SEQUALS (Pn). Chiesa di Santa Maria Assunta, affresco Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Nelle chiese del territorio della destra Tagliamento Pomponio Amalteo (1505-1588), uno degli artisti di maggiore spicco della pittura friulana del Cinquecento, ha lasciato numerosi splendidi cicli affrescati, testimonianza dell’eccellenza che egli seppe raggiungere in quest’arte.
Appartenente a una famiglia tutt’altro che modesta, la carriera del maestro, oltre che fondarsi su indiscusse capacità artistiche e organizzative, poté contare sull’appoggio di parenti influenti, uomini di chiesa e di lettere, e sulla formazione presso il più illustre pittore del tempo, Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone (1483 circa- 1539), del quale sposò la figlia Graziosa nel 1534.
Il suo linguaggio magniloquente, capace di dominare ampi spazi con imponenti scenografie architettoniche e fondali paesaggistici abitati da figure grandiose, contraddistinte da una teatrale gestualità, si dichiara profondamente debitore verso quello del maestro, del quale riprende e ripropone temi e motivi nel corso di tutta la sua lunga attività artistica.
La fortuna del pittore si affermò definitivamente dopo il trasferimento a Venezia (1535) e la morte (1539) del Pordenone, al quale fu spesso chiamato a subentrare in incarichi che questi aveva mancato di onorare, tanto che in diversi casi a lungo vi è stata incertezza attributiva e si sono ipotizzati aiuti e collaborazioni tra allievo e maestro.
A partire dal 1535 e nel corso dei due decenni successivi si susseguono a ritmo vertiginoso gli incarichi per la realizzazione di cinque importanti cicli ad affresco, una tecnica magistralmente padroneggiata, in chiese della destra Tagliamento: da Lestans a San Vito al Tagliamento e Prodolone, da Casarsa a Baseglia, presso Spilimbergo.
Il 4 aprile 1535 Pomponio sottoscrisse il contratto per l’esecuzione, nel corso dei successivi tre anni, della decorazione del coro della chiesa di Santa Maria Assunta di Lestans con Storie della vita della Madonna e di Cristo, Episodi biblici, Dottori della chiesa, evangelisti, profeti e sibille, Santi e Sante.

Bibliografia:
Amalteo, catalogo della mostra (Pordenone, Museo Civico, Centro culturale Odorico da Pordenone, 27 settembre-28 dicembre 1980), a cura di L. MENEGAZZI, Pordenone 1980.
Pomponio Amalteo Pictor Sancti Viti 1505-1588, catalogo della mostra (San Vito al Tagliamento, Chiesa di San Lorenzo, 27 settembre-17 dicembre 2006), a cura di C. FURLAN, P. CASADIO, Milano 2006.

Fonte:
http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewPercTemRicAppr.aspx?idAmb=120&idsttem=2&idTem=91

Galleria Immagini, di Marina Celegon:

Localizzazione: Sequals, fraz. Lestans
Autore: Pomponio Amalteo
Periodo artistico: XVI sec.
Note storiche: La Chiesa di Santa Maria Assunta di Lestans è menzionata come “plebem de Lestans de Soccole” in una bolla di papa Urbano III (1186) che conferma al vescovo Gionata di Concordia i possessi temporali e spirituali. Il documento attesta come, all’epoca, esistesse già all'interno del borgo fortificato un piccolo oratorio. Il campanile della chiesa, isolato rispetto all’edificio di culto, presenta un ingresso del tipo a pustierla, con piano di base alto un paio di metri rispetto all’attuale piano di calpestio. L’ingresso al campanile si apre in uno stretto pertugio che lo separa dalla chiesa, una sede del tutto anomala che ha portato a ritenere si tratti di una torre difensiva trasformata in campanile nel XVII secolo. L’antica chiesa esistente nella centa venne in gran parte coperta dall’edificio attuale. La chiesa di Santa Maria viene citata nel testamento di Venuto di Spilimbergo (1330), dove si prevede la cessione alla chiesa stessa di un terreno nella villa di Sequalsi e, ancora, nel 1380 in un legato nel Catapan della parrocchia. Filiazione della Pieve di San Pietro di Travesio, chiesa madre di tutta la zona collinare tra Tagliamento e Meduna. Lestans mantenne i rapporti di dipendenza dalla matrice per molti secoli, e ancora nel 1512 risultava unita a Travesio. La chiesa subì diverse modifiche nel corso dei secoli. Sugli stipiti dei portali si trovano le date del 1504 e 1520 e nell’abside quella del 1532, che attestano il periodo nel quale la chiesa subì notevoli ampliamenti e restauri acquisendo l’aspetto di un edificio gotico a navata unica, con abside quadrata coperta da volta a crociera, secondo il tradizionale modello delle chiese friulane del periodo. Tra il 1810 e il 1825 la chiesa venne nuovamente trasformata, con l’interno a tre navate, con la centrale più ampia, scandite da colonne e archi a tutto sesto. L’edificio, che all’epoca era già in precarie condizioni, venne gravemente danneggiato dal sisma del 1976 e dopo un primo intervento eseguito dopo il sisma, un restauro conservativo permise nel 1981 la riapertura al culto della chiesa. Oggi si presenta con facciata che culmina in un timpano con oculo. Ai lati del portale d’ingresso due alte paraste di ordine ionico poggiano su un basamento, al centro in alto al di sopra del portale d’ingresso si apre un rosone. L’interno si presenta a tre navate, frutto del rifacimento avvenuto tra il 1810 e 1825. L’abside centrale ha invece conservato la tradizionale struttura di fine '400 con pianta quadrata sormontata da volta a crociera.
Illustrazione opera: L’elemento di maggior pregio all’interno della chiesa è il grande ciclo affrescato nell’abside. La sua decorazione era stata affidata a Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone nel 1525, ma venne di fatto realizzata da Pomponio Amalteo (1505-1588), che si ritiene abbia utilizzato, almeno in parte, i disegni preparatori del Pordenone. Pomponio Amalteo, nato a Motta di Livenza, si era trasferito nel 1536 a San Vito al Tagliamento, dove rimase fino alla morte. Genero, discepolo e collaboratore del Pordenone nel 1539 alla scomparsa del maestro si trovò a portare a termine le opere già iniziate dal suocero o a realizzare quelle a lui commissionate non ancora iniziate. È quest’ultimo il caso dell’importante ciclo di affreschi che copre pareti e volta del coro della parrocchiale di Lestans, la cui esecuzione venne completata dall’Amalteo intorno al 1546. Come pittore, Pomponio fu fecondissimo: di lui ancor oggi rimangono numerosissimi dipinti a cavalletto, per la quasi totalità di soggetto sacro, oltre ad alcuni vasti cicli d’affreschi. Dopo il terremoto del 1976, a seguito del cedimento della volta, gli affreschi subirono forti danni e numerosi frammenti della decorazione caduti sul pavimento della chiesa vennero salvati dalle macerie. Dopo un primo intervento di messa in sicurezza eseguito dopo il sisma, gli affreschi sono stati sottoposti ad un accurato restauro tra il 2018 e il 2019. Al presbiterio si accede attraverso un arco trionfale a tutto sesto. Il coro è interamente decorato con immagini raffiguranti episodi delle Sacre scritture. Il tema del ciclo è quello della Redenzione profetizzata e realizzata. Sulle pareti l’artista crea un legame tra gli ultimi significativi momenti della vita di Gesù ed importanti episodi della vita della Vergine. Una caratteristica del ciclo di Santa Maria è costituita dall’ampio spazio riservato ai motivi a grottesche (uccelli, sfingi alate, trofei, anfore, racemi vegetali, finti cammei ecc.) disseminati lungo i costoloni della volta e nelle fasce che delimitano gli episodi nelle lunette. Sui piedritti dell’arco presbiteriale si vedono i Santi Giovanni Battista e Rocco, nel sottarco otto sante: Santa Lucia con gli occhi sul piatto, Santa Agnese con l’agnello, Santa Barbara con la torre, Sant’Agata con mezzi seni, Santa Dorotea (probabile) con cestello di fiori, Santa Caterina di Alessandria con la ruota e Santa Apollonia. Nelle vele della volta compaiono l’Incoronazione della Vergine e figure di Sibille, Profeti, Evangelisti e Dottori della Chiesa. Sopra i costoloni che dividono la volta in piccole scene dei putti giocano con animali. Ai margini delle figure principali si vedono angeli musicanti. La decorazione sulle pareti si snoda in senso orario e in fasce sovrapposte che vanno lette dall’alto verso il basso e sempre a partire dalla parete sinistra. Il richiamo alle origini raccontate nell’antico testamento è contenuto nei cerchi inseriti tra le lunette. Sulla parete sinistra la Creazione di Eva dal fianco di Adamo con Dio che benedice i progenitori, sulla parete di fondo la Cacciata dal Paradiso Terrestre e su quella di destra Caino che uccide Abele. Le lunette contengono storie della vita della Vergine. Sempre iniziando dalla parete sinistra nella lunetta di sinistra si vede un angelo che invita Gioacchino a riprendere con sé la moglie Anna annunciando la nascita della Vergine, episodio narrato nei vangeli apocrifi, e in quella di destra la Nascita della Vergine. Sulla Parete di fondo a sinistra la Presentazione al tempio di Maria e, a destra, Il matrimonio della Vergine con San Giuseppe all’interno di una bellissima architettura. Sulla Parete destra a sinistra la Natività di Gesù e a destra Gesù che conforta le sorelle di Lazzaro. Nella fascia sottostante sulla parete di sinistra si vede una grande figura del re Davide, vestito all’orientale e con turbante, mentre suona una viola da gamba seduto su un alto basamento. A destra si estende un’ampia raffigurazione dell’Ultima Cena con Cristo seduto sotto un ricco baldacchino e circondato dai suoi discepoli. Giovanni dorme teneramente appoggiato sul petto di Gesù secondo un’insolita iconografia. Sopra l’intera scena corre un fregio con putti e festoni. Sulla parete di fondo, parzialmente nascosti dall’altare maggiore, vi sono a sinistra Cristo nell’orto degli Ulivi e a destra Pilato che presenta Cristo al popolo (“Ecce homo”). Sulla parete destra a sinistra della finestra si vede la Deposizione nel sepolcro e a destra la Resurrezione. Nello sguincio della finestra gotica sono presenti mezze figure dei Santi Lorenzo e Sebastiano ed altre decorazioni. L’altare maggiore barocco (1755-58) è opera di Sebastiano e Giacomo Peschiutta. Realizzato in marmo bianco, con un bassorilievo con l'Assunzione della Vergine tra angeli e due statue di angeli ai lati, si staglia sul fondale costituito dagli affreschi dell’Amalteo. L’altare di S. Antonio da Padova, di Silvestro e Giuseppe Comiz (1758-59), ospita la statua lignea del santo della fine del XIX secolo. Simile è l’altare della Vergine del Rosario. Il pittore locale Valentino Belgrado, attese al restauro degli affreschi del coro (1705) e alla pittura delle specchiature della copertura lignea del cinquecentesco fonte battesimale in pietra. Firmate e datate recano le immagini del Battesimo di Cristo e dei Santi Antonio di Padova, Valentino, Pietro e Francesco. Bibliografia: - Goi Agnese La chiesa di Santa Maria Assunta in: Sot la Nape, a. 68, n. 2 (avrîl-jugn 2016) - Goi Agnese, Goi Paolo. Le chiese di Lestans. Deputazione di Storia Patria per il Friuli. Udine 2013 - Miotti Tito. Castelli del Friuli. Feudi e giurisdizioni del Friuli occidentale. Del Bianco 1980 - Per la centa vedi scheda archeocarta SEQUALS (PN), fraz. Lestans. Centa link https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/sequals-pn-fraz-lestans-centa/ - Pomponio Amalteo in Dizionario biografico dei friulani https://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/amalteo-pomponio/ - Sito Istituto Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewPercTemRicAppr.aspx?idAmb=120&idsttem=2&idTem=91 - Sito Chiese italiane http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedacc.jsp?sercd=65761&sinteticabool=true&pref=cs Indirizzo: Via della Chiesa, 21, 33090 Sequals PN
Fruibilità: la chiesa è aperta in occasione delle funzioni
Data ultima verifica: Marzo 2022
Rilevatore: Marina Celegon

PONTEDASSIO (Im). Santuario della Madonna della Neve a Villa Guardia, gruppo scultoreo rappresentante l’Ultima Cena.

L’antico Santuario della Madonna della Neve sorge nella localita’ di Villa Guardia a 3 km da Pontedassio; e’ uno dei più interessanti della Valle Impero; costituisce la parrocchiale dedicata a S. Marco, che fu cancellata dalla tremenda frana dopo una violenta pioggia nel 1802.
L’attuale parrocchiale della Madonna della Neve e’ una costruzione anteriore al 1580.
L’ingresso principale e’ inquadrato da un portale in ardesia datato 1606.
L’interno e’ a tre navate suddivise da colonne binate, con cupola sopra l’altare maggiore.
Sopra il portale il basso rilievo con la Madonna col bambino, s. Sebastiano e s. Andrea.
Oggetto della devozione popolare e’ la statua della Madonna dei Miracoli col bambino in braccio opera probabile del Mirano, e’ posta sull’altare maggiore entro cornice modellata e reca in un cartiglio la scritta “Regina Miraculorum”. E’ stata benedetta il 4 agosto 1640.
Di fronte al Santuario si trova l’Oratorio S. Carlo Borromeo (1858) che e’ la trasformazione dell’antica chiesa della “Madonna dei Miracoli”, di cui rimane il campanile (sec.XV).
La primitiva chiesa parrocchiale dedicata a San Matteo sorgeva all’inizio dell’abitato ed e’ scomparsa anche essa con la frana del 1802.
In ricordo e’ stata costruita nello stesso punto la chiesetta di San Matteo che si festeggia il 21 settembre nella ricorrenza di san Matteo, che è sempre patrono della chiesa parrocchiale.
Il Cenacolo (sec.fine XV – inizio XVI), gruppo scultoreo esposto permanentemente nel Santuario, si affaccia con un’arcata a ridosso della navata destra e rappresenta il momento in cui Gesù afferma dinanzi agli Apostoli che uno di loro, quella sera stessa, lo avrebbe tradito.
Trattasi di una rarissima replica a tre dimensioni del Cenacolo dipinto da Leonardo da vinci.

 

USA – NEW YORK. The Metropolitan Museum of Art, Ultima Cena di Ugolino di Nerio

Ugolino di Nerio (Siena, 1280 circa – 1330-1335) è stato un pittore italiano attivo a Siena del quale si hanno notizie solo dal 1317 al 1327.
Insieme a Segna di Bonaventura fu il più fedele dei seguaci di Duccio di Buoninsegna.
È stato un pittore molto fecondo e di grande fama, che ha contribuito all’affermazione della pittura senese a Firenze con commissioni prestigiose per gli altari maggiori delle due principali basiliche, Santa Maria Novella e Santa Croce, in contemporanea con il ritorno in città di Giotto, che proprio a Santa Croce aveva creato attorno a sé una scuola indipendente.
Nato presumibilmente a Siena attorno al 1280, fece parte di una famiglia di pittori con il padre Nerio e i fratelli Guido e Muccio pure artisti.
Il Vasari gli dedica un cenno nelle sue Vite, pone come data di morte il 1349.
L’unica sua opera firmata è un polittico datato 1325 per l’altare maggiore della basilica di Santa Croce a Firenze, oggi smembrato e disperso in vari musei stranieri.
Sulla base dello studio di questa opera gli è stata attribuita una folta serie di lavori ed è stato ricostruito il suo percorso artistico a partire dalla collaborazione con Duccio alla celebre Maestà della Cattedrale di Siena (1308-1311), oggi al Museo dell’Opera metropolitana del Duomo, nella quale la mano dell’allievo è stata riconosciuta nei busti degli apostoli della parte superiore.
L’altare di Santa Croce non fu un episodio isolato, ma fu la più importante commissione in una serie di opere che i francescani gli affidarono: oggi sono stati individuati almeno otto polittici smembrati in vari musei o sopravvissuti solo come frammenti riconducibili al suo stile e frutto di tali commissioni come gli scomparti con San Pietro e San Francesco, sempre nella chiesa della Misericordia di San Casciano Val di Pesa che probabilmente facevano parte di una replica in tono minore del grande polittico di Santa Croce.

L’Ultima Cena è una tavola di cm 40.3 × 57.8 proveniente dal Polittico smembrato di Ugolino da Siena già sull’altare maggiore della Basilica di S. Croce a Firenze, ora al The Metropolitan Museum of Art, New York (NY) (New York, Stati Uniti d’America).
Specifiche inv. 1975.1.7, Robert Lehman Collection
Localizzazione precedente Collezione R. Lehman, New York (NY) (New York, Stati Uniti d’America)
Localizzazione precedente D.M. Koetser, New York (NY) (New York, Stati Uniti d’America)
Localizzazione precedente Basilica di S. Croce, Firenze (Toscana, Italia).

MODENA. Duomo, rilievo dipinto marmoreo del parapetto con l’Ultima Cena.

La cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta in Cielo e San Geminiano è il principale luogo di culto della città di Modena, chiesa madre dell’arcidiocesi di Modena-Nonantola.
La cattedrale è stata edificata dall’architetto Lanfranco nel sito del sepolcro di san Geminiano, patrono di Modena, dove in precedenza, a partire dal V secolo, erano state già erette due chiese.
L’antica Mutina era una fiorente colonia romana sulla via Emilia, che nell’alto medioevo era andata quasi completamente distrutta a causa di invasioni, terremoti e di alluvioni, tanto che gli abitanti erano stati costretti ad abbandonare la città per trasferirsi in una località longobarda dotata di mura, che prese il nome di “Cittanova”, oggi frazione del comune di Modena.
Nella metà dell’XI secolo la prima chiesa venne sostituita da una più grande, la quale tuttavia, per le scarse capacità dei costruttori, minacciava di crollare già verso la fine del secolo, quando il popolo decise di costruirne una nuova.
In quel periodo, caratterizzato dalla lotta fra papato e impero per l’investitura dei vescovi, la città, pur facendo parte dei domini di Matilde di Canossa, era stata governata saldamente dal potente vescovo Eriberto, che però fu scomunicato nel 1081 da Gregorio VII per le sue simpatie per l’antipapa Clemente III e per l’imperatore.
Il popolo, che avvertiva la necessità di mettere mano a una nuova chiesa, approfittando anche dell’assenza del vescovo, decise di costruire una nuova grande cattedrale, cosicché quando il nuovo vescovo Dodone, nominato pur con qualche difficoltà nel 1100 da papa Urbano II, riuscì a farsi accettare da tutti e giunse a Modena, trovò il cantiere del nuovo Duomo già aperto.
Il Duomo rappresenta il simbolo della rivendicazione di autonomia e libertà di una comunità devota ma insofferente allo strapotere sia imperiale che ecclesiastico, che sfociò qualche tempo dopo nella costituzione del libero Comune (1135).
Una lapide murata all’esterno dell’abside maggiore riporta come data di fondazione della nuova cattedrale modenese il 23 maggio 1099, e indica anche il nome dell’architetto, Lanfranco, maestro ingenio clarus […] doctus et aptus […] operis princeps huius rectorque magister (“famoso per ingegno, sapiente e esperto, direttore e maestro di questa costruzione”).
La nuova cattedrale, secondo il documento di poco successivo al 1106 della Relatio de innovatione ecclesie Sancti Geminiani (del canonico Aimone di Modena, conservato nell’Archivio Capitolare), fu voluta dalla popolazione (quindi non solo dagli ecclesiastici) al posto della precedente chiesa, terminata appena trent’anni prima e situata in posizione sfasata, più o meno con le absidi dove oggi si trovano la facciata e la prima parte della navata.
Lanfranco venne a Modena accompagnato da un gruppo di valenti muratori e lapicidi (i cosiddetti Maestri comacini, cioè provenienti da località del lago di Como) che si misero subito al lavoro.
A Lanfranco si dovette affiancare presto lo scultore Wiligelmo, ricordato da un’analoga lapide sul lato opposto della chiesa, il quale non solo lavorò assieme ai suoi allievi e seguaci alla decorazione scultorea della chiesa, ma forse si occupò anche dell’architettura, iniziando i lavori dalla facciata, mentre Lanfranco (o comunque un altro gruppo di lavoro) partì dalle absidi.
Per la costruzione del duomo attuale vennero usati in parte materiali ricavati dai ruderi di edifici di epoca romana. Quando ormai le fondazioni avevano raggiunto la superficie del suolo, ci si accorse che i materiali raccolti non sarebbero bastati per l’intera costruzione, ma, come afferma il cronista Aimone, “per divina ispirazione” si cominciò a scavare poco lontano dal cantiere mettendo in luce inaspettatamente una necropoli romana ricca di pietre e di marmi che, levigati o scolpiti, vennero utilizzati nella costruzione dell’edificio.
I lavori edili andarono avanti alacremente procedendo nel frattempo la demolizione di parti della vecchia cattedrale per fare posto alla nuova, sicché nel 1106 la costruzione era già coperta e si poté traslare il corpo del Santo patrono da ciò che restava ancora della vecchia chiesa dove era sepolto, alla cripta della nuova basilica.
A Lanfranco e Wiligelmo subentrarono a partire dal 1167 alcuni seguaci e le maestranze campionesi, provenienti anch’esse dal nord della Lombardia, precisamente da Campione d’Italia.
I Maestri campionesi erano stati chiamati per completare la cattedrale e, soprattutto, per costruire la torre campanaria. A loro si devono buona parte delle decorazioni interne.
Ai Maestri campionesi sono anche attribuibili gli Arcangeli Gabriele e Michele posti uno alla sommità del tetto della facciata e l’altro su quello dell’abside centrale. L’attività dei Campionesi continuò per tre generazioni, come testimonia nel 1322 la realizzazione del pulpito interno da parte di Enrico da Campione. Poiché le cronache registrano nel 1319 il compimento a opera dello stesso Enrico da Campione della cuspide della Ghirlandina, si può datare intorno alla metà del XIV secolo la partenza dalla città dei Campionesi.
Gli interventi successivi più importanti sono nel XV secolo.
Nel XVIII secolo venne modificata l’abside centrale della cripta, entro cui si trova il sepolcro di San Geminiano.
La chiesa è a tre navate prive di transetto e con un presbiterio (l’area dove si trova l’altare liturgico) in posizione sopraelevata, che suggerisce la presenza della cripta. A ciascuna navata corrisponde un’abside. La copertura era anticamente a capriate lignee e venne sostituita con volte a crociera a sesto acuto soltanto durante il XV secolo. Presenza anche di un finto matroneo che ha la funzione di alleggerire la struttura, il quale riprende il motivo della loggia percorribile all’esterno. Sopra il matroneo vi è un cleristorio molto alto per rinforzare le volte a crociera. Infine il presbiterio è rialzato rispetto alla cripta, creando un pontile realizzato da maestri campionesi. La navata centrale presenta quattro grandi campate, di lunghezza doppia rispetto a quelle nelle navate laterali (che sono quindi otto).
Le pareti che separano le navate sono scandite da archi a tutto sesto, poggianti su pilastri compositi alternati a colonne, e articolate da triplici arcate nel triforio, dove si simula un matroneo inesistente ripreso da modelli carolingi e ottoniani, e strette finestre nel cleristorio, dalle quali filtra la luce.
Le sculture del Duomo di Modena sono parte integrante del complesso monumentale e costituiscono la più importante testimonianza del rinascere dell’arte scultorea su scala monumentale in Italia, punto di partenza per i successivi sviluppi artistici nel Nord-Italia e oltre. I rilievi di Wiligelmo ne fanno il caposcuola della scultura romanica in Italia.
Come altre grandi cattedrali romaniche o gotiche, il duomo di Modena è stato definito “la Bibbia di pietra” o “la Bibbia dei poveri”, perché, coi suoi simboli e le sue decorazioni scultoree, consentiva ai poveri e a tutti gli analfabeti di ricevere l’istruzione religiosa.
Nella narrazione figurata “si prediligono fatti dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento accostati in un parallelismo che è cardine dottrinario della riforma partita da Cluny”.
La facciata è dominata dalla decorazione marmorea plastica dovuta in gran parte a Wiligelmo che scolpì i quattro grandi rilievi con le Storie della Genesi, un tempo allineati molto probabilmente ai lati del portale centrale (dove ne sono collocati ancora due) e poi spostati con l’apertura dei portali laterali (gli altri due infatti sono al di sopra delle porte laterali). Le quattro scene, rappresentate sotto una galleria di archetti talvolta sorretti da colonnine nello sfondo, si leggono da sinistra a destra e sono: Creazione dell’uomo, della donna e peccato originale, Cacciata dal Paradiso Terrestre, Sacrificio di Caino e Abele, uccisione di Abele e rimprovero divino, Uccisione di Caino, l’arca del diluvio, uscita di Noè dall’arca.
Sono attribuiti a Wiligelmo anche altri rilievi: I Cervi che si abbeverano alla fonte, Il rilievo con animali fantastici e una figura umana nuda che cavalca un mostro, I capitelli al livello della loggetta che, invece delle decorazioni fogliacee tradizionali, hanno motivi figurati con teste di animali, teste e mascheroni di uomini e donne e telamoni ricurvi sotto il peso del pulvino.
Anche la decorazione del portale centrale è certamente di Wiligelmo. Tra le raffigurazioni c’è quella di un tralcio di vite abitato che si sviluppa sugli stipiti, sull’architrave e sull’archivolto a simboleggiare che il fedele sta entrando nella “vigna del Signore”, cioè nella redenzione.
All’interno degli stipiti sono le dodici figure di profeti che previdero la venuta di Cristo e sono simboli delle fondazioni della Chiesa; pregevoli i telamoni alla base degli stipiti, i capitelli delle semicolonne elicoidali e i profeti Enoc ed Elia che sostengono l’iscrizione dedicatoria della chiesa. Sempre di questo scultore sono i due genietti alati appoggiati su fiaccole rovesciate, certamente ripresi da modelli dell’antichità che egli doveva aver visto sui sarcofagi riemersi dalla necropoli romana, simboli funerari della morte e del lutto; accanto a quello di sinistra un uccello, che viene identificato con l’ibis, simbolo del cattivo cristiano, o col pellicano, che si richiama alla resurrezione di Cristo.
Dopo Lanfranco e Wiligelmo, tra il XII e il XIV secolo il Duomo fu abbellito dai ripetuti interventi architettonici e scultorei di Anselmo da Campione e dei suoi allievi, tra cui il suo abiatico Arrigo da Campione.
L’ambone, opera di Anselmo, consta di un pontile aggettante sorretto da colonne che a loro volta poggiano su telamoni seduti e curvi (simbolo di uomini di fede che sorreggono la chiesa) e da leoni stilofori che sono accucciati sulle loro prede ribelli (quelli più esterni simbolo del Cristo giudice che punisce i peccatori impenitenti) o su cavallo e cavaliere mansueti (quelli più interni simbolo del Cristo giudice che protegge le anime che cercano la sua protezione). I capitelli di tre delle 10 colonne a sostegno del pontile si rifanno ideologicamente all’aspettativa di salvezza con il sacrificio di Abramo, il martirio di San Lorenzo e Daniele nella fossa dei leoni. Altri due capitelli indicano aquile pronte a spiccare il volo, simbolo di Cristo che salva le anime. Gli altri cinque capitelli recano motivi vegetali.
Le quattro mensole che sostengono il pontile più internamente riportano telamoni, Sansone che smascella il leone (esterno destro) e un Leone che divora un peccatore (esterno sinistro). Questi ultimi rappresentano, rispettivamente, il virtuoso che sconfigge il male e il peccatore che si lascia divorare dal male. Sotto le mensole ci sono due bassorilievi raffiguranti Giuda che riscuote i denari e Pietro che rinnega Gesù Cristo, raffiguranti rispettivamente il peccatore impenitente e quello pentito.
Le sculture che esaltano le capacità scultoree dei Campionesi sono nei rilievi che ornano l’ambone con le figurazioni dei dottori della Chiesa in atto di scrivere su ispirazione di un angelo o di una colomba, simbolo dello Spirito santo, dei simboli degli Evangelisti, di Cristo in maestà e di Cristo che risveglia gli apostoli nel Getsemani. Ma le opere che attraggono l’occhio del visitatore sono i rilievi marmorei dipinti del parapetto – o pontile-, ripristinato nelle sue forme originarie dal grande restauro dei primi anni del Novecento, raffiguranti scene della Passione di Gesù: la lavanda dei piedi, l‘Ultima Cena, il bacio di Giuda, la cattura di Cristo, il giudizio di Pilato, il Cireneo che porta la croce.
Di queste sculture non è noto l’autore che viene quindi chiamato Maestro campionese della Passione. Il suo stile viene accostato a quello dei contemporanei scultori provenzali, così come quello degli allievi di Wiligelmo è avvicinato agli scultori borgognoni. (1)
La cripta è una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate, cui si accede dalla navata centrale del Duomo scendendo alcuni gradini. Ad eccezione della parte con il sepolcro di San Geminiano modificata nel 1700, è rimasta inalterata da quando venne costruita tra il 1099 e il 1106.
Vi si trova la Madonna col Bambino, una servetta e due santi, forse raffiguranti i coniugi Porrini committenti del gruppo di terracotta dipinta di Guido Mazzoni del 1480. È detto gruppo Porrini o, anche, Madonna della Pappa per il gesto familiare della goffa fantesca che soffia su una ciotola per rendere la temperatura della pappa al giusto valore prima di darla al Bambino. Notevole è l’originalità del tema trattato e il realismo delle figure di dimensioni uguali al vero.
Sono da ammirare i capitelli delle numerose colonne, tutti diversi per forma e dimensioni: pochi sono in stile corinzio, gli altri sono con leoni, sirene, animali fantasiosi e uno con la Storia di San Lorenzo. Alcuni caratteri formali li assimilano alla scultura preromanica lombarda, si può quindi concludere che sono opera dei lapicidi che scesero a Modena al seguito di Lanfranco, i cosiddetti Maestri Comacini.

Immagini in parte tratte da
https://www.italianways.com/it/la-passione-di-gesu-sullambone-del-duomo-di-modena/

Note storiche: (1) “Per lungo tempo si è ritenuto che il pontile modenese fosse opera dei Maestri Campionesi; tuttavia la cronologia dell’opera, realizzata tra il 1165 e il1184, ha recentemente indotto gli studiosi a ritenerlo piuttosto opera di un gruppo di maestri padani prossimi agli scultori che lavorarono al Battistero di Parma. … Un’aggiunta successiva ormai duecentesca - e riferibile alla fase campionese - deve essere invece considerato l’ambone con Cristo, i simboli degli Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Grazie al restauro del 1984 è stata recuperata la coloritura antica che ornava le sculture.” da: http://www.unesco.modena.it/it/organizza-la-tua-visita/link-cattedrale/pontile

FINALE LIGURE, fraz. Perti (SV). Chiesa di Sant’Eusebio con dipinta una Ultima Cena.

Tra le chiese più antiche del Finale è quella dedicata a S. Eusebio a Perti. Risultato di diversi rimaneggiamenti, particolarmente in epoca barocca, la sua fondazione dovrebbe risalire al X o XI secolo.
All’interno si trova la cripta romanica con vele sostenute da colonnine poligonali dai rustici capitelli sagomati.
Del XIV secolo è invece l’abside poligonale che termina nel singolare campanile a vela quattrocentesco con archetti gotici e croce realizzata con loggioni e scodelle ceramiche spagnole datate al XV secolo.
La costruzione attuale risale al XIII secolo e presenta un’abside poligonale sovrapporta a quella di cui si è detto.
La necropoli romana adiacente, scoperta negli anni 1955-56, ha restituito corredi tombali risalenti al IV e V secolo d. C. che dimostrano la presenza di un vicus romano ed ora sono esposti nel Museo Archeologico del Finale.
Nel 1979 è stato scoperta, nell’area archeologica attigua, la più antica testimonianza epigrafica legata alla diffusione del cristianesimo ritrovata nell’area ligure-piemontese: un tegolone graffito d’uso funerario datato 362 d.C che riporta una iscrizione per Lucius, un bambino di nove anni.

All’interno della chiesa è presente un dipinto su tela, di autore ignoto, raffigurante l’Ultima Cena.

La chiesa è aperta in occasione delle funzioni religiose.

Info:
Strada Provinciale 17, 26, 17024 Finale Ligure (Sv)

Scheda compilata il 1 ottobre 2019

Autore: Valter Bonello

FIRENZE. Museo di Santa Maria Novella, Cenacolo di A. Allori, 1585-97.

 

Il Cenacolo di Santa Maria Novella è un complesso decorativo composto da un olio su tela dell’Ultima Cena e un affresco con Storie di Mosè (310×520 cm) di Alessandro Allori, databile al 1585-1597 circa e conservato nel Museo di Santa Maria Novella a Firenze.
Il grande refettorio del convento domenicano era in antico decorato da una Madonna col Bambino e santi della scuola di Agnolo Gaddi. Per rinnovare l’ambiente e non distruggere la venerata pittura, i frati commissionarono all’artista ormai maturo una serie di affreschi da corredare, al centro, da una tela con l’Ultima Cena che fosse solamente appoggiata alla parete. Sebbene il piano iconografico fosse stabilito dall’inizio, come dimostra un disegno con la prima idea per tutto il complesso, la tela fu dipinta per prima e gli affreschi aggiunti in un secondo momento.
L’opera è una delle redazioni più originali del tema dell’Ultima cena a Firenze, che ha una lunga tradizione nella decorazione dei conventi, fin dal XIV secolo.
Allori, che aveva già dipinto questo tema ispirandosi molto strettamente al cenacolo di Andrea del Sarto, rivoluzionò il tema, movimentando la tradizionale tavolata, con la mensa per lungo parallela al piano della parete, con le figure degli apostoli, che si alzano e si piegano in avanti verso il Cristo al centro, valorizzando l’insolita forma dell’opera, rettangolare ma dotata di due appendici semicircolari sui lati brevi. Oltre che all’annuncio del tradimento, che sconvolge gli Apostoli, la scena sembra includere anche il tema dell’istituzione dell’eucaristia, a cui allude il calice di vino sollevato da Cristo.
Sullo sfondo scuro e geometrico, con due colonne tortili, si stagliano i colori brillanti delle vesti degli apostoli, spesso accordate a toni setosi e cangianti, e arricchite da pieghe frastagliate. Evidente è anche il fasto del Cinquecento maturo, col moltiplicarsi delle vivande, dei vasellami e dei servi.

L’Allori dipinse nel 1582 altre due “Ultime Cene”, un affresco a Firenze vedi scheda  e una tela ora a Bergamo vedi scheda.

 

Fonte: www.wikipedia.it

Localizzazione: FIRENZE. Cenacolo di Santa Maria Novella
Autore: Alessandro Allori
Periodo artistico: 1585-1597

FIRENZE. Cenacolo di Andrea del Sarto a San Salvi.

Il Cenacolo è un grande affresco (525×871 cm) di Andrea del Sarto, databile al 1511-1527 circa e conservato nel Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto, vicino alla chiesa di San Salvi, a Firenze.
L’opera è stata realizzata in larga parte tra il 1520 e il 1525. La commissione risaliva addirittura al 1511, quando l’abate vallombrosano Ilario Panichi incaricò l’artista allora giovanissimo, fornendogli i primi pagamenti. Inizialmente l’artista dipinse il sottarco, con l’aiuto di Andrea di Cosimo Feltrini per le grottesche e probabilmente del suo collega di bottega Franciabigio per le figure dei santi.

sarto

Andrea del Sarto, disegno preparatorio

Sospesi i lavori per più di quindici anni, tra le varie vicende biografiche dell’artista, nel 1527 venne richiamato ad affrescare l’Ultima cena vera e propria, completata in sessantaquattro giornate. L’artista, al pieno della maturità, aveva nel frattempo accentuato l’intensità devozionale dei soggetti e sviluppato importanti ricerche sul colore.
Nel 1534 il monastero divenne femminile e allora venne introdotta una rigida clausura che rese l’opera di fatto invisibile fino alle soppressioni. Ne esistevano però diverse copie, tra cui quella di Ridolfo del Ghirlandaio in Santa Maria degli Angeli e quella di Alessandro Allori nel Carmine.
Si trova sulla parete di fondo del refettorio opposta all’entrata, e occupa tutto il registro superiore della parete, al di sotto dell’arco della volta.
Nel sottarco, tra grottesche e riquadrature, si trovano cinque medaglioni San Giovanni Gualberto, San Salvi, la Trinità (al centro, al posto della più tradizionale Crocifissione), San Bernardino degli Uberti e San Benedetto.

Andrea del Sarto, dettaglio

In una stanza, con un lungo tavolo parallelo alla parete, gli apostoli stanno seduti, sconvolti dall’annuncio del tradimento appena pronunciato da Gesù. Nella scelta del momento il Sarto si ispirò a quanto fatto da Leonardo da Vinci a Milano, sebbene le sue figure gesticolano ma stanno composte al loro posto, nel solco di Ghirlandaio.
La parte più originale, che anticipa alcune invenzioni teatrali della seconda metà del secolo, è quella superiore dove l’artista rappresenta una terrazza con passaggi architravati, dove due personaggi, sullo sfondo di un cielo al tramonto, assistono alla scena. Si tratta di una piccola scena di genere, poiché uno dei due tiene un vassoio ed è quindi un servitore della locanda, mentre l’altro, con le braccia saldamente appoggiate alla terrazza come se avesse appena finito di sbirciare giù, rivolge lo sguardo verso di lui, ruotando la testa di profilo.
Giuda, come già fece Leonardo, non è separato come tradizione dagli altri, volgendosi di spalle, ma è alla destra di Gesù, fedelmente al testo evangelico di Giovanni con la mano sul petto a dimostrare la sua incredulità, mentre riceve da Gesù un pezzo di pane inzuppato. Alla sinistra di Cristo è posto il suo discepolo prediletto, Giovanni, che si protende verso di lui come per poter ascoltare meglio le sue parole, mentre Gesù gli riserva un gesto di affetto tenendogli la mano e guardandolo con un’espressione rassicurante. La figura di Cristo appare così isolata al centro, tra lo sconcerto legato alle sue parole che si propaga fino alle estremità del lungo tavolo, nel commosso ma misurato gesticolare degli apostoli.

