec. XVI usando materiali antichi. E’ soprattutto celebre per i magnifici mosaici che ne ornano l’interno.

Sul fianco destro si innalza il campanile cilindrico, del sec. IX, uno dei più eleganti di Ravenna, aperto da monofore, bifore e trifore.

Dalla destra del campanile si accede al vasto interno basilicale a tre navate, divise da 24 pregevoli colonne di marmo greco dai capitelli bizantini finemente lavorati. La navata mediana è coperta da un ricco soffitto a cassettoni dorati, del 1611 (restaurato). Il pavimento attuale, di m. 1,30 più alto di quello primitivo, fu sistemato ai primi del ‘500. Sulla controfacciata si svolgeva un grande mosaico, di cui rimangono pochi frammenti, col ritratto ritenuto di Giustiniano, rifatto in parte nel 1863.

Sotto l’ottava arcata destra, l’ambone di marmo greco, del sec. VI, finemente scolpito: è retto agli angoli da 4 colonnine dello stesso marmo e da un grosso cippo nel mezzo.

Il presbiterio è limitato da una balaustra, composta da un pluteo del sec. VI e da 3 transenne marmoree lavorate a giorno. Nel mezzo sorge l’altare del sec. VI (notare gli incavi destinati a ricevere le reliquie antiche), che ha intorno 4 colonne di porfido sormontate da capitelli romani e bizantini. La sedia marmorea è romana.

Localizzazione: Ravenna, via Roma
Periodo artistico: VI sec. d.C.
Note storiche:

Le pareti laterali della navata mediana sono tutte rivestite di mosaici di straordinaria bellezza e semplicità, divisi su ogni lato in tre zone orizzontali, la gran parte risalenti a età teodoriciana, gli altri al tempo dell'arcivescovo Agnello.

La parte superiore delle due pareti, da sinistra a destra, è costituita da una serie di pannelli rettangolari con scene della vita e della passione di Cristo, alternati a quadretti raffiguranti una grande conchiglia sormontata da una croce e da due colonne.

Fra questi pannelli anche uno raffigurante la scena dell' Ultima Cena, dove Gesù viene raffigurato su uno stibadium.

Tale complesso musivo, unitamente ai pannelli della parte mediana, che appartiene a due distinti momenti, è uno degli esempi più perspicui del tramutarsi dell'arte nel sec. VI. Nelle teorie delle Vergini e dei Martiri, eseguiti al principio della seconda metà di quel secolo, l'arte bizantina raggiunge il massimo potere di astrazione e di ritmo tutto il rsto, del principio dello stesso secolo, è ancora di stile classicheggiante.

Questa è la più antica rappresentazione conosciuta dell'Ultima Cena, ispirata al tipico banchetto romano: i discepoli siedono attorno ad un tavolo a ferro di cavallo e Gesù occupa il posto d'0nore, a sinistra, ha le mani alzate come se stesse parlando e, dagli sguardi degli apostoli (quasi tutti rivolti verso Giuda all'estremità opposta del tavolo), si intuisce che ha appena annunciato l'imminente tradimento.
Data ultima verifica: 03/08/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ASCOLI SATRIANO (Fg). La scoperta durante una campagna di scavi in Puglia. Da secoli gli archeologi ne cercavano le tracce.

Nella villa di Faragola, vicino ad Ascoli Satriano, è venuto alla luce uno stibadium in muratura veramente eccezionale, costruito apposta per la sala da pranzo della villa e tutto rivestito di marmi pregiati.

Allegato: ascoli satriano.pdf

Link:
https://www.romanoimpero.com/2020/08/villa-di-faragola.html

http://www.comune.ascolisatriano.fg.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20030/idtesto/104

Autore: Cinzia Dal Maso, La Repubblica, 03/08/2005

VENEZIA. Chiesa di San Martino Vescovo, Ultima Cena di G. da Santacroce, 1549

Il parapetto dell’organo, opera del Nacchini e restaurato dal Callido, è ornato della Cena di Cristo o Ultima Cena realizzata nel 1549 da Girolamo da Santacroce, o Gerolamo Galizzi (Santa Croce, fraz. di San Pellegrino Terme BG, 1490 circa – Venezia, 1556).

La chiesa, sita nel sestiere di Castello, probabilmente fondata nel secolo VIII, fu ricostruita tra IX e X secolo. L’attuale edificio risale al Cinquecento, su progetto di Jacopo Sansovino che ruotò l’intera struttura di novanta gradi e le diede una pianta quadrata, aggiungendo due cappelle a ogni lato e il presbiterio con soffitto a volta. Terminata nel 1653; la facciata è del 1897. Interno quadrato, di semplici linee rinascimentali ma con ricca decorazione seicentesca.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Martino_(Venezia,_Castello)

https://www.treccani.it/enciclopedia/girolamo-da-santacroce_%28Dizionario-Biografico%29/

Localizzazione: VENEZIA. Chiesa di San Martino Vescovo , Campo San Martin
Autore: Gerolamo da Santacroce
Periodo artistico: 1549
Data ultima verifica: 01/11/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di San Francesco della Vigna, Ultima Cena

Chiesa costruita, su disegno di Iacopo Sansovino (1534), in una vigna donata da Marco Ziani ai Francescani, ove già un’antichissima chiesetta ricordava la leggendaria sosta fatta in questo posto da San Marco, reduce da Aquileia.

Nella prima cappella del lato destro, alla parete destra, Ultima Cena di Girolamo da Santacroce o Francesco Rizzo di Santacroce.

Localizzazione: Venezia. Chiesa di San Francesco della vigna - Campo della Confraternita
Autore: Francesco Rizzo di Santacroce o Gerolamo da Santacroce (1485 – dopo il 1545)
Periodo artistico: 1508
Data ultima verifica: 01/11/2005 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa di Santa Maria Formosa, Ultima Cena di Leandro Bassano

 

La chiesa della Purificazione di Maria, detta anche di Santa Maria Formosa, secondo la tradizione, fu eretta nel VII secolo da San Magno, vescovo di Oderzo, al quale sarebbe apparsa Maria nell’aspetto di una bellissima (‘formosa‘) matrona.

Ricostruita nelle forme attuali da Mauro Coducci (1492), prospetta sul campo con una bassa facciata ornata da lesene e statue del principio del XVII sec.

Nel transetto destro, a destra, si trova una Ultima Cena di Leandro dal Ponte detto anche Leandro Bassano (Bassano del Grappa, 1557 – Venezia, 1622)

Localizzazione: Campo Santa Maria Formosa
Autore: Leandro Bassano
Periodo artistico: 1578 ?
Data ultima verifica: 01/11/2005 - 01/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Chiesa dei Ss. XII Apostoli, Ultima Cena di Cesare da Conegliano

Telero dell’Ultima cena, di grandi dimensioni (3,50 x 5,30 metri), è conservato nella parete destra del presbiterio della chiesa.

Chiesa dei Ss. Apostoli di origine antichissima, più volte rinnovata, radicalmente nel 1575 e verso la metà del XVIII secolo.

Localizzazione: Campo Ss. Apostoli
Autore: Cesare da Conegliano
Periodo artistico: 1583
Data ultima verifica: 01/11/2005
Rilevatore: Feliciano Della Mora