Andrea del Sarto, dettaglio

Il colore è brillante, ma i toni selezionati non sono quelli primari della tradizione quattrocentesca (rossi, azzurro, gialli intensi), ma piuttosto mezze tinte che danno un senso di leggero stridore: violetto, verdognolo, arancio, turchese, ecc. Numerosi effetti cangianti, come nella veste di Giuda, impreziosiscono ulteriormente la pittura. Tale cromia, tipica dell’artista, era la sua interpretazione della crisi che animava la pittura in quegli anni, ispirando una pittura con gli schemi del passato. Anche le pose ricercate, sebbene non interessate dalle distorsioni e dalle esasperazioni antomiche, di altri colleghi dell’artista (Pontormo e Rosso in primis), scegliendo tra atteggiamenti insoliti. La gamma dei sentimenti espressa varia dalla sorpresa, allo sconforto, all’angoscia, all’interrogazione reciproca, al dubbio di sé, pur senza arrivare alla drammaticità dell’insuperato modello leonardiano.
Un largo uso del chiaroscuro dà l’idea del movimento delle vesti e della plasticità delle figure.
Nella parte sottostante l’opera era stata realizzata una copertura della parete con pannelli di legno intagliati che in epoca imprecisarta andarono perduti, venendo sostituiti con una decorazione pittorica che crea l’effetto di specchiature lapidee.

Bibliografia:
– Silvia Melino Trkulja, I Cenacoli – Museo di Firenze, Becocci/Scala 2002, pagg. 19-37

Galleria immagini:

Localizzazione: Firenze, ex convento di san Salvi
Autore: Andrea del Sarto
Rilevatore: Feliciano Della Mora

NONANTOLA (Mo). IL MUSEO. Evangelario di Matilde di Canossa con miniatura raffigurante l’Ultima Cena.

La visita del museo comincia con significative opere d’arte di chiese dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola.
Il percorso prosegue con la visita alle sale del Tesoro Abbaziale, fra cui i codici dello scriptorium monastico.
Oggi restano a Nonantola tre codici minati degli oltre 259 certamente prodotti dai monaci benedettini nel lavoro nello scriptorium monastico. Distruzioni, furti, doni di rappresentanza e trasferimenti voluti dagli stessi abati hanno fatto in modo che il patrimonio dell’antica biblioteca medievale sia oggi dispersa in vari centri culturali europei, specialmente Roma, presso la Biblioteca Nazionale e la Biblioteca Apostolica Vaticana.

I tre codici ancora qui custoditi sono preziosissimi:
EVANGELISTARIO DI MATILDE DI CANOSSA: Ultimo quarto dell’XI secolo (manoscritto) – XII secolo (legatura). Manoscritto pergamenaceo. Legatura: assi di legno, lamina d’argento sbalzata parzialmente dorata.
Il primo codice è l’Evangelistario di Matilde di Canossa (XI sec.), in minuscola carolina, contenente splendidi capilettera e dieci miniature raffiguranti gli episodi fondamentali dell’anno liturgico (Natale ed Annuncio dell’angelo ai pastori, Epifania, Presentazione al Tempio, Ultima Cena, Crocifissione, Deposizione dalla Croce, Mirofore al sepolcro ed annuncio dell’angelo, Gesù Risorto tra Adamo ed Eva ed il Buon Ladrone, Ascensione e Pentecoste).
ACTA SANCTORUM: XI-XIII secolo (manoscritto) – XVIII secolo (legatura). Manoscritto pergamenaceo.
GRADUALE E CANTATORIO: Fine XI secolo. Manoscritto pergamenaceo. Legatura: assi di legno, lamina d’argento, avorio, paste vitree colorate, pietre dure.

FELTRE, fraz. Anzù (BL). Santuario dei Ss Vittore e Corona, Ultima Cena.

Santa Corona e San Vittore, martiri del II secolo, sono i protettori della Città di Feltre.
Come per tutti i santi tardo-medioevali, non vi sono notizie certe e le informazioni spesso si ricavano da leggende che persistono da secoli. Leggenda vuole che i resti dei due santi siano stati portati a Feltre dai Crociati di ritorno dalla Siria.
Il colle dove sorge il santuario è luogo frequentato fin dai tempi remotissimi.
Data la posizione strategica dominante “la chiusa” del fiume Sonna, già paleoalveo del torrente Cismon ora tributario del fiume Brenta, e più in là il canale del fiume Piave, ha avuto da sempre rilevanza strategica e militare.
Un castelliere romano fu certamente eretto probabilmente a controllo della strada militare ‘Claudia Augusta Altinate’, della quale non è del certo che passasse sulla valle del Piave o per Praderadego-Zumelle, in ogni caso vi doveva passare una diramazione o quantomeno una strada commerciale. E’ infatti una delle porte naturali d’ingresso a Feltre.
Seguirono le devastazioni barbariche e gli insediamenti longobardi ed infine la ‘pax’ veneziana.
Fu nel 1400 che venne demolito, dato che non aveva più alcuna rilevanza strategica, quel che rimaneva di un importante castello sul colle detto la ‘Rocchetta’ poprio sopra il santuario.
La storia del santuario inizia sul finire dell’XI secolo. Il santuario si trova a sud poco sotto il colle della ‘rocchetta’ in posizione più riparata e a picco sulla ‘chiusa’.
Anche questo luogo quindi doveva ospitare importanti infrastrutture militari o religiose, come attestano scavi di costruzioni demolite probabilmente nel 1100 o in parte riciclate per costruire il santuario. E’ una costruzione romanica con tratti orientali, la primitiva chiesa è stata edificata per volontà del crociato Giovanni da Vidor e successivamente ampliata a monastero con la costruzione di un bellissimo chiostro nel ‘400.
E’ il monumento religioso più importante dell’area feltrina e conserva preziosi affreschi di scuola giottesca.
Nel chiostro gli straordinari affreschi delle lunette illustrano la storia di Feltre e del Santuario.

Ben due sono le raffigurazioni dell’Ultima Cena nel Santuario: una, più raffinata di artista giottesco del terzo decennio del secolo XIV, nel lunettone destro del presbiterio ed un’altra, più popolare, in fondo alla chiesa sulla parete destra, con una lunga tavola imbandita con caratteristici gamberi di fiume simboli della povertà proposta da Cristo ai suoi discepoli o del tradimento imminente di Giuda.

Fonte: https://www.magicoveneto.it/Feltrino/Feltre/Santuario-Santi-Vittore-Corona-Feltre.htm

feltreNegli affreschi delle Ultime Cene eseguiti dal Trecento al Cinquecento in Veneto, Trentino, Friuli, ma anche lungo tutta la dorsale alpina, sono presenti i gamberi rossi di fiume. Erano un cibo apprezzato dai popolani settentrionali, ma nei dipinti sacri acquistano una valenza simbolica: rappresentano l’eresia e il peccato per via del loro camminare all’indietro e quindi esprimono il deviare dalla retta via.
Gli artisti che li hanno inseriti nelle Ultime Cene hanno però commesso un errore perché Gesù e gli Apostoli erano ebrei praticanti, ai quali era proibito cibarsi di pesci privi di lische e squame.

feltreUltima Cena di scuola giottesca nel Santuario dei Santi Vittore e Corona ad Anzù (Feltre – Belluno).

Foto: Cinzia Albertoni.
Autore: Ida Binchi

Info:
Viale Ss. Mm. Vittore e Corona, 19, 32032 Anzù, Feltre BL – Telefono: 0439 2115

PREPOTTO (Ud), Santuario di Castelmonte, Ultima Cena.

Nel refettorio del santuario si trova un dipinto raffigurante l’Ultima Cena.
Il dipinto viene attribuito all’Amalteo.

 

MANTA (CN). La Chiesa di Santa Maria al Castello, Ultima Cena.

La chiesa si raggiunge con un breve tratto di strada che scende dal castello verso l’abitato. Costruita presumibilmente da Valerano per il borgo, ne divenne la chiesa parrocchiale.
In origine con un’unica navata conclusa dal presbiterio, la chiesa fu nei secoli successivi molto rimaneggiata, così, con la costruzione di cappelle laterali come quella funeraria di Michele Antonio, vennero distrutti quasi tutti gli affreschi quattrocenteschi che la ricoprivano interamente.
I restauri eseguiti nel 2003-4 hanno messo in luce alcuni lacerti dipinti sulle pareti laterali e, nel coro, molto ben conservati, una splendida storia della passione dipinta da un ignoto pittore, diverso dall’autore della Sala baronale, che mostra influssi jaqueriani.
Di pianta quadrata e di piccole dimensioni, il coro presenta tre lunette con alla base un velario a motivi geometrici, affollate da personaggi e architetture, dipinti con grande attenzione ai particolari e alle espressioni dei volti.
Sulla parete di fondo la Crocifissione, nella parte inferiore tagliata da una lapide funebre del 1553; sulle pareti nord e sud, in due registri, le scene della passione si susseguono da sinistra verso destra con, a nord: l’ingresso in Gerusalemme, il tradimento di Giuda e l’ultima Cena, sul registro inferiore, la lavanda dei piedi, la preghiera nell’orto degli ulivi e la cattura. Invece sulla parete sud, in alto, sono raffigurati Cristo davanti a Caifa, il rinnegamento di Pietro, Cristo deriso e poi davanti a Pilato. Sul registro inferiore l’andata al Calvario, in cui si apre la finestra che dà luce all’ambiente.

Info:
Tel e fax 0175 87822. Email: faimanta@fondoambiente.it

PADOVA. La Cappella degli Scrovegni di Giotto. L’Ultima Cena.

 

La Cappella degli Scrovegni, capolavoro della pittura del Trecento italiano ed europeo, è considerato il ciclo più completo di affreschi realizzato dal grande maestro toscano nella sua maturità. Colore e luce, poesia e pathos. L’uomo e Dio. Il senso della natura e della storia, il senso di umanità e di fede fusi assieme per narrare in un modo unico, irripetibile le storie della Madonna e di Cristo.
Giotto termina gli affreschi della Cappella entro i primi mesi del 1306. In questa data “…la cappella presenta un’architettura molto semplice: un’aula rettangolare con volta a botte, un’elegante trifora gotica in facciata, alte e strette finestre sulla parete sud, un’abside poligonale poi sopraelevata per la cella campanaria”.
Il ciclo pittorico della Cappella è sviluppato in tre temi principali: gli episodi della vita di Gioacchino e Anna (riquadri 1-6), gli episodi della vita di Maria (riquadri 7-13) e gli episodi della vita e morte di Cristo.
Fra questi ultimi episodi viene rappresentata anche l’ “Ultma Cena”.
In basso a questi affreschi, una serie di riquadri illustra le allegorie dei Vizi e delle Virtù.

Info:
La biglietteria è situata all’ingresso dei Musei Civici agli Eremitani in Piazza Eremitani nr. 8
Numero del call centre 049 20 100 20 (funzionante da lunedì a venerdì dalle 9 alle 19 sabato dalle 9 alle 18, escluso i festivi) La prevendita è obbligatoria.
Le prenotazioni possono essere effettuate fino al giorno antecedente la visita nel caso si scelga di pagare tramite carta di credito.
Per poter effettuare il pagamento nelle altre modalità disponibili, la prenotazione dovrà avvenire per via telefonica e obbligatoriamente con almeno tre giorni lavorativi d’anticipo rispetto alla data prevista per la visita.
I tre giorni lavorativi sono da intendersi escludendo dal conteggio sia giorno di visita che quello di prenotazione. (Esempio: data della visita VENERDI’, ultimo giorno utile per effettuare la prenotazione LUNEDI’).
Non si accettano prenotazioni per il giorno stesso.
Il ritiro del biglietto deve avvenire con congruo anticipo: si consiglia soprattutto ai gruppi di presentarsi in biglietteria almeno 45 minuti prima rispetto all’orario della visita. Non prima delle ore 8.30 per i prenotati con ingresso alle ore 9.00.
Per la visita alla Sala Multimediale e alla Cappella degli Scrovegni si consiglia nelle stagioni calde un abbigliamento adeguato alla temperatura interna di 18°.
Biglietto intero € 13,00, adulti maggiorenni senza diritto ad alcuna riduzione.
Con tale biglietto è possibile accedere anche al Museo Eremitani e a Palazzo Zuckermann.
Biglietto ridotto € 8,00
Per i gruppi (almeno 10 persone) e i singoli regolarmente iscritti ad associazioni socio-culturali e umanitarie.
I LUNEDI’ non festivi il biglietto d’ingresso alla Cappella degli Scrovegni per i visitatori singoli è ridotto ad 8 euro in quanto i Musei Civici degli Eremitani sono chiusi; per lo stesso motivo i GRUPPI (minimo 10 persone) possono accedere con la tariffa ridotta-speciale a 6,00 euro per tutti i partecipanti.
Biglietto ridotto – speciale € 6,00
Dai 6 ai 17 anni.
SOLO LUNEDI’ non festivi: gruppi generici composti da almeno 10 persone.
Biglietto agevolato € 1,00
Fino a 5 anni per tutti i bambini, Portatori di handicap, accompagnatore di portatori di handicap
Tessera Padova Card 48 ore € 16,00
Con la Padova Card 48h avrete trasporti pubblici APS gratuiti sia in città che nei percorsi extraurbani, ingresso gratuito a 12 siti di grande interesse storico-artistico, incluso l’intero sistema civico museale padovano; e ancora sconti e riduzioni in ulteriori 24 monumenti, sull’utilizzo del divertente e comodo City Sightseeing Bus, sulle incantevoli escursioni in battello lungo la Riviera del Brenta, sulle visite guidate, sulle fiere di maggiore richiamo, sui principali spettacoli teatrali proposti dalla storico Teatro Verdi.
Inoltre ricca offerta di sconti, offerte e gadgets negli hotel, ristoranti, bar, locali, cantine, agriturismo, b&b, negozi, autonoleggi e noleggi biciclette convenzionati.
Dura 48 ore, è valida per un adulto e un bambino di età inferiore ai 14 anni. Ogni Tessera PadovaCard acquistata consente di effettuare un’unica prenotazione di accesso in Cappella degli Scrovegni.
Tessera Padova Card 72 ore € 21,00
Con la Padova Card 72h avrete trasporti pubblici APS gratuiti sia in città che nei percorsi extraurbani, ingresso gratuito a 12 siti di grande interesse storico-artistico, incluso l’intero sistema civico museale padovano; e ancora sconti e riduzioni in ulteriori 24 monumenti, sull’utilizzo del divertente e comodo City Sightseeing Bus, sulle incantevoli escursioni in battello lungo la Riviera del Brenta, sulle visite guidate, sulle fiere di maggiore richiamo, sui principali spettacoli teatrali proposti dalla storico Teatro Verdi. Inoltre ricca offerta di sconti, offerte e gadgets negli hotel, ristoranti, bar, locali, cantine, agriturismo, b&b, negozi, autonoleggi e noleggi biciclette convenzionati.
Dura 72 ore, è valida per un adulto e un bambino di età inferiore ai 14 anni. Ogni Tessera PadovaCard acquistata consente di effettuare un’unica prenotazione di accesso in Cappella degli Scrovegni.
Tessera Musei tutto l’anno € 15,00
Biglietto cumulativo per i musei e i monumenti medioevali e rinsacimentali del comune di Padova
(Musei civici agli Eremitani e Cappella degli Scrovegni; Palazzo della Ragione;Loggia e Odeo Cornaro;Oratorio di San Michele;Oratorio di San Rocco)
Validità un anno dalla data di primo utilizzo.
Tessera ridotta Musei tutto l’anno € 12,00 Biglietto cumulativo per i musei e i monumenti medioevali e rinsacimentali del comune di Padova
(Musei civici agli Eremitani e Cappella degli Scrovegni; Palazzo della Ragione;Loggia e Odeo Cornaro;Oratorio di San Michele;Oratorio di San Rocco)
Aventi diritto: dai 6 ai 17 anni
Tutti gli studenti singoli muniti di tessera e libretto
Studenti accompagnati dai loro insegnanti
Comitive di 10 persone regolarmente iscritti ad associazioni socio-culturali e umanitarie
Militari di leva. Ultra sessantacinquenni della Comunità Europea
Validità un anno dalla data di primo utilizzo.
Tessera Musei Carta Famiglia € 25,00
La Carta Famiglia è valida per due adulti e due ragazzi al di sotto dei 12 anni.
Permette di visitare la Loggia e Odeo Cronaro, i Musei Civici agli Eremitani, la Cappella degli Scrovegni (con un costo aggiuntivo di 1 euro per la prenotazione), il Palazzo della Ragione (Il Salone) (in occasione di mostre l’accesso è consentito solo con il biglietto della mostra, le tariffe possono subire variazioni), l’Oratorio di San Michele, L’Oratorio di San rocco, il Piano Nobile dello Stabilimento Pedrocchi e la Casa del Petrarca ad Arquà. La validità del biglietto è di 15 giorni dal primo utilizzo. La card non è valida per le visite serali. Ogni Tessera Musei Carta Famiglia acquistata consente di effettuare un’unica prenotazione di accesso in Cappella degli Scrovegni.

Info: info@cappelladegliscrovegni.it

Localizzazione: Padova, Cappella degli Scrovegni
Autore: Giotto di Bondone
Periodo artistico: IV sec.
Note storiche: 1306, ultimazione lavori
Data ultima verifica: 21/04/2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CERCIVENTO (Ud). Una bibbia a cielo aperto: Ultima Cena.

Presso la ex-canonica (a fianco della Pieve) è stato istituito un infopoint, con il seguente orario di apertura (luglio/agosto 2019):
– Venerdì 9.30-12.00 – Sabato 9.30-12.00 / 15.00-17.30 – Domenica 9.30-12.00.

All’interno è stato realizzato un ciclo di affreschi denominato “Una bibbia a cielo aperto”, realizzato dall’iconografo Paolo Orlando nel 2018.  Fra queste rappresentazioni citiamo una “Ultima Cena” ed un “Sepolcro di Cristo con la Sindone”.

Info: +39 388.3432047 – www.unabibbiaacieloaperto.it – info@unabibbiaacieloaperto.it

Localizzazione: Cercivento (Ud)
Autore: Paolo Orlando
Periodo artistico: 2018
Fruibilità: permanente
Data ultima verifica: 11/05/2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CERCIVENTO (Ud). Pieve di San Martino, Ultima Cena.

Chiesa di origine molto antica, soggetta, unica nella valle del But, alla Pieve di Santa Maria di Gorto. È passata sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Moggio seguendo le sorti della Pieve di Gorto. Sulla facciata si possono ancora vedere i segni della dipendenza all’Abbazia di Moggio.
Nel testamento di un certo signor Pietro Pintassio del 1358 si legge la richiesta di venire sepolto nel nuovo cimitero vicino alla chiesa di San Martino; è questo il primo documento scritto conosciuto, che parla della presenza di una chiesa tra i due abitati, ma sicuramente già molti anni prima esisteva una comunità cristiana con un edificio sacro.
Nel presbiterio è presente un dipinto raffigurante l’Ultima Cena, di cui non si conosce l’autore.

MAZZE’ (To), Chiesa Ss. Gervasio e Protasio, affresco con Ultima Cena.

Piazza Camino e Prola, 6 – Mazzè, telefono 0119833345

Fruibilità: aperta durante le funzioni o con prenotazione fatta all’Associazione della Proloco

Notizie storiche:
chiesamazzeLa parrocchiale titolata ai martiri Gervasio e Protasio, è nata circa mille anni fa come cappella gentilizia dei conti Valperga, unendo le sue sorti a quelle dei Signori di Mazzè.
In antico, il castelliere salasso di Mattiacos, non era situato alla cima del colle, ma era nella piana formata dalla Dora, nei pressi della chiesetta dedicata ai santi Lorenzo e Giobbe.
In epoca romana la situazione non mutò, allora Mattiacus era formato da una villa rustica di proprietà dei Macionis, famiglia salasso-romana di notevoli possibilità e dalle casupole dei loro dipendenti. Esauritesi le miniere d’oro di Bose, o meglio divenuta antieconomica la loro coltivazione, gli abitanti di Mattiacus si rivolsero probabilmente al cabotaggio sulla Dora, a quei tempi navigabile sino ad Ivrea, ed alla coltivazione dell’aminea gemella, l’attuale erbaluce, vitigno originario dell’Italia meridionale, ambientato dai romani in Canavese.
Nel tardo Impero transitò per Mattiacus, la strada militare Quadrata-Eporedia, recentemente portata alla luce per merito dell’Associazione F. Mondino, ed in epoca longobarda si procedette alla costruzione di fortificazioni, allo scopo di controllare il guado sulla Dora.
All’inizio del secondo millennio la situazione muta sostanzialmente, esisteva ancora l’abitato salasso-romano di Macciacus, ma era ormai semi deserto, perché non difendibile. La stessa sorte coinvolse anche il borgo di San Pietro, paesetto agricolo sulla strada militare, a sud dell’abitato principale.
La popolazione, dopo le scorrerie degli ungari del IX e del X secolo, si era rifugiata alla sommità della collina di San Michele, costruendovi un ricetto fortificato, ad uso di tutti gli abitanti del circondario.
Similmente ad altri casi, è probabile che dopo la costruzione del ricetto, sia sorta nella gente la necessità di erigere una cappella, dedicata poi al martire Gervasio, titolazione successivamente ampliata anche al fratello Protasio, due legionari romani martirizzati a Milano in epoca indefinita. Già all’origine la chiesetta era quasi sicuramente in muratura, anzi forse era l’unico edificio in muratura della fortezza, ed era certamente orientata in direzione inversa all’attuale, con pavimento in terra battuta e nudo tetto, nonché di dimensioni del tutto simili a quella dei martiri Lorenzo e Giobbe, ancora oggi esistente.
Nel dicembre dell’anno 1110, una bolla dell’imperatore Enrico IV, infeuda Mazzè ai conti del Canavese, progenitori dei Valperga, quindi è facile dedurne che un ramo di questa famiglia si era gia installato in paese, facendo nascere la necessità di una cappella gentilizia
Nel 1286 la chiesa di San Gervasio, è citata in un documento del priore della collegiata di Sant’Orso di Aosta, mentre nel 1349 la parrocchia dei Santi Lorenzo e Giobbe, per mancanza di fedeli, è abolita ed unita a quella del martire Gervasio.
La cappella originaria non superava le dimensioni dell’attuale presbiterio, e considerati i diversi livelli del terreno, è molto probabile che sotto l’altare maggiore della parrocchiale ne esistano ancora i resti, magari sotto forma di cripta.
La forma a tre navate ed il ribaltamento dell’orientamento, furono realizzati almeno trecento anni dopo, al tempo di Giorgio Valperga, quando i conti di Mazzè ebbero la possibilità di finanziarie lavori di questa portata. D’altronde l’attuale forma è già presente quando monsignor Angelo Peruzzi, vescovo di Sarzana, visitatore apostolico, nel 1585 viene a Mazzè ed oltre ad abolire la parrocchia di santa Maria, trova la chiesa del martire Gervasio in cattive condizioni.
Degni di nota: la statua di legno dorato dell’Assunta, ricavata probabilmente da un solo ceppo di castagno e la cappella successiva dedicata a San Sebastiano ed a San Vicenzo, nonché la cosiddetta cappella del castello, dedicata ai conti Valperga Mazzè, con la tomba dell’ultimo di loro.
Da segnalare il battistero con la lapide marmorea romana, databile al II secolo d.C., recentemente ritrovata a San Lorenzo.
Recentemente si è appurato che sulle facce interne dei due muri delimitanti il presbiterio, esistono delle pitture raffiguranti l’Ultima Cena e le nozze di Cana, obliterate dalla tinteggiatura fatta eseguire una cinquantina di anni fa. Sarebbe certamente doveroso riportarle alla luce, anche per dare una giusta prospettiva all’interno del tempio.

Data compilazione scheda: 28/06/2016

Nome del rilevatore: Bonello Valter

GEMONA DEL FRIULI (Ud). L’Ultima Cena, di V. Graziano

All’interno, nella cappella alla sinistra dell’altar maggiore, tre tele del primo Seicento di Valerio Graziano  (Orazione di Cristo nell’orto, Flagellazione e Ultima cena).

Localizzazione: Gemona del Friuli
Autore: Valerio Graziano
Data ultima verifica: 03/11/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ROCCA DI CAMBIO (AQ). Abbazia di Santa Lucia, con Ultima Cena

L’abbazia di Santa Lucia è un edificio religioso che è monumento nazionale dal 1902. Rappresenta uno dei più importanti complessi abbaziali italiani di architettura gotico-romanica; la sua costruzione si fa risalire al XII secolo sui resti di una piccola costruzione rettangolare che ne costituisce oggi la cripta.
La prima data certa in cui l’abbazia di Santa Lucia viene citata espressamente è nell’inventario delle chiese della diocesi aquilana, nell’anno 1313. Probabilmente la prima costruzione, eretta secondo la tipologia degli edifici minori dell’Abruzzo aquilano, si può far risalire tra l’XI-XII secolo, in un’epoca di grande fioritura monastica.
Venne edificata nella zona nord dell’altopiano delle Rocche, lungo la via consolare Claudia Nova, costruita dall’imperatore Claudio, nel tratto compreso tra la città di Alba Fucens e il municipio romano di Aveia (in prossimità del comune di Fossa).
La terminologia abbazia, tuttora in uso, è in qualche modo impropria essendo stati cancellati buona parte dell’antico complesso religioso e l’insediamento circostante a seguito del disastroso terremoto del 1703, che costrinse gli abitanti a disperdersi nei territori circostanti, il comune di Rocca di Cambio e le località di Rocca di Mezzo, Terranera e Fonteavignone.
La facciata della chiesa, piuttosto squadrata e fuori dagli schemi tipici delle chiese delle località abruzzesi, si presenta sobria con un portale del XV sec. con evidenti caratteri romanici e un piccolo rosone (una finestrella a forma di ruota) del periodo medievale sovrastante il portone d’ingresso.
Il campanile a vela, anch’esso distrutto dal terremoto, venne ricostruito nel XVI secolo. Pesanti interventi di restauro sono stati condotti su tutta la facciata esterna sulla quale, nel 1930, in sostituzione dell’originaria pietra a vista, è stato applicato dell’intonaco per riparare gli ingenti danni provocati dal terremoto della Marsica del 1915; analogamente l’originaria copertura a botte è stata successivamente rifatta in legno.
Un successivo restauro, condotto negli anni settanta, ha riguardato modeste modifiche della facciata, il ripristino dell’accesso alla cripta e il consolidamento degli spazi esterni per prevenire fenomeni di smottamento del terreno.
L’edificio, di forma rettangolare e con pianta a croce latina, è suddiviso da tre navate di larghezza pressoché identica (un fatto piuttosto singolare) e termina in un largo presbiterio privo di abside. Nella parete destra del transetto c’è un pregevole ciborio del XV secolo, sorretto da due colonne con basi e capitelli di stile gotico-rinascimentale, sovrastati da un’edicola dai tratti classici, mentre la parete sinistra ospita il celebre affresco che rappresenta l’Ultima Cena.
Dalla navata centrale è possibile scendere, da un’angusta e ripida scaletta, nella cripta interrata, formata da più ambienti, di cui quello centrale costituente i resti dell’originaria Chiesa di Santa Lucia, in cui sono visibili tracce di due importanti affreschi databili tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, raffiguranti la Madonna e Santa Lucia, attribuiti al pittore marsicano Andrea Di Litio.
Nella parete frontale del transetto gli affreschi, interrotti da un altare rinascimentale, intercalano episodi della vita di santa Lucia con raffigurazioni di san Pietro, san Paolo, santa Rita ed altri importanti seguaci di Cristo.


Più ricca è la parete nord, completamente ornata dai preziosi affreschi che costituiscono gli elementi decorativi più interessanti dell’edificio. Essa è divisa orizzontalmente in tre fasce: in quella inferiore c’è una rappresentazione dell’Ultima Cena, ove Gesù Cristo viene collocato a capotavola anziché al centro, nell’atto di benedire il pane ed il vino.
Gli apostoli, i cui sguardi sono rivolti sulla loro destra verso Gesù, sono tutti indicati per nome, riportato in caratteri latini a lato delle singole figure; però vi sono Barnaba e Paolo, mentre mancano Giuda Taddeo e Giuda Iscariota.  La figura di Giuda non compare, vedi allegato
La figura di Giuda nell’Ultima Cena di Rocca-di-Cambio.pdf

In un riquadro a destra dell’Ultima Cena viene raffigurata una Madonna con Bambino, con alla sua sinistra un dignitario della Chiesa (che si ritiene possa essere Celestino V) e alla sua destra proprio Santa Lucia. Nella fascia centrale sono rappresentati in dieci riquadri, quattro a sinistra e sei a destra della finestra, episodi della vita di Gesù, tra i quali La Passione e La Resurrezione del Redentore, mentre nel timpano collocato nella fascia superiore il Cristo in trono tra due Angeli inginocchiati domina tutta la composizione dall’alto, dentro un guscio di mandorla (che nell’iconografia classica rappresenta la fede assoluta in Dio).

Fonte: https://it.wikipedia.org

Localizzazione: ROCCA DI CAMBIO (Aq). Abbazia di Santa Lucia.
Autore: ignoto
Periodo artistico: XIV - XV secolo

CORIGLIANO – ROSSANO (CS). Il Codex Purpureus Rossanensis: un tesoro prezioso dell’arte bizantina.

Il Codex Purpureus Rossanensis è uno dei più antichi evangeliari esistenti al Mondo, reso oltremodo prezioso ed unico grazie alle sue bellissime miniature, capolavoro dell’arte bizantina. Esso presenta i resti di un indipendente ciclo di miniature relative alla vita di Cristo, il più antico rimasto in un manoscritto greco.
È uno dei capolavori della letteratura evangelica. È costituito da 188 fogli (376 pagine) di pergamena, contenenti l’intero Vangelo di Matteo e quasi tutto quello di Marco, mutilo quest’ultimo dei vv. 14-20 conclusivi dell’ultimo capitolo.
La struttura complessiva del manoscritto testimonia come in origine si trattasse di un esemplare, in uno o due volumi, dei quattro Vangeli, preceduti dall’indice dei capitoli. Con buona approssimazione si può dire che la parte conservata rappresenta circa la metà dell’intera opera. Il formato attuale del manoscritto misura mm. 307×260.
I fogli sono di pergamena accuratamente lavorata, tinta di colore purpureo, con discromie che, talvolta, si possono ritenere originarie ma, in più casi, dovute a fattori diversi, soprattutto l’umidità.
Il Codex Purpureus Rossanensis nella lista internazionale dei manoscritti rari ecclesiastici porta il suffisso alfabetico ? e il numero 043. Il “CodexPurpureusRossanensis Σ” è anche conosciuto come il Rossanensis. Deve, invece, il nome “Purpureus” al fatto che le sue pagine sono di color porpora.
La scrittura in cui è vergato il testo dei Vangeli è la maiuscola biblica: si tratta di forme grafiche che si caratterizzano a partire dal tardo II secolo d.C., definendosi in norme precise già nel III e resistendo nelle pratiche librarie fino al IX secolo, sia pure con differenziazioni interne, geografiche e cronologiche.
Le miniature conservate nel codice di Rossano sono quattordici. Di esse, dodici raffigurano eventi della vita di Cristo (La Resurrezione di Lazzaro, L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, Il colloquio con i sacerdoti e la cacciata dei mercanti dal tempio, La parabola delle dieci vergini, L’ultima cena e la lavanda dei piedi, La comunione degli apostoli, Cristo nel Getsemani, La guarigione del cieco nato, La parabola del buon samaritano, Il processo di Cristo davanti a Pilato, La scelta tra Gesù e Barabba), una fa da titolo alle tavole dei canoni andate perdute, e l’ultima è un ritratto di Marco, che occupa l’intera pagina. Tutte le miniature vennero dipinte su di una pergamena meno sottile di quella usata per il testo dei Vangeli; a essa fu applicata una tinta purpurea diversa da quella adoperata per le pagine destinate al testo. La pergamena più spessa forniva una base più solida ai colori, mentre la tinta più opaca impediva alla miniatura dipinta sulla facciata di un foglio di essere vista rovesciata sull’altra facciata. Esso è strutturato in modo che miniature e testo risultino raggruppati in fogli distinti.
Il Codex Purpureus Rossanensis riveste uno straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario. Un documento simbolo di una regione, la Calabria, che ha mediato e tradotto in sintesi la civiltà greco-orientale e quella latino-occidentale.
Il Codice è stato realizzato in uno dei centri di attività scrittoria di matrice bizantina, riconosciuto dalla maggior parte degli studiosi in Antiochia di Siria. Ipotesi di realizzazione presso altri centri sono tutt’oggi da prendere in considerazione, ad ogni modo l’ambiente di realizzazione è quello facente parte dell’Impero Romano d’Oriente; lo testimonia il suo colore porpora caratteristico dell’ambiente della famiglia imperiale bizantina.
La datazione del Codice è circoscritta tra il V e il VI secolo dai maggiori storici dell’arte bizantini e dai paleografi.Non si conosce con precisione il motivo del suo arrivo a Rossano, probabilmente durante la diffusione del bizantinismo in Calabria e nel Mezzogiorno, legata alla espansione del monachesimo. Esso sarebbe giunto nella città nell’VIII secolo sull’onda delle trasmigrazioni dei monaci iconoduli, da Costantinopoli o dall’Egitto e dal Nord Africa islamizzato. Tesi più recenti, invece, suppongono verosimile l’arrivo a Rossano coincidente con la sua elevazione a diocesi, dunque nel X secolo, che, tra l’altro, coincide con il periodo di maggior splendore della città. Interessante l’ipotesi che suggerisce come Il Codex potrebbe essere stato portato a Rossano dalla principessa bizantina Teofano, sposa di Ottone II e imperatrice del Sacro Romano Impero, in occasione del suo soggiorno nella città nell’estate del 982 (Mercogliano, 2016).
Il Codice è documentato con sicurezza a Rossano solo a partire dal 1831, precisamente dall’anno segnato sulle annotazioni a penna di Scipione Camporota degli indici cartacei a esso acclusi, quindi poco tempo avanti la sua prima citazione da parte di Cesare Malpica (1845) e della presentazione alla comunità scientifica a opera degli studiosi tedeschi Adolf von Harnack e Oscar von Gebhardt (1883). È possibile, però, che una traccia della sua antica presenza nella città possa giungere dalla denuncia anonima subita dall’arcivescovo Andrea Adeodati (1697 – 1713) accusato di aver dato alle fiamme antichi testi greci con figure, appartenenti alla Cattedrale. L’arcivescovo, in realtà, operava secondo le consuetudini della Chiesa controriformata miranti al rinnovamento della liturgia, ma le tracce di bruciatura delle ultime pagine del Codice spingono realmente a credere che il prezioso manoscritto sia stato sottratto proprio a tali incendi.
Oggi il Codex è stato riconosciuto quale Patrimonio dell’Umanità e inserito nelle liste Unesco, nella Categoria “Memory of the Word”, il 9 Ottobre 2015.
Nel giugno del 2012, il Codex Purpureus Rossanensis è stato trasferito presso l’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario di Roma (ICRCPAL).
L’operazione, concertata dall’Ufficio Beni Culturali della Diocesi e dalla competente Soprintendenza territoriale, mirava ad accertare lo stato di conservazione dell’opera, che alla fragilità propria di un manufatto librario di epoca molto antica, associa una vicenda conservativa particolarmente travagliata, segnata dalle conseguenze di un pesante intervento di restauro, documentato all’inizio del Novecento e sinora scarsamente conosciuto. Al fine di determinarne con sicurezza l’attuale condizione, il Codex è stato sottoposto a un’accurata campagna di indagini condotta presso i laboratori scientifici dell’ICRCPAL. Questo lungo ciclo di ricerche mirava a fornire una base conoscitiva quanto più ampia possibile all’elaborazione di un protocollo conservativo e di un eventuale intervento di restauro.
L’opportunità di applicare a un documento tanto complesso tecniche di diagnostica a carattere rigorosamente non distruttivo, ha tuttavia consentito di mettere meglio a fuoco gli aspetti materiali dell’opera, offrendone una nuova visione anche alle discipline storiche. In questo quadro ha trovato spazio la formazione di un gruppo di ricerca a carattere multidisciplinare, che ha visto integrarsi alle indagini di laboratorio l’apporto delle ricerche archivistiche, filologiche e storico-artistiche.
All’interno del Museo Diocesano e del Codex di Rossano, in un apposito supporto multimediale, sarà possibile avere informazioni tecniche e fotografiche sugli interventi di restauro eseguiti sul prezioso manoscritto.

Info:
Museo Diocesano e del Codex – Via Arcivescovado, 5 – 87067 – Rossano (Cs)
Mail: info@museocodexrossano.it Tel./Fax. 0983.525263 – Cell. 340.4759406
Orari apertura:
invernale 16/09 – 30/06: 09.30/12.30 – 15.00/18.00
Festivi 10.00/12.00 – 16.00/18.00
Giorni di chiusura: Lunedì, 1 gennaio, Pasqua, 25 dicembre
estiva: 01/07 al 15/09: 09:30-13:00 16:30-20:30
Giorno di chiusura: Lunedì
Ingresso: 5 € – 4 € ridotto (Gruppi da minimo 20 persone, residenti nel comune di Corigliano–Rossano, Soci AMEI, FAI e ICOM, membri del clero e seminaristi) – 3 € scuole (e bambini da 7 a 14 anni)
Ingresso Gratuito: -Bambini sotto i 7 anni (non compiuti)
-Disabili con invalidità certificata superiore al 74%. In caso di non autosufficienza, la gratuità è estesa anche ad un accompagnatore
-Guide turistiche nell’esercizio della propria attività professionale, mediante esibizione di valida licenza rilasciata dalla competente autorità;
– Forze dell’ordine in servizio
– Giornalisti previa esibizione di tesserino e nello svolgimento della propria attività professionale
Il biglietto d’ingresso include la visita guidata nella sala Codex. Le visite guidate nella sala Codex si effettuano ogni 30 minuti.
Su richiesta si effettuano Visite Guidate nell’intero Museo al costo di 30 € [italiano] – 40 € [inglese/francese/russo] (Gruppi di massimo 30 persone)
Su richiesta si effettuano Visite Guidate nell’intero Museo e nella Cattedrale al costo di 60 € [italiano] – 70 € [inglese/francese/russo] (Gruppi di massimo 30 persone)

Fonte: www.museocodexrossano.it

ULTIMA CENA di sabbia, varie opere

Una rappresentazione dell’Ultima Cena costruita interamente con la sabbia in una spiaggia italiana nel 2018.


Un’altra Ultima Cena di sabbia realizzata nel 2011 sulla spiaggia di Fuengirola in Spagna.


Un’Ultima Cena di sabbia scolpita sulla spiaggia di Tenerife, Canarie, nel 2014.


Un’Ultima Cena di sabbia realizzata sulla spiaggia di Platamona (SS) in Sardegna nel 2023. Foto da:https://www.facebook.com/groups/515208542395536/posts/1423129564936758/

POVOLETTO, fraz. Savorgnano del Torre (Ud). Chiesa di San Michele Arcangelo, Ultima Cena.

Savorgnano è la frazione posta più a nord del comune di Povoletto.
Le prime notizie scritte risalgono all’anno 921 quando da Berengario I, Marchese del Friuli e Imperatore del Sacro Romano Impero, viene data la concessione di fortificare un preesistente castello. Questo sorgeva sul colle della Motta che attualmente è oggetto di una campagna di scavi dai risultati interessanti, ed era il centro amministrativo di uno dei più importanti feudi del Friuli.
Già in epoca longobarda probabilmente esisteva un edificio cultuale, ma la prima notizia storica certa è del 1275 quando, secondo Francesco Di Manzano, nella torre di Cortevecchia trovava alloggio il cappellano dei villaggi di Savorgnano, Racchiuso e Attimis.
Venuto meno lo scopo strettamente difensivo, fu abbandonato per una più comoda e decorosa dimora che i nobili castellani si costruirono, sempre a Savorgnano, da dove potevano controllare le derivazioni d’acqua delle varie Rogge di Udine e della Cividina che da qui si dipartono.

La chiesa dedicata all’Arcangelo Michele è un edificio orientato a settentrione, su alto sedime terrazzato collegato da un’ampia scalinata; è a pianta basilicale a croce latina a tre navate, conclusa dall’abside semicircolare di volumetria leggermente ridotta rispetto all’aula.
La sacrestia è annessa a meridione in prossimità del braccio meridionale; la torre campanaria si innalza a ponente tangente alla chiesa. Il prospetto basilicale, con tre ingressi, è di gusto eclettico, ripartito da quattro pilastri ben evidenti anche per la cromia bianca, rispetto all’ocra delle facciate e sopra i quali insistono i pinnacoli.
La partitura centrale è decorata da una galleria chiusa ad archetti, al di sopra della quale si inserisce il rosone, e che termina con una decorazione ad archetti ripresa anche al di sotto delle falde laterali. Le terminazioni dei bracci, con rosoni, e che si innestano all’oblungo alla stessa quota della copertura, sono decorati da simili pinnacoli.
L’interno a croce è potenziato dalla cupola decorata che tramite gli arconi raccorda i quattro bracci. Le pareti terminali sono decorate da partiture arcuate. La navata centrale prospetta su quella laterali tramite tre arconi sorretti da altrettante colonne in stile composito. I soffitti sono voltati a crociera nelle navate laterali, illuminate da tre finestre per lato ad arco a tutto sesto e, nella navata centrale, a botte con unghioni entro i quali si aprono tre finestre per lato. Il braccio terminale della croce con soffitto a crociera e illuminato da una finestra per lato si conclude nell’abside; l’area dell’altare celebrato è stata rialzata di due gradini creando una platea all’interno dell’area del braccio dalla quale si sale alla sede e quindi all’altare storico.
Cupola, soffitto a crociera e catino sono interamente decorati a dipinti.
Il fonte battesimale è collocato nel braccio sinistro.

Ultima Cena
Luigi Martinis nacque e visse a Savorgnano del Torre (Povoletto); svolse per tutta la sua esistenza un’intensa attività nel campo dell’arte sacra, nelle chiese di Verona, Udine, Trieste, Venezia, Mestre, Reana del Rojale, Subit di Attimis.
Nella parrocchiale di Savorgnano del Torre si conservano: Ultima Cena, Crocefissione, Resurrezione e le dodici stazioni della Via Crucis.
Nella parrocchiale di Povoletto è collocata anche una grande pala raffigurante la Santissima Trinità.
Sono composizioni di largo e solido impianto progettuale, ricche di movimento, d’impegno, di dialettale genuina emotività, di colori bassi, ferrigni, eppure squillanti, gli impasti elaborati, le tipologie ben caratterizzate.
Morì nel 2016 a 91 anni.

TREVIGLIO (Bg), Chiesa parrocchiale di San Zeno, Ultima Cena.

La chiesa venne costruita tra il 1978 ed il 1981, su progetto dell’architetto Paolo Furia. La chiesa, con orientamento nord-sud, e il suo complesso parrocchiale sono stati ricavati da tre appartamenti e due capannoni.
In occasione della riconversione degli edifici preesistenti alla nuova funzione du costruito ex-novo un corpo di facciata con pianta irregolare ed un piccolo portico ad archi su colonne.
All’interno la chiesa vera e propria di impianto longitudinale è affiancata da un secondo ambiente, “la cappella feriale”, di lunghezza minore rispetto all’aula.
I due spazi sono separati da una parete scorrevole in ferro.
Nel presbiterio, l’altare, l’ambone e la sede presidenziale, sono stati ottenuti da semplici blocchi di beola grezza. Inoltre i mosaici raffigurano: la chiamata dei discepoli, il discorso della montagna; la guarigione dei malati; la natività; l’Ultma Cena di Tito Toneguzzo di Morsano al Tagliamento (Pn).

CASTELNUOVO SCRIVIA (AL). Chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo con Ultima Cena di Alessandro Berri

Sulla piazza principale del paese sorge la chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Pietro e Paolo, imponente costruzione romanica del XII secolo, restaurata nel secolo XVI ed a fine ‘800. Notevole il portale con leoni stilofori, lunetta e capitelli, eseguiti dal magister Albertus all’epoca di Federico Barbarossa, come attesta la scritta latina che la attornia.
Nell’interno, a tre grandi navate, un dipinto su tavole di Alessandro Berri, illustrante “L’Ultima cena”, un affresco del XV secolo rappresentante la “Madonna della Misericordia”, e quattro capitelli del 1100, residui della antica pieve.
Nelle cappelle sono esposti altri capitelli firmati da magister Albertus. Nelle 14 cappelle laterali vi sono tele di Galeazzo Pellegrino, Tirsi Capitini, Geronimo Borghi, Pietro Grassi e Cristoforo Mina.
Di grande interesse artistico la cappella del SS. Sacramento, detta anche “capella lunga”.

Vita di Alessandro Berri
Non si possiedono informazioni certe relative alla sua data di nascita e di morte e la maggior parte delle fonti che lo riguardano sono risalenti al 1800. Le fonti lo indicano come nato a Castelnuovo Scrivia (Alessandria) e nipote di Vincenzo Bandello (o Bandelli), zio del novelliere Matteo Bandello e priore di Santa Maria delle Grazie in Milano durante il periodo in cui Leonardo dipinse l'”Ultima Cena”.
Secondo quanto riportato dallo storico ottocentesco Goffredo Casalis, fu proprio grazie all’intercessione di Vincenzo Bandello che Leonardo divenne il maestro di Alessandro Berri: “(Leonardo) ..fece lunga dimora in Castelnuovo, ove il condussero a diporto Matteo Bandello, ed il zio di lui Vincenzo… (Leonardo) ad istanza degli ospiti suoi ben volle istruire nella pittura Alessandro Berri”.
La sua opera più conosciuta è una copia dell’Ultima Cena di Leonardo, del 1540, ubicata sull’altare della cappella del Corpus Domini nella Chiesa parrocchiale.
L’opera (260 x 265 cm) è dipinta su tavola di legno composta da cinque assi di pioppo e fu commissionata dalla “Compagnia del SS.mo Sacramento” di Castelnuovo Scrivia, di cui Alessandro Berri era confratello. Egli ne abbassò notevolmente il prezzo sia per l’amore che lo legava alla Compagnia, che “per il gusto che aveva di lasciare tal’insigne memoria della sua virtù alla sua Patria in luogo sì cospicuo”.
Il dipinto può intendersi come una copia dell’ “Ultima Cena” di Leonardo con i personaggi posti in maniera speculare rispetto all’originale.
Attribuita al Berri, risulta anche la «predella» dell’Ultima Cena in cui sono raffigurate alcune Storie della Passione. Tale opera, segata al centro per inserirvi un tabernacolo, fu ritrovata durante il restauro del dipinto, effettuato nel 1986 in quanto nascosta dalla cornice di legno inferiore dell’altare.

Localizzazione: Castelnuovo Scrivia (Al)
Autore: Alessandro Berri, fine XV secolo - seconda metà XVI secolo
Materiale illustrativo: Carlenrica Spantigati, Guido Nicola, Anna Rosa Nicola, "Il restauro dell'ultima cena di A.Berri (sec. XVI)", Quaderni della Biblioteca Comunale P.D. Soldini, Castelnuovo Scrivia, Marzo 1986
Data ultima verifica: 13 marzo 2019
Rilevatore: Feliciano Della Mora

PALERMO. Galleria Regionale, Ultima Cena di Jaume Serra.

L’Ultima Cena è un dipinto a tempera su tavola di Jaume Serra, conservato presso la Galleria Regionale del Palazzo Abatellis di Palermo.
L’opera costituiva parte della predella di una pala d’altare perduta, nella quale l’episodio dell’Ultima Cena rappresentava solitamente lo scomparto centrale.
Cristo è raffigurato al centro della stanza accanto a Giovanni dormiente che si abbandona sul suo grembo, in un’immagine tipica di questa iconografia.
Il pittore catalano dipinse un’altra versione di questo soggetto, conservata a Villanueva de Sigena, nella provincia di Huesca.

Periodo artistico: 1370-1400

SARACENA (Cs). L Ultima Cena calabrese ritrovata in un convento abbandonato.

“Subito dopo aver messo in rete le immagini de “l’Ultima Cena calabrese” abbiamo ricevuto un sacco di chiamate. Molti erano sorpresi, ma noi siamo consci di quanti tesori abbia la nostra terra e piano piano cercheremo di farveli conoscere tutti”.
Giuseppe Oliva, presidente dell’associazione culturale Mistery Hunters, non nasconde la felicità per aver contribuito insieme ai compagni di avventura di Mystica Calabria a squarciare il velo del mistero su quello che potrebbe essere un nuovo tesoro dell’arte e dell’archeologia calabrese (foto di Francesco Propato).
La riproduzione de “l’Ultima Cena” celebre opera di Leonardo da Vinci (di cui quest’anno si ricordano i 500 anni dalla sua morte) apre anche a latitudini meridiane le piste da seguire sulla storia di un possibile insediamento di adepti dell’artista toscano in Calabria.
“Noi ci siamo limitati soltanto a segnalare che esiste il dipinto – continua Oliva – è logico che stiamo consultando dei documenti ma ci aspettiamo anche che studiosi e appassionati contribuiscano per fare in modo che si possano avere delle informazioni sempre più dettagliate e precise. Adesso che abbiamo catalizzato l’attenzione di molti il prossimo passo è fare un sopralluogo con archeologi ed esperti d’arte che possano attraverso rilievi e studi acquisire quanti più elementi possibili”.
L’affresco si trova nel Cosentno, nel convento dei Cappuccini a Saracena, ridotto ormai a rudere e raggiungibile solo a piedi.
In base alle ricerche fatte dai membri delle due associazioni si apprende che il convento fu fondato nel 1588 e acquisì particolare importanza nel corso dei secoli XVII e XVIII diventando sede del noviziato e luogo di studi (in esso trascorse un anno il Beato Angelo d’Acri). Tra alti e bassi chiuse definitivamente nel 1915 e l’ultimo suo utilizzo fu come prigione nel 1017 e 1918.
“Non sappiamo chi sia l’autore e in che periodo sia stato realizzato l’affresco – conclude il presidente dell’associazione culturale Mistery Hunters – certo è che grazie ai primi confronti che abbiamo fatto la somiglianza con l’opera fatta da Leonardo Da Vinci è straordinaria. Speriamo che l’attenzione su questo ritrovamento continui a rimenaere alta, il sito merita certamente di essere preservato e curato”.

Fonte:
https://www.corrieredellacalabria.it/ – 5 gen 2019

Articolo correlato: L’Ultima Cena calabrese sempre in attesa di un intervento.

BICINICCO (Ud), fraz. Griis, Chiesa di Sant’Andrea Apostolo: affresco raffigurante l’Ultima Cena.

La chiesetta di Sant’Andrea Apostolo a Gris di Bicinicco è un vero e proprio scrigno che custodisce al suo interno un ciclo di affreschi che ne ricopre interamente la volta e le pareti del coro e quelle della navata. Benché manchino notizie certe sulla loro autografia, i dipinti sono stati attribuiti a Gapare e Arsenio Negro e alla loro bottega, che li realizzarono tra 1529 e 1531.
Lungo le pareti si dipana la storia della salvezza, dalla creazione al Giudizio universale, affrescato nella controfacciata. Nelle pareti del coro, oltre agli Apostoli, che si collegano al Cristo risorto della volta, circondato dagli Evangelisti, dai Padri della Chiesa occidentale e da San Giovanni Battista, nelle lunette superiori si susseguono Storie di Sant’Andrea, l’apostolo titolare della chiesa.
Non mancano i santi più venerati all’epoca dell’esecuzione degli affreschi: i taumaturghi Sant’Antonio Abate, San Sebastiano e San Rocco, speciali protettori dalla peste, ma anche San Nicola di Bari e San Vito, Sant’Antonio da Padova e San Gottardo, San Lorenzo e San Floriano, quest’ultimo invocato contro gli incendi, San Giorgio e San Michele Arcangelo, in lotta contro le forze maligne, una serie di Sante martiri nell’intradosso dell’arco trionfale.
Anche i committenti del ciclo, il sacerdote Giovanni Battista da Palma e i cittadini di Gris attraverso una qualificata rappresentanza, si riservarono l’onore di essere ritratti umilmente inginocchiati in preghiera.
Si tratta di un esempio di grande efficacia narrativa di Biblia pauperum (Bibbia dei poveri): le sacre scritture tradotte in immagini a beneficio del popolo che era allora, e lo sarebbe stato ancora per lunghi secoli, in larghissima parte analfabeta.
Le Storie della Genesi, sulla parete sinistra, hanno inizio con la Creazione dell’universo, seguita dalla Creazione di Eva dalla costola di Adamo addormentato, dalla Tentazione e caduta di Adamo ed Eva, convinti dallo scaltro serpente a mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, dal Lavoro dei progenitori dopo la cacciata dal paradiso terrestre, con Eva intenta a filare la lana e Adamo a zappare un campo di friulanissime rape, dal Sacrificio di Caino e di Abele che, risultando sgradito a Dio il primo e benedetto il secondo, provoca l’incontenibile invidia del fratello maggiore e porta all’esito fatale in cui Caino uccide Abele.
La narrazione procede verso la controfacciata con le Storie di Noè, con le quali fa da anello di congiunzione la scena con Lamech uccide Caino, una sorta di incidente di caccia nel quale il discendente di Caino lo uccide senza averne l’intenzione. Da lui discende Noè, tramite attraverso cui si attua una nuova alleanza di Dio con gli uomini.
Ma prima il Signore avrebbe punito l’umanità con il diluvio, al quale si legano gli affreschi che raffigurano in sequenza gli episodi in cui Dio, tramite un angelo, preannuncia a Noè la catastrofe e gli ordina di costruire un’arca per salvare la sua famiglia e una coppia di ciascuna specie animale, l’obbediente costruzione dell’arca, una sorta di grande capannone ligneo lontanissimo dal ricordare qualunque tipo di imbarcazione, l’ingresso degli animali, l’inizio del diluvio, il ritorno all’arca incagliata, dalla quale si affaccia Noè, della colomba che riporta nel becco un ramoscello d’ulivo, segno della rinascita della terra.
Seguono poi tre episodi che vedono Noè ricevere in dono dall’angelo una pianticella di vite, quello in cui, non conoscendo il potere inebriante del vino, si ubriaca fino ad addormentarsi ed è visto nudo dai figli. La derisione del padre da parte del figlio Cam ne causa la sdegnata cacciata, mentre il rispettoso primogenito Sem viene benedetto da Noè.
Sulla parete destra sono raffigurate le Storie della vita e della passione di Cristo, che hanno inizio e conclusione nella parete dell’arco trionfale con l’Annunciazione, nel registro centrale, e la Crocifissione di Cristo in quello superiore.
Alla Natività di Gesù, seguono la sua Presentazione al tempio e la Fuga in Egitto, con la Madonna in groppa ad un asino dalle smisurate orecchie, condotto per la cavezza dal paziente San Giuseppe. Due sono gli episodi della maturità di Cristo che precedono la sequenza finale della passione: Cristo e la Samaritana al pozzo, con la promessa di un’acqua che estingue la sete in eterno, e la Resurrezione di Lazzaro.
L’Ultima cena, di estensione doppia rispetto alle altre scene, precede la Cattura di Cristo nell’orto di Getsemani, che comprende l’episodio del bacio di Giuda e quello, concitato, di San Pietro che mozza l’orecchio all’atterrito e scomposto servo del sommo sacerdote, Malco, cui lo riattaccherà lo stesso Gesù, non senza aver rivolto un rimprovero all’apostolo per il suo gesto.
Nella rappresentazione dell’Ultima cena Cristo è al centro della scena ritratto nell’atto di benedire il pane, con gli apostoli divisi a metà tra la sua sinistra e la destra, apostoli stupiti e sconvolti dalla notizia del tradimento data loro dal Maestro, all’estrema destra Giuda sembra allontanarsi dal convivio volgendogli le spalle. La tavola, poggiata su treppiedi, è ornata da una tovaglia bianca imbandita con anche, caso raro, delle ciotole piene di gamberi di fiume.
Nella Flagellazione e nella Salita al monte Calvario si condensano le successive fasi della passione, culminante nella grande Crocifissione sulla parete dell’arco trionfale.
Alle Storie di Sant’Andrea è assegnato il posto d’onore nelle cinque lunette ad arco acuto dell’abside.
Nella prima da sinistra è raffigurato l’episodio in cui l’apostolo, trovandosi nei pressi di Nicea, viene avvertito dai contadini che fuori dalla città sette demoni uccidono i viandanti. Egli allora interviene trasformandoli in cani e li scaccia.
Nella seconda lunetta il Santo esaudisce la supplica di un padre che gli chiede di riportare in vita il figlio, ucciso dai sette demoni e sua più grande ricchezza, promettendo di fargliene dono in segno di riconoscenza.
L’episodio seguente vede Sant’Andrea dinanzi al proconsole Egea, cui egli aveva guarito la moglie Massimilla, che però, convertitasi, si rifiutava di congiungersi con il marito, sicché questi fece incarcerare l’apostolo e lo condannò a morire sulla croce.
Il supplizio, per il quale Andrea chiese una croce decussata poiché non ardiva morire come Gesù, è messo in atto nella lunetta seguente, mentre nell’ultima è raffigurata la tomba dove Massimilla ne fece seppellire il corpo, meta di malati che si rivolgono al martire per ottenere la guarigione.

ULTIMA CENA
Cronologia: sec. XVI secondo quarto ( 1529 – 1531 )
Autore: attribuito – Negro Gaspare (1475 ca./ post 1549) – attribuito – Negro Arsenio (notizie 1531-1548)
Oggetto: DIPINTO MURALE
Soggetto: ULTIMA CENA
Materia e tecnica: intonaco/pittura a fresco
Misure: cm alt. 120 , larg. 320
L’affresco, che ha estensione doppia rispetto alle altre scene della parete, raffigura l’Ultima Cena e apre la serie degli episodi della passione.
Lungo tre lati di una lunga tavola poggiante su treppiedi, coperta da una tovaglia bianca e imbandita con l’agnello pasquale, pane, gamberi di fiume e vino, siedono Cristo e gli apostoli. Il primo benedice il pane, istituendo l’eucaristia, mentre i secondi appaiono ancora scossi dall’annuncio del tradimento e si confrontano tra loro con vivace gestualità. L’unico in piedi è Giuda che, all’estrema destra, volge le spalle al consesso e si appresta ad andarsene.
Ciascun apostolo era identificato da un’iscrizione: rimangono leggibili solo quelle dei primi due sulla sinistra.

Per approfondire:
– T. VENUTI, La chiesa di Griis, Udine 1970.
– A. BERGAMINI, G. BERGAMINI, Affreschi rinascimentali nell’antico mandamento di Palmanova: Malisana, Castions di Strada, Griis, in Palme, Atti del 53° congresso della Società Filologica Friulana (Palmanova 26 settembre 1976), a cura di L. CICERI, Udine 1976, pp. 101-103.
– Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone. Dieci anni 1992-2001 nel segno dell’arte, a cura di G. BERGAMINI, Tavagnacco 2003, pp. 129-137.

Fonte: www.ipac.regione.fvg.it

Localizzazione: Griis di Bicinicco (Ud)
Autore: Negro Gaspare (1475 ca./ post 1549) - attribuito - Negro Arsenio (notizie 1531-1548) - attribuito
Periodo artistico: 1529 - 1531

PINZANO AL TAGLIAMENTO (PN), fraz. Valeriano, Chiesa di Santa Maria dei Battuti, con Ultima Cena.

Pur non essendo San Valeriano titolare della chiesa parrocchiale e patrono della villa (che ha certo origini romane: c’è chi la vuole derivata dall’omonimo imperatore, chi dalla famiglia Valeria, chi da un non meglio conosciuto centurione di questo nome). S. Valeriano figura in ferrea armatura, accanto alla Madonna e a S. Giuseppe, nella meravigliosa Natività di cui si parla più avanti.
La villa appartenne ai patriarchi di Aquileia dal 1335 fino al 1569 quando venne assoggettata alla giurisdizione dei Savorgnan, che la tennero fino all’epoca napoleonica.
Santa Maria dei Battuti è una piccola chiesa eretta dalla confraternita dei Battuti di Valeriano prima del 1300. Infatti, in un documento della Marciana è scritto – all’anno 1300 – che la «Capella et fradalia (dei Battuti) Valeriani debet in eodem festo (di S. Stefano) pro honorancia media libra piperis» alla chiesa parrocchiale. Quindi, la chiesetta di Santa Maria risale a prima del 1300, se in quell’anno era già onerata di un contributo verso la parrocchiale. Alla fine del Quattrocento venne ampliata verso la fronte ed ebbe l’aggiunta del presbiterio.
La confraternita raccoglieva dei flagellanti che promuovevano il culto religioso e si adoperavano in opere di carità.
L’istituzione della Pieve è tuttavia ben più antica: già nel 1186 viene ricordata in una bolla di Urbano III fra quelle appartenenti alla Diocesi di Concordia.
La facciata si adorna del portale lapideo scolpito da Giovanni Antonio Pilacorte Pilacorte; la data si legge sull’archivolto: «1499 adì 15 de mazo» (maggio); scrive il Bergamini che alla base e al sommo dell’archivolto erano previste statue probabilmente eseguite ed in seguito scomparse.
Sulla facciata il Pordenone affrescò, nel 1524, sul lato destro il possente S. Cristoforo, sul lato sinistro in alto la Fuga in Egitto e sul riquadro inferiore le figure dei santi Giovanni Battista, Stefano e Valeriano; sopra il portale un’Incoronazione della Vergine.
Gli affreschi ora staccati per motivi di conservazione e sostituiti da una decorazione che ne ricorda l’antica figurazione, sono visibili all’interno della cappella in seguito arricchita dalla Natività (1527), scena ambientata tra le colline del paesaggio pedemontano (parete sinistra); in essa il maggior pittore friulano «ha saputo fondere la umana dolcezza dei personaggi ed il celestiale grappolo di angioletti con il veristico paesaggio di sfondo, con la rovinosa capanna ed il digradare dei colli nella lontananza. La tavolozza nella sua vivacità dà all’insieme un ben alto valore artistico» (Forniz).
Al suo interno conserva anche un prezioso trittico a fresco (S. Valeriano, S. Michele, S. Giovanni Battista) di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone (altare di destra), firmato e datato 1506.
Sulla sinistra c’è un altro trittico affrescato nel 1532 dal pittore spilimberghese Marco Tiussi (B.V. Maria, SS. Trinità, S. Giovanni Battista), che imita il precedente.
L’altare maggiore è opera del 1757 dello scultore pinzanese Francesco Sabbadini; pregevole è il coro ligneo del secolo XVI intagliato ed intarsiato.
Altri affreschi sulla parete di sinistra sono: una Fuga in Egitto, probabilmente opera di un collaboratore, e un Cristo in Gloria trecentesco. Sulla parete destra della navata si trovano invece una Ultima Cena, una Trinità, un San Niccolò ed una scena naturalistica: tutte opere trecentesche, probabilmente della stessa mano. Questi sono i più antichi affreschi di questa chiesa.
Il Coletti, che dedicò loro un breve studio, propenso a vedervi forse la mano del suo ipotetico “Maestro dei Padiglioni”, che, seguace e collaboratore del Vitale, rimase in Friuli dopo che nel 1394 il maestro tornò in Emilia: sarebbe questi l’esecutore di dipinti nel Duomo di Udine, nel Duomo di Spilimbergo e nella cappella del Gonfalone del Duomo di Venzone.
Zuliani invece li vede legati agli affreschi di Spilimbergo e li dice – uno dei punti più bassi di uesta involuzione dialettale -.
In effetti gli affreschi di Valeriano, databili alla fine del XIV secolo, pur mostrando qualche punto di contatto con le opere maggiori, sono permeati di un notevole provincialismo che abbassa il livello qualitativo della composizione per mettere in luce, nel migliore dei casi, una fresca ed ingenua vena popolaresca.
Così, ad esempio, nell’Ultima Cena (avvicinabile per certi versi a quella distrutta già in San Martino di Erto), ove compaiono motivi d’arte nordica, così nelle storie della Vergine che presentano figure allungatissime, elegantemente abbigliate alla maniera del gotico internazionale, entro semplificate architetture.
Interessante il confronto tra il Padre Eterno della Trinità e quello nella cappella del Gonfalone di Venzone (attribuito a Baietto e Lu Domine), il che può forse far spostare al primo decennio del XV secolo l’esecuzione di questo fresco.

in Affreschi del Friuli, Giuseppe Bergamini, Carlo Mutinelli, Luciano Perissinotto, Istituto per l’Enciclopedia del FVG, Udine 19733, pag. 104.
La decorazione della volta è costituita da un ciclo di episodi della vita della Vergine; disposti di qua e di là del colmo su quattro registri, rivelano la presenza d’una mano più sapiente e d’epoca alquanto posteriore: forse principio del Quattrocento.
L’oratorio conservava anche l’altare ligneo policromo e dorato intagliato nel 1509 da Giovanni di Domenico da Tolmezzo (1485-ca. 1531) e un prezioso Crocefisso ligneo tardo-quattrocentesco, ora al Museo d’Arte di Pordenone.
Agile ben disegnato il campanile a vela.


Info:

Lato nord della piazza di Valeriano, via Roma, 153 – Valeriano, 33094 Pinzano al Tagliamento (PN)

Fonte:
Diocesi di Concordia Pordenone – Tel. 0434.221111 – diocesi@diocesiconcordiapordenone.it

CASTELNUOVO DON BOSCO (At). Basilica di San Giovanni Bosco, Ultima Cena (copia di quella di Leonardo da Vinci a Milano).

Colle Don Bosco – basilica di San Giovanni Bosco (Cripta o Chiesa Inferiore)
Frazione Moriando 30 – oppure via Becchi 36 14022 Castelnuovo Don Bosco – Asti- telefono 0119877111

Copia dell’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci; l‘affresco è collocato sulla parete di fronte all’altare.

Internet:
www.piemontesacro.it/santuari/colle_don_bosco.htm

Data compilazione scheda: 14/10/2018

Nome del rilevatore: Valter Bonello

GEMONA DEL FRIULI (Ud). L’Ultima Cena, nell’ancona lignea di Andrea Moranzone.

Il Duomo di Gemona del Friuli è una costruzione romanico-gotica eretta tra il 1290 (epigrafe sopra il portale) ed il 1337 (consacrazione avvenuta l’8 giugno) dall’architetto e scultore Maestro Giovanni Griglio sul luogo di una primitiva chiesa romanica dedicata a S. Maria della Pieve.
Venne più volte rimaneggiato: nel 1429, venne modificato il presbiterio con l’aggiunta di cupola e abside semipoligonale nel 1457, i pilastri delle navate vennero sostituiti da colonne, e la chiesa sopraelevata di m. 1,5 nel 1700, le volte a crociera coprirono le originarie capriate.
La facciata della chiesa, come si presenta ora, è frutto di un radicale rimaneggiamento operato fra il 1825 ed il 1830, nel corso del quale sono state aggiunte le due lesene centrali sotto il marcapiano e sono stati riuniti a sinistra i bassorilievi prima asimmetricamente disposti ai lati del portale, per equilibrare la gigantesca figura del S. Cristoforo a destra.
Il portale appartiene alla primitiva costruzione romanica duecentesca, ed è stato adattato da Mastro Giovanni alle proporzioni più ampie della nuova chiesa mediante l’aggiunta della parasta e dell’archivolto esterno nella lunetta, anch’essa parte del portale precedente, è raffigurato il Giudizio finale. Sopra il portale, entro un tondo, è l’Agnello mistico, sormontato da una croce bizantineggiante. Al di sopra è la loggetta a nove archi acuti e trilobi, che ospita il racconto epifanico. Nella parte superiore della facciata, è il grande rosone, con doppio giro di archi ngotici intrecciati.
L’interno è gotico, a tre navate, di cui la mediana molto alta e di poco più larga delle laterali, conferisce all’edificio solennità e slancio.

Alla destra, entrando, si trova subito l’ancona lignea di Andrea Moranzone.

Autore: Andrea Moranzone
Periodo artistico: 1392
Note storiche:

Ancona lignea dell'antico altare maggiore

Il 18 luglio 1391 il cameraro del duomo di Santa Maria Assunta di Gemona, Cristoforo Orsetti, stipulava con Andrea Moranzone - artista veneziano, figlio dell'intagliatore Marco, documentato dal 1367 al 1412 - il contratto per la realizzazione di un'ancona lignea da collocare sull'altare maggiore del duomo: l'opera avrebbe voluto illustrare, con formelle scolpite, dorate e dipinte, gli stessi episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento narrati nell'analoga pala dell'altare maggiore della chiesa di Sant'Andrea di Venzone eseguita dalla stessa bottega di artisti.
L'ancona fu completata in poco meno di un anno e venne collocata nel presbiterio quindici giorni prima della Pentecoste del 1392. La Comunità di Gemona liquidò l'artista con 140 ducati d'oro.


Illustrazione opera: L'opera, realizzata in legno di tiglio e legata, dal punto di vista stilistico, a schemi compositivi arcaicizzanti, si organizza in quattro fasce orizzontali suddivise in nicchie (le colonnine sono disperse) che contengono le singole storie scolpite in formelle applicate al fondo dorato.
La prima fascia (dall'alto, da sinistra) narra la creazione del mondo, la creazione di Eva, il peccato originale, l'uccisione di Abele, il sacrificio di Isacco, la crocifissione (su due fasce), il diluvio universale, la consegna delle tavole della legge, il sogno del faraone, l'incontro di Giuseppe con i fratelli, l'attraversamento del Mar Rosso.
La seconda descrive la nascita della Vergine, la presentazione di Maria al tempio, la natività di Gesù, la parte inferiore della crocifissione, l'adorazione dei magi, la strage degli innocenti, un episodio perduto.
La terza fascia ospita la presentazione di Gesù al tempio, la disputa con i dottori, il battesimo al Giordano, la samaritana al pozzo, la resurrezione di Lazzaro, un episodio disperso, l'Ultima Cena, il bacio di Giuda.
La fascia inferiore, che inizia con una lacuna, riporta la flagellazione, l'incoronazione di spine, la salita al Calvario, la deposizione dalla croce, la discesa dello Spirito Santo, l'incoronazione della Vergine, il giudizio universale.
L'ancona fu probabilmente tolta dall'altare maggiore e addossata alla parete della navata sinistra del duomo dopo l'incendio subito nel 1639 che devastò diverse scene, acuendo i danni di una precedente bruciatura risalente al 1516.
Dopo un primo restauro - effettuato a seguito del terremoto del 1976 con il contributo del Comune di Venezia e a cura della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Venezia - l'ancona nel 1998 è stata oggetto di un intervento conservativo - effettuato dal Laboratorio Lizzi di Artegna sotto la direzione della Soprintendenza ai beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici del Friuli Venezia Giulia - che ha consentito una maggiore leggibilità dell'opera permettendo il diretto e completo apprezzamento delle plasticità, dei cromatismi e delle preziosità ornamentali dell'arte di Andrea Moranzone.

Data ultima verifica: 12/08/2018
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SIENA. Museo dell’Opera Metropolitana. L’Ultima Cena di Duccio da Buoninsegna.

 

L’Ultima Cena, episodio conviviale descritto nei quattro Vangeli nel quale Gesù con i dodici Apostoli si accinge a festeggiare con anticipo la Pasqua, è stata raffigurata anche nella storia dell’arte durante i secoli. Essendo un momento legato alla celebrazione della Pasqua ebraica, i cibi convenzionali dovevano essere il pane azimo ossia il corpo di Gesù, il vino ovvero il sangue, l’agnello e le erbe amare. Gli artisti probabilmente restando fedeli alle tradizioni gastronomiche del Giovedì Santo, legate ad uno specifico territorio o giocando talvolta con la fantasia, arricchirono il desco pasquale con inusuali cibi, non convenzionali alle regole religiose, inserendo ad esempio albicocche, ciliegie, gamberi, formaggi e perfino lattuga.

Nell’arte del grande maestro senese del duecento Duccio di Buoninsegna (Siena 1255-1318 o 1319) appare addirittura un maialino da latte, assieme a stoviglie in terracotta, coltelli, pani, piccoli pesci dalla simbologia cristologica e bicchieri con il vino.
Il maiale generalmente era considerato un tabù sia nella religione ebraica (regole prescritte nel Levitico e nel Deuteronomio) sia in quella mussulmana (nel Corano), entrambe monoteiste e monofisiche. Ritenuto animale immondo, era associato al peccato, alla lussuria, all’ingordigia. Altre ragioni di carattere igienico e dietetico negavano l’uso della carne di maiale, grassa e difficilmente conservabile, nei paesi dell’area medio orientale. Nel Cristianesimo al contrario il consumo di maiale non era vietato sulla scorta dell’insegnamento paolino, ma se ne limitò il consumo durante le vigilie delle maggiori festività, il venerdì, durante la Quaresima, l’Avvento, come atto penitenziale contro il vizio della gola, uno dei sette peccati capitali.

L’Ultima Cena di Duccio è  una tempera su tavola, di dimensioni cm 50×53, collocata nella parte centrale del retro della famosissima Maestà, datata 1308-1311 e conservata presso il Museo dell’Opera Metropolitana di Siena. La Maestà era destinata all’altare maggiore del Duomo e fu un’opera di vastissima dimensione e di respiro, dipinta sui due lati, che determinò la fama del maestro senese. Sul fronte vi era la Madonna in trono col Bambino, circondata da una folla di angeli e santi, sul retro ventisei storie di Cristo e della Vergine. Era completata da una cimasa e dalla predella (delle storie di quest’ultima, otto si trovano sparse pure nei musei di Londra, New York e Washington).

Nella scena dell’Ultima Cena se da un lato la ieraticità e la solennità della composizione frontale sono tipiche della tradizione bizantina e dettano ancora l’assenza di spazio e profondità, dall’altro una vivacità di sentimenti e di narrazione che pone le figure in uno spazio meno astratto e più naturale, traccia le linee di interni primitivamente prospettici, dove l’inclinazione delle assi del soffitto e delle pareti laterali crea la terza dimensione. Un cromatismo lineare, armonico e una vena aneddotica nuova e assente nella pittura senese anteriore a Duccio, lo portano all’indipendenza pittorica da Cimabue, che unendosi ad influssi culturali nordici rielaborati dalla sua esperienza ormai matura in pittura, immettono nel suo linguaggio la nuova dimensione gotica, che influenzerà successivamente il giovane Simone Martini e i Lorenzetti.

 

Autore: Annamaria Parlato

Fonte: https://2ingredienti.com, 9 nov 2015

Localizzazione: SIENA. Museo dell'Opera Metropolitana
Autore: Duccio da Buoninsegna
Periodo artistico: 1308-1311

FIRENZE. Convento di San Marco, Ultima Cena di Domenico Ghirlandaio.

Il Cenacolo di San Marco (Ultima Cena) è un affresco (400×810 cm) di Domenico Ghirlandaio, databile al 1486 circa.
L’affresco, ultimo di una serie di tre cenacoli dipinti da Ghirlandaio durante la sua carriera (gli altri sono il Cenacolo della Badia di Passignano del 1476, vedi scheda, e il Cenacolo di Ognissanti del 1480, vedi scheda), venne chiesto al pittore ormai all’apice della carriera dai frati domenicani di San Marco, per decorare il “Refettorio piccolo”, dove mangiavano in genere le persone ospitate nel convento, non i frati.
Si ritiene in genere che Domenico, a quel tempo al culmine della popolarità e pieno di commissioni, abbia preparato solo il disegno (con impostazione analoga al cenacolo di Ognissanti) differendo la realizzazione pittorica soprattutto al fratello Davide e al cognato Sebastiano Mainardi.
Dell’affresco nel convento di Ognissanti Ghirlandaio ricalcò fedelmente la struttura architettonica, con la tavola a ferro di cavallo inserita in una stanza con pavimento a scacchi e, oltre la spalliera, l’apertura nelle volte su un loggiato verso un giardino, che si incastrava nell’architettura reale della stanza. Leggermente diversa è la posizione degli apostoli, che occupano anche le due ali laterali affiancandosi in coppia. Rispetto ad Ognissanti la rappresentazione appare più seria e monumentale, con i personaggi più composti, il che fa pensare che il Ghirlandaio avesse voluto rappresentare il momento successivo all’annuncio del tradimento, con Giuda, sempre di spalle, che ha già in mano il pezzo di pane offertogli da Gesù e l’agitazione degli apostoli già più acquietata. Giuda ha il braccio alzato nell’evidente gesto di inzuppare il tozzo di pane nel piatto di Gesù, derivato dal racconto evangelico, ed ha vicino un gatto, simbolo negativo, ma anche notazione domestica nella stanza, come se stesse aspettando un pezzo di cibo (come si trova anche nell’Ultima Cena di Cosimo Rosselli alla cappella Sistina). Mancano accenti drammatici e il sentimento generale a cui la scena è intonata è sereno e posato, interessato piuttosto alla fedeltà al vero dei molti dettagli.
Notevole è anche in questo affresco la cura dei dettagli, che dà ai singoli oggetti il valore di una vera e propria natura morta, riprendendo l’esempio dell’arte fiamminga. Sul tavolo si allineano bottiglie di vetro con acqua e vino, bicchieri, coppe, coltelli, pane, formaggi e vari frutti, tra cui soprattutto ciliegie, che col loro colore rosso ricordano simbolicamente il sangue della Passione; la tovaglia ha un ricamo alle estremità in punto Assisi. Molti sono i virtuosismi, come la visione delle mani degli apostoli oltre i vetri della caraffa, o gli spunti di estremo realismo, come il cerchio rosso residuo del vino bevuto nei bicchieri svuotati. Notevole è il ricamo della tovaglia alle estremità, di ascendenza esotica.
L’iscrizione che corre sullo schienale sopra le teste degli apostoli riporta “Ego dispono vobis disposuit mihi pater meus regnum ut edatis et bibatis super mensa meam in regno meo” una frase usata anche durante la messa che allude alla trasmigrazione nel Regno dei Cieli. Oltre di essa si vede un giardino simile a quello di Ognissanti, ma più schematico, con alberi da frutto, cipressi e una palma, simbolo di martirio. Tra gli uccelli in volo si vedono due coppie che volano assieme, simbolo dei cicli naturali che si rinnovano, e un pavone, simbolo di immortalità. Due vasi di fiori con richiami alla simbologia mariana (gigli, rose) adornano i lati delle lunette.
Rispetto all’affresco di Ognissanti mancano le corrispondenze tra luce reale e luce del dipinto, copiandone lo schema sebbene l’illuminazione, in questo caso, provenisse dalla parete opposta anziché dai lati.
Nella parte centrale, dove si congiungono i due archetti della volta, venne raffigurato un piccolo Crocifisso, secondo uno schema ben consolidato di affiancare scene delle Passione alla rappresentazione della Cena.

Bibliografia
– C. Acidini Luchinat e R. C. Proto Pisani (a cura di), La tradizione fiorentina dei Cenacoli, Calenzano (Fi), Scala, 1997, pp. 144 – 149.
– Andreas Quermann, Ghirlandaio, serie dei Maestri dell’arte italiana, Könemann, Köln 1998. ISBN 3-8290-4558-1
– Emma Micheletti, Domenico Ghirlandaio, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004. ISBN 88-8117-099-X

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cenacolo_di_San_Marco

Rilevatore: DMF

FIRENZE. Cenacolo di Ognissanti, del Ghirlandaio, 1480

Il Cenacolo di Ognissanti è un piccolo ambiente museale di Firenze, situato in Borgo Ognissanti, nel refettorio posto fra i due chiostri del convento di Ognissanti.
Vi si trova il grande affresco dell’Ultima Cena (400×810 cm) di Domenico Ghirlandaio, databile al 1480. L’opera venne commissionata al pittore già celebre, in procinto di recarsi a Roma per affrescare la Cappella Sistina con altri pittori fiorentini.
Durante i lavori di restauro è stata scoperta la sinopia dell’affresco, che è oggi esposta sulla parete sinistra. Rispetto alla versione definitiva si notano alcune modifiche nella mimica degli apostoli, soprattutto nella metà sinistra, per conferire maggiore espressività.
L’opera di Ognissanti fu molto celebrata, ma ha avuto sorti alterne nella considerazione della critica. Vasari ad esempio la citò appena (“un Cenacolo, a fresco…”), mentre secondo alcuni studiosi moderni soffre troppo l’adesione a un gusto piacevole, che rinnega la penetrazione psicologica e gli accenti drammatici.
L’affresco si trova sulla parete opposta all’entrata del refettorio, composta da due lunette separate da un peduccio che regge la volta, con al di sotto un’ampia fascia liscia di parete.
Il Ghirlandaio in quest’opera abbandonò la tradizionale scatola prospettica della stanza chiusa (usata ad esempio da Andrea del Castagno in Sant’Apollonia), per impostare una finta apertura della parete in una loggia, che asseconda le forme architettoniche della stanza stessa. A questo effetto illusionistico contribuisce sostanzialmente anche lo studio della luce, che coincide con quello reale della stanza.
Le due finestre dipinte sullo sfondo corrispondono infatti alle due finestre reali dell’ambiente, con la fonte luminosa principale proveniente da sinistra. L’effetto era per i frati quello della presenza del Signore degli Apostoli perfettamente integrati tra loro, come un gruppo che consumava il pasto elevato di fronte a loro. I colori in generale sono vivamente accesi con delicati accordi.
La tavola presenta una forma a “U”, allargando i lati, sebbene gli apostoli siano ancora di fatto allineati sul lato maggiore. Essi sono ordinati a coppie e reagiscono con vari atteggiamenti all’annuncio di Gesù secondo cui uno fra loro lo tradirà: ecco che Pietro solleva il coltello e lo indica come per difendere il maestro, Giacomo appare turbato e altri discutono via via più pacatamente dell’annuncio. Un apostolo giovane, vestito di verde (san Tommaso?), poggia il braccio sul tavolo come per levarsi a discutere con Giuda, verso il quale invia un penetrante sguardo. I due apostoli all’estrema destra infine si indicano il petto, come a chiedersi se il messaggio di Gesù a proposito del tradimento sia rivolto a loro.
Sono molto limitati gli aspetti drammatici, prediligendo una rappresentazione misurata e serena. Giuda, come da tradizione, è separato dal gruppo dei dodici, trovandosi seduto sul lato opposto della tavola di spalle, a destra di Gesù e Giovanni addormentato addosso a lui. La testa di Gesù è frutto di un maldestro restauro avvenuto in tempi moderni.
Come nel Cenacolo della Badia di Passignanovedi scheda, Ghirlandaio costruì la prospettiva della tavola in modo da permettere di vedere le stoviglie e le pietanze, permettendogli un accurato studio dal vero degli oggetti che tanto lo avevano impressionato nelle opere dei maestri fiamminghi presenti a Firenze. La stessa cura del dettaglio e dei diversi riflessi luminosi sui diversi materiali si ritrova anche nei ricami a dragoni a punto Assisi della tovaglia e nella sua sfrangiatura, negli intagli dello scranno e negli orci in metallo scuro nell’angolo a sinistra, nel piatto dorato e cesellato a destra e nel bouquet di fiori in una brocca poco sopra. Sicuramente la scena non doveva differire molto da una tavola fiorentina imbandita del tempo.
Attraverso le due aperture oltre la spalliera degli apostoli si vedono le cime degli alberi di un giardino, in cui volano numerosi uccelli. Si tratta di precisi elementi simbolici, legati ai temi della Passione e resurrezione di Cristo: la palma del martirio, le melograne e le rose rosse (nel vaso), simboli del sangue, le coppie di uccelli in volo, simbolo dei cicli della natura che si rinnovano, il pavone, simbolo di immortalità, ecc.; si vedono poi un falco sulla sua preda, un’anatra, simboli del pericolo imminente, a cui sembra far da guardia una quaglia pronta ad immolarsi, come simbolo del sacrifcio di Cristo. I cardellini, con la macchia rossa sul petto, pure ricordano l’imminente passione.
Tra i cespugli si riconoscono anche agrumi, mele e datteri. Alcuni di questi frutti si trovano anche sulla tavola degli apostoli, a eccezione delle ciliegie (altro frutto rosso), che non hanno un corrispettivo nel giardino.
Le caraffe sul tavolo sono colme di acqua e vino bianco, mentre tra gli alimenti si riconoscono pane, prosciutto e formaggi su taglieri. Pietro ad esempio, che ha il bicchiere vuoto, sembra aver appena finito di tagliare il proprio formaggio a pezzetti sulla tavola, secondo un gusto amorevole verso il dettaglio che ha la sua origine nell’emulazione delle opere fiamminghe.

Simile al Cenacolo affrescato nel convento di San Marco nel 1486,  vedi scheda.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cenacolo_di_Ognissanti

Info:
Ingresso: gratuito
Giorni e orario apertura: Lunedì e Sabato 9.00-13.00. Chiusura settimanale: Martedì-Venerdì e Domenica;
Indirizzo: via Borgo Ognissanti, 42 – Firenze
Telefono: +39 055 286700 +39 055 2388754 +39 055 2388603 – Fax: +39 055 2388699
Email: pm-tos@beniculturali.it
Sito web: http://www.polomusealetoscana.beniculturali.it/index.php?it/178/cenacolo-di-ognissanti-firenze

Bibliografia:
– Emma Micheletti. Domenico Ghirlandaio, Scala Edizioni, 1990. pp. 18-19.
– Silvia Meloni Trkulja, I Cenacoli – Museo di Firenze, Becocci/Scala, Firenze 2002, pp. 52-57

SETTIMO VITTONE (To). Pieve di San Lorenzo, Ultima Cena.

Il complesso, monumento nazionale, è adagiato sulla rocca dell’antico castello, attorniato da ultrasecolari piante di olivi.
Il luogo è di indiscussa importanza storica ed architettonica.
E’ meta di studiosi, cultori e migliaia di visitatori.
Fra le testimonianze più significative vanno annoverate: il Battistero ottagonale di San Giovanni (IX secolo), suddiviso in 8 nicchioni, con un’abside quadrata e un piccolo campanile aggiunto nel XIII secolo e la chiesetta (XII secolo) ad aula unica con pianta a croce latina e tre cappelle rettangolari.
All’interno della chiesetta sono visibili numerosi cicli di affreschi realizzati da pittori operanti tra il 1100 e la fine del 1400.
Fra questi una Ultima Cena, rovinata da interventi edilizi successivi. Solo tre Apostoli a sinistra e due a destra sono interamente conservati, sotto la mensa vediamo panneggi e piedi dei commensali, variamente mossi. E’ insolita una mensa cosi ricca di bicchieri colmi, di bottiglie di vino, e di grande abbondanza di pagnottelle sparse. Il Cristo era probabilmente in posizione mediana, nel punto in cui sulla mensa si trova una grande coppa (inizi 1400). Probabilmente della stessa mano del Santo Vescovo del registro sottostante.
La leggenda vuole che in detta chiesa sia stata sepolta la Regina Ansgarda e così è scritto in una lapide posta in tempi successivi.

Fruibilità: aperto la domenica pomeriggio.
Si deve salire al castello arroccato sopra il borgo vecchio. Nella corte interna si trova il complesso architettonico composto dal battistero e dalla chiesa di San Lorenzo. Piazza Conte Rinaldo, 7
Proloco e FAI tel. 0125 48744 oppure 349 559 1345

Fase cronologica: IX secolo – XII

Internet: www.comune.settimovittone.to.it

Data compilazione scheda: 06 – 05 – 2018

Rilevatore: Valter Bonello

 

DONNAS (Ao), Latteria di Teby, affresco dell Ultima Cena.

Ecomuseo della Latteria di Teby e antica sede della Confraternita dello Spirito Santo, affresco raffigurante l’Ultima Cena.
L’ edificio recentemente restaurato nella frazione Tréby di Donnas, che dal 1897 fino al 1980 ha ospitato l’attività della locale latteria sociale, riveste un duplice interesse storico-culturale, testimoniando da un lato il passato rurale del paese, quando l’allevamento era attività diffusa e contribuiva alla sussistenza della popolazione, dall’altro la secolare presenza a Donnas della Confraternita dello Spirito Santo, la cui attività di beneficenza è sopravvissuta fin quasi ai giorni nostri.
Mentre i locali usati fino a trent’anni fa come latteria sociale conservano gli arredi e l’attrezzatura utile al conferimento del latte e alla successiva lavorazione casearia, oltre che la documentazione e i registri relativi al funzionamento della società stessa, nella sala attigua, interamente affrescata, emergono le testimonianze dell’attività dei “confrères du Saint-Esprit”.
Nella parte alta dell’affresco raffigurante l’Ultima Cena è riportata la scritta: “Cet établissement de Confrérie du ST. SPRIT est fondé l’an du Seigneur 1012. Renouvelées les peintures des tableaux par les confrères de l’an 1882.”

 

Fruibilità: aperto la domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 18.00 – per gruppi o visite in settimana prenotare presso il Comune.

Materiale informativo ed illustrativo: presente in loco

Data compilazione scheda: 06 – 05 – 2018

Rilevatore: Valter Bonello

In allegato presentazione e storia: La-Confrérie-du-Saint-Esprit 1

 

MISANO ADRIATICO (Rn). Parrocchia Immacolata Concezione, Ultima Cena.

All’interno della Chiesa, inaugurata nel 1965, è raffigurata una Ultima Cena, copia del “Cenacolo di San Marco” (Ultima Cena) di Domenico Ghirlandaio, databile al 1486, vedi scheda.

Vicariato Litorale Sud — Parroco Carlini don Marzio.
Orario celebrazioni eucaristiche: giorni feriali 7,30 – 18,00

 

Localizzazione: Via Dante, 6 — 47843 Misano Adriatico Tel. 0541.615535 Fax 0541.618378 Email: immacolatamisano@yahoo.it

VERONA, Basilica di San Zeno, affresco Ultima Cena.

 

La basilica di San Zeno a Verona è uno dei capolavori del romanico in Italia. Si sviluppa su tre livelli e l’attuale struttura fu impostata nel X-XI secolo.
San Zeno morì nel 380. Nella cronologia della chiesa veronese fu l’ottavo vescovo.
Lungo la via Gallica, nella zona dell’attuale chiesa, vi era il cimitero dove il santo fu sepolto. Sulla tomba fu edificata una piccola chiesetta da Teodorico il Grande, re ariano. La leggenda vuole che dopo la devastante piena dell’Adige del 589 l’inondazione si bloccò sulla soglia della chiesa, risparmiando i fedeli.
Paolo Diacono riporta l’episodio nella sua Historia Langobardorum, specificando che avvenne al tempo del re Autari. La prima chiesa fu distrutta nel IX secolo. Venne subito ricostruita per volere del vescovo Rotaldo e di re Pipino d’Italia su progetto dell’arcidiacono Pacifico. Questa nuova chiesa fu distrutta dagli Ungari all’inizio del X secolo.
La chiesa prende l’attuale forma e struttura, rispettando i canoni dello stile romanico veronese, sotto il vescovo Raterio, che ottenne i fondi per la costruzione dall’imperatore tedesco Ottone I nel 967.
La chiesa fu danneggiata dal terremoto del 3 gennaio 1117 che colpì e danneggiò gravemente molte città del nord Italia, e nel 1138 venne ricostruita e ingrandita.
La sistemazione che è arrivata ai giorni nostri fu finita nel 1398 a cura degli architetti Giovanni e Nicolò da Ferrara con rifacimenti del soffitto e dell’abside in stile gotico.

Sulla parete a sinistra dell’entrata nella basilica, è presente una parte residuale di un affresco raffigurante un’Ultima Cena, molto deteriorato.

 

 

Materiale informativo ed illustrativo:  opuscoli in loco.

Info:
telefono: 045 800 6120

Data compilazione scheda: 15 -04 – 2018

Localizzazione: Basilica San Zeno - Piazza San Zeno, 2, 37123 Verona
Periodo artistico: primo quarto XIV secolo
Rilevatore: Valter Bonello

FIRENZE, Museo Cenacolo di Fuligno, Ultima Cena di Pietro Perugino.

L’Ultima Cena è un affresco (440×800 cm) di Pietro Perugino, databile al 1493-1496 e conservato nel Convento di Fuligno. Attorno all’opera è stato allestito un piccolo museo detto del Cenacolo di Fuligno.
Il Cenacolo di Fuligno si trova nell’ex convento delle Terziarie Francescane di Foligno, trasformato in “Conservatorio di povere e oneste fanciulle” nel 1829, dopo il trasferimento delle monache.
L’affresco fu ritrovato nel 1845 ed attribuito, in un primo momento a Raffaello, ma attualmente la critica ha concordemente accettato l’attribuzione a Pietro Vannucci detto il Perugino (1445/50-1623), datando l’opera tra il 1493-96, ed avanzando l’ipotesi che questo fosse un rifacimento su un precedente affresco con lo stesso soggetto, di Neri di Bicci (1419-1491 ca).
La grande opera mostra una tavola a ferro di cavallo lungo la quale sono disposti Gesù e gli apostoli, seduti su uno scranno continuo con la spalliera tappezzata di verde; fa eccezione, come di consueto, Giuda Iscariota, che si trova dall’altra parte della tavola di spalle e fa per girarsi verso lo spettatore. Le iscrizioni sul gradino ligneo alla base della tavola indicano i nomi degli apostoli: da sinistra Giacomo il Minore, Filippo, Giacomo il Maggiore, Andrea, Pietro, Gesù, Giovanni, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Simone il Cananeo, Giuda Taddeo.
Il pavimento presenta un disegno a riquadri geometrici in marmi bianchi e rosa ripreso dalle tavolette di san Bernardino, opera giovanile del Perugino. Lo schema riprende il Cenacolo di San Marco di Ghirlandaio (1486), con la scena ambientata attorno a un tavolo a “U” e l’apertura paesistica della stanza oltre la spalliera.
Oltre l’ambiente del cenacolo si apre infatti un vasto loggiato, inscritto nell’architettura reale del refettorio come se ne sfondasse la parete, dove si vedono tre campate di archi a tutto sesto retti da pilastri con grottesche, mentre sullo sfondo si apre un vasto paesaggio naturale in cui avviene la scena dell’Orazione nell’orto del Getsemani. Tipici dell’artista sono gli esili alberelli che punteggiano le colline e lo sfumare verso l’orizzonte del paesaggio con toni azzurrini, per effetto della foschia.
L’opera può considerarsi una importantissima testimonianza della cultura umbra del Rinascimento di cui il Perugino, maestro di Raffaello, fu uno dei più sereni e pregevoli interpeti.

Bibliografia:
– Vittoria Garibaldi, Perugino, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004 ISBN 88-8117-099-X
– Silvia Meloni Trkulja, I Cenacoli – Museo di Firenze, Becocci/Scala, Firenze 2002, pp. 38-40

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ultima_cena_(Perugino)

MILANO, Basilica di Santa Maria della Passione, Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari.

Seconda a Milano per ampiezza dopo il Duomo, fu eretta a partire dal 1485, per lascito del nobile arcivescovo milanese Daniele Birago, e venne terminata nel 1729. In origine si trattava di una struttura a croce greca dominata dalla cupola. Fu poi ingrandita dalle due cappelle sotto i bracci trasversali, per assumere infine l’attuale pianta basilicale. Alla chiesa era affiancato il Monastero.
A lungo luogo di meditazione e crocevia culturale, venne soppresso nel 1782 per volere dell’imperatore d’Austria, desideroso di recuperare vaste proprietà cittadine abbandonate o sottoutilizzate dal clero. Ne fecero le spese anche comunità vive ed efficienti, come quella del Monastero di Santa Maria della Passione, che da allora fu destinato a diversi usi (caserma, ospedale militare, deposito) fino al 1807, quando il viceré Eugenio di Beauharnais gli assegnò la funzione, mantenuta ancora oggi, di Conservatorio musicale.
Inestimabili i tesori d’arte all’interno, dove è ricorrente il tema della Passione cui la chiesa è dedicata. Nel transetto sinistro, ad esempio, l’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari (1542) e la Crocifissione di Giulio Campi (1560) formano, assieme alla Deposizione del giovane Bernardino Luini collocata nel transetto destro, una sorta di Via Crucis, la cui tradizione si diffonderà solo più tardi.
L’Ultima Cena, conforme all’iconografia lombarda nella disposizione circolare dei personaggi, è innovativa per il realismo e per il momento rappresentato: lo sgomento dei discepoli a fronte dell’annunciato tradimento.
Nell’ottagono centrale, inoltre, le ante dei due superbi organi lignei (1558 quello di destra, 1610 quello di sinistra) sono dipinte con scene della Passione.

Bibliografia:
V. VIALE, Gaudenzio Ferrari, Torino, ERI, 1969
Gaudenzio Ferrari: Milano, chiesa di Santa Maria della Passione, 1544, pagg.73-74.

CASTELL’ARQUATO (Pc). Collegiata di Santa Maria, Cappella di Santa Caterina, Ultima Cena.

Piazza del Municipio, 7, 29014 Castell’Arquato – Telefono: 0523 805151
Sita in pieno centro storico, nella parte alta dell’abitato, con parcheggio in Piazza del Municipio nel periodo invernale e nei giorni feriali del periodo estivo. Accesso difficoltoso ai disabili in quanto la strada è di sasso.
Cappella di Santa Caterina: Via del Capitolo, all’interno della Collegiata snc – Tel.: +39.0523.805151*

Notizie storiche:
L’origine presunta della chiesa di S.Maria secondo il Campi è il 758. Dopo il terremoto del 1117 essa fu ricostruita e consacrata nel 1122. La chiesa è dotata di tre navate, con la copertura a capriate.
La torre campanaria, datata XIII sec., è eretta sulla navata inferiore di sinistra, subito dopo la campata prima dell’abside e non fa parte del progetto originario.
Nel 1293 sorge, di fronte al fianco nord della chiesa, il palazzo Pretorio decentrato così il punto di gravità del sistema urbanistico dalla piazzetta antistante la facciata della chiesa, al lato nord di quest’ultima.

Le manomissioni più incisive avvengono durante il ‘700, secondo gli scritti di E.Fava, in cui asserisce che l’interno della chiesa era completamente intonacato come anche i capitelli e le colonne; le monofore furono sostituite da comuni finestroni rettangolari; il tetto a capriate venne nascoto da una volta incorniciata di stucchi.
Nel 1730 per ordine dell’arciprete C.Rugarli, viene abbattuto il muro perimetrale di sinistra per costruirvi tre cappelle.
Verso la prima metà del ‘900 l’edificio ecclesiastico subisce notevoli restauri, dovuti all’interessamento dell’arciprete E. Cagnoni.
Nel 1899 si scoprono gli affreschi quattrocenteschi della cappella di S.Caterina. Nel 1911,1912 e 1913, vengono ricostruite la loggetta di S.Giovanni e la quarta absidiola contenente una vasca ad immersione dell’VIII sec.
Nel 1917-1919 furono inoltre ripristinate all’esterno le absidi minori.
Negli stessi anni fu anche modificata la facciata principale, chiudendo una finestra sul lato sinistro e sostituendo il rosone preesistente con una bifora. Nel 1923 furono rifatti alcuni archi di sostegno e nel 1927 furono restaurate le finestre del coro. Nel 1935 venne infine rimesso in luce l’originale soffitto a capriate che era coperto dalla volta settecentesca.
La cappella dedicata a S.Caterina d’Alessandria venne costruita ai primordi del ‘400.
I dipinti, di autore ignoto e sicuramente di scuola toscana, rappresentano: alle pareti l’intero ciclo della Passione di Gesù (comprendente una Ultima Cena), al centro le esequie della vergine e la sua Gloria. Purtroppo all’inizio del 1700 la cappella, come tutta al chiesa, subì lo scempio dell’intonaco.
Nel 1899 un professore dell’Accademia di Belle Arti del Brera scoprì le pitture e con il lavoro paziente ed abile di diversi anni le restaurò.
La cappella di S.Giuseppe è stata costruita nel 1630, sull’area di una più antica cappella, per la cessata peste di manzoniana memoria. E’ dedicata a S.giuseppe, Patrono del Borgo; in stile barocco a stucchi e dipinti illustranti, nella volta, la vita del Santo.
I quadri laterali, rappresentanti lo Sposalizio di Maria e la nascita del Bambin Gesù, sono opere del piacentino Giacomo Guidotti. La pala dell’Altare, la Sacra famiglia, del 1720 circa, è di un pittore romano il cui nome non è noto.
Sia l’altare che la balaustra sono di marmi pregiati.
Il chiostro fu costruito sul finire del XIII sec. o all’inizio del XVI sec. E’ un affascinante mistico angolo d’arte.
Qui gli antichi canonici condussero, fino al XV secolo, una vita in comine.

Apertura della Cappella di Santa Caterina: h. 9-12 e 14-18.

Data compilazione scheda: 16 – 10 – 2017

Nome del rilevatore: Valter Bonello

 

 

CREMA (Cr). Convento S. Agostino, Sala Pietro da Cemmo, Ultima Cena.

Ex refettorio del Convento di S. Agostino 1439, adibito a sala conferenze, detta “Sala Pietro da Cemmo”.
Dal lato meridionale del secondo chiostro è possibile accedere alla sala dell’antico refettorio del convento, interamente affrescato nel 1507 da Giovan Pietro da Cemmo e dai suoi allievi, con grandi scene della Crocifissione e dell’Ultima Cena, lunette di spiccato sapore didascalico e celebrativo, rappresentazioni di Santi, Beati e dottori Agostiniani e ventiquattro tondi monocromi con Storie e Re biblici (per maggiori approfondimenti cfr. Ester Bertozzi in Insula fulcheria, 2013).

 

Nell’ex refettorio è inoltre esposta la sinopia de l’Ultima cena, che è così messa in diretto rapporto (quasi in dialogo, si potrebbe dire) con l’affresco di cui la sinopia rappresenta la fase preparatoria.
Le sinopie cremasche (oltre a quella raffigurante l’Ultima cena il Museo conserva anche le tre che compongono La crocefissione, l’altra grande scena che domina le pareti della sala da Cemmo) sono state staccate dal loro supporto originale e collocate su tela nel 1973: nel 1971, infatti, per procedere al restauro degli affreschi, si era provveduto a togliere questi ultimi dalle pareti, a restaurarli e, prima di ricollocarli, si era appunto provveduto ad operare lo strappo delle sinopie.
Questi lavori sugli affreschi e sulle sinopie rientravano in quelli più vasti eseguiti sul complesso del S. Agostino a partire dal 1959 a cura dell’architetto Amos Edallo (e proseguiti anche dopo la sua scomparsa nel 1965), in seguito all’acquisizione dell’ex convento al patrimonio comunale ed alla sua trasformazione in centro culturale.

 

Info:
www.comune.crema.cr.it/articolo/il-convento

 

Data ultima verifica: 15/10/2017
Rilevatore: Valter Bonello

AUSTRIA – FRIESACH. Bergfried, Ultima Cena nella Rupertikapelle

L’imponente casa-torre, o Bergfried, venne costruita tra il 1180 ed il 1230 e fungeva da domicilio per gli arcivescovi di Salisburgo. La torre è alta 28,3 m. ed ogni piano è ampio c. 100 mq.
Attualmente adibita a museo, al pian terreno viene presentata la storia di Friesach, documentata fin dall’anno 860, ma esistente già in epoca romana. L’industria estrattiva di ferro e argento portarono la città a coniare il Friesacher Pfennig che era un mezzo di pagamento usato anche nei paesi circostanti e persino nell’alta Italia.
Al primo piano delal torre continua la documentazione della storia di Friesach, considerata la città più vecchia della Carinzia, fino al tardo Medioevo.
Il secondo piano è occupato dalla Rupertikapelle, che era la stanza dove gli arcivescovi di Salisburgo ed i vice-canonici celebravano le loro messe. La pittura parietale, dal XII secolo, lasciata per lungo tempo alle intemperie ne patì enormemente.
Nella parete N è rappresentato l’arrivo di Gesù a Gerusalemme; in quella a S è rappresentata l’Ultima Cena, molto deteriorata. Nonostante l’usura degli agenti atmosferici, in questi affreschi, pur rovinati, si possono vedere l’alta qualità dei colori naturali adoperati come l’alto livello tecnico.
Il punto centrale della cappella è costituito da un polittico del XVI sec.
Il terzo piano, che in passato costituiva il soggiorno, è dedicato alla vita della borghesia di Friesach dall’inizio dell’età moderna fino al XX sec.
Nel piano superiore di soppalco, sono esposti reperti della cultura quotidiana borghese (stoviglie, medicinali, armi, ecc.).

 

Info:
Stadtmuseum am Petersberg – Friesach
tel. +43(0)4268/2213 – www.friesach.attourismusinformation@friesach.at

https://it.wikipedia.org/wiki/Bergfried

VAGLIA (Fi). Badia di Montesenario, Ultima Cena di Matteo Rosselli, 1634

Sette uomini, tra cui alcuni mercanti, membri di una compagnia dedicata a Santa Maria, già uniti in comunità fuori di una porta di Firenze, salgono intorno al 1245 su Monte Senario: il luogo è di proprietà della curia vescovile fiorentina e il vescovo Ardingo concede che vi possano dimorare. Qui essi costruiscono, con il materiale che vi trovano (pietre e legname) un oratorio e una piccola abitazione per condurvi vita povera e contemplativa. Di questa primitiva chiesa rimangono ancora oggi, inglobate nelle costruzioni posteriori, la semplice facciata in pietra e la cosiddetta “cappella dell’Apparizione”. Al gruppo primitivo si associano ben presto altre persone.
Dopo la discesa dei Sette dal Monte intorno al 1250, il Senario, almeno per tutta la prima metà del Trecento, continua ad essere dimora povera e solitaria di “eremiti e fraticelli”.
Segue un periodo di oscurità e decadimento fino al 1404, quando il capitolo generale di Ferrara decide il restauro materiale e spirituale di Monte Senario. Priore è nominato fra Antonio da Siena, indicato dallo storico dell’Ordine, Arcangelo Giani, come «personalità veneranda per stile di vita e impegno religioso e desideroso di vita solitaria» (Annales OSM, I, p. 369). Fra Antonio sale sul Monte insieme a un altro frate, per recuperare la vita santa degli antichi padri; a lui si aggregano altri frati, in maggioranza fiorentini o toscani, ma anche provenienti dall’Umbria, dall’Emilia, dalla Lombardia.
In questi anni si procede al restauro e all’ampliamento degli edifici. La nuova chiesa è orientata diversamente dall’antico oratorio, al cui muro destro si appoggia ora l’abside quadrilatera. Contributi rilevanti furono dati da Ugo Della Stufa; questi, però, morì nel 1420 circa, lasciando «in somma indigenza» la comunità che solo dopo vari anni riuscì a portare a termine i lavori iniziati.
Il 2 novembre 1421 muore fra Antonio da Siena e con lui si chiude un periodo della storia di Monte Senario. Nel 1427 il popolo di Bivigliano dona ai frati parte del bosco con la fonte detta di san Filippo.
Fino al 1525 «uomini virtuosissimi» continuavano a restare fedeli «all’autentica disciplina e alle solitudini del Senario» (Annales, II, p. 40).Questo stile di vita, però, era messo in crisi da una serie di terremoti che, negli anni 1526-1529, sconvolsero la regione del Mugello. Nel 1529 «il nostro Senario» appariva gravemente «sconquassato», e la vita osservante, conservatasi per tanti anni, cominciava a venir meno per la partenza dei padri (Annales OSM, II, p. 91). Il degrado di Monte Senario si faceva sempre più grave. Nel 1580 vi dimoravano due frati e poi ve ne restò uno solo, fra Basilio Ciappini, nativo di Bivigliano.
Pur nella sua rovina, Monte Senario non aveva smarrito il suo valore per l’Ordine. Ne fa fede una testimonianza significativa di quegli anni, l’affresco della Cena nella casa del fariseo, eseguito da Santi di Tito tra l’agosto 1572 e novembre 1573 nel refettorio della Ss. Annunziata.
Un’analoga raffigurazione ritorna in un disegno di Monte Senario, eseguito tra il 1594 e il 1598 e conservato nell’Archivio di Stato di Firenze.
L’avvio del restauro materiale di Monte Senario – premessa necessaria per la sua ripresa spirituale – fu determinato dall’incontro tra l’entusiasmo del granduca Ferdinando I Medici (1587-1609) e la volontà riformatrice di fra Lelio Baglioni, priore generale dal 1590 al 1597.
Papa Clemente VIII approva nel 1593 l’istituzione del «Sacro Eremo dell’Ordine di Monte Senario», dove si osserva un regime penitenziale austero (astinenza perpetua dalla carne; sono ammessi solo uova e latticini; digiuno il lunedì, il mercoledì e il venerdì di tutto l’anno) e una perfetta comunione dei beni, espressione di «un cuore solo e un’anima sola nel Signore secondo la regola del beato Agostino che gli eremiti professano».
Nella cronaca del Ricciolini è possibile seguire l’andamento dei lavori che iniziarono dalla chiesa nel luglio 1594, procedendo a ritmo sostenuto con la partecipazione degli stessi eremiti. Generosi anche l’aiuto e la collaborazione degli abitanti dei luoghi vicini.
L’inizio ufficiale della vita eremitica fu fissata dal Baglioni per la festa dell’Assunta, 15 agosto 1595. Il giorno della vigilia il generale distribuì l’abito a tutti gli eremiti: tonaca di panno grosso, cappuccio e scapolare del medesimo panno, e il mantello eremitico che doveva essere portato in coro, nelle processioni, in refettorio e quando si va in giro.
Altri lavori in chiesa e in convento saranno eseguiti negli anni successivi. Nel 1607, ancora con l’aiuto del granduca, inizia la costruzione della cisterna, completata solo nel 1621.
Il 21 settembre 1621 la chiesa, interamente ricostruita, fu consacrata dall’arcivescovo di Firenze Alessandro Marzi-Medici e dedicata all’Assunta.
Nel 1609 erano state approvate da parte del capitolo generale dell’Ordine le costituzioni proprie degli eremiti di Monte Senario, stampate nel 1613.
Nel 1614 partirono per Innsbruck quattro eremiti, richiesti da Anna Caterina Gonzaga arciduchessa d’Austria per la fondazione di un convento in quella città. È il preludio della nascita dell’Osservanza germanica dei Servi.
Il 4 aprile 1717, in seguito a nuovi lavori, la chiesa di Monte Senario fu consacrata da Francesco M. Poggi, Servo di Maria, vescovo di San Miniato, e dedicata alla Vergine Addolorata – il cui culto durante il Seicento aveva assunto una centralità sempre maggiore – e a san Filippo Benizi.
Nel 1778/1779 per volontà del granduca di Toscana Pietro Leopoldo l’eremo di Monte Senario è soppresso. Il priore generale fra Sostegno Fassini (1774-1780) deve piegarsi all’autorità dello Stato.
Nel 1866, con le leggi italiane di soppressione degli enti religiosi, il convento di Monte Senario, che fa parte ora della Provincia di Toscana, viene requisito, insieme alla proprietà, dal demanio. L’anno seguente i frati devono forzatamente lasciare il convento, che tre anni dopo (1870) sarà riscattato da parte della comunità della Ss. Annunziata con il pagamento di lire 16.800 e l’accensione di un debito pari a lire 220.800 dell’epoca. Si riuscirà a saldare il debito nel 1880.
Il 15 gennaio 1918 il papa Benedetto XV, con la lettera apostolica In Senario Monte, elevò la chiesa di Monte Senario a basilica minore.
Nel 1989 il capitolo generale di Ariccia (Roma) decide il passaggio del convento di Monte Senario sotto la diretta giurisdizione del priore generale.
Nel 2001 il Capitolo generale, che si raduna nuovamente ad Ariccia, dichiara Monte Senario «patria spirituale di tutto l’Ordine», dove tutte le componenti della famiglia dei Servi (frati, monache, suore, fraternità laiche) possono partecipare a una «forte esperienza di vita spirituale e fraterna».

L’Ultima Cena nel Refettorio.
Nel 1634 Matteo Rosselli (1578-1650), che aveva un nipote eremita a Monte Senario, fra Ilarione, affrescò, sulla parete di fondo del refettorio del convento, una Ultima Cena  che ripete l’impianto dell’Ultima Cena da lui dipinta su tela nel 1614 per il refettorio del monastero fiorentino del Conservatorio di S. Pietro martire presso S. Felice in Piazza, vedi scheda.

Localizzazione: VAGLIA (Fi). Montesenario, refettorio della Badia
Autore: Matteo Rosselli

GENOVA. Chiesa della Santissima Annunziata del Vastato, Ultima Cena di Giulio Cesare Procaccini

Giulio Cesare Procaccini, nato a Bologna nel 1574, quinto figlio del pittore Ercole Procaccini il Vecchio e fratello di Camillo e Carlo Antonio, entrambi pittori, si trasferì a 11 anni con la famiglia a Milano cominciando a lavorare nel 1590 alla fabbrica del Duomo di Milano.
Veniva da una dinastia di pittori, che a Bologna aveva rappresentato una via alternativa a quella dei Carracci. Quando il ruolo di questi ultimi diviene dominante a Bologna, i Procaccini si spostano a Milano, città che nel clima controriformistico impostato da Federico Borromeo era diventata un centro di elaborazione delle nuove forme nel campo delle arti figurative.
Lo stile delle sue ultime opere, indicativamente quelle dipinte dopo il 1620, perde quell’eleganza atmosferica che lo aveva contraddistinto per farsi sempre più scultoreo e manieristico, come si nota ad esempio, nel Caino che uccide Abele del 1623 (Torino, Pinacoteca Albertina).
Insieme al Cerano e al Morazzone, con cui firma il famoso Quadro delle tre mani, Giulio Cesare Procaccini è uno dei più importanti artisti lombardi della prima metà del Seicento.
L’ultimo suo quadro, l’Autoritratto dipinto nel 1624 e oggi conservato a Pinacoteca di Brera, è un capolavoro di intensa e malinconica espressività che ne sigla nel modo più alto tutta l’opera. A 50 anni l’artista vi appare precocemente invecchiato.
Morì l’anno dopo a Milano, il 14 novembre 1625.

Della sua produzione artistica è importante anche il suo soggiorno genovese. In questo esegue tra le altre opere l’Ultima Cena per la Santissima Annunziata del Vastato (dipinto di 480 x 850 cm, posto nella controfacciata), del quale è importante anche il bozzetto, per l’influsso da esso avuto presso i pittori locali (a cominciare dallo Strozzi) per il suo modo di sfilacciare la pennellata.

Il grande restauro. l'”Ultima Cena” di Giulio Cesare Procaccini
Nel mese di novembre del 2017, l’Ultima cena, la grande tela di Giulio Cesare Procaccini, dopo 3 anni di restauro e 2 tesi di laurea dedicate al suo recupero, ha lasciato il laboratorio di tele e tavole del Centro e, in seguito alla presentazione nella mostra “L’Ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri” (Gallerie d’Italia, Milano), è tornata nel suo luogo di origine, la Basilica della Santissima Annunziata del Vastato di Genova.
Le dimensioni eccezionali dell’opera (circa 38 metri quadri) e la complessità del suo restauro sono stati per il Centro di Restauro della Venaria Reale un’occasione straordinaria di lavoro sulle tele di grande formato: oltre ai restauratori del Laboratorio tele e tavole, l’intervento ha coinvolto studenti, tirocinanti e neolaureati, grazie al sostegno costante della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Genova e della Compagnia di San Paolo.
Dopo un breve periodo di esposizione temporanea nella navata laterale della Basilica della Santissima Annunziata del Vastato di Genova, la monumentale tela, alla fine del mese di luglio, sarà riallestita in controfacciata, a 16 metri di altezza.
Fonte: Centro Restauro Venaria Reale, 16 lug 2018

Genova. SS Annunziata – Ultima Cena attualmente in situ

 

 

Autore: Giulio Cesare Procaccini (1574 – 1625)
Periodo artistico: 1618
Data ultima verifica: 15/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VERONA. Museo Civico Archeologico, Ultima Cena, di anonimo.

Una delle ultime sale del Museo Civico Archeologico è costituita da un grande ambiente che era il luogo in cui i monaci del convento di San Gerolamo si ritrovavano per i pasti in comune.
Era in origine interamente decorato con affreschi, di cui restano oggi pochi frammenti.
Sulla parete di fondo, in rapporto con la funzione di refettorio, si trova un’Ultima Cena, degli inizi del Cinquecento, ispirata secondo alcuni al Cenacolo di Leonardo, ormai ridotta a pochi lacerti.

GIAVENO (To). Chiesa di San Lorenzo Martire, Ultima Cena nell’altar maggiore.

Le notizie relative all’antica pieve di San Lorenzo sono molto scarse, ma è verosimile ritenere che già nel 1309, sul sito ove ora si trova la Collegiata, vi sorgesse già l’antica chiesa.
Nel 1611 accadde per Giaveno un fatto di straordinaria importanza: la traslazione da Roma delle reliquie del Santo Papa Antero, qual dono di frà Giovanni Battista Cavagno di Novara al giavenese don Vincenzo Claretta. Questo eccezionale avvenimento si lega cronologicamente in modo assai stretto alla decisione di ricostruire San Lorenzo.
I lavori di riedificazione ebbero immediato avvio e nel 1622, su richiesta del cardinal Maurizio di Savoia, papa Gregorio XV ratificò la richiesta cardinalizia di nominare la chiesa Collegiata.
L’odierna parrocchiale è in buona parte frutto di rifacimenti avvenuti tra fine Ottocento ed inizio Novecento. L’originaria chiesa seicentesca era collocata al di fuori della cinta muraria della città; nel 1622 il cardinal Maurizio, divenuto da tempo “signore” di Giaveno, fondò in San Lorenzo la Collegiata dei Canonici con l’approvazione di Papa Gregorio XV e solo allora la chiesa venne consacrata dal vescovo di Asti.
La nuova parrocchiale era più ampia della precedente, con tre navate e sei cappelle laterali per ciascuna navata. L’altare maggiore apparteneva alla comunità e vi era stata retta la Compagnia del Corpus Domini. Nella cappella di sinistra, dedicata dal comune a Sant’Antero erano collocate le reliquie del Santo.
La Collegiata vanta la presenza di un pregevolissimo dipinto raffigurante San Lorenzo firmato e datato Joseph Ouvertus 1725. La pala era posta sopra gli stalli del coro a guisa di pala d’altare e rappresenta San Lorenzo inginocchiato davanti alla Madonna con il Bambino, affiancata da San Michele Arcangelo, circondata da angeli sopra una cornice di nuvole.

Nell’altar maggiore è rappresentata una Ultima Cena.

Info:
Diocesi di Torino (sec. XVII; XVIII)
Via Ospedale, 2 10094, Giaveno, Torino

VENEZIA. Ultima Cena, interpretazione di Emilio Vedova dal Tintoretto.

Emilio Vedova, un protagonista della scena internazionale del Novecento; sue opere testimoniano il profondo legame che il giovane Vedova sentiva verso l’opera di Tintoretto.
Iacopo Robusti, per Emilio Vedova, è stato molto di più di un antico Maestro di riferimento.
Interpretazione-dal-Tintoretto-Ultima-cena-1938_olio su carta alla Fondazione di Venezia.

FRANCIA – PARIGI. Chiesa San Francesco Saverio, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto

Chiesa di Saint Francois Xavier, nella “Sacrestia dei Matrimoni” è esposto un quadro del Tintoretto, la rappresentazione dell’ “Ultima cena” dipinta nel 1559.
Un quadro poco conosciuto, forse perché è una scena che Tintoretto dipinse spesso.
Pare che non fosse una della scene preferite dall’artista; semplicemente, gli veniva richiesta spesso dalla committenza, per lo più religiosa.
Così, egli si trovava costretto a inventarsi ogni volta un modo diverso di rappresentare il famoso banchetto, in modo da non presentare a tutti gli stessi quadri.

Tintoretto dipinse questa rappresentazione dell’Ultima Cena nel 1559 per la Scuola del Santissimo Sacramento nella Chiesa di San Felice a Venezia. L’opera rimase lì fino al 1818. Fu poi depositata in un collegio per ragazze e fino al 1865 fece parte delle collezioni della duchessa di Berry. Infine finì in Francia dove fu donata alla chiesa di Saint-François-Xavier dalla baronessa du Teil. La tela è classificata come monumento storico dal 19 dicembre 1950. È stata restaurata su iniziativa della Città di Parigi.

Info e immagini da:
https://www.patrimoine-histoire.fr/Patrimoine/Paris/Paris-Saint-Francois-Xavier.htm

LUCCA. Cattedrale di San Martino, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto.

Una delle ultime tele di Jacopo Robusti detto il Tintoretto, grande innovatore del Rinascimento veneziano, capace di composizioni dalla prospettiva audace e ricche di grande energia espressiva che anticipano il Barocco e gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di “il furioso”.
Questa tela realizzata nel 1594, anno della morte, a più di sessanta anni di età e con l’aiuto del figlio Domenico mostra tutte le caratteristiche che hanno reso celebre questo pittore.
La scena è caratterizzata dalla profondità data dalla tavola che, a differenza di tutti gli autori precedenti, non è frontale ma posta in obliquo, coperta da una tovaglia bianca e imbandita con il pane e il vino, necessari all’eucarestia, e attualizzata con posate ed eleganti calici in vetro veneziano, resi con una grandissima accuratezza; la stessa attenzione al particolare la troviamo nel cesto ai piedi della mensa e sul tavolino a sinistra con la tovaglia in broccato e le suppellettili.
Al centro della composizione si trova il Cristo mentre dona il pane eucaristico; da lui proviene un’aura di luce così intensa da offuscare il lampadario in alto e da illuminare tutta la scena creando chiaroscuri e riflessi, una luce così forte da squarciare le nubi che sembrano spalancarsi sul paradiso come un sipario. In alto quattro angeli vestiti di rosso e di blu, gli stessi colori degli abiti di Gesù, scendono verso di lui.
Tintoretto in questa scena unisce due momenti importantissimi, non solo quello del fondamento dell’eucarestia, ma anche quello in cui Gesù rivela ai suoi apostoli che sarà tradito da uno di loro; questa rivelazione agita gli Apostoli: i due più vicini all’osservatore si sporgono in avanti sul tavolo per discutere chi sia, altri allargano le braccia sconcertati, uno si alza in piedi e si tocca il petto come a dire “sono forse io?”. Giuda in realtà è il personaggio in primo piano a destra, vestito di viola che con una mano cerca di nascondere la borsa con in 30 denari, il prezzo del suo tradimento, posta sul tavolo.
Le pose sono dunque varie e danno dinamicità e forte carica espressiva alla scena, i colori sono brillanti e vivaci con predominanza di rosso, viola, verde e arancio, resi ancora più vivi dai forti effetti chiaroscurali provocati dalla luce che irradia da Gesù.
Nella tela non sono ritratti solo i discepoli ma anche due servitori, una donna a sinistra che reca un vassoio e un uomo che porta dei bicchieri su cui riflette la luce.
Più sorprendente sembra la presenza in primissimo piano, a destra, di una donna che allatta un bambino, figura simbolica che crea un paragone tra il nutrimento terreno, indispensabile alla vita del bambino, e quello spirituale, l’eucarestia, cibo della vita eterna. Un percorso ideale, che attraversa la tela in diagonale: percorrendo la tavola si incontra Cristo che dona l’eucarestia, la chiave per raggiungere il paradiso che si spalanca alle sue spalle.

Info:
Autore: Jacopo Robusti detto “Tintoretto” e Domenico Robusti
Cronologia: 1594
Collocazione: Cattedrale di S. Martino, terzo altare della navata destra
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni: 350×235 cm

Il biglietto combinato comprende Cattedrale + Campanile + Museo + Battistero e Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata (area archeologica e campanile)
Intero: € 9,00 – Ridotto: € 6,00

CATTEDRALE: Biglietto per la visita alle opere museali – Intero: € 3,00

BATTISTERO E CHIESA DEI SANTI GIOVANNI E REPARATA (Area archeologica e campanile) – Intero: € 4,00

Bibliografia:
– Franco Bellato, La cattedrale di San Martino in Lucca, Edizioni Cattedrale di San Martino, Lucca 1998.

 

Localizzazione: Lucca, Cattedrale di San Martino
Autore: Jacopo Robusti, detto Tintoretto
Periodo artistico: 1594
Data ultima verifica: 18/02/2021 - 17/03/2023
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA, Chiesa di Santo Stefano, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto

COLLOCAZIONE: sacrestia maggiore (nella mappa n°20)
TECNICA: olio su tela di  349 x 530 cm.
DATA: 1579-80

Quest’opera, insieme all’Orazione nell’orto e a Cristo lava i piedi agli Apostoli, originariamente erano collocate nella soppressa chiesa di Santa Margherita ed ora conservate nella sacrestia della chiesa di Santo Stefano.

Il dipinto, risalente agli anni attorno al 1580, è opera della vigorosa maturità del grande maestro veneziano. Si tratta di una delle moltissime rappresentazione del Tintoretto della comunione sub specie panis, conferma implicita dell’autorità di Roma dopo i decreti tridentini.
Sia stilisticamente che iconograficamente il dipinto risulta dipendente dalle opere della Sala Grande della Scuola di San Rocco. L’Ultima Cena di Santo Stefano, infatti, esaltando la concitazione della scena, evidenzia la consueta abilità del Tintoretto nella resa degli effetti luministici volti a coinvolgere emotivamente lo spettatore e quasi a renderlo partecipe dell’evento sacro, anticipando genialmente, per certi aspetti, il Barocco.

VENEZIA, Chiesa di San Trovaso, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto

Realizzazione: 1561-66 – Olio su tela 224,5 x 415 cm.
Commissionato dalla scuola del Sacramento insieme alla Lavanda dei Piedi (oggi a Londra).

Il dipinto raffigura il momento dell’annuncio del tradimento.
Il dinamismo delle reazioni degli Apostoli è accentuato dall’ardita composizione che pone il tavolo con lo spigolo verso lo spettatore con la sedia caduta e Giuda, riconoscibile per la mancanza dell’aureola, che prende il fiasco.

 

 


Info sulla chiesa:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Trovaso

Localizzazione: Chiesa dei SS. Gervasio e Protasio detta di S. Trovaso
Autore: Jacopo Tintoretto
Periodo artistico: 1561-6

VENEZIA, Chiesa di San Polo, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto.

Realizzazione: 1570.
Il dipinto venne commissionato a Tintoretto dalla Scuola del Sacramento della chiesa di San Polo.
L’Ultima Cena rappresenta l’omonimo episodio del Vangelo, proprio nel momento della comunione che Cristo sta dando a due Apostoli aprendo le mani a prefigurare il gesto della croce.
Le figure che fanno l’elemosina sulla destra, invece,  ricordano la componente assistenziale della scuola.

VENEZIA, Scuola Grande di San Rocco, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto.

Opera realizzata con tecnica ad olio su tela tra il 1579 – 1581, misura 538 x 487 cm da Jacopo Tintoretto (1518 – 1594).
Come il “Battesimo di Gesù“, la scena dell’Ultima Cena è colta in nessi spaziali e prospettici dilatati in termini visionari. Ogni elemento della composizione concorre a creare l’effetto di una profondità senza limite: dalle due grandeggianti figure di poveri in primo piano, alla scacchiera di marmi policromi del pavimento che sale in una fuga prospettica ripida e obliqua, alla tavola posta di traverso, lungo la quale le figure degli apostoli decrescono rapidamente nelle proporzioni, sino a quella minuta di Cristo che sta impartendo l’ostia consacrata ad un apostolo. La sapiente regia delle due fonti di luce – dall’estermo in primo piano e dall’apertra in fondo – evoca con inenarrabile forza di chiari e di scuri, non meno del tocco corsivo della pennellata,, il tumulto delle pose e degli atteggiamenti spirituali degli apostoli nel momento in cui Cristo intituisce il sacramento dell’Eucarestia dopo aver pronunciato il tramimento di uno di loro.
Nella memorativa fantasia poetica non va perduta la verità di molti particolari dell’ambiente. Di particolare suggestione sono quelli del fondo, il deposito di suppellettili in gran parte occupato dalla piatteria e la cucina dominata dall’incombente cappa del camino.
L’intensità coloristica del telero affascinò il Velazquez, che ne trasse una copia nel suo soggiorno a Venezia nel 1649 (Madrid, Accademia di San Fernando).

Qui a San rocco, a differenza delle composizioni con la stessa tematica e la stessa tipologia iconografica che si trovano nella chiesa di San Trovaso (“L’ultima cena”, 221 x 413 cm.) e nella chiesa di San Paolo (“L’ultima cena”, 228 x 535), la visione avviene in un interno molto vasto la cui dilatazione spaziale, enfatizzata da un impianto disposto in diagonale, si accresce con sapienti contrasti di luce-ombra e con linee prospettiche in un rapido ritmo decrescente. Le tre figure in primo piano (due poveri straccioni ed un cane), hanno lo scopo ben preciso di rimarcare lo stacco in profondità con i primi personaggi del tavolo.

VENEZIA. Chiesa di San Giorgio Maggiore, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Ultima Cena, 1594, olio su tela, 365 x 568 cm. Venezia, Chiesa di San Giorgio Maggiore.
Nell’Ultima Cena, l’artista abbandona la tradizione e dipinge il tavolo in diagonale mentre i protagonisti non si trovano di fronte all’osservatore.
La stanza nella quale si svolge la scena sembra essere l’interno di un’osteria. Tintoretto dà una certa umanità al dipinto, la volontà del pittore era infatti quella di ambientare l’ultima cena nell’epoca in cui l’artista stesso viveva. A parte il pavimento decorato finemente il resto dell’arredo non ricorda le sontuosità di un palazzo nobiliare. Lungo un lato della lunga tavola sono distribuiti Cristo e gli apostoli. Intorno a loro si affrettano a servire i domestici mentre sul soffitto aleggiano figure di angeli.
Il modellato dei personaggi è realizzato con zone di colore uniforme molto contrastanti tra luce ed ombra. Infatti le luci non descrivono i volumi ma ritagliano le forme dal fondo scuro. Le figure poi assumono posture molto concitate quasi di carattere teatrale.
L’illuminazione della sala nella quale si svolge la cena è molto contrastata. L’atmosfera che emerge è drammatica e mistica grazie alle figure lumeggiate in chiaro che volteggiano contro il soffitto a cassettoni. Infatti le forme sono modellate con un deciso chiaroscuro. Solo alcune parti dei personaggi sono illuminate in modo diretto dalla lampada che brucia in alto. Dal soffitto poi si diffonde una luce mistica a partire dagli angeli che aleggiano. A queste due illuminazioni si aggiungono anche le aureole intorno al capo di Cristo e a quelli degli apostoli. I colori sono tendenzialmente freddi. Anche il giallo oro diffuso uniformemente ha intonazioni che tendono al verde.
L’interno della stanza è descritto geometricamente dalla decorazione del pavimento e dalla fuga prospettica del lungo tavolo. Anche i cassettoni del soffitto contribuiscono a creare una solida gabbia prospettica. Infatti le figure sono rigorosamente dimensionate in accordo con lo spazio interno.
La struttura compositiva del dipinto è molto diversa da quella tradizionale. Solitamente infatti la tavola è posta frontalmente, parallela al fronte del dipinto. Anche la figura di Gesù quindi non si trova al centro del dipinto e di fronte all’osservatore. Nelle interpretazioni tradizionali poi gli apostoli sono seduti ai lati o intorno al Messia.
Nell’inquadratura il tavolo è posizionato a sinistra del dipinto e obliquo rispetto al piano della composizione. Il punto di vista inoltre pone l’osservatore più in alto rispetto alla scena. Infine la composizione è fortemente asimmetrica. Un certo equilibrio nella masse delle figure si ottiene dalla raffigurazione delle grandi immagini degli inservienti a destra. Questi personaggi in piedi e impegnati nel servizio riescono a restituire una giusta densità formale nella metà di destra.
Quella che appare sulla tavola apparecchiata, in primo piano, sembra una torta con delle candeline, ma non si è riusciti a capirne il significato. In ogni caso questa stranezza era già presente in un’Ultima Cena datata 1574; opera di Pomponio Amalteo ed ora al Castello di Udine.

Fonte: www.analisidellopera.it

Vedi in allegato: Parrocchia di San Pio X in Cinisello Balsamo – MI – Omelia di don Danilo Dorini del 1 aprile 2010 – Messa in Coena Domini: Tintoretto, Ultima_Cena

Localizzazione: Venezia
Autore: Tintoretto
Periodo artistico: 1594
Illustrazione opera: VENEZIA. Restaurati due teleri di Jacopo Tintoretto. È terminato il restauro de «L’Ultima Cena» e de «Il popolo di Israele nel deserto», due teleri realizzati da Jacopo Tintoretto per l’Abbazia di san Giorgio tra il 1591 e il 1592, due anni prima della sua morte, e che gli furono pagati 180 ducati. Di dimensioni ragguardevoli, oltre tre metri per cinque, notevoli per la qualità esecutiva e per il loro valore storico artistico, hanno ritrovato la potenza espressiva e liturgica che li aveva voluti e collocati nel presbiterio. Grazie al restauro finanziato da Save Venice (che da più di mezzo secolo opera a Venezia per la salvaguardia del suo patrimonio), e con il sostegno della famiglia Strake, è stato possibile in poco più di un anno vederli «rigenerati più che restaurati», come ha dichiarato agli organi di stampa l’abate Stefano Visintin nella cerimonia di presentazione. Una squadra diretta da Caterina Barnaba ha lavorato nella Sagrestia della Basilica, dove le tele di lino sono rimaste visibili in una specie di cantiere didattico aperto al pubblico, documentando le varie fasi che ha comportato un intervento integrato sulla struttura e contemporaneamente sulla superficie pittorica. È emersa la loro complessa storia conservativa, che parte da un primo restauro del 1733, passa per uno successivo nel XIX secolo e arriva a quello di Mauro Pelliccioli nel 1937 che comportò per «Il popolo di Israele» una foderatura per risolvere problemi di adesione della pellicola pittorica. «L’ultima cena», invece, esposto alla Biennale nel 2011, al rientro in loco subì un ulteriore intervento strutturale, con fissaggio di un telaio in alluminio a tensionamento continuo per stabilizzarlo. Come ha riferito Caterina Barnaba, si è trattato in questa circostanza di «un lavoro condotto con criteri di massima compatibilità, minimo intervento e piena reversibilità». Lacune o discontinuità di superficie sono state oggetto di integrazioni ad hoc, stuccature e reintegrazioni pittoriche, nel pieno rispetto dell’originale, intervenendo su abrasioni o perdite di pellicola pittorica con velature calibrate e seguendo i tonalismi originari, rimuovendo vernici ingiallite e ridipinture alterate. È poi stata applicata una verniciatura finale a nebulizzazione a garanzia di una protezione omogenea e duratura, una corretta saturazione dei valori cromatici. Durante i lavori, la campagna diagnostica attraverso indagini in fluorescenza ultravioletta per studiare alterazioni di colore, ad infrarosso per risalire al disegno, e Xrf (fluorescenza a raggi X) per recuperare la tavolozza senza asportare campioni, ha consentito nuovi studi e raffronti con altre opere del maestro, portando a inedite valutazioni che ridimensionano l’apporto della bottega e del figlio Domenico. Altrettanto trasparenti i personaggi sullo sfondo della caduta della manna, mentre il Mosè nell’angolo a destra si collega visivamente e cromaticamente al Gesù della Cena. Come ha dichiarato Frederick Ilchman, presidente del Consiglio direttivo di Save Venice: «“L’ultima Cena” e “Il popolo di Israele nel deserto” costituiscono uno straordinario esempio di dialogo tra pittura e architettura e rappresentano uno dei risultati artistici più elevati del tardo Cinquecento. L’intervento conservativo ha restituito piena leggibilità e profondità a queste monumentali tele». Autore: Vittorio Bertello Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 22 apr 2026
Data ultima verifica: 29/12/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MEDUNA DI LIVENZA (Tv). Chiesa di San Giovanni Battista, Ultima Cena di Jacopo Tintoretto.

La tela del Tintoretto conservata a Meduna, raffigurante l’Ultima Cena, appartiene indubbiamente alla primissima fase di Jacopo.
Ciò sarebbe confermato in primo luogo dall’occasione per cui essa fu probabilmente eseguita – e cioè la riconsacrazione della chiesa di S. Giovanni Battista, avvenuta nel febbraio 1545 (circostanza testimoniata da un documento ancor oggi conservato presso l’archivio parrocchiale medunese) – oltre che dall’evidente analogia stilistica con altre opere tintorettiane dello stesso periodo.
L’Ultima Cena di Meduna, conservata nell’originale cornice cinquecentesca, malgrado l’assenza di prove documentarie va certamente legata a una committenza proveniente dalla confraternita del Santissimo Sacramento attraverso l’importante patronato di una delle più importanti famiglie che vi facevano parte: i nobili Michiel.
Tale confraternita, che si doveva occupare della cura del Sacramento e di altre azioni caritative, nella maggioranza dei casi è la committente di soggetti che rimandano apertamente alla comunione, come l’Ultima Cena appunto. Ed è all’interno della chiesa di San Giovanni Battista che la confraternita medunese del Sacramento possedeva il proprio banco, cioè il luogo in cui si tenevano le riunioni, le deliberazioni, le celebrazioni (anche queste occasioni sono testimoniate dal Libro della Confraternita del Santissimo Sacramento conservato nell’archivio parrocchiale).
La tela di Meduna è inoltre di fondamentale importanza perché risulta essere il primo esempio di un tema – l’Ultima Cena appunto – che fu particolarmente caro al pittore e alla sua committenza; infatti come è noto dall’ampio catalogo tintorettiano, l’episodio dell’Ultima Cena è uno dei prediletti da Jacopo Robusti.
Si tratta di un tema che ricorre dagli inizi della sua carriera; e il pittore vi ritorna fino agli ultimi anni della sua vita (si pensi all’Ultima Cena in San Giorgio Maggiore, databile tra il 1592 e 1594 circa, anno di morte del pittore).
La tela va datata al 1545 circa e presenta notevoli somiglianze (sia di carattere stilistico che di carattere compositivo) non solo, come è già stato osservato, con il telaio raffigurante il medesimo soggetto eseguito per la chiesa veneziana di San Marcula (datato 1547), ma anche con un’Ultima Cena ora conservata in collezione privata veneziana (databile intorno al 1546).

OROPA (Bi). L’Ultima Cena di Bernardino Lanino.

È uno dei tesori biellesi più preziosi, un capolavoro del ’500 firmato da Bernardino Lanino. La sua «Ultima Cena» è stata restaurata e l’opera, riportata alla sua originale bellezza, è stata riesposta al pubblico, nella basilica antica di Oropa.
Il restauro è stato commissionato e finanziato dall’associazione «L’Uomo e l’Arte» mentre l’intervento (eseguito sotto la supervisione di Franco Gualano della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte) è opera di Camilla Fracassi che ha lavorato in collaborazione col restauratore Alberto Dimuccio per la parte relativa al supporto ligneo.
L’opera verteva in uno stato conservativo piuttosto compromesso sia per il naturale invecchiamento dei materiali sia per l’effetto di una serie di interventi di restauro di cui è stata oggetto nel tempo.
Nello specifico la traversatura rigida applicata sul retro del dipinto ha  impedito i naturali movimenti del legno e provocato la formazione di tensioni determinanti diffuse crestine del colore e la contrazione della pellicola pittorica in corrispondenza della commettitura centrale. La lettura dell’opera era, inoltre, ostacolata dalla presenza di uno strato protettivo ingiallito che ottundeva la cromia e da alcune ridipinture ormai discordanti dall’originale.
Il recente restauro ha quindi mirato a ripristinare una situazione di sicurezza per la pittura con la fermatura del colore e a migliorare la percezione del dipinto con una pulitura graduale e selettiva.
Particolarmente importante è stato l’intervento sul supporto finalizzato a liberare l’opera dal vincolo eccessivo della traversatura rigida con la creazione di un nuovo sistema di traverse elastiche che garantissero un adeguato sostegno. Il restauro è terminato con il ritocco pittorico e la verniciatura finale.

Fonte: http://www.santuariodioropa.it

NOLA (Na). Il convento di Sant’Angelo in Palco, con Ultima Cena.

nola 2Edificato nel 1430 circa da Raimondo Orsini, conte di Nola, il Convento di Sant’Angelo in Palco si presenta come un insieme di forme architettoniche differenti.
La chiesa barocca a unica navata è preceduta da un ampio atrio quattrocentesco a cinque arcate e custodisce vicino all’ingresso le tombe del conte, della moglie Eleonora d’Aragona e di altri Orsini eseguite verso la metà del ‘400.
Interessante il chiostro cinquecentesco a firma rettangolare con belle colonne in marmo e pozzo centrale rivestito da lastre marmoree.
Sotto il portico sono visibili affreschi con scene tratte dalla vita di San Francesco.
nola 3A ridosso, l’ampio vano del refettorio con strutture tardo gotiche mostra le pareti ricoperte di episodi del Vecchio e Nuovo Testamento e le volte con figure bizzarre risalenti al ‘700.
Gioiello del complesso è la decorazione pittorica nel lunettone di fondo. Su due registri mirabilmente conservati si possono ammirare l’Ultima Cena, la Lavanda dei piedi e la Crocifissione, databili al 1503.
Notevoli i medaglioni al di sotto dell’opera con ritratti di Santi.
Nel 2010 fu strappato in extremis all’inesorabile destino dell’abbandono. La sollevazione popolare e le battaglie delle associazioni culturali riuscirono a strapparlo all’oblio ed a garantirgli la sopravvivenza. Oggi però, a distanza di 5 anni, per il convento di Sant’Angelo in Palco la strada del declino è di nuovo in discesa. Un destino che potrebbe non dare una terza occasione.
Dalla fine del 2013 langue nell’abbandono. Non si celebrano più messe e soprattutto sono state sospese tutte le attività culturali, comprese le visite che volontari del territorio promuovevano per valorizzare il sito.
I motivi della chiusura non sono ben noti.
Fino a qualche anno fa il padre francescano che si occupava del complesso era riuscito ad abbinare all’attività di culto anche quella ricettiva concedendo la possibilità agli sposi di poter celebrare il convivio nuziale usufruendo dei locali del convento. Il risultato era la presenza di numerosi visitatori che ora non ci sono più. E la cosa che più preoccupa è che nessuno conosce il reale destino del convento che il conte Raimondo Orsini volle che dominasse la città dall’alto.
La vicenda riapre nuovamente il difficile tema dei beni culturali presenti sul territorio cittadino. Molti di questi, dal villaggio preistorico all’anfiteatro romano, compreso il convento di Sant’Angelo, non appartengono al comune di Nola.

Info:
Sant’Angelo in Palco, Via Seminario, 109, Nola NA – Tel: 081 512 2899

URBINO (PU), Palazzo Ducale, Ultima Cena di Tiziano Vecellio.

Urbino, Palazzo Ducale, Galleria Nazionale delle Marche, Ultima Cena di Tiziano Vecellio del 1542-1544. Olio su tela (163 x 104 cm).

L’Ultima Cena e la Resurrezione di Cristo di Tiziano costituivano in origine uno stendardo processionale commissionato al pittore dalla confraternita del Corpus Domini di Urbino. L’opera fu realizzata a Venezia tra il 1542 e il 1544, giungendo a Urbino nel giugno di quest’ultimo anno, come testimoniano i documenti di pagamento conservati nell’archivio della confraternita (L. Moranti 1990).
Nel 1545 le due facce dello stendardo vengono separate dal pittore Pietro Viti, figlio del più celebre Timoteo, per essere esposte ai lati dell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria di Pian di Mercato, sede della congregazione urbinate. Lo stesso Pietro dipinge sui bordi delle due tele anche un fregio a candelabra su fondo oro.
Con la demolizione della chiesa, ceduta dai confratelli per permettere di costruire il palazzo del collegio voluto da Clemente XI, i dipinti passano nella chiesa di San Francesco di Paola, nuova sede della confraternita dal 1708. Nel 1861 sono catalogati da Giovanni Battista Cavalcaselle e Giovanni Morelli, nel loro viaggio di ricognizione del patrimonio ecclesiastico nelle Marche e nell’Umbria, e nel 1866 entrano sotto forma di deposito nel museo dell’Istituto di Belle Arti di Urbino.

Il tema dell’Ultima Cena, proprio per essere inserito in uno stendardo, è risolto verticalmente ponendo in diagonale la tavola che accoglie splendidi brani di natura morta. La scena, con le concitate gestualità degli apostoli, è inserita in un’inquadratura architettonica di sapore lombardo e la veduta, al di là dell’arcata e della bifora, presenta un edificio a pianta centrale di ricordo bramantesco (W. Suida 1936) e una piramide molto simile alla Piramide Cestia di Roma (H.E. Wethey 1969).

L’ultimo restauro, eseguito nel 2018 dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, ha riconsegnato la lucentezza e vivacità dei colori e il tocco vibrante quasi impressionista del pennello, celati per molti decenni sotto le vernici ossidate. Durante l’intervento si sono scoperte anche le cornici dipinte dal Vecellio, occultate dal fregio di Pietro Viti, le cui tracce di color rosso e bianco sono oggi visibili solo lateralmente nei due dipinti.

Testo e immagini tratte da:
http://www.gallerianazionalemarche.it/collezioni-gnm/tiziano-vecellio-stendardo-processionale-del-corpus-domini/
http://www.gallerianazionalemarche.it/il-restauro-dello-stendardo-di-tiziano-le-verita-del-colore/

Localizzazione: Urbino
Autore: Tiziano Vecellio
Periodo artistico: 1542
Data ultima verifica: 19 mar 2021
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CASTIONS DI STRADA (Ud). Chiesa parrocchiale di San Giuseppe Ultima Cena.

La Chiesa parrocchiale di S. Giuseppe, secoli XVII-XVIII, ha affreschi moderni di Francesco Barazzutti (1907, Sacra Famiglia e S. Carlo Borromeo che dà la comunione a S. Luigi Gonzaga), Giacomo Monai (1951, Ultima Cena, Giuseppe riconosciuto dai fratelli), Fred Pittino (1956) e Renzo Tubaro (1954).
L’altare maggiore barocco è stato acquistato a Venezia nel secolo scorso.
Negli altari laterali, statue ottocentesche dovute a Vincenzo Luccardi (Madonna del Rosario) e Francesco Catone (S. Giuseppe).
In sacrestia, affollata composizione (Madonna del Rosario, 1760 ca.) dell’abate tricesimano Giovan Battista Tosolini, allievo di Pietro Longhi e maestro di Odorico Politi.
Il campanile settecentesco è stato costruito dal capomastro Sebastiano Lotti di Bertiolo.

Autore: Giacomo Monai
Periodo artistico: 1951
Data ultima verifica: 10/05/2014 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

LERMA (AL). Chiesa di San Giovanni Battista al Piano, affresco raffigurante l’Ultima Cena.

Localizzazione: La chiesa di San Giovanni Battista al Piano è nel cimitero.
Note storiche:

La chiesa romanica di San Giovanni Battista al Piano è probabilmente ciò che rimane di un nucleo più antico di Lerma, denominato Rondinaria, distrutto nel 1166 da Guglielmo del Monferrato. Per lungo tempo fu la parrocchiale di Lerma e solo nel ‘500 cedette il proprio ruolo all’oratorio posto all’interno del borgo murato.
Le strutture della chiesa di San Giovanni Battista al Piano sono molto semplici nell’alzato, nel tetto a doppia falda sostenuto da capriate a vista, nelle rudimentali superfici esterne cementate da mescola di calce e sabbia.
Presenta una facciata a capanna con campaniletto a vela in parte aggettante tra la falda di colmo e la murata meridionale.
Oggi cappella cimiteriale conserva al suo interno un pregevole ciclo di AFFRESCHI con 16 riquadri raffiguranti “Storie della Passione” risalenti a più fasi, presumibilmente tra il XV e l’inizio del XVI secolo, opera di un gruppo di artigiani frequentemente anonimi e più o meno stabilmente aggregati che si firmavano “Maestro di Lerma” (fra questi una Ultima Cena).


Fruibilità: Sempre visibile esternamente info Comune tel. 0143 877337
Url: http://www.archeocarta.it/pages/page.asp?c=document&id=699&p=AL
Data ultima verifica: 10/05/2014 00:00
Rilevatore: Angela Crosta, Feliciano Della Mora

SANT AMBROGIO DI VALPOLICELLA (Vr) Loc. San Giorgio. Pieve, affresco L’Ultima Cena.

Nella piazzetta del caratteristico borgo di San Giorgio di Valpolicella domina l’antica Pieve romanica risalente al 712 d.C. sorta presumibilmente sulle rovine di un preesistente tempio pagano eretto dagli Arusnati. All’interno sono conservati un antico ciborio scolpito da Maestro Orso e dai suoi discepoli nel VI sec. d. C., e affreschi del XII e XIII secolo.
Contiguo alla Pieve sorge intatto il suggestivo Chiostro del XII sec., e un piccolo Museo che onserva numerosi reperti preistorici risalenti all’età del ferro rinvenuti grazie a recenti scavi condotti nella zona. Oltre alla sezione archeologica, il Museo di San Giorgio comprende anche una sezione etnografica, dov’è stata ricostruita una tipica casa della Valpolicella dei secoli scorsi.
Immerso tra vigneti e olivi, San Giorgio si trova nel comune di Sant’Ambrogio, nella Valpolicella occidentale, a pochi chilometri da Verona e dal Lago di garda. Il paese è adagiato su un cocuzzolo stretto attorno alla Pieve ed è costruito con la stessa pietra calcarea su cui poggia: una fortezza naturale che si raggiunge solo dopo un cammino lungo e faticoso (da qui forse l’idea di chiamare il paese ‘Ingannapoltron’). I ritrovamenti archeologici testimoniano un ricco passato della media età del Bronzo e dell’età del Ferro. Sembra che il luogo sia stato abitato dalla stirpe degli Arusnati, popolo di origine retica che ha lasciato di sè soltanto poche tracce.
Il chiostro e la collegiata: E’ la costruzione centrale del complesso religioso, in origine racchiusa tra la chiesa e glia ltri edifici in cui abitava la comunità dei chierici addetti alla Pieve.
Perfettamente conservato su tre lati, il chiostro attuale risale al XII secolo. La sua copertina è sostenuta da archetti sorretti da colonne sottili. Di notevole interesse artistico sono i capitelli delle colonne, lavorati in forme diverse e scolpiti con motivi animali e vegetali.
Accanto al chiostro, dell’antica collegiata in cui si svolgeva la vita del clero rimane la trecentesca scala affrescata.
Il Parco Archeologico e il Museo
Dal chiostro si accede al parco archeologico, area visitabile in cui di recente sono stati condotti degli scavi che hanno portato alla luce i resti di un insediamento del IV secolo a.C.
Un museo è ospitato nelle sale adiacenti la chiesa e raccoglie le testimonianze più significative di storia, arte, cultura e folclore di San Giorgio: reperti preistorici e arusnati, are e iscrizioni romane, sculture e rilievi longobardi e carolingi, oggetti d’arte di ogni epoca.

Note storiche: Come prima Chiesa Cristiana della zona, la Pieve di San Giorgio di Valpolicella testimonia la tardiva evangelizzazione del territorio. Il titolo di 'Pieve' indica alcuni privilegi ad essa riservati: l'officio di un Vescovo, la possibilità di battezzare, la presenza di un ordine clericale stabile.
Il titolo, di cui anche oggi si fregia, è riportato in un'iscrizione incisa su una colonna del ciborio, e fa risalire la sua edificazione all'epoca del regno di Liutprando (712-736).
L'edificio, in pietra locale, conserva livelli murari romani, longobardi e medioevali. La pianta a tre navate ha due absidi su entrambi i lati brevi.
La prima edificazione della Pieve risale all'VIII secolo ed è sorta sulle rovine di un santuario pagano arusnate. Una testimonianza di tali origini è la base su cui poggia una colonna della navata: un'Ara sacrificale, con dedica al Sole e alla Luna, reimpiegata nella costruzione dell'edificio.
Illustrazione opera: Notevoli i dipinti interni alla Pieve (XI-XIV secolo): l'abside occidentale è occupata da un Cristo Pantocrator, mentre alle pareti figurano Gli Apostoli attorno alla Sacra Mensa, un misterioso Adamo in Paradiso e una Vergine con Bambino. Alle colonne, resti di affreschi raffigurano alcuni Santi.
Al suo interno conserva un apparato di dipinti murali di fondamentale interesse per la conoscenza della pittura veronese medievale connotata, fin dai suoi esordi, di molteplici scambi e contatti culturali.
L'intervento di restauro ha interessato specificatamente il recupero conservativo dei testi pittorici presenti lungo la parete della navata destra con 'Le Storie dei Progenitori' (sec.XII), la più tarda 'Ultima Cena' per concludere con i riquadri votivi di 'Santi' e 'Madonna in trono' che decorano interamente l'absidiola destra.
Classica rappresentazione dell' Ultima Cena con i membri del convitto in piedi, tutti frontali, Cristo con barba al centro, San Giovanni invece glabro con aspetto giovanile. Si noti la testa della figura col bicchiere di vino nell'atto di portarlo alla bocca, quella che taglia il pane e l'altra che, con la brocca di ceramica decorata in verde sul bianco di caolino, versa.
L'affresco risente gravemente degli interventi sulle porte di accesso al lato sud della pieve chiusa la porta 'originale' gotica e tamponata con materiale povero, vi era stato steso l'intonaco e l'affresco nel periodo presumibile del primo Quattrocento.
Successivamente è stata aperta una nuova porta vicina, forse alla fine del Settecento o nel primo Ottocento, demolendo quindi grandi porzioni di affresco.
Il restauro ha restituito nell'angolo un bel brano affrescato individuato in San Martino che con la spada taglia il mantello per donarlo al povero.
L'esecuzione del San Martino come pittura attardata, ancora su canoni di maniera cortese, momchè l'incongruenza dell'assetto del paramento murario con l'Ultima cena, denunciano una gromatica congruità con altri diversi affreschi che in origine decoravano la parete e successivamente sono stati coperti da una fodera muraria qui evidente.
Importante testimonianza risalente al regno longobardo di Liutprando, il ciborio è stato ricostruito negli anni Venti del XX secolo, utilizzando gli elementi originari. Le epigrafi sulle colonnine del ciborio svelano gli autori dell'opera: Maestro Orso e i suoi discepoli.

Info:
Indirizzo: Loc. San Giorgio, 37015 Sant'Ambrogio di Valpolicella (VR).
Orari Museo: Giugno-Ottobre: sabato pomeriggio: 15.30-19.00 - Domenica: 10.00-12.30 / 15.30-19.00 - Altri giorni: Previa prenotazione ai soli gruppi da 10 a 25 persone.
Prezzi: previa prenotazione, € 60.00 per gruppi max 20 persone
Telefono: 0457701530 - Telefono Museo: 368 7086616
Orario S.S Messe: Domenicali e festive: 10.00, Prefestive: 18.00


Fruibilità: è visitabile tutti i giorni esclusi gli orari delle messe.
Url: http://www.sangiorgiovalpolicella.it
Data ultima verifica: 20/04/2014 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora, Franca Benvenuto

BRESCIA, Museo Diocesano. Franca GHITTI, ULTIMA CENA (1963-2011) – Un’installazione.

Ritenuta da alcuni il capolavoro dell’artista bresciana, l’Ultima cena, opera di grande impegno e profondo significato, ripropone in una sintesi di intensa suggestione, aspetti e momenti diversi della sua produzione, e li riformula in una prospettiva di assoluta novità.
Il lavoro è composto da un dipinto a olio di grandi dimensioni, che Franca Ghitti aveva realizzato nei primi anni sessanta, e su cui era tornata tra il 2010 e il 2011, creando tre installazioni, diverse per ciascuna sede espositiva: la chiesetta di San Gottardo a Erbanno (BS) (2010), l’Antiquum Oratorium Passionis di Sant’Ambrogio a Milano (2011) e il Museo Diocesano di Brescia (2011).

L’opera è stata esposta nel 2014 alla Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici a Milano.

Per dare forma a uno austero rito conviviale, Franca Ghitti raccoglie e organizza, in un ordine geometricamente calcolato, elementi e materiali diversi, come scarti della lavorazione del ferro, la rete metallica, frammenti di carbone, coppelle in ferro contenenti granaglie varie, pagine e libri chiodati, sbarre, lance, ritagli e polvere di ferro, che segnalano drammaticamente il presagio e i simboli della passione.
Una serie di pani rotondi, posati ai piedi dell’altare o tra le sbarre di ferro che sostengono il dipinto, le 12 posate dei convitati perfettamente allineate, a fronte dell’immagine effigiata 50 anni prima, sono tutte presenze evocative e modi che a distanza di millenni ricostruiscono un evento che appartiene profondamente alla nostra cultura.
Come ha scritto John Freccero, uno dei massimi intellettuali americani, “L’universalità dell’opera della Ghitti è tale da permettere a ciascuno di noi di leggere in essa la nostra storia la sua Ultima Cena, non celebra solo un rito di addio, ma è anche capace di evocare simbolicamente la riunione di corpo e anima, dell’umano e divino”.

La pittrice donò l’opera al Museo Diocesano di Brescia che  la collocherà in una sala dedicata.

Autore: Franca Ghitti
Periodo artistico: 1963-2011
Note storiche: La mostra è organizzata dalla Galleria d'arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici di Milano in collaborazione con la Fondazione “Archivio Franca Ghitti”, col contributo di Forni Industriali Bendotti e di Fope gioielli, e sarà inaugurata giovedì 20 marzo 2014, alle ore 18.00, da Angela Bonomi Castelli, Paolo Biscottini, Cecilia De Carli, Pietro Petraroia, Elena Pontiggia.
Illustrazione opera: Franca Ghitti (1932-2012) nasce a Erbanno in Val Camonica. Studia all’Accademia di Brera a Milano, frequenta a Parigi l’Académie de la Grande Chaumière, a Salisburgo il corso di incisione diretto da Oskar Kokoschka.
Realizza negli anni Sessanta le prime sculture in legno (Vicinie, Rogazioni, Litanie) proponendosi di definire fin da allora un’immagine dello spazio che abbia anche una dimensione del tempo e della storia. Recupera legni usurati, avanzi di segheria, chiodi, per evocare la presenza di una cultura intessuta di elementi costanti e ripetuti: è già un lavoro di mappatura antropologica.
Dal 1969 al 1971 vive e lavora in Kenya, dove realizza, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate legate in cemento della Chiesa degli Italiani a Nairobi. I viaggi e i contatti con molte culture tribali le chiariscono il valore dei codici formali come sedimenti, “altri alfabeti” lasciati dalle comunità e dalle strutture sociali.
Rientrata in Italia, lavora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine. Sue mostre sono presentate in importanti sedi a Mantova, Torino, Milano, Heidelberg, fino alla grande antologica di Palazzo Braschi a Roma nel 1988.
Già dagli anni Settanta la scultura di Franca Ghitti, che ha preso le mosse delle strutture fondanti le architetture rustiche (corde annodate, tacche sulle cortecce, allineamenti e incastri di legni e pietre), dialoga direttamente, in grandi installazioni, con le tecniche modulari e le architetture contemporanee.
Tra i vari interventi pubblici, l’idea di una scultura creatrice di luoghi di riflessione e identificazione collettiva si esprime in una grande installazione in rapporto con lo spazio urbano e in grandi installazioni in ferro per varie sedi, in Italia e all’estero.
E' degli anni Ottanta l'Omaggio a Antonio Sant'Elia, Credito Italiano, Milano. Nel 1995 una sua antologica viene ospitata nelle sale di Palazzo Martinengo e nell’ex Chiesa di San Desiderio a Brescia.
Nel 1997 realizza significativi interventi pubblici, come Il segno dell’acqua, una grande struttura a cascata in ferro nel lago di Iseo (Brescia) L’Archivio dei materiali, un intervento ambientale con vetrocemento, pietra, ferro e legno nel nuovo quartiere di edilizia residenziale di San Polo a Brescia Il mappale cubico per la sede dei Costruttori di Brescia. Rinnova così la ricerca sulle Mappe, recuperando scarti di ferro.
Nel 2000 espone Other Alphabets alla O.K. Harris Gallery di New York i Cancelli d’Europa a settembre a Monaco di Baviera (Pasinger Fabrik) e a novembre a Bilbao (Fundacion Bilbao Bizkaia Kutxa).
Nel 2003 presenta Maps-Mapping, sculture e installazioni alla Cooper Union for the Advancement of Science and Art di New York.
Nel 2008 la mostra Pages - Nails alla OK Harris Works of Art di New York propone le Pagine chiodate, opere inedite di grafica e scultura realizzate con carta, cartone e chiodi. A settembre 2008 su invito di BresciaMusei, inaugura la mostra La città e la sua impronta al Castello di Brescia.
In maggio e giugno 2009 presenta il Progetto per zona Navigli. Scultura nella città - Acqua sul Naviglio, Museo della Permanente, Milano. Segue, durante il mese di ottobre, la nuova esposizione La ville et son empreinte - Sculptures et installations nelle sale dell’École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris La Villette. Tra marzo e aprile 2010 termina le Porte del Silenzio e l’arredo per la cappella del Nuovo Ospedale di Como..
Nel 2011 espone Frammenti dell’Albero_Sculture e installazioni presso la Sala Foyer dell’Università Bocconi di Milano, e presenta anche il suo ultimo lavoro monografico, Ghitti. La grammatica dei chiodi_The Grammar of Nail, che contiene una raccolta di opere dal 1963 al 2010.
Presso l’Antico Oratorio della Passione della Basilica di S. Ambrogio di Milano nel mese di aprile 2011 presenta, inaugurandola il Giovedì Santo, l’installazione Ultima Cena, già esposta nell’antica chiesa di Eribanno, Val Camonica. La stessa installazione, in versione modificata rispetto alla precedente, viene presentata al Museo Diocesano di Brescia (maggio-luglio 2011). A luglio è a S.Pietroburgo su invito del Museo d'Arte Contemporanea Manege (luglio-settembre 2011) con installazioni in ferro.
Franca Ghitti muore l'8 aprile, giorno di Pasqua, del 2012, lascia un’opera ingente e in parte sconosciuta. Una serie di iniziative si avviano dopo la sua morte per lo studio e conservazione, catalogazione della sua opera.
Nel 2013 è nata la Fondazione 'Archivio Franca Ghitti'.
Si sono occupati del suo lavoro personaggi della cultura e della letteratura, tra cui Vanni Scheiwiller, Vittorio Sereni, Roberto Sanesi, Italo Calvino, Maria Corti, Mary de Rachewiltz, John Freccero, Franco Loi, nonché storici dell’arte e critici tra i quali: Giulio Carlo Argan, Carlo Belli, Carlo Bertelli, Rossana Bossaglia, Enrico Crispolti, Cecilia De Carli, Elda Fezzi, Ivan Karp, Fausto Lorenzi, Giuseppe Marchiori, Margaret Morton, William Klein, Bruno Passamani, Elena Pontiggia, Walter Schoenenberger.
Url: https://www.meer.com/it/8294-franca-ghitti-ultima-cena-1963-2011
Data ultima verifica: 19/03/2014 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

LORETO (AN). Museo Pontificio pinacoteca della Santa Casa, Ultima Cena di Felice Damiani

Nella sala XIV del Museo si trova una Ultima Cena, a olio su tela, opera firmata e datata (1585) di Felice Damiani (1530-dopo il 1609) che vi riflette modulazioni venete e romane ben raccordate, insieme ad un chiaro muzianismo.

Localizzazione: Museo Pontifico pinacoteca della Santa Casa, Piazza della Madonna
Autore: Felice Damiani
Periodo artistico: 1585
Data ultima verifica: 15/03/2014 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TAGGIA (Im). Convento San Domenico, Ultima Cena

Convento di San Domenico frati Domenicani. raggiungibile con l’autostrada A10 si esce al casello di Arma di Taggia, si sale verso l’interno fino a Taggia 2 km., dopo il cimitero procedere sulla la strada a sinistra fino all’ampio piazzale dinanzi al Convento.
In treno si scende alla stazione di Arma di Taggia e con il filobus si arriva a Taggia, scendendo alla seconda fermata dopo il cimitero.
All’interno, oltre alla presenza di dodici altari, si possono osservare pregiate opere pittoriche di diversi pittori, un’Adorazione dei Magi attribuita al Parmigianino, cinque tele del pittore Ludovico Brea quali l’Annunciazione di Maria del 1494, la Madonna del Rosano del 1513, Santa Caterina del 1488, la Madonna della Misericordia del 1483-1488, il Battesimo di Gesù e Santi del 1495.
Tra le altre opere esposte quelle di Gregorio De Ferrari, Giovanni Canavesio, Raffaele De Rossi, Giovanni Battista Trotti (detto il Malosso) ed altri pittori dell’epoca.
Fra le innumerevoli opere d’arte presenti nelle cappelle, è da segnalare soprattutto il grande politico del presbiterio raffigurante la Madonna della Misericordia e i Santi, opera di Ludovico Brea (1483-88), posto sull’altare maggiore.
Un portico ad arcate immette nel chiostro quadrangolare. Nell’edificio conventuale a piano terra si trovano: la sagrestia, la sala del capitolo, il dormitorio dei conversi e l’antica biblioteca. Queste parti hanno conservato degli importanti affreschi di Giovanni Canavesio, di Ludovico Brea e di altri artisti del 15º-17º secolo.
Opere pittoriche, manoscritti, statue e oggetti sacri sono esposti nel museo, allestito nell’ex dormitorio dei conversi. Il museo si sviluppa nelle sale al piano terreno del complesso conventuale domenicano, attigue al chiostro quattrocentesco. Tra le opere esposte si segnalano alcuni frammenti di polittici di Francesco e Lodovico Brea, una cassapanca lignea del XVI secolo, alcuni codici miniati, incunaboli e una tela raffigurante l’Incoronazione della Vergine di Gioacchino Assereto (1600-1649). Il percorso museale prosegue nella vicina chiesa di Nostra Signora della Misericordia, che ospita all’interno una straordinaria concentrazione di opere di Lodovico Brea, tra cui si segnala il Polittico della Misericordia sull’altare maggiore, e dipinti del Molosso, dell’Orbetto e di Gregorio De Ferrari. Inoltre l’Adorazione dei Pastori del Parmigianino.

 – Vedi anche allegato: Christiane Eluère, L’Ultima Cena con gamberi a Pigna e altre Ultime Cene nel Ponente ligure: Christiane-Eluère-Pigna-l-Ultima-Cena-1

Info:
Piazza beato Cristoforo 6 – 18o18 Taggia (Im) – tel. 0184477278 – tel.cell. 3520299281 – email:  amiciconventosandomenicotaggia@gmail.com
Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=61585374120056
Canale Whatsapp per News & Eventi: https://whatsapp.com/channel/0029VbBwFAgDp2Q0FpQj5Y3i
Orario di apertura: da martedì a domenica dalle 9.00 alle 11.30 e dalle 15.00alle 17.00. Chiuso il lunedì. Per i gruppi (minimo 10 persone) è gradita la prenotazione.

Note storiche: Il convento di San Domenico è un edificio religioso, sito in valle Argentina. Gli edifici, ad oggi considerati tra le più grandi pinacoteche della scuola pittorica ligure/nizzarda, furono costruiti tra il 1460 e il 1490 dai maestri comacini Gasperino da Lancia e Filippo da Carlono.
Padre Cristoforo da Milano, poi beatificato, predicò nella cittadina nel 1459 e decise di edificare il Convento Domenicano, consacrato l'8 agosto del 1490.
Ingenti danni furono inferti al complesso dalle incursioni dei Saraceni (1500), nel periodo napoleonico e del governo italiano nell'ottocento.
Nel 1926 i padri domenicani ritornarono a Taggia dando il via ai grandi lavori di restauro, ora terminati, di questo gioiello d'arte, fra i più significativi della Liguria occidentale.
Il convento è preceduto da un'ampia piazza lastricata a ciottoli, la Chiesa ha una facciata a salienti con ornati di tipo neo-gotico, aggiunti nell'ottocento.
L'interno è costituito da una grande aula rettangolare con volte a crociera, ogivali. I profili degli archi, a sesto acuto, delle volte e delle finestre sono decorati a scacchi bianchi e neri.
Illustrazione opera: Le pareti della cappella sono decorate da parte di un ciclo dipinto relativo alla Passione, riferibili alla prima metà del XVI secolo. Si noti che l’Ultima Cena deriva dal modello dell’analogo celebre soggetto del Refettorio di Santa Maria delle Grazie di Milano, opera di Leonardo da Vinci. Santa Maria delle Grazie era infatti un convento domenicano e presso il convento di Taggia si conservava persino un disegno dell’opera leonardesca, evidentemente famosa già all’epoca della sua originale realizzazione.
Url: http://www.conventosandomenicotaggia.org/
Data ultima verifica: 31/08/2013 00:00
Rilevatore: Valter Bonello

FAGAGNA (Ud), Chiesetta di San Leonardo, con frammento di Ultima Cena

Questa antica Chiesetta è situata nella borgata omonima, all’inizio di Via Riolo.
Risale presumibilmente al XIV o XV° secolo.
All’inizio dell’Ottocento, con le soppressioni napoleoniche, la chiesa fu sconsacrata e fu utilizzata come pagliaio fino ad alcuni decenni or sono.
Attualmente è di proprietà del Comune che ne ha curato un restauro ultimato nel 2010.
La chiesetta sorge lungo l’antico tratto della strada romana che attraversava il territorio di Fagagna, denominata Via per compendium Concordia-mansio Ad Silanos.
L’edificio viene citato per la prima volta in un lascito testamentario del 14 marzo 1456, anche se la sua costruzione dovrebbe risalire alla seconda metà del Trecento, come è testimoniato dalla datazione degli affreschi interni.
Fin dalle origini apparteneva alla Confraternita di San Leonardo, attiva nell’area fagagnese.
Durante il periodo napoleonico la chiesa venne acquisita dal Regno e nel 1820 venne utilizzata come prigione.
La chiesa si presenta come un edificio ad un unico vano a pianta rettangolare e tetto a capanna, copertura in coppi e travatura in legno. In facciata si ha un portale ad arco ogivale sostenuto da piedritti in pietra.
I muri laterali, all’esterno, sono ornati da una serie di archetti posti all’altezza di gronda. Sotto a questi archetti erano dipinte figure di Santi che ora sono illeggibili.
Anche gli affreschi all’interno, sulle pareti, sono per la maggior parte illeggibili.
Si narrano i quattro episodi della vita di san Leonardo sulla parete destra nella fascia superiore (la nascita del principino, l’incontro del santo con re Clodoveo, la fondazione di Nobiliacume, la liberazione del servo); i primi tre affreschi sono ancora legati alla maniera tardo-vitalesca, fiorente in Friuli verso la fine del XIV secolo, mentre per il quarto è stata proposta l’attribuzione a Domenico Lu Domine e a Antonio Baietto, artisti già più maturi e legati alle innovazioni stilistiche quattrocentesche, artisti che, inoltre, risultano presenti a Fagagna verso il 1413.
Nella fascia inferiore le storie della vita di Gesù, in controfacciata il Giudizio Universale, sulla parete di sinistra le storie della Passione (fra cui una parte minima di una Ultima Cena), sul muro absidale la Crocifissione.

 

Localizzazione: Fagagna. Borgata San Leonardo, inizio via Riolo.
Periodo artistico: XIV - XV sec.
Fruibilità: Rivolgersi alla Biblioteca Comunale
Data ultima verifica: 29/10/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – MONACO DI BAVIERA. Alte Pinakothek, Ultima Cena di Giotto di Bondone

Arrivato nelle collezioni di re Massimiliano I di Baviera nel 1805 da una collezione privata, venne giudicato da Thode il prototipo dell’Ultima Cena degli Scrovegni, anche se oggi è per lo più indicata, al contrario, come una sua riduzione in piccolo.
Oltre all’organizzazione spaziale infatti, le due scene condividono anche i tipi fisici degli apostoli.
La scena mostra un’attenzione quasi miniaturistica nella cura del dettaglio, dalla balconata interna con decori cosmateschi, alle vivande sulla tavola, dal motivo a losanghe della tovaglia alle decorazioni dorate delle vesti. Giovanni, come tipico, dorme in petto a Cristo, il quale sta dando il boccone a Giuda, primo di spalle a sinistra, dipinto già senza aureola. Gli apostoli più lontani non sembrano neanche accorgersi dell’accaduto.

Localizzazione: Alte Pinakothek Bayerische Staatsgemäldesammlungen
Autore: Giotto di Bondone
Note storiche: Indicazione generica sec. XIV, da 1310 a 1330
Illustrazione opera: Materia e tecnica: dipinto su tavola
Unità di misura cm: Altezza 42.5 - Larghezza 43

Data ultima verifica: 18/09/2013 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO. Basilica di San Lorenzo Maggiore, Ultima Cena.

Dal 1167, quando si costruì la nuova cerchia muraria che avrà, come fossato, il naviglio, la basilica di San Lorenzo, risparmiata dal Barbarossa per un possibile uso militare, venne inglobata all’interno della città nei pressi della Porta Ticinese, punto di arrivo della strada da Pavia, la più importante tra quelle che conducevano in città.
Gli studi compiuti nel 2002/2004 permettono di chiarire anche i lavori di rifacimento di epoca medievale.
La prima fase di ricostruzione coinciderebbe con la seconda metà del X secolo, nel periodo Ottoniano, in un momento di avvicinamento all’Impero Bizantino da parte di Ottone I di Sassonia, imperatore del Sacro Romano Impero, momento che culminò con il matrimonio di Ottone II e la principessa bizantina Teofano nel 972.
A Milano, la più grande diocesi della penisola, antica capitale dell’Impero, snodo tra il Nord e l’Oriente, San Lorenzo, che era il più straordinario edificio di committenza imperiale, divenne oggetto di rifacimenti in cui il ricorso a maestranze orientali potrebbe spiegare le tecniche costruttive evolute riscontrate dalle indagini archeometriche. Si ipotizza che, in questa prima fase, fu ricostruita la cupola con tubi fittili, cioè con una soluzione autoportante più leggera dei grandi getti di calcestruzzo tipici delle cupole della classicità.
Tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII si sussegue una serie di calamità: incendi nel 1071, nel 1103 e negli anni successivi fino al terremoto del 1175 che minarono la stabilità della Basilica, già costruita su un terreno dismogeneo, in parte paludoso.
Tra il XII e XIII sec., per dare stabilità alla cupola, furono ricostruiti i pilastri di pietra su cui si innesta, furono sostituite le colonne di passaggio dal centro della chiesa alle esedre con pilastri ottagonali, fu rifatta e ampliata la torre di sud-est, fu edificato il tiburio esterno con l’aggiunta di archi rampanti innestati sulle torri, di cui sono ancora visibili i resti. Nel XV sec. fu costruita la Cappella Cittadini ampliando l’aula absidata di sud-est, già soggetta a rimaneggiamenti nell’XI sec.
Nel 1548 il governatore Ferrante Gonzaga, fece costruire una nuova cerchia difensiva (detta dei Bastioni) all’esterno della cerchia dei Navigli: la basilica di San Lorenzo si trovò quindi in una zona ormai densamente popolata.
Il mattino del 5 giugno 1573 la cupola improvvisamente crollò, fortunatamente senza provocare vittime, a causa dell’erosione delle colonnette del matroneo del lato ovest dell’esedra sud, con conseguente cedimento dell’esedra meridionale e occidentale, della volta dell’atrio di Sant’Aquilino e del lato sud della facciata.
I lavori di ricostruzione, affidati all’arch. Martino Bassi, iniziarono l’anno dopo e furono completati nel 1619 dopo la sua morte. La lentezza fu dovuta, oltre che alla mancanza di fondi, alle continue polemiche che accompagnarono sia i progetti che la ricostruzione a cui contribuirono gli architetti Rinaldi, Meda e Trezzi.
L’acceso dibattito di quegli anni intorno a San Lorenzo confermò l’interesse che l’edificio sacro continuava a suscitare. L’importanza attribuita alla Basilica e alla sua ricostruzione si inseriva in una rinnovata interpretazione di Milano come “altera Roma”, centro da cui doveva ripartire l’azione di rinnovamento della Chiesa dopo il Concilio di Trento.
Il Bassi puntò su l’irrobustimento delle strutture della chiesa: rinforzò le quattro copie di pilastri che reggono la cupola, ricostruì i pilastri ottagonali del lato nord su esempio di quelli medioevali del lato sud e sostituì quelli dell’asse est-ovest con colonne circolari, per suggerire uno sviluppo longitudinale della Basilica, secondo i dettami del Concilio di Trento.
Vennero rifatte le volte del matroneo e le semicalotte degli arconi, i pilastri angolari rinforzati furono collegati mediante mensoloni che riducevano la pianta centrale dell’edificio ad un ottagono irregolare che poi diveniva alla sommità regolare, permettendo il raccordo tra la pianta stessa quadrata e l’innesto della cupola, di forma ottagonale. Sistemi di catene metalliche e rinforzi dei pilastri con lesene consolidarono ulteriormente la statica della cupola.

Localizzazione: Milano, Chiesa di san Lorenzo Maggiore
Autore: Antonio della Corna ??
Periodo artistico: XVI sec.
Illustrazione opera:

In fondo alla chiesa, è stato dipinto una 'Ultima Cena', affresco, ingenua copia dell'opera di Leonardo da Vinci, attribuita ad Antonio della Corna, suo allievo.


Fruibilità: La basilica è aperta dalle 7.30 alle 18.45.
Url: http://www.sanlorenzomaggiore.com
Data ultima verifica: 15/07/2013 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

PECETTO TORINESE (To). Chiesa di San Sebastiano, Ultima Cena (affresco).

All’estremità meridionale dell’abitato attuale, presso il cimitero, si trova la chiesa romanico-lombarda di San Sebastiano, parrocchiale ‘ad antiquo‘, dalla facciata spoglia, incentrata su un oculo ed un portale ogivale, che evidenzia lo spazio della nave centrale.
L’interno a tre navate – con abside rivolta a E e sistema costolonato ad archi ogivali e volte a crociera – è adorno di affreschi illustranti episodi della vita di San Sebastiano e di altri santi, di scuola lombardo-piemontese dei sec. XV e XVI tra i primi, importante è la Natività di Jacopino Longo (1508) sulla controfacciata.
Alla parete destra, Madonna del Rosario, santi e devoti (1608).
Nel presbiterio, a sinistra dell’altare, Madonna col Bambino e santi (1681) sulla parete di fondo, grande Crocefissione (c. metà del sec. XV).
Sulla volta del presbiterio, affreschi di Guglielmetto Fantini (storie di San Sebastiano e di Sant’Antonio Abate, evangelisti), pittore formatosi sugli esempi di Giacomo Jaquerio).
Nella parete destra del presbiterio è rappresentata una ‘Ultima Cena’, deteriorata da molte scalpellinature e da alcune zone prive ormai dell’affresco. La scena viene presentata attorno ad un tavolo circolare ed in uno spazio molto limitato.

Localizzazione: Chiesa di San Sebastiano.
Autore: affreschi di pittori di scuola jaqueriana
Periodo artistico: sec. XV
Note storiche: Il luogo è legato alla storia territoriale di Chieri.
A S dell'abitato, nell'area oggi compresa tra la chiesa di San Sebastiano e la frazione di San Pietro, era l'insediamento di 'Covacium'. menzionato nel 1064 tra i beni dell'abbazia di Nonantola, nel 1159 tra quelli dell'abbazia di San Solutore, quindi possesso dei Biandrate.
Nel 1224 gli uomini di 'Covacium' vennero aggregati alla comunità di Chieri: la creazione nel 1227 di Pecetto quale borgofranco, con una torre di difesa, segnò la completa affermazione di Chieri contro i vescovi di Torino ed i conti di Biandrate, cui seguì il prevalere del nuovo insediamento sul precedente (testimoniato dall'elezione a pieve nel 1386).
Il borgo con opere difensive e ricetto passò nel 1542 sotto Torino.
Fruibilità: Chiavi presso il Comune, tel. 0118609218.
Data ultima verifica: 18/11/2012 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA, fraz. Provesano (PN). Chiesa San Leonardo, Ultima cena di Gianfrancesco da Tolmezzo.

Dedicato a San Leonardo, l’edificio sacro, probabilmente innalzato su una precedente chiesa, risale alla fine del XV secolo. Nel 1494, durante il ‘placito di cristianità’ nella pieve di San Giorgio – una sorta di assemblea pubblica per esaminare la condizione dei benefici ecclesiastici e dei loro preposti -, gli inviati del capitolo concordiese ispezionano la chiesa e chiedono ai capifamiglia di Provesano di affrettarne il completamento, che avviene in quello stesso anno o poco successivamente.

Immagine:
Provesano, Gianfrancesco da Tolmezzo, particolare UC, 1496, Bicchiere in vetro con gocce.

Localizzazione: Chiesa parrocchiale
Autore: Gianfrancesco da Tolmezzo
Periodo artistico: 1496
Note storiche: Due anni dopo l'abside risulta affrescata da Gianfrancesco da Tolmezzo. Si potrebbe perciò quasi ipotizzare che i dipinti di Gianfrancesco intervengono a suggellare nel miglior modo l'apertura al culto o quanto meno la fine dei lavori di costruzione della nuova parrocchiale. E, se le cose andarono così, l'«inaugurazione» con dipinti tanto imponenti non poteva essere più indovinata.
Nei secoli successivi, la chiesa subisce vari rimaneggiamenti. L'intervento più radicale viene effettuato nel 1828 dal parroco Mattia Sabbadini che fece assumere al tempio le attuali linee neoclassiche. L'ampliamento della costruzione, che fortunatamente salva l'abside affrescata, è determinato dall'accresciuta popolazione che assiste alle funzioni religiose. Un altro riatto alla chiesa diventa necessario dopo il terremoto del 1976. Un tempo attorno alla parrocchiale stava il piccolo cimitero del paese. L'area adesso è un prato racchiuso da un muretto con tre aperture. Una conduce al cortile della canonica, mentre le altre due immettono nella spaziosa tipica piazza di paese friulano che Provesano tuttora conserva: la principale, abbellita da pilastrini, è posta davanti all'ingresso della chiesa e la più piccola, segnata da pinnacoli, sta nei pressi del campanile.
Illustrazione opera:

Gianfrancesco del Zotto firmava le sue opere come 'Giovanni Francesco da Tolmezzo' e come tale è comunemente conosciuto. Poco si sa della sua nascita, che potrebbe essere capitata intorno al 1450, ma non è comprovato se avvenuta a Socchieve come alcuni sostengono o proprio a Tolmezzo come gli piaceva scrivere sui dipinti. Pare più sicuro che il padre facesse il sarto. Ben poco si conosce sulla sua formazione e la disputa tra gli studiosi risulta piuttosto accesa se l'arte di Gianfrancesco appalesa maggiori influssi dalla pittura 'nordica' o meglio 'carinziana' e quindi vicina alla sua Carnia oppure più 'veneta', ma altrettanto vicina ai suoi luoghi di origine. Probabilmente hanno ragione i sostenitori di entrambi le tesi, perché è verosimile che egli abbia appreso da tutti e due gli ambienti, ma cercando di dare al tutto una personale rielaborazione che, in molti casi, appare assai originale e di grande forza espressiva. È certo che Gianfrancesco, pur provenendo dal medesimo mondo di molti pittori e scultori dei Quattrocento che saranno identificati come 'tolmezzini' (Domenico, i due Nicolò e altri), riesce a imporre la sua personalità in modo quasi del tutto autonomo rispetto agli artisti suoi conterranei e contemporanei.
Risale al 1482 la prima opera di Gianfrancesco documentata: è un ciclo di affreschi nella chiesa di San Nicolò di Comelico, ma si discute se gli affreschi di Barbeano risalgono alla stessa epoca o a qualche anno dopo, ma sicuramente a prima del 1489. Seguono, poi, molte altre opere, che spesso come usava all'epoca, ripetono raffigurazioni già dipinte altrove (dati i limitati spostamenti delle persone pressoché nessuno si accorgeva delle 'repliche', ma la cosa allora poco importava).
Oltre al ciclo di Provesano e a quelli già citati, opere importanti di Gianfrancesco da Tolmezzo sono collocate a Castel d'Aviano (dove 'ricopia' smorzate anche scene provesanesi), Santa Lucia di Budoia, Pordenone, Sclavons di Cordenons, Vivaro, Forni di Sotto e di Sopra, Socchieve e in poche altre località del Friuli e di paesi limitrofi in Veneto. Ma molte sue pitture, specie quelle su tavola, risultano purtroppo distrutte o disperse.
Avendo lavorato soprattutto in Carnia e nella Destra Tagliamento, Gianfrancesco è considerato un artista quasi esclusivamente 'friulano'. Il pittore dovrebbe essere morto intorno al 1511, ma anche questa data è controversa, perché si basa solo sul fatto che dopo tale anno non si rinvengono più tracce di dipinti suoi. E, quindi, l'incertezza a dominare nella biografia di quello che qualche studioso considera il massimo pittore del Quattrocento friulano. In ogni caso Gianfrancesco - sia o non sia stato il maestro come appare più probabile - anticipa felicemente il geniale ed irrequieto Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone la cui arte illumina i primi decenni del Cinquecento in Friuli e in varie altre località italiane.

Si è già affermato che le pitture di Gianfrancesco da Tolmezzo probabilmente vengono effettuate al completamento della costruzione della vecchia chiesa di Provesano. Colpisce subito la scelta del pittore di rappresentare la Crocifissione, che si staglia grandiosa nella parte centrale dell'abside e impressiona per la drammatica raffigurazione dell'evento. La scena sprigiona una così forte emozione che sembra voler atterrire chi si sofferma a contemplarla. Ma, appena distolto lo sguardo e si guarda l'insieme degli affreschi, si ripercorre, nelle scene di minore dimensione che fanno da contorno a quella principale, un po' tutta la terribile 'Via Crucis' che Gesù dovette affrontare ma per poi arrivare al momento più esaltante, quello della Resurrezione, che per il credente costituisce il momento centrale e il completamento della Rivelazione contenuta nelle sacre scritture. Il linguaggio sconvolgente e a volte violento delle pitture vuole inoltre far capire che per l'uomo, nonostante la sua fragilità, esiste sempre la possibilità di raggiungere il Regno dei cieli e di sfuggire la dannazione eterna. L'individuo - sembrano voler dire ancora i dipinti - ha a disposizione, per conseguire la salvezza, oltre alla guida della Chiesa attraverso i suoi pastori e i suoi 'dottori', l'intercessione dei santi - come Sebastiano, Rocco, effigiati da Gianfrancesco in tutta evidenza - che possono provvedere, oltre che per le sue esigenze spirituali, anche per i suoi bisogni materiali e per i suoi malanni fisici su questa terra. Il messaggio profondo che proviene dagli affreschi di Gianfrancesco a Provesano è dunque rivolto all'uomo che, pur con le sue gravi colpe, grazie alla fede, se vuole, ottiene rimedio alle sue mancanze. E Gianfrancesco, forse, nei dipinti di Provesano ha espresso altresì qualcosa d'altro. Pur non sapendo probabilmente nulla dei grandi avvenimenti che il mondo in quegli anni si prepara a conoscere - dalla scoperta dell'America alla divisione della cristianità provocata dalla riforma protestante - egli è riuscito a intuire che sconvolgimenti stanno approssimandosi. Perciò la tragedia della Passione simboleggia il terrore di fronte alle novità che scardinano certezze e modi di vivere secolari. Ma a questo deve seguire quanto può dare sicurezza, ossia i valori perenni della fede cristiana. L'artista fa vedere così il dramma della condizione umana e la maniera per superarlo. Si potrebbe allora sostenere - parafrasando un celebre 'pensiero' di Blaise Pascal' - che con la sua sensibilità artistica Gianfrancesco è capace di esprimere ansie e aspettative che sono già nell'animo dei suoi contemporanei, ma essi non sono in grado di riconoscerle. Occorre appunto che qualcuno le espliciti in formule facili. La sua pittura è, pertanto, lo strumento più efficace per far comprendere immediatamente, ai semplici abitanti di Provesano del XV secolo, concetti altrimenti incomprensibili. Allora i suoi affreschi assurgono proprio a «vera Bibbia dei poveri», secondo la spiegazione di mons. Arrigo Sedran e don Sisto Bortolussi in Parrocchia di Provesano-Cosa.

Cerchiamo, rapidamente, di descrivere il ciclo di affreschi di Gianfrancesco a Provesano. La scelta di dipingere alle spalle dell'altare una Crocifissione è ritenuta dalla critica d'arte «di vigore icastico ... impetuoso e prepotente» (Marchetti), «di ampio respiro» (Bergamini), «acme espressiva del ciclo» (Casadio), «assolutamente innovativa» (Dell'Agnese) per l'epoca e anche uno dei motivi del tutto originali dei dipinti. Perché molte delle altre scene della Passione che fanno da contorno alla Crocifissione appaiono - come hanno rilevato gli studiosi - letteralmente copiate dai disegni dell'incisore tedesco Martin Schongauer (1453-1491) e da quelli del monogrammista conosciuto come I.A.M. di Zwolle.
Nell'affrescare questi quadri, Gianfrancesco si è limitato a ingentilire il disegno, a impostare e a inserire sapientemente i colori, tutto il resto è una fedele riproduzione da disegni altrui (la cosa - come è stato già osservato - allora avveniva piuttosto di frequente: ancora il greco Isocrate ha avvertito che non è importante parlare 'su argomenti da nessuno affrontati prima, ma chi sa parlare come nessun altro potrebbe ', perciò, nel caso di Gianfrancesco a Provesano, essenziale diventa dipingere 'come nessun altro potrebbe').
Nella spaziosa Crocifissione colpiscono il volto sofferente ma sereno del Cristo, la cui figura sulla croce domina l'intero quadro in un voluto rilievo che la normale prospettiva non avrebbe consentito: è evidente che in tal modo il pittore intende far capire immediatamente quale è l'aspetto centrale della storia illustrata. Accanto a Gesù, ma spostati indietro, stanno i due ladroni: quello pentito appare con il capo reclinato e sembra spirato tranquillamente mentre l'altro è ancora in lotta con il demonio. Sotto, c'è lo strazio della Madonna svenuta, soccorsa dalle pie donne, mentre l'insieme è popolato anche da armigeri, gente a cavallo, soldati che ai dadi disputano le vesti del Cristo, curiosi e altri. Sullo sfondo, fra i monti, compare la città di Gerusalemme, dove la tragedia ha avuto svolgimento. E certamente una composizione di potente impatto e con scorci di alta poesia, come qualcuno ha sottolineato.
Il genio di Gianfrancesco nella Crocifissione coglie una delle sue più felici espressioni e qui nessuno finora ha potuto dire che sia tributario ad altri di qualcosa. Appena sotto la Crocifissione Gianfrancesco ha dipinto varie scene apocalittiche con diavoli, dannati, mostri e altre simili figure, che evidentemente fanno pensare al destino che attende il peccatore se non si converte.
Oltre alla Crocifissione, il ciclo di affreschi di Provesano presenta: nella fiancata destra dell'abside Gesù nell'orto, l'Ultima Cena, la Cattura, Gesù davanti a Caifa e, alla base, ancora scene apocalittiche nella fiancata sinistra la Risurrezione, la Deposizione, Gesù davanti a Pilato, la Flagellazione, l'Incontro con la Veronica e, alla base, gli apostoli nella volta e nel sottarco gotico figure di profeti, di dottori della chiesa, di angeli, di sante e santi, fra i quali i veneratissimi Sebastiano e Rocco occupano una ragguardevole posizione, forse perché soddisfatto del lavoro compiuto, Gianfrancesco ha voluto fissare, con la firma, anche il suo profilo nelle linee di un veloce autoritratto, sopra il cui capo sta scritto: «Zuane Francesco D. Tolmezzo depenzeva... mexe... 1496».
Un'altra scritta sta sopra il cartiglio del grande affresco raffigurante San Sebastiano: «Zuane Francesco/ D. Tolmezzo Depe/nzeva sotto la Chura/ D... lo. D. Riame. D. La/ Tera del Titu 1496-AX'». Il pittore si riferisce al fatto che il parroco di Provesano, un certo Giovanni, sotto la cui cura gli affreschi vennero realizzati, era originario dalla Basilicata, come risulta anche scritto sul fusto del fonte battesimale.

Autore: Vannes Chiandotto

Fonte:
http://www.sangiorgioinsieme.it/gf-da-tolmezzo/g-da-tolmezzo.htm


Data ultima verifica: 12/08/2012 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TORINO. Basilica di Superga, Ultima Cena

Olio su tela del 1657, originariamente all’Eremo dei Camaldolesi di Pecetto-Torino, dopo il 1809 trasferito al Castello di Moncalieri e poi nel 1824 alla Basilica di Superga, nella Biblioteca.

Localizzazione: Basilica di Superga
Autore: Baldassarre Mathieu (Anversa 1625 - Torino 1658 )
Data ultima verifica: 09/08/2012 00:00
Rilevatore: Della Mora Feliciano

TORINO. Duomo, Luigi Gagna, Ultima Cena

Il duomo di Torino sorge in una delle zone più ricche di storia della città, a ridosso dell’area archeologica e adiacente al Teatro Romano. L’area sacra anticamente era costituita da ben tre chiese, verosimilmente edificate sulla base di templi pagano preesistenti, intitolate a San Salvatore, a Santa Maria e a San Giovanni Battista, la principale delle tre: la dedicazione al Battista, poi mantenuta anche nel duomo riedificato a fine Quattrocento, è probabile che risalga ai Longobardi e in particolare ad Agilulfo (re dal 591 al 616), la cui moglie, Teodolinda, fece proclamare san Giovanni patrono del regno.
Tra il 1490 e il 1492 le tre chiese antiche vennero abbattute, lasciando in piedi unicamente il campanile, eretto per volontà del vescovo Giovanni di Compeys nel 1469 ma rimasto incompiuto probabilmente per mancanza di fondi: solo nel 1720 Vittorio Amedeo II deciderà di completarlo, affidando l’incarico a Filippo Juvarra, ma anche in questo caso il progetto non venne portato a termine e la cuspide al di sopra della torre campanaria prevista dal grande architetto barocco non venne mai realizzata.
Il 22 luglio 1491 Bianca di Monferrato, vedova di Carlo I e reggente di casa Savoia, posava la prima pietra del nascente nuovo duomo, sempre dedicato a San Giovanni. La costruzione, voluta fortemente dal duca ma promossa soprattutto dal vescovo Domenico della Rovere, venne affidata a Bartolomeo di Francesco di Domenico da Settignano, detto Meo del Caprina, che la portò a termine in sette anni, come attesta una lapide posta sulla facciata della chiesa.
Il duomo di Torino esibisce forti analogie con le architetture rinascimentali dell’epoca, particolarmente riscontrabili nel disegno della facciata, da collegare alla facciata di Santa Maria Novella a Firenze, disegnata da Leon Battista Alberti, ma anche a modelli romani e in particolare alle facciate di Santa Maria del Popolo e di Sant’Agostino, realizzate durante il pontificato di Sisto IV: si tratta quindi di un disegno fortemente legato alle soluzioni più aggiornate che si erano appena affermate a Firenze e Roma, dove Meo del Caprina fu protagonista di primissimo piano.
La sobrietà della facciata rinascimentale, che assieme al resto dell’edificio rappresentò uno stacco netto con la tradizione costruttiva precedente e con un tessuto urbano ancora essenzialmente medievale, è arricchita dai tre portali monumentali, scolpiti con grottesche, candelabre e trofei classici. La natura profana di queste decorazioni, però, è mitigata dalla presenza di figure di angeli e soprattutto dalle tre chiavi di volta che coronano i tre portali, dove sono raffigurati in quello centrale san Giovanni Battista (connesso chiaramente con la dedicazione della chiesa), il Padre Eterno in quello di sinistra e Gesù in quello di destra, illustrando dunque una sintesi tra Antico e Nuovo Testamento mediata dalla figura del Precursore.
La chiesa, già agibile nel 1495, viene ultimata nel 1505, e il 21 settembre di quello stesso anno è solennemente consacrata. L’impianto rinascimentale che la caratterizza è riconoscibile anche all’interno, specie dopo i restauri del 1926-28 che hanno ‘liberato’ la chiesa dalle decorazioni ottocentesche e dai tamponamenti del Sei e Settecento: la pianta della chiesa è a croce latina, con il braccio lungo diviso in tre navate scandite da pilastri con archi a tutto sesto, e con una cupola ottagonale che si eleva all’incrocio con il transetto.
Nelle navate laterali si aprono sette cappelle per parte, dove però gli apparati decorativi e i dipinti che si ammirano sugli altari odierni non sono più quelli di primo Cinquecento: fa eccezione la cappella dei Santi Crispino e Crispiniano (seconda a destra), la sola a conservare – per quando adattata dal rifacimento seicentesco del vano – il polittico commissionato dalla Compagnia dei Calzolai ai pittori Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari, realizzato verosimilmente tra il 1502 e il 1504.
Nel corso del Cinquecento e fino alla metà del Seicento si susseguirono interventi di natura circoscritta e legata soprattutto alla decorazione delle cappelle laterali. L’evento che si rivelò decisivo per le trasformazioni seicentesche del duomo torinese fu però la decisione di Emanuele Filiberto di Savoia di trasferire la Sacra Sindone da Chambéry a Torino nel 1578, avviando un lungo processo che porterà alla costruzione di una grandiosa cappella progettata da Guarino Guarini.

Vedi allegato: L’Ultima Cena del Duomo di Torino

Localizzazione: Duomo
Autore: Luigi Gagna
Periodo artistico: 1835
Note storiche:

Nella parete interna della facciata del Duomo, è stato collocato un enorme dipinto che è la fedele copia del Cenacolo di Leonardo da Vinci in Santa Maria delle Grazie a Milano, voluta da re Carlo Alberto e commissionata nel 1835 al pittore vercellese Luigi Gagna, specializzato nella riproduzione di grandi opere del passato.
In un primo tempo venne collocata in un salone di Palazzo Reale dove annualmente, la sera del Giovedì santo, il sovrano lavava i piedi a dodici poveri.
In seguito alla mutata destinazione d’uso dell’ambiente per cui era stata dipinta, l’Ultima cena fu donata al Duomo: le grandi dimensioni e soprattutto il notevole peso (oltre 900 chili, trattandosi di un dipinto su tavola) imposero che venisse ancorata alla parete di controfacciata, unico punto capace di accogliere e sostenere l’opera.


Illustrazione opera: La scena illustra l’ultima cena di Cristo prima della Passione, e in particolare il momento in cui Gesù annuncia il tradimento ad opera di uno degli apostoli seduti al tavolo: questa notizia scatena quindi le reazioni di ognuno, che vanno dall’incredulità allo sdegno, distribuendosi nello spazio a gruppi di tre per scambiare commenti e impressioni.
Leonardo ha scelto di rappresentare il momento più drammatico della vicenda narrata dai Vangeli, e questo gli permette di indagare e approfondire i cosiddetti ‘moti dell’animo’, ossia i diversi stati emotivi a cui corrispondono altrettante manifestazioni esteriori: per ognuno degli apostoli viene studiata una differente espressione del volto e una posa del corpo del tutto personale, mentre la loro distribuzione a gruppi di tre crea un effetto di ondate che si propagano a partire dalla figura centrale del Cristo, quasi fosse un’eco visibile della sconvolgente rivelazione che si allontana investendo ognuno in modo diverso.

Bibliografia essenziale:
- F. Rondolino, Il Duomo di Torino illustrato, Torino 1898
- Archivi di pietra. Nelle chiese di Torino gli uomini, la storia, le arti, Torino 1988
- Domenico Della Rovere e il Duomo nuovo di Torino. Rinascimento a Roma e in Piemonte, a cura di G. Romano, Torino 1990
- L. Borello, Il duomo di Torino e lo spazio sacro della Sindone, Ivrea 1997
- M. Momo, Il Duomo di Torino. Trasformazioni e restauri, Torino 1997
- Atti del Convegno su i 500 anni del Duomo, Torino 21 febbraio 1998, a cura della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sezione di Torino, Leumann (TO) 2000
- Guarino Guarini, a cura di G. Dardanello, S. Klaiber, H.A. Millon, Torino 2006.


Data ultima verifica: 19/07/2012 - 08/08/2019
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TARVISIO (Ud), fraz. Coccau. La Chiesa fortezza (con affresco raffigurante l’Ultima Cena).

La leggenda narra che, un tempo, un ricco viandante in viaggio verso l’Italia fu sorpreso da due banditi nel luogo dove ora sorge la Chiesa subito fece voto di costruire in quel luogo una cappella se fosse riuscito a proseguire felicemente il viaggio e, poichè così avvenne, mantenne la promessa e costruì la cappella.
Quel viandante si chiamava Nicolò Koggau e la costruzione della cappella risale all’anno 815. Il santo del suo nome di battesimo è stato scelto quale patrono dell’altare e la località e stata denominata secondo il suo cognome.
Questo è quello che è stato scritto il 3 novembre 1850 nel libro storico della parrocchia di Coccau dal parroco Andreas Glantsching.
Poco o niente si sa sulla reale origine del toponimo Coccau, che il sloveno è Kokovo ed in tedesco Goggau. Secondo alcuni deriverebbe dallo slavo kakava, significante ‘luogo pietroso, luogo sterile’, ma un’interpretazione di questo tipo sembra poco consona con le caratteristiche ambientali del paese.

Localizzazione: Chiesa parrocchiale
Periodo artistico: XIV sec.
Note storiche:

Secondo i documenti rinvenuti, la costruzione della Chiesa risalirebbe all'XI secolo, e precisamente nel periodo compreso tra il 1007 e il 1040, anni in cui fu vescovo di Bamberga Eberhard I. Fu la prima Chiesa fortezza della Valcanale, era capace di contenere tutta la popolazione del paese durante gli assedi, le incursioni e le scorribande dei predoni e dei ladroni ed era dotata di feritoie per la difesa dall'interno, una delle quali è tutt'ora ben visibile.
Inizialmente la Chiesa era costituita da un'unica aula rettangolare e solo in seguito, verso la metà del XV secolo, venne aggiunto il presbiterio poligonale e la torre campanaria. La villa di Coccau viene citata per la prima volta in atti del 1260-1264, come frazione di modeste proporzioni.
Fino al 1745 Coccau era una filiale della parrocchia di Santa Maria di Goriach, e come tale era sottoposta all'autorità dell'abbazia di Arnoldstein. Ecclesiasticamente era soggetta alla giurisdizione dell'arcidiacono di Villaco ed apparteneva al patriarcato di Aquileia. Civilmente dipendeva dal principato vescovile di Bamberga, fin dai primi anni dell'anno 1000, quando l'imperatore Enrico II donò vasti territori della Carinzia superiore e della Valcanale al neo costituito principato (è in quel documento di donazione che si trova per la prima volta il nome di Cocoleum come villaggio della Valcanale). Questo dominio durò fino al 1759, anno inn cui la Valcanale venne ceduta alla casa d'Austria, sotto il comando dell'imperatrice Maria Teresa.
La responsabilità spiriturale è rimasta sotto la giurisdizione del patriarcato di Aquileia sino alla sua soppressione nel 1751, poi è passata a Gorizia e nel 1783 a Gurk dopo la prima guerra mondiale nuovamente sotto l'arcidiocesi di Gorizia ed infine con il 30 giugno 1933 sotto la diocesi di Udine.
La parrocchia nella sua entità civilmente riconosciuta risale al 1754. Nell'agosto 1986 è stata aggregata a quella di Tarvisio. La parrocchia di Coccau comprende i territori di Boscoverde, San Antonio e Rutte. Attualmente Coccau può contare su una popolazione di 141 persone anni addietro però la situazione era ben diversa: 509 abitanti nel 1918 e 409 nel 1936.


Illustrazione opera:

Durante i lavori di restauro della Chiesa, avvenuti negli anni '90, è stata scoperta, sotto il campanile, una cripta contenente i resti di circa trecento persone questo ritrovamento sembra poter essere ricollegato alla battaglia avvenuta il 27 luglio 1478 nella piana di Coccau tra i turchi guidati da Iskender Pascià ed un esiguo numero di contadini del luogo. 'Sabato 26 luglio 1478 i musulmani si presentarono oltre il Predil e Tarvisio fino all'altezza di Coccau, dove, dopo la notizia dell'invasione turca in Friuli, stazionavano 3000 uomini della federazione (la lega dei contadini) sotto la guida di un certo Mathiasch'.
Dopo i racconti dei fuggitivi del Predil di questi 3000 contadini, nella notte tra sabato e domenica, ne scapparono 2600. I rimanenti 400 chiesero aiuto alla loro federazione, ma arrivarono solo 130 contadini e 70 minatori. Rimasero quindi 600 uomini ad attendere i turchi sulla sommità di Coccau'. Attaccati da ogni parte essi furono presto sopraffatti. La metà fu annientata e rimase sul campo di battaglia. Solo pochi riuscirono a scampare.

Alla seconda metà del 1300 risalierebbero glki affreschi situati sopra l'ingresso e sulla parete sinistra (entrando) della Chiesa, cioè quelli raffiguranti la passione di Cristo: la Flagellazione, la Salita al Calvario, la Crocifissione, la Deposizione, la Sepoltura e la Resurrezione di Cristo, la figura del Profeta S. Daniele, con la scritta 'Cum venerit cessabit gloria vostra' (sotto quest'ultimo c'era la porta laterale poi murata).
In continuazione su questa parete era dipinda l'Ultima Cena, ma a causa dell'apertura di una finestra e dell'accorciamento di circa un metro del muro della Chiesa primitiva, di questo affresco ci rimangono solo poche figure, probabilmente la metà della sua originale dimensione.
Il Marchetti ritiene che l'autore di questi affreschi appartenga 'a quella scuola di dipintori centro friulani che a cavallo tra il 1300 ed il 1400 diffusero di qua e di là delle Alpi in accenti piuttosto paesani un tipo di pittura nostrana impostata sostanzialmente sul modello di Vitale da Bologna e leggermente influenzata da contaminazioni grottesche padovane'.
Sono opere che appartengono all'area pittorica che si esprime anche altrove in Carinzia ed in Slovenia (ad esempio ad Einersdorf, a Eberndorf, a Ebricach, a Raune ed a Vuzenica) 'e che ha nella sua robusta e popolana vigoria, nell'esasperata drammaticità e nella marcata linea di contorni i suoi elementi caratterizzanti'.
L'affresco sulla parete destra della Chiesa risalirebbe alla fine del XV inizio del XVI secolo. Di chiara mano tedesca, rappresenta l'Adorazione dei Magi è l'affresco più grande, ricopre l'intera parete e anche questo è stato rovinato dall'apertura di una finestra. Un particolare curioso da evidenziare è la presenza, sullo sfondo, del Monte Goriane (si trova sopra Coccau). Altre pitture (non affreschi, ma dipinti fatti su malte asciutte) sempre risalenti al XV secolo rivestono le pareti della Chiesa: un'alta figura di S. Nicolò, nella parete sinistra dell'arco trionfale nella quale trova spazio la rappresentazione delle fanciulle della nota leggenda e una poco visibile rappresentazione di Apostoli nel coro.
Da ricordare, infine, due statuette lignee raffiguranti S. Nicolò, di cui la più antica, collocata sopra il fonte battesimale in una nicchia della parete sinistra della navata, risale al XIV secolo, l'altra al Cinquecento. Nell'abside si trovano pure due statue lignee, una di Giovanni Nepomuceno e l'altra di Ignazio di Loyola.
Gli affreschi della Chiesa sono stati scoperti nel settembre del 1940 dal sacerdote Eugenio Bollesi di Parenzo, ma i lavori per la loro completa ristrutturazione sono iniziati il 23 giugno del 1958, con l'eliminazione della calce che ricopriva le pareti sulle quali erano stati dipinti. Nei primi anni '90 hanno beneficiato di un restauro gli affreschi della parete sinistra della chiesa.


Fruibilità: S. Messa la domenica ore 11,30.
Data ultima verifica: 01/07/2012 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GENOLA (Cn). Casa canonica, tela raffigurante l’Ultima Cena.

Localizzazione: Casa canonica
Autore: Giuseppe Chiantore
Periodo artistico: 1790
Note storiche: Nei locali della casa canonica è pure custodita una splendida tela di Giuseppe Chiantore raffigurante l'Ultima Cena, su cui compare la firma dell'autore Joseph Chiantor pinxit 1790.
Si tratta di una delle opere più significative e interessanti dell'artista che operò molto in casa Savoia.
Il Chiantore nacque nel 1747 a Cumiana da una famiglia di contadini e morì a Torino nell'ottobre del 1824.
Operò per lunghi periodi a Savigliano lasciando splendide opere nelle principali chiese e nei palazzi delle famiglie di più alto lignaggio. Era considerato uno dei migliori ritrattisti del periodo.
Affrescò pure due piloni con l'immagine dell'Annunziata e l'arme gentilizia dei conti Tapparelli uno di essi era ubicato nel territorio di Genola.
Eseguì diversi ritratti per la famiglia Tettù di Camburzano, proprietaria dell'omonima villa in località Bastita. Tutte le sue opere si distinguono per una buona abilità nell'uso dei colori.

Illustrazione opera: Particolarmente espressivi sono i volti di Gesù e dei dodici apostoli: Simone detto Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo il Maggiore figlio di Zebedeo (venerato a Santiago de Compostela), Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tomaso, Giacomo il Minore figlio di Alfeo, Simone Zelota, Giuda Taddeo e Giuda Iscariota.

Data ultima verifica: 30/04/2012
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO, Pinacoteca di Brera, disegno di una Testa di Cristo (preparatoria per l’Ultima Cena).

La Pinacoteca possiede inoltre una collezione di disegni, non esposti normalmente al pubblico e accessibili solo agli studiosi.
Tra questi due disegni di Leonardo da Vinci, la Testa di Cristo preparatoria per l’Ultima Cena, e un profilo virile proveniente dal lascito Vitali.

Localizzazione: Pinacoteca di Brera
Autore: Leonard da Vinci
Periodo artistico: 1494 c.
Note storiche: La Testa di Cristo è un disegno a gessetto e pastello su carta (40x32 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1494 circa. Si tratta di uno studio per la celebre Ultima Cena.
Illustrazione opera:

Nonostante le cattive condizioni di conservazione, l'opera è in genere accettata come autografa di Leonardo, sebbene alterata da un tratteggio posteriore che ha evidenziato e semplificato le linee essenziali del volto e della capigliatura. Ciò fu dovuto al lavoro di un allievo o a circostanze lagate alla preparazione del cartone e al disegno dello schema preparatorio sul muro.
Rispetto al Cristo al centro del Cenacolo si notano alcune differenze, quali la testa china verso destra, gli occhi chiusi, le guance leggermente arrossate, le labbra chiuse.
Nella versione definitiva invece Gesù ha le labbra dischiuse, come se avesse appena pronunciato 'Uno di voi mi tradirà'.

Bibliografia:
Milena Magnano, Leonardo, collana I Geni dell'arte, Mondadori Arte, Milano 2007, pag. 88. ISBN 978-88-370-6432-7


Rilevatore: Feliciano Della Mora

DANIMARCA – COPENAGHEN. Statens Museum for Kunst, Ultima Cena di Emil Nolde

Emil Nolde nacque il 7 agosto 1867 nel villaggio tedesco di Nolde, vicino al confine con la Danimarca il suo vero nome era Emil Hansen ma a partire dal 1902 si fece chiamare come il paese natale, per sottolineare il legame con la sua terra.
Dal 1884 al 1891 soggiornò a Flensburg, dove lavorò in un mobilificio e studiò per diventare intagliatore e illustratore.
Dal 1892 al 1897 insegnò disegno ornamentale alla Scuola d’arte industriale di San Gallo, in Svizzera.
Nel 1897 eseguì il suo primo dipinto, I giganti della montagna.
nel 1899 compì il suo primo viaggio a Parigi, dove fu attratto dall’opera di Rembrandt, F. Goya, H. Daumier e anche V. Van Gogh.
Dal 1901 al 1904 Nolde dipinse giardini fioriti e composizioni di fiori nello stesso periodo compì viaggi in Danimarca in Germania e in Italia. Negli anni successivi fece diversi viaggi a Monaco, Karlsruhe e Berlino.
In questo periodo fu attratto particolarmente dall’arte assira ed egizia e dalle opere di Rembrandt, Francisco Goya, Honoré Daumier e Edouard Manet.
Nelle sue prime opere le figure umane e le forme della natura sono rese sulla tela in modo semplificato, caricaturale e grottesco.
A partire dal 1904 il suo stile si avvicina inizialmente all’impressionismo per poi arrivare all’espressionismo, con i colori che diventano sempre più intensi: in questa evoluzione ebbero probabilmente una notevole influenza le opere di Paul Gauguin e di Edvard Munch.
Nel 1906 strinse amicizia con Karl Schmidt-Rottluff e nel 1907 espose con i pittori del gruppo Die Brücke, uno dei primi gruppi espressionisti tedeschi si accostò inoltre alla Secessione berlinese e al gruppo Blaue Reiter.
Una malattia nel 1909 e un contatto diretto con l’arte di Vincent Van Gogh e di James Ensor, conosciuto a Ostenda nel 1911, contribuirono ad accentuare il carattere drammatico della sua pittura.
L’ultima Cena (1909, Copenaghen, Nationalmuseet) (vedi fig.)olio su tela, 86 x 107 cm Cristo tra i fanciulli (1910, New York, Museum of Modern Art).
Produsse allora opere per lo più misticheggiante, in cui lo spazio, la forma e il colore perdono ogni funzione descrittiva per assumere un valore espressivo autonomo.
Sono importanti anche i molti acquerelli, i disegni, le incisioni su legno, i dipinti del porto di Amburgo e della vita notturna di Berlino, in cui il colore risplende e le forme diventano sempre più sintetiche per mezzo di un segno estremamente vitale.
Nel 1913 e nel 1914 Nolde compì un lungo viaggio, che lo portò a visitare luoghi lontani ed esotici, come la Russia, il Giappone e la Cina, fino ad arrivare in Nuova Guinea.
Questo viaggio alimentò i suoi interessi per le qualità ritmiche e decorative dell’arte primitiva, favorendo la comparsa di elementi esotici nella sua pittura e mettendo in risalto le forze primordiali della natura e dell’uomo.
Nelle sue creazioni del periodo la figura umana continua ad essere gradualmente ma violentemente deformata attraverso una stesura del colore per grandi pennellate.
Nel 1926 Nolde conseguì una laurea honoris causa all’università di Kiel, ma pochi anni dopo cominciò ad essere perseguitato dai nazisti, che lo consideravano un artista degenerato: i suoi lavori furono vietati e non gli fu permesso di dipingere.
Il colore di Nolde si arricchì di accenti mistici, destinati a divenire intensa spiritualità nei dipinti realizzati dopo il soggiorno nelle isole del Pacifico.

Stabilitosi a Seebúll nel 1927, fu poi perseguitato dal nazismo, ricevendo persino il divieto di dipingere. Ciò che rimase della sua attività pittorica e grafica degli anni di guerra é dovuto a un lavoro svolto in forma clandestina (Nel loggione, 1918, Ginevra, collezione privata). Importanti sono gli scritti autobiografici.
In quegli anni produsse segretamente una serie di dipinti nei quali il suo stile si fece più pacato e disteso.
Riscoperto e rivalutato dopo la seconda guerra mondiale, è oggi considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’espressionismo.
Morì a Seebüll, nel nord della Germania, il 13 aprile 1956.
La sua arte antiaccademica e carica di una componente mistico – popolare ebbe una forte influenza sugli artisti giovani. Ama trasfigurare soggetti sacri e fare un uso del colore e della tecnica che ha ereditato dalla sua formazione artigiana. In questa tela tenta di trasportare lo stile rembrandtiano a quello espressionista.

Cristo è già rappresentato sofferente, e le figure intorno a lui hanno espressioni sul volto che indicano la loro condizione emotiva.

Note storiche: L'ultima Cena (1909, Copenaghen, Nationalmuseet) (vedi fig.) olio su tela, 86 x 107 cm.
Data ultima verifica: 01/11/2011 00:00

FRANCIA – PARIGI. Partenza di Giuda, acquerello di Jean Guitton.

Jean Guitton (Saint-Étienne, 18 agosto 1901 – Parigi, 21 marzo 1999) è stato un filosofo e scrittore francese cattolico papa Paolo VI lo nominò primo uditore laico al Concilio Vaticano II.
Nacque da una famiglia cattolica: il padre di corrente tradizionalista, la madre di corrente umanista, entrambi di estrazione borghese. Considerando che il nonno era di tendenze agnostiche, Guitton crebbe in un contesto culturale aperto alla diversità.
Studiò alla École normale supérieure di Parigi e si laureò in filosofia nel 1933. Fino al 1939 insegnò all’Università di Montpellier. Durante la Seconda guerra mondiale subì una lunga prigionia. Dopo la guerra insegnò all’università di Digione, e dal 1955 al 1968 fu professore di storia della filosofia e filosofia alla Sorbonne di Parigi.
Parallelamente continuò a pubblicare libri filosofici e apologetici. Nel 1961 fu eletto membro dell’Académie française. Partecipò, come laico, ai lavori del concilio Vaticano II:
«Il Concilio è stato la sorpresa, il coronamento e la gioia della mia vita, l’avvenimento atteso e tuttavia giudicato impossibile che improvvisamente era stato annunciato e aveva trovato una conferma, si era svolto e aveva preso radici, diventando per me, come in un mistero, un fine e un’origine »
Allievo di Léon Brunschvicg e di Henri Bergson, si laureò in filosofia e in lettere, esordendo nel 1933 con una tesi su Le Temps et l’Eternité chez Plotin et Saint Augustin, primo di una lunga serie di lavori filosofici appartenenti alla corrente del moderno spiritualismo cristiano.
Oltre alle ricerche sulla vita e le opere di Sant’Agostino, Pascal, Plotino, Leibniz, Bergson, Heidegger e altri, sono importanti i suoi studi su Gesù, sui Vangeli e sul cattolicesimo nel mondo moderno. Uno dei cardini del suo pensiero è quello della perfetta compatibilità tra fede e ragione.
Nei suoi scritti religiosi, Guitton, evidenziò la questione fondamentale di una fede totalizzante, che non riguardi solo l’intelligenza e la volontà, ma si estenda a tutto il nostro essere.
La filosofia, secondo Guitton, non deve escludere la presenza di Dio nel mondo e nello spirito, il senso del mistero, la realtà al di là delle apparenze e la ricerca del mistero ultimo.
Quindi, coerentemente, Guitton si occupò delle cause prime, come l’origine dell’uomo e del pensiero, sulle quali avanzò una proposta alternativa all’evoluzionismo. Il vero dramma per l’uomo, sostiene Guitton, è di non poter conoscere l’insieme della grande macchina dell’universo, visto che formiamo solo una piccola parte di esso, quindi restano evase le nostre risposte alle domande su chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo.
Punto focale della sua ricerca è la figura di Gesù e la questione della sua natura. Guitton indicò tre possibili vie, ma non soddisfandolo né quella critica né quella mitica, resta aperta per lui solo quella della fede.

Localizzazione: Parigi
Autore: Jean Guitton
Periodo artistico: XX sec.
Illustrazione opera:

Jean Guitton ha anche illustrato numerosi episodi della vita di Gesù con tempere, oli, pastelli, acquerelli in uno stile vivace, modernissimo, che si muove in un nuovo e più dinamico impressionismo, si è lasciato sedurre da questo tema disegnando una Partenza di Giuda nella quale gli apostoli, appena abbozzati, in una macchia di colore azzurro intorno a una mensa colorata in giallo per alludere al mistero divino, sembrano espellere dalla comunità Giuda come un proiettile avvolto in un ombra scura.


Data ultima verifica: 02/11/2011
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ASSISI (Pg). Ferruccio Ferrazzi, Ultima cena.

L’artista romano Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) torna alla tradizione, con rimandi alle figure della grande tavola della Maestà di Duccio di Buoninsegna, sul cui retro è rappresentata la vita di Gesù a episodi.

Localizzazione: Pro Civitate Museum di Assisi
Autore: Ferruccio Ferrazzi
Periodo artistico: XX sec.
Note storiche:

Opera del 1955-1956, olio su tela, acquisizione 1956 della Pro Civitate Museum.


Illustrazione opera: La scena dell’ Ultima cena, con originalità, è vista di lato: a capotavola il Cristo, che Giovanni abbraccia con tutto il suo corpo, spezza il pane, mentre di fianco Giuda, coprendosi gli occhi con una mano mette l’altra nel piatto, assistito da un nero demonio, che già si è impossessato di lui.
Gli apostoli sono interdetti uno, precedendo gli altri, è già in fuga.
Una narrazione realistica in uno stile moderno con i personaggi in abiti borghesi, a eccezione di Gesù e di Giovanni avvolti in lunghe vesti, e solo un basso muro che separa la tavolata da un giardino quasi nero che allude alla notte del Getzemani.

Data ultima verifica: 02/11/2011 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VENEZIA. Museo Diocesano di Arte Sacra, Ultima Cena di Giovanni Cavazzon.

Il Museo Diocesano di Arte Sacra S. Apollonia di Venezia (Calle della Canonica – ore 10-17, chiuso mercoledì) espone l’Ultima Cena del maestro udinese Giovanni Cavazzon.

Localizzazione: Museo Diocesano di Arte Sacra S. Apollonia di Venezia (Calle della Canonica)
Autore: Giovanni Cavazzon
Periodo artistico: XXI sec.
Note storiche:

Si tratta di un'originalissima opera (tempera acrilica su tavola, cm.200x100) il cui tema è incentrato sulla luce che brilla sulla mensa, con l’effetto delle pitture su vetro medievali la plasticità delle figure anima il parallelismo, accentuando le linee ritmiche che inseguono i movimenti e gli atteggiamenti coordinati dei commensali. Il colore fluido e armonioso previene o suggerisce la concatenazione compositiva.


Illustrazione opera:

L'autore così commenta la sua opera:

'Il tema dell’Ultima Cena è particolarmente affascinante e per un artista costituisce una sorta di sfida, proprio per la grande concentrazione di temi ed anche per la difficoltà tecnica e scenografica che comporta. Ho provato ad affrontare questo quadro a modo mio, partendo innanzitutto da un punto di vista diverso da quello a cui la tradizione mi ha abituato, per provare a dare nuove prospettive e suggestioni. Ho poi scelto di raffigurare l’immagine di un solo modello per rappresentare l’unicità del messaggio cristiano e perché tutti noi siamo parte di tutto e tutto è parte di ognuno di noi. Già nell’impostare il disegno ho provato un grande coinvolgimento che si intensificava via via, mentre il quadro prendeva forma e colore: non mi sentivo spettatore di ciò che si andava svolgendo in una qualche stanza, ma mi sentivo pienamente partecipe dell’avvenimento. Avvertivo il vociare degli Apostoli, sentivo su di me lo sguardo del Cristo, mi sentivo colpire dalla luce. Ecco, la luce. Questo è un elemento che ho ritenuto particolarmente importante: è degradante, si irraggia da diversi fuochi e raggiunge anche Giuda, il peccatore. Ma non colpisce tutti: cambiando la lettura del quadro, gli uomini non sono più i dodici apostoli ma sono metafora dell’umanità. Un personaggio è chino, ma basterebbe un suo atto: basterebbe che si alzasse e sarebbe abbracciato e scaldato da quella luce. E quella luce scalda anche me.'

Da un commento di Anna Pascolo:
E’ un volto umano, non divino.
E’ il volto di ogni uomo, capace di comunicare se stesso con lo sguardo.
Lo sguardo è sereno, composto e consapevole, così come lo sono il volto ed il gesto.

Serenità, compostezza e consapevolezza assolute. Così assolute da essere divine, non umane.
Perché chi mi guarda non è un uomo, ma quel figlio di Dio che sta per compiere il suo grande gesto.
Il figlio di Dio guarda verso il Cielo. Allora com’è che io posso incrociare quello sguardo? Sono forse Dio? No. Tuttavia sono figlia di Dio. E’ per quel fiato divino che mi dà vita e che è in me, che quel figlio di Dio incrocia il suo sguardo con il mio. Proprio mentre guarda verso il Cielo. E’ per quel fiato divino che mi rende parte attiva del Cielo.
E chi sono quegli altri dodici uomini? L’uno attento al gesto sublime del figlio di Dio, l’altro attento a spostare il bicchiere prima che un moto inconsapevole lo faccia cadere. Due scambiano idee, uno raccoglie qualcosa, l’altro accetta la responsabilità di quel tradimento.
Ma è sempre lo stesso uomo.
O sono sempre io? Io che nella mia umana mutevolezza sono ora Giuda, ora Pietro, ora Giovanni, ora Tommaso? Io che nella verità, di fronte a Dio e di fronte agli uomini non mi posso nascondere dietro alcun velo?
Luci ed ombre mi inquietano.
Lo sguardo del figlio di Dio mi riabbraccia: la sua serenità, compostezza e consapevolezza mi confortano e mi rassicurano.


Data ultima verifica: 04/06/2011 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SUTRIO (Ud). L’Ultima Cena, intaglio in legno di noce.

Isaia Moro, è un artista eclettico, è nato il 18 marzo 1963 a Sutrio dove tuttora risiede.
Da anni si dedica con entusiasmo all’intaglio del legno ed alla scultura, campo nel quale è particolarmente apprezzato per le opere ad archi e per le fontane.
Ultimamente si è dedicato ai modelli in cera per creazioni artistiche in oro ed argento.

Localizzazione: Sutrio (Ud)
Autore: Isaia Moro (1963 - vivente)
Periodo artistico: 1993
Illustrazione opera:

L'Ultima Cena 1993, legno di noce, cm 100 x 100


Data ultima verifica: 15/04/2011 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

TRIESTE. Tempio serbo-ortodosso della Ss. Trinità e di S. Spiridione. Bassorilievo d’altare, Ultima Cena

Il complesso architettonico, posto nel Borgo Teresiano nei pressi del Canal Grande, riflette un gusto bizantino e si caratterizza per un cupola più alta dei quattro campanili, per le calotte emisferiche azzurre e per le ampie decorazioni a mosaico che abbelliscono le pareti esterne.

Note storiche: La Chiesa di rito serbo – ortodosso, nota anche con il nome di chiesa degli Schiavoni, è consacrata a S. Spiridione Taumaturgo. Opera dell'architetto Carlo Maciachini (1869), sorge nel luogo della preesistente chiesa di San Spiridione del 1753, che veniva utilizzata sia dalla comunità greca che da quella serba.
Vuoi per alcuni contrasti tra le due comunità, vuoi per l’accresciuto numero dei fedeli, l’odierno edificio fu realizzato su progetto del milanese Carlo Maciacchini, tra il 1861 e il 1868, su commissione della sola comunità serbo ortodossa. Oggi può accogliere fino a 1600 persone.
Il tempio, nella tradizione orientale, presenta una pianta a croce greca sormontata da cinque cupole dal caratteristico colore azzurro. La pietra di costruzione è, in buona parte, di provenienza locale, eccetto le colonne in marmo di Verona ed i cornicioni in marmo di Toscana.
L’interno presenta affreschi e pitture di pregio ma, ciò che domina su tutto, è l’iconostasi in legno massiccio, riccamente ornata da intagli, che divide il presbiterio dal resto della chiesa. Le quattro icone, raffiguranti la Madonna, Gesù, S. Spiridione e L’Annunciazione, realizzate a Mosca all’inizio dell’800, sono ricoperte di oro e argento.
Di particolare interesse il grande candelabro d’argento donato, in occasione di una visita a Trieste nel 1782, dal futuro zar Paolo I.
Illustrazione opera:

L'altare, cui sovrasta una croce gemmata d'oro e argento, ha la mensa ornata da un bassorilievo, raffigurante l'Ultima Cena, in argento massiccio.

Bibliografia:
Giorgio Milossevich, Il Tempio di San Spiridione, Bruno Fachin, Trieste.


Data ultima verifica: 20/12/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BRIGA MARITTIMA (F). Gli affreschi di Nostra Signora del Fontano, di G. Canavesio – Ultima Cena.

 

Giovanni Canavesio è un pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
Documentato a Pinerolo nel 1450 e poi, dal 1472 al 1500, nella Liguria occidentale e nel Nizzardo, eseguì ampi cicli di affreschi (nella chiesa di San Bernardo a Pigna 1482, nella Chiesa di Nostra Signora del Fontano a Briga, 1491-1492) e numerosi polittici.
Si formò probabilmente nella cerchia di Giacomo Jaquerio, artista torinese, le cui opere sono inquadrabili nel Gotico internazionale, ma con accenti realistici di origine borgognona.
Vita ed opere
Polittico con San Domenico, i quattro dottori della Chiesa, Madonna col Bambino e santi, 1472, Taggia, chiesa del convento di San DomenicoLe notizie sulla sua vita sono piuttosto scarse.
Sappiamo dagli archivi che nel 1450 teneva bottega a Pinerolo (ove è registrato come ‘maestro pittore’) nel 1472 era presente in Albenga assieme al fratello Giacomo, poi sino al 1500 si spostò con grande frequenza – esempio di atelier itinerante – lungo i crinali delle Alpi Marittime, firmando e datando le sue opere.
La firma (“Presbiter Johes canavesis”) posta sul polittico conservato alla Galleria Sabauda di Torino testimonia che, nel corso della sua vita, ebbe a prendere i voti.
Gli furono affidate commesse realtive a grandi cicli di affreschi le cui raffigurazioni pittoriche erano didatticamente pensate come ‘Biblia Pauperorum’ ad uso dei fedeli.
Agli affreschi si aggiungevano talvolta richieste di polittici destinati a decorare gli altari.
Tra i cicli di affreschi eseguiti da Canavesio in Liguria va ricordato quello della chiesa di San Bernardo a Pigna (1482) (Imperia) con scene della Passione e del Giudizio Universale e l’affresco araldico del 1477 presso il palazzo vescovile di Albenga.
Tra i polittici rimasti, oltre a quello della Sabauda, vanno menzionati quello nella chiesa del convento di San Domenico a Taggia (Imperia) (1472), quello che ora si trova nella chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano a Verderio Superiore (Lecco) (1499) e quello, recentemente restaurato, nella parrocchia di San Michele a Pigna (Imperia) datato 1500.
Breve profilo artistico
La negazione di S. Pietro, scena del ciclo di affreschi nel santuario di Notre-Dame des Fontaines a Briga Marittima. Cresciuto nel contesto della pittura piemontese verso la metà del XV secolo, dominata dalla lezione gotica di Giacomo Jaquerio, Canavesio fece propri i canoni stilistici di una pittura religiosa che, per rispondere alla sua funzione pedagogica, deve rendere con immediata crudezza le passioni e dare forma grottesca alle malvagità dell’animo umano.
Il profilo artistico di Canavesio non va tuttavia confinato nella dimensione di un onesto frescante, che ripropone fuori tempo canoni stilistici ormai desueti. Egli si dimostra aggiornato sulla evoluzione delle pittura ligure avvenuta sulla scia di Vincenzo Foppa e per impulso, soprattutto, di Ludovico Brea conosce la scuola provenzale dominata dalle figure di Enguerrand Quarton e di Barthélemy d’Eyck, e conosce (soprattutto attraverso opere a stampa di Israhel van Meckenem) l’arte nordica. Sorprende, nella inquietate rappresentazione del Giudizio Universale di Notre Dame des Fontaines, che la raffigurazione scheletrica della morte intenta ad abbracciare l’abisso infernale e la figura combattente di San Michele, siano una palese citazione tratta da tavole di analogo soggetto eseguite dai fiamminghi Jan van Eyck e Petrus Christus.

Localizzazione: Briga Marittima (Francia), Santuario di Notre Dame des Fontaines
Autore: Giovanni Canavesio
Periodo artistico: XV sec.
Note storiche: Il grandioso ciclo di affreschi di Nostra Signora del Fontano è un unicum nella storia dell'arte rinascimentale. La piccola chiesa, che sorge in una valle verdeggiante ed aprica, presso una sorgente considerata sacra da genti liguri insediate nella regione sin dall'epoca protostorica, fu decorata su tutte le pareti interne con scene dell'Antico e del Nuovo Testamento. Canavesio, nel disegno delle figure e nella pittura delle scene risente del citato Jaquerio: i personaggi sono espressivi, resi con piglio deciso, in qualche caso popolaresco, i tratti sono fortemente incisi ed angolosi, i colori non di rado terrosi, le ombre livide. A questo sanguigno realismo si compenetra una forte impronta simbolica nella scelta dei soggetti e soprattutto nel gioco di corrispondenze, simmetrie ed antitesi tra i differenti episodi.

Ne risulta una summa sacra ed esoterica, dovuta ad una committenza colta ed ai limiti dell'ortodossia: la committenza privilegiò una disposizione iconografica e la sottolineatura di significati che sorprendono. Infatti nel ciclo di affreschi è possibile rintracciare emblemi, archetipi, valori non apparenti che collegano l'antica sapienza egizia ed ermetica all'esoterismo cristiano. Notevoli le immagini codificate in alcuni riquadri o effigiate: lo svastica, l'urobouros, il quadrato magico, la tartaruga, l'albero della vita...
Alcuni particolari della realizzazione pittorica sono eccentrici o di difficile interpretazione: è il caso, ad esempio, di Satana che ostenta sul capo un basco, di Giuda dipinto con gli organi interni doppi.

Il ciclo di Nostra Signora del Fontano si può reputare un'enciclopedia del sapere esoterico, con qualche concetto 'eretico', riconosciuto come tale anche da esegeti cattolici.
Padre Benoit Avena, infatti, esaminando la rappresentazione di Giuda il cui corpo esanime è appeso ad un albero con foglie di olivo (albero della riconciliazione), conclude affermando: 'La Chiesa ritiene che Giuda sia dannato. Il Canavesio sembra voler affermare il contrario... Non si deve piuttosto scorgere un desiderio profondo di nutrirsi forse pure contro la stessa Chiesa, della linfa vitale della Redenzione di Cristo Salvatore, del suo sangue versato per riscattare anche il più miserabile dei suoi fratelli?'. E' un'esegesi motivata quella di Padre Benoit Avena da puntuali riscontri tematici ed iconologici. E' una lettura che, con competenza e dottrina, mette il luce il carattere eterodosso della composizione canavesiana, aprendo ad una riconsiderazione del messaggio salvifico di Cristo.
Sembrano dunque adombrate nell'originale complesso artistico, la salvezza universale, l'apocatastasi dopo la caduta.


Illustrazione opera:

Bibliografia
- Vittorio Natale, Non solo Canavesio. Pittura lungo le Alpi Marittime alla fine del Quattrocento, in Giovanni Romano (a cura di) Primitivi Piemontesi nei musei di Torino, Fondazione CRT, 1996
- Veronique PLESCH, Painter and priest: Giovanni Canavesio’s Visual Rhetoric and the Passion Cycle at La Brigue, University of Notre Dame Press, 2006, 492p.
Luc THEVENON e Sophie KOVALEVSKY, La Brigue, arts et monuments, Nice, Serre, 1990, 111p.
- Padre Benoît AVENA, Notre-Dame des Fontaines. La chapelle Sixtine des Alpes méridionales, Borgo San Dalmazzo-Cuneo, edizioni Martini, 1989
- Elena ROSSETTI-BREZZI, Precisazioni sull'opera di Giovanni Canavesio: revisione critiche in Bollettino della Societa Piemontese di Archeologia e di Belle Arti, 1964
- Paolo FEDERICI, Una labile traccia indelebile, edizioni 0111, 2007, 208p.




Url: http://zret.blogspot.com/2008_07_01_archive.html
Data ultima verifica: 27/11/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CREVOLADOSSOLA (VCO). Chiesa Parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo (Ultima Cena nel Presbiterio).

La chiesa pievana dei SS. Pietro e Paolo fu edificata nel 1331; inizialmente era costituita da una unica campata centrale, coincidente con l’attuale navata centrale, ma leggermente più bassa.
Tra il 1516 e il 1569, la vecchia costruzione subì una profonda trasformazione che la portò alla forma attuale. La lapide con lo stemma dei Della Silva (il leone rampante che tiene le chiavi della città) e quello degli Orrigoni (la quercia radicata), recante la data 1475, segna l’epoca della ristrutturazione della facciata.
All’inizio del secolo XVI, sempre per merito dei Signori Della Silva, si concretizzò l’idea di ingrandire la Chiesa di Crevola trasformandola da una a tre navate. In primo luogo fu costruito nella parte sud un muro di sostegno ad archi per ricavare lo spazio necessario per la navata laterale; successivamente furono costruiti i muri perimetrali esterni delle nuove navate. Per realizzare la continuità fra le tre navate, occorreva abbattere le pareti laterali della vecchia costruzione: a questo scopo furono inserite nelle pareti laterali della vecchia chiesa delle colonne in serizzo locale e infine furono realizzati gli archi che, appoggiando sulle nuove colonne, dovevano sostenere il peso di tutta la struttura superiore di copertura. Poi fu demolito quello che rimaneva delle vecchie pareti laterali. Dopo questo intervento, fu demolito il tetto per sopraelevare i muri della navata centrale (i quali furono ulteriormente innalzati nel 1723) e furono aperte diverse finestre.
Della costruzione romanica si sono conservati il campanile, parte della facciata e gli importanti resti delle pareti laterali e delle decorazione ad archetti ciechi sorretti da mensolette con protomi antropomorfe, che si possono vedere recandosi nei sottotetti delle navate laterali.
Le aperture del campanile, in parte tamponate e modificate, restano integre nei due piani sotto la cella campanaria, con eleganti trifore.
Il bassorilievo sopra il portale, che raffigura Cristo che esce dal sepolcro, è quattrocentesco; il portale é del XVII secolo. Un bassorilievo, rappresentante San Bernardo da Mentone, risale al 1475.
Del XVI secolo sono gli affreschi di Antonio Bugnate; nell’abside, un’ “Ultima Cena”  attribuita a Fermo Stella da Caravaggio o più recentemente, a Sperindio Cagnola, e le splendide vetrate opera di Hans Funk, uno dei principali vetrai bernesi dell’epoca.

Info: tel. 0324 33129

Bibliografia:
– AA.VV., Storia ed arte nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Crevoladossola, s.n., estratto da “Oscallana” 1998-1999, 1999
– Manchinu P.; Dell’Olmo M. (a cura di), Gli affreschi dell’abside della parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo di Crevoladossola. Novità e conferme dai restauri, Comignano, TLS, 20
-Ricciardi S., Per la storia della pittura in Ossola nella prima metà del Cinquecento: influenze novaresi e apporti d’oltralpe, in “OSCELLANA – Rivista Illustrata della Val d’Ossola”, Anno XLV n° 4 Ottobre – Dicembre 2015, pp. 187 -214

Fonte:
http://archeocarta.org/crevoladossola-vb-chiesa-pievana-dei-ss-pietro-e-paolo/

Localizzazione: Crevola
Autore: Sperindio Cagnoli
Periodo artistico: XVI sec., circa 1525
Data ultima verifica: 10/05/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora e Angela Crosta

PIEVE DI CADORE (Bl). Chiesa Arcidiaconale di S. Maria Nascente, Ultima Cena.

Anteriore al Mille, l’attuale edificio – costruito su progetto dell’architetto Domenico Schiavi (1718-1795) di Tolmezzo (Ud) tra il 1761 e il 1819 – sorge sulla precedente chiesa gotica il cui coro era stato affrescato su disegni di Tiziano, dalla sua bottega. L’attuale edificio combina due unità: la croce greca a bracci disuguali voltata a cupola e a botte ed il presbiterio quadrato con soffitto a vela. Grazie alla dilatazione dello spazio, motivo caro all’architettura barocca, egli ottenne un edifico ad asse longitudinale, rispondente alle norme tridentine, ma innovativo rispetto alla pianta rettangolare con volta a padiglione utilizzata a Lorenzago e Auronzo.

La facciata (1875-1876), progettata dall’architetto vicentino Giovanni Miglioranza (1798-1861), è decorata con dodici statue raffiguranti i Santi titolari delle chiese dipendenti dall’arcidiaconale, mentre la lunetta è rivestita a mosaico con la Natività di Maria.
L’interno si caratterizza per il movimento incalzante delle pareti segmentate dal forte rilievo delle paraste sorrette da monumentali basamenti in pietra e l’arretramento dei setti murari su cui si aprono archi, nicchie e pulpiti. A ciò si accompagna l’accentuato chiaroscuro del cornicione dai secchi intagli, che disegna nettamente lo stacco con il soffitto dominato dalle linee curve di archi, volte, cupola e finestroni a lunetta.

Autore: Cesare Vecellio (1521-1601)
Periodo artistico: 1585
Note storiche: L'interno è ricco di opere che testimoniano la storia dell'antico edificio sacro.
Di particolare pregio si segnala la 'Madonna con Bambino' di Tiziano, le opere di Cesare Vecellio e il Flugelaltar attribuito alla bottega di Simon von Teisten (fine sec.XV).
Nel presbiterio, in alto, tela raffigurante l'Ultima Cena, attribuita a Marco Vecellio (1521-1601), eseguita nel 1585 alcuni studiosi attribuiscono a Tiziano le teste di Gesù e di San Pietro. L'attribuzione è frutto di una ricerca condotta dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, pubblicata in "Le botteghe di Tiziano" (vedi: www.tizianovecellio.it).

La Sagrestia accoglie opere di pregio della bottega del Palma il Giovane, di Zorzi Sotirico da Creta, di Catarino Veneziano.


Data ultima verifica: 29/07/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VIGO di Cadore (Bl). Madonna della Difesa, Ultima Cena.

La chiesa fu voluta dal pievano Giovanni de Clere e dalla popolazione come ex-voto per lo scampato pericolo rappresentato dalle soldatesche di Massimiliano I d’Asburgo.
La costruzione (1512) fu affidata a Nicolò Ruopèl, maestro carnico attivo nella prima metà del XVI secolo anche a Candide, Casamazzagno, Auronzo ed in altri paesi del Cadore e della Carnia la consacrazione avvenne nel 1515.

Localizzazione: Posta al centro del paese.
Autore: Nicola Grassi (1682-1748)
Note storiche: L'edificio, di piccole dimensioni, evoca l'edilizia rurale per la semplicità di linee e d'impianto planimetrico: corpo cubico in muratura accostato all'abside pentagonale, copertura lignea bifalde a ripidi spioventi, timpano chiuso rivestito di tavole.
Sono visibili alcuni elementi decorativi come la modanatura a bastoncino intrecciato in chiave del portale ad arco acuto e l'oculo traforato a fiamma altri sono quasi illeggibili come i motivi affrescati che sottolineano la base del tetto, stipiti, angoli.
All'interno il colore acquista maggiore rilievo nei costoloni e negli ingenui disegni che fioriscono la volta a stella.
Affreschi e tele (XVI-XVIII sec.) presenti in gran numero rispecchiano la natura votiva del tempietto e testimoniano nella scelta dei temi il bisogno di protezione della popolazione.

Illustrazione opera: Da segnalare una 'Ultima Cena', opera di Nicola Grassi (1682-1748).
Data ultima verifica: 29/07/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE, Ultima cena (collezione privata).

Intagliatore veneziano, primo terzo del XVII secolo legno dorato, cm. 22×55.

Localizzazione: Collezione privata
Autore: Intagliatore veneziano, primo terzo del XVII secolo.
Illustrazione opera:

Pregevole rilievo che illustra con grande dinamismo e abilità compositiva la scena dell'Ultima Cena di Cristo, nel giorno della Pasqua ebraica.
Diversamente dall'usuale momento in cui Cristo benedice le due specie del pane e del vino, per consacrarle e imprimere in esse il segno della sua presenza divina, fulcro concettuale e dogmatico del mistero eucaristico per la Cristianità d'Occidente, l'intagliatore ha scelto quello successivo, in cui le parole di consacrazione diventano atto fisico del dono di sè ai discepoli.
Gesù, infatti, è raffigurato mentre porge un boccone del pane spezzato (in verità però raffigurato già come particola) che tiene in un piatto alzato con la mano sinistra a un discepoli, il quale siede alla sua destra, quasi all'estremo angolo della lunga tavola.
Esplicita è l'accentuazione del moto del suo corpo e del braccio che si tende verso il discepolo, a sua volta sporto al massimo per giungere a ricevere la particola di pane.
Tale asse visivo è contrapposto alla figura di Giuda che si è alzato dal concerto dei discepoli stringendo il sacchetto con i trenta denari sul petto mentre si allontana rapido verso sinistra, allargando il braccio, che viene così a coprire il vuoto spaziale determinato dall'abbassarsi e tendersi del discepolo che riceve la comunione.
La figura del discepolo all'altra estremità della tavola, in piedi è sporto anche lui verso sinistra per assistere meglio all'azione che si sta dipanando, bilancia infine la struttura compositiva secondo canoni espressivi che potremmo definire barocchi.
Attorno a questo doppio accadimento gli altri apostoli si raggruppano via via con gesti eloquenti, agitati, in un tumulto emotivo che sembra potersi bilanciare solo in virtù del panno steso sui tre tavoli dalle gambe tozze e squadrate (uniti per allungarne la forma), privo di qualsiasi vettovaglia o cibo e dunque si pone come zona liscia e neutra a confronto della parta alta del rilievo tutta abitata dalle mezze figure, o dalle teste, dei discepoli.
La caratterizzazione fisiognomica di questi ultimi è forte, ma l'intenzione ritrattistica non pare guidata da alcuna intenzione idealizzante. Anche il presumibile san Giovanni, che va forse identificato nella testa alla destra di Gesù, dietro di Lui, appare sì essere più 'giovane' tra i compagni, ma le sue fattezze non sono proprio delicate e anche lui porta una barba corta per il resto le figure sono di uomini maturi, barbuti e dai tratti marcati.
Le scene dell'Ultima Cena, declinate in modo da sottolineare il dogma eucaristico della transustanziazione, divengono importanti e diffusi notivi iconografici dalla chiusura del Concilio di Trento in poi, e la loro iconografia acquisisce pertanto, con preciso intento catechetico, le direttive controriformiste su questo tema, tra i principali motivi di conflitto e di dissenso con il credo riformato e luterano.
Una delle versioni controriformate più riuscite e celebri in area veneta è senz'altro quella che ne diede Tintoretto, sia, ad esempio, nella pala per San Polo, che in quella, celeberrima, per San Giorgio maggiore, del 1593, a Venezia.
Benchè in entrambi il Cristo sia posto in piedi, in atto di distribuire il solo pane ai discepoli, è evidente che il nostro intagliatore deve avere avuto contezza di questa interpretazione iconografica precisa, cui il dogma di fede e la funzione predicatoria non schiacciano ma semmai esaltano la drammaticità e l'efficacia della composizione.
L'esempio riportato non è di certo un confronto stilistico nè iconografico in senso stretto - chè allora sarebbero da citare, per indagare sui modelli possibili e sul gusto di marcare le fattezze degli apostoli, tele come quella di Jacopo Bassano, 1542, oggi alla Galleria Borghese a Roma -, ma vuole invece soprattutto indicare che la probabile collocazione culturale dell'autore del rilievo è Venezia. Proprio per la chiesa di san Giorgio maggiore, oltretutto, l'attivissima bottega guidata da Albert van den Brulle aveva realizzato tra 1594 e 1598 lo splendido coro con i 48 postergali del secondo ordine di stalli ancor oggi in loco, raffiguranti scene agiografiche dei santi dell'ordine benedettino, sulla base di incisioni di anonimo di una decina d'anni precedenti (1) mentre Jacopo Zane aveva creato, presso l'altare maggiore i dossali con sei episodi a tema eucaristico intervallati da telamoni in forma d'angeli, che 'accompagnano' le due tele del vecchio Tintoretto, quella citata e l'altra con Gli ebrei rifiutano la manna.
Proprio sulla scia - marcata stilisticamente dal tardo manierismo di un Giulio dal Moro o Terilli e poi dalla 'stagnazione' degli anni trenta e quaranta del secolo - di questo genere di intagli, interessati a accentuare fisionomie e gesti con sicurezza compositiva e spiccate qualità d'intaglio, ci pare possa collocarsi stilisticamente anche l'anonimo autore del rilievo udinese.
Il pathos mosso e morbido che come un vento agita le barbe e scompone la gestualità del gruppo intagliato, così come l'implicita conoscenza di certa pittura barocca allora prodotta dai multiformi (e itineranti) talenti attivi a Venezia e l'assetto osseo dinoccolato del Cristo, pare indicarne una datazione avanzata al primo terzo del Seicento se non oltre.

(1) E- Merkel, La scultura lignea barocca a Venezia, in Scultura lignea barocca nel Veneto, a c. di A.M. Spiazzi, Milano 1997, pp. 107-195.

Serenalla Sastri

in L'Anima e il Mondo, Arte sacra dal XIV al XVIII secolo, a cura di Roberta Costatini, Cividale del Friuli (Ud) 2010.

Opera presentata nella mostra dal medesimo titolo in Cividale del Friuli, Chiesa di San Giovanni nel Monastero di Santa Maria in Valle, dal 7 marzo al 30 giugno 2010.


Data ultima verifica: 09/07/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ERTO E CASSO (Pn). Veindre Seint (venerdì santo) – Sacra rappresentazione – Ultima cena, vivente.

Antica e suggestiva rappresentazione in abiti romani della passione e morte del Cristo, che ogni Venerdì Santo si svolge nel paese di Erto in un caratteristico anfiteatro naturale.
Nata insieme alla chiesetta di San Rocco, come voto religioso contro la peste venne interrotta solo negli anni successivi alla catastrofe del Vajont per essere poi ripresa nel 1968.
Questa volta vennero portate delle modifiche di carattere tecnico per adeguare la manifestazione ai tempi nuovi. Le corazze furono fatte eseguire interamente in metallo e così le lance, rispettando strettamente l’autenticità storica parti di stoffa vennero sostituite con pelle o cuoio rinnovati i colori degli abiti per la varietà e la scenografia e altri dettagli di minor importanza, ma che completano l’effetto dell’insieme.
Attualmente annunciata già dai giorni precedenti dal rullo dei tamburi, ‘Tamburins‘, la Passione viene preceduta nel pomeriggio dalla processione sacra, dove il più anziano del paese reggendo un’asta sormontata da un gallo di legno precede una persona, scalza e vestita di bianco, incappucciata tanto da nascondergli il volto, che sorregge il crocefisso del Brustolon, e, a sua volta, è sorretta da altre due persone che camminano scalze.
La rappresentazione serale inizia alla sera, verso le ore 20,30 partendo dal vecchio centro abitato, snodandosi poi verso il luogo predisposto alle scene principali, alla periferia di Erto ed è composta da oltre cinquanta attori denominati ‘Cagnudei‘ cioè Giudei, è preceduta dal rullo dei tamburi seguono poi le scene citate nel dialogo, Gesù viene processato e sale il Calvario.

Tra due ali di folla che si stringe lungo i muri delle case passano i legionari con le torce, scortando Caifa con i Sacerdoti, gli anziani e Pilato, mentre la plebe continua ad insultare Gesù.

In uno spiazzo sopra un colle, in prossimità dell’abitato, avviene la crocifissione: Cristo è messo in croce e questa viene innalzata, mentre Longino colpisce con una spada il costato che sprizza sangue: è la scena finale della Sacra Rappresentazione e tutti gli astanti si soffermano un attimo commossi e riverenti di fronte alla rievocazione piena di toni drammatici per la sua veridicità.
La rappresentazione che viene effettuata con qualsiasi tempo, richiama sempre più persone dai paesi contermini e ultimamente anche da altre regioni sono arrivate corriere da Firenze, dalla Puglia, degli oriundi dall’Argentina, dal Brasile e dalla Germania.

(http://www.comune.ertocasso.pn.it)

Note storiche: La storia della Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo a Erto.

Lo sviluppo delle Sacre Rappresentazioni, occupa in Italia un arco di tempo di circa trecento anni, dal 1200 al 1500.
Originate dalle Laudi Sacre dialogate, furono nel contempo manifestazioni di fede e occasione di svago per le popolazioni desiderose di apprendere e rivivere le vicende del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Si diffusero ben presto dall’Umbria nel Veneto e le Confraternite dei Battuti divulgarono anche nella nostra zona questo genere di Rappresentazioni.
Un segno tangibile ha lasciato a Pordenone l’opera del religioso Pietro Del Zocol, nella seconda metà del 1400, con due Sacre Rappresentazioni: la Resurrezione e la Festa dell’Assunzione, i testi delle quali sono stati riportati dal De Bartholomeis in 'Studi di filologia romanza' (6, 1893).
Sotto la spinta del teatro profano nel 1500, il dramma sacro perdette lo spirito che lo aveva animato nei secoli precedenti e si snaturalizzò sempre più fino quasi a diventare esso stesso spettacolo profano.
Il Concilio di Trento intervenne in merito con delle restrizioni che ponessero fine o limitassero l’aspetto laico nelle Sacre Rappresentazioni, ma ormai il declino era già segnato.
Il prorompere della Commedia nel periodo Rinascimentale e la continuazione di questa nella Commedia dell’Arte, portarono all’abbandono quasi totale del dramma sacro.
Sopravvisse qua e là in Europa, in zone conservative e in alcune località dell’Italia Settentrionale.
Nella Svizzera ad esempio, nel territorio di S.Gallo e nei dintorni di Zurigo si rappresenta ancora la Passione di Gesù Cristo la stessa cosa accade vicino a Chiasso, a lume delle torce il giorno delle Palme.
La più famosa Sacra Rappresentazione in Europa è quella di Oberammergau, un piccolo paese della Baviera dove viene rievocata ogni 10 anni.

A Erto, correva l'anno 1631 e dalla valle del Piave arrivavano incredibili storie di morte.
La gente in tutti i paesi moriva colpita da un morbo tanto misterioso quanto contagioso: la peste bubbonica o peste nera.
Il vicino Cadore temendo il contagio pose su tutti i passaggi e sui valichi di montagna delle guardie armate, ma non servì a nulla.
In quello stesso anno gli Ertani per allontanare l'epidemia, espressero un voto solenne: se risparmiati, ogni anno nel giorno del Venerdì Santo, avrebbero ricordato la Passione e la Morte di Gesù Cristo in croce e le sue sofferenze con una processione in costume.
Stranamente Erto fu risparmiata, come fu risparmiato Zoppè di Cadore, forse non per il voto, ma più probabilmente per il grande isolamento dei due paesi.
Sta di fatto che la gente credette all'aiuto del cielo, iniziò così una delle più antiche e suggestive Sacre Rappresentazioni della Passione e Morte di Gesù.
Proprio per espiare questo voto, i partecipanti devono essere nativi o originari di Erto.
Per lo stesso motivo fu costruita una piccola chiesa dedicata a San Rocco, protettore degli appestati, sulla via principale che portava a Longarone. Alcuni anni dopo fu commissionato allo scultore zoldano Andrea Brustolon (1662-1732) un grande crocifisso in legno che si usa tuttora nella funzione religiosa.

Nel 1633 la peste nera si abbatté sul villaggio alpino di Oberammergau e dopo qualche settimana decimò la popolazione. I sopravvissuti fecero allora voto solenne di rappresentare ogni dieci anni la Passione di Cristo.
La rappresentazione inizia dall’entrata di Gesù a Gerusalemme e va fino alla Resurrezione e alla trasfigurazione di norma dura tutta una giornata: comincia alle 8.15 del mattino e dopo una sospensione da mezzogiorno alle 14, continua fino alle ore 18.
I testi e la musica attuali sono dell’800 il coro e l’orchestra accompagnano le scene e i quadri plastici.
Le rappresentazioni vanno da maggio a settembre e si svolgono in uno speciale teatro all’aperto l’ultima 'Passione' di Oberammergau è stata effettuata nel 2000, dunque la prossima sarà nel 2010.
Tutti i seicento attori sono nativi del paese e così dicasi per gli altri ottocento collaboratori e queste persone rimangono in attività per nove anni, visto che ormai la località della Baviera vive esclusivamente per la Sacra Rappresentazione che attira migliaia e migliaia di turisti da tutte le parti del mondo.

A Erto, invece la Rappresentazione rimase invariata fino agli inizi del nostro secolo nata modestamente, con personaggi limitati come Pilato, Caifa, Giuda, qualche pretoriano e naturalmente Gesù, si giovava di costumi improvvisati e ingenui trovati nelle vecchie cassapanche di famiglia.
I tamburi venivano preparati sul posto con pelli di capra e bordati con nastri e frange, mentre le armi consistevano unicamente in lunghe e strane lance.
Poiché il paese non era collegato a strade, la rappresentazione rimase quasi patrimonio esclusivo degli ertani, che tramandavano di padre in figlio l’obbligo morale assunto dai loro avi.
Soltanto dopo la fine del primo conflitto mondiale la manifestazione cominciò a destare interesse anche nelle località limitrofe e in paesi più lontani, e un sempre maggior numero di persone accorreva la notte del Venerdì Santo ad Erto.
Ma il desiderio di fare spettacolo, di lasciare un’impressione favorevole al pubblico presente, fece sì che la manifestazione assumesse un tono ben diverso da quello originario, a volte lasciato all’improvvisazione più sprovveduta, a gesti e parole che nulla avevano in comune con il sentimento religioso ispiratore.
Nel 1946 l’autorità ecclesiastica decise di escludere dalla processione del Venerdì Santo la Sacra Rappresentazione, in quanto divenuta spettacolo laico e profano che metteva soltanto in evidenza particolari attitudini o bravure.
Nello stesso anno venne costituito ad Erto il 'Comitato pro Venerdì Santo' con due compiti ben precisi: salvare la tradizionale manifestazione che, abbandonata a se stessa, senza una direzione, andava fatalmente spegnendosi e ridare quella serietà e proprietà che contraddistinguono analoghe rappresentazioni in Europa.
La popolazione tutta rispose con slancio all’iniziativa e, anche se i sacrifici erano rilevanti, si rinnovarono tutti i costumi, cercando di rimanere fedeli agli originali così dicasi per le armi e per gli scudi. Infine fra i giovani del paese vennero scelti con un certo criterio coloro che potevano rappresentare le figure di Cristo, gli Apostoli, Caifa, Pilato, Giuda, il Cireneo, i legionari romani e la folla del tempo.

La tragedia del 9 Ottobre 1963 oltre a sconvolgere la valle del Vajont e disperdere tutti gli abitanti nei paesi vicini, interruppe la prosecuzione annuale della Rappresentazione che tanti consensi aveva ormai colto in tutto il Veneto e in varie parti d’Italia. Tutto sembrava distrutto o irrimediabilmente danneggiato.
Ancora una volta il 'Comitato pro Venerdì Santo' cercò di salvare la tradizione e nel 1968 riunendo le persone che avevano animato la Rappresentazione, ebbe la forza di ricominciare daccapo, aiutato in questo suo nuovo sforzo anche dall’Amministrazione Comunale.
Questa volta vennero portate delle modifiche di carattere tecnico per adeguare la manifestazione ai tempi nuovi. Le corazze furono fatte eseguire interamente in metallo e così le lance, rispettando strettamente l’autenticità storica parti di stoffa vennero sostituite con pelle o cuoio rinnovati i colori degli abiti per la varietà e la scenografia e altri dettagli di minor importanza, ma che completano l’effetto dell’insieme.
La Sacra Rappresentazione, sta già dando soddisfazione agli organizzatori per l’afflusso veramente notevole di spettatori che, grazie all’ammodernamento delle strade e all’accresciuto numero dei veicoli, arrivano da ogni parte per partecipare ed assistere alla manifestazione.
Per quanto riguarda i testi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non esiste una tradizione locale di testi scritti o in ertano o in italiano, per cui già nel 1946 venne aggiunto il dialogo, ricavato dalla Liturgia e ridotto alle battute essenziali, poiché non è accompagnato da canto alcuno o brani musicali e l’effetto vuole essere semplicemente scenico o spettacolare, senza entrare in dettagli artistici, letterari o musicali. I brani si dividono in sette parti, comprendendo rispettivamente le sette scene di cui si compone il dramma e precisamente: 1) Giuda di fronte ai Sacerdoti – 2) Nell’orto degli olivi – 3) il rinnegamento di Pietro – 4) Gesù davanti a Caifa – 5) Fine di Giuda – 6) Cristo davanti a Pilato – 7) Sul Calvario.

Ecco un breve saggio di questo dialogo:

- 'Salve, Maestro (lo bacia)
Cristo: amico, a far che sei venuto? Con un bacio mi tradisci! (rivolto alla turba): chi cercate voi?
– Turba: Gesù Nazareno
– Cristo: Sono io (stramazzano a terra), allora chi cercate?
– Turba: Gesù il Nazareno (e si avventano a prenderlo)
– Pietro: Maestro (estrae la spada e colpisce uno) dobbiamo difenderti?
- Cristo: basta! Metti giù la spada perché chi colpisce di spada, di spada perirà (viene legato e portato via). Siete venuti con spade e bastoni come se fossi un malfattore, mentre ogni giorno insegnavo in mezzo a voi e non mi avete preso'.

Fino al rinnovamento di questa tradizione, la processione usciva dalla Chiesa preceduta dall’uomo più vecchio del paese, che portava un’asta con sopra un gallo di legno (simbolo del tradimento di Pietro) lo seguiva un uomo avvolto in un manto bianco, scalzo e col cappuccio che reggeva il Crocifisso del Brustolon, poi ancora altre persone scalze e vestite di bianco. Veniva quindi il clero e Gesù che reggeva la pesante Croce, scortato dai soldati romani infine i tamburini e il popolo ertano.
Attualmente annunciata già dai giorni precedenti dal rullo dei tamburi dei 'Tamburins', la Passione viene preceduta nel pomeriggio dalla processione sacra, dove il più anziano del paese reggendo un'asta sormontata da un gallo di legno precede una persona, scalza e vestita di bianco, incappucciata tanto da nascondergli il volto, che sorregge il crocefisso del Brustolon, questa persona a sua volta è sorretta da altre due persone che camminano scalze.

Durante il passaggio di quest'ultima processione, ultimamente, il Comitato ha predisposto una scena rappresentante l'ultima cena (vedi due immagini della scena).

(da http://www.erto.it)


Fruibilità: Venerdì Santo
Data ultima verifica: 18/04/2010 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ROMA. Acquaforte di Rubens esposta alla Galleria Arte Today.

In Anteprima mondiale viene esposta a Roma una rara acquaforte di Paul Rubens.
Il 28 dicembre dalle ore 19 nella galleria Arte Today.
E’ uno studio del pittore fiammingo liberamente ispirato al dipinto di Leonardo da Vinci ‘L’ultima cena‘, di cui si erano perse le tracce dal 1836.
La scoperta e’ stata fatta da uno psicologo romano che ha fatto valutare una stampa anonima: le perizia del professor Andrea De Liberis e del professor Alfredo Pasolino hanno confermato, riferisce un comunicato – essere una preziosa acquaforte. L’acquaforte di Paul Rubens, ritrovata a Roma e’ menzionata in un libro del 1836 denominato Le classiche stampe del Prof Giulio Ferrario in cui si accennava a questo studio di Rubens.
Fu eseguita durante il soggiorno romano del pittore fiammingo in cui fu impegnato a realizzare, dopo aver visitato e rilevato con disegni, L’ultima cena di Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Rubens si dedico’ tardi all’acquaforte e soprattutto durante il soggiorno romano realizzo’ vari disegni di diverse opere poi eseguite al bulino.

La firma di Paul Rubens in basso a sinistra ”suggella – si legge nel comunicato – l’importanza e l’autenticita’ dell’incisione coeva ed in prima tiratura delle due lastre. Quest’opera rimane una rarita’ ed e’ un eccezionale testimonianza delle rare incisioni eseguite direttamente dal pittore il cui valore artistico ed economico e’ notevole. Elevato, ma non stratosferico, trecentomila euro, e’ il valore sul mercato delle incisioni di Paul Rubens, forse l’unico tra gli antichi maestri ad avere quotazioni stellari simili a quelle dell’arte contemporanea”.

Fonte: Adnkronos, 24 dicembre 2009

Torna alla luce una preziosa stampa del grande artista Fiammingo Rubens.

Giovanni Battista De Andreis, artista sperimentatore e studioso di tecniche calcografiche, analizza storia e tecnica dell’incisione derivata dal Cenacolo di Leonardo per una circostanziata e attendibile attribuzione al celebre maestro di Anversa.
Se ne conosceva l’esistenza da sempre, da quando si è cominciato a scrivere di Rubens come incisore e più importante diffusore di questa particolare tecnica d’arte.
Gli amatori hanno cercata avidamente la stampa rappresentante il famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci” così la presenta il Ferrario nel suo Le classiche stampe dal cominciamento della calcografia, del 1836.

Ogni trattato ne parla, a partire dal Settecento, primo fra tutti il Mariette, assieme alle due uniche acqueforti concordemente attribuite al Maestro fiammingo: la Santa Caterina d’Alessandria e la Vecchia della candela.

La notizia: L’ultima cena, una tra le più ricercate incisioni di Rubens, è recentemente riapparsa presso un professionista Romano, il dottor Gilberto di Benedetto (psicologo e psicoterapeuta).
Certamente un omaggio importante per il celebre e sfortunato Cenacolo dipinto da Leonardo sul finire del Quattrocento per il refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano.
Un bulino che per le dimensioni insolite (mm 996 x 298 al bisello) è stato realizzato su due matrici congiunte: procedimento non certo consueto all’epoca, dovuto probabilmente alla difficoltà di produrre o incidere matrici in rame di dimensioni così ragguardevoli.
Tanto per l’esecuzione quanto per la storia che l’accompagna il recente rinvenimento merita più di una riflessione o di una expertise sbrigativa. La tradizione è unanime nell’attribuire l’incisione alla mano di Soutman, peintre-graveur allievo di Rubens e cresciuto alla sua bottega.
L’autenticità della stampa è garantita dalla tiratura coeva, in primo stato, impressa su carte con filigrane di Leida, in ottimo stato di conservazione. Le matrici originali sono tuttora conservate presso lo Stedekijk Prentenkabinet di Anversa.
Le scritte della legenda sottostante, chiare ma non senza enigmi, impongono qualche considerazione non inutile.
A sinistra, fatto il dovuto riferimento a Leonardo (Pinxit) si legge P. P. Rub. Delin. (disegnò). Manca del tutto l’indicazione solita dell’incisore esecutore, accanto al termine excudit. Perché?
Dopo il termine invenit, (quì sostituito da pinxit, l’autore dell’ originale) il termine delineavit indica l’autore del disegno esecutivo, in questo caso Rubens.
A rigore dobbiamo dedurre che Rubens disegnò – di questo possiamo stare certi, scrupoloso com’era – ma che nessuno eseguì (sculpsit o excudit). Com’è possibile?

Le ipotesi non sono poche: l’impossibilità di menzionarlo, che l’artista non l’abbia ritenuto pertinente o necessario, che non era semplice stabilirlo o perché, semplicemente, gli incisori erano due.
Da notare che l’acquaforte, a differenza del bulino che viene inciso, in effetti viene “disegnata”. Forse in questo il senso di quel delineavit, che nel presente contesto assumerebbe un significato particolare: l’autore del disegno potrebbe coincidere con l’autore dell’acquaforte?
La Pinacoteca Repossi di Chiari (Brescia) possiede un foglio similare a questo, non coevo però e sprovvisto di filigrana dove curiosamente si legge, nella specifica della Collezione: “Il nome dell’incisore è stato sostituito da quello del disegnatore”. Una ammissione incauta che non fa che ravvivare gli interrogativi appena esposti.

Curioso anche – sempre a proposito di questo lavoro e prassi generalizzata – come gli studiosi parlino indifferentemente ora di acquaforte ora di bulino, mai accennando ad una tecnica composta o comunque menzionando le due tecniche.

Localizzazione: Roma, Galleria Arte Today
Autore: Paul Rubens
Note storiche:

Un po’ di storia, intanto.
Disceso in Italia, come ogni buon nordico che intendesse temperarsi nella cultura italiana, certamente impressionato dalla Cena di Leonardo, Rubens non avrebbe esitato a copiarla. E’ quanto è sempre stato scritto.

Ipotesi suffragata, nel caso, dall’unico disegno esistente del maestro riferibile a un particolare della Cena, conservato nella collezione Devonshire a Chatsworth, con ogni probabilità databile tra il 1600 e il 1612 (J.S.Held, L.Burchard, R.A. d’Ulst).
L’interrogativo se il disegno esecutivo finale abbia invece altra provenienza viene dall’esistenza di una copia del Cenacolo vinciano - singolare per l’orizzontalità del formato e la totale assenza di spazio prospettico - dovuta ad allievi di Leonardo (Boltraffio o Marco d’Oggiono ) e conservata alla Royal Academy di Londra (ipotesi E. Moeller del 1952).
Neppure da trascurare, come ulteriore possibile spunto iconografico, una copia della Cena di imponenti dimensioni esistente già nel 1545 nell’abbazia di Tongerloo, a qualche decina di chilometri da Anversa (A. e P. Philippot nel 1967-68).
Sempre in tema di un iter creativo che non può che avvalorare l’importanza data dal Fiammingo a questo lavoro, esiste un disegno, al Gabinetto dei Disegni del Louvre, assai curioso ed eloquente. Sono rappresentate in controparte le sole figure del Cristo e dell’apostolo Simone: un particolare di un eventuale prototipo esecutivo? Il foglio si impone per una peculiarità non indifferente: se da un lato vi appaiono particolari identici all’incisione, dall’altro la posizione delle mani rispetta quella di Leonardo, soprattutto quella a sinistra nella stampa.
Se il disegno fosse derivato dall’incisione le mani non potrebbero che riprendere quelle dell’incisione e non certo tornare al modello di Leonardo. Ma la comparsa del tendaggio, così come il calice e il pane davanti a Cristo, richiamano perfettamente la stampa, per cui, soltanto considerandolo uno studio creativo intermedio (un occhio ancora a Leonardo e un altro teso a modificare) si può legittimarne l’origine non di riporto ma creativa: la mano di Rubens o di chi per lui.


Illustrazione opera:

Per cui, nonostante questa Cena incisa pretenda presentarsi come fedele copia nella legenda sottostante - referenza non da poco per il suo successo - l’occhio di oggi non può che coglierne lo spirito di libero d’après, ricco di vistose ablazioni. Ambiente prospettiva e oggetti sono scomparsi, ad eccezione del pane e del calice.

In aggiunta, l’esuberante Rubens ha innalzato alle spalle del Cristo il vistoso panneggio piramidale appena menzionato che, mentre evidenzia la maestà del Maestro, crea un trasfigurante moto ascensionale su tutta l’orizzontalità della scena. Libertà espressive che non lasciano dubbi sulla disinvoltura toccata al capolavoro vinciano.
Creativa dissacrazione che aggiunta all’incuranza di presentarsi invertita (speculare) rispetto all’originale conferma la tensione del Fiammingo di avvalersene più per una propria rappresentazione che per diffonderne l’icona originaria. Una anomalia che è bene non trascurare perché mai attuata da Rubens per nessuna trasposizione in stampa delle sue numerose opere di pittura.

Trasgressione legittimata forse dall’opportunità che, standogli sott’occhio la perfezione del suo prototipo, egli stesso abbia temuto di indebolirla rovesciandola, per non dire affidarne ad altri il rischio.

Un Leonardo alla rovescia per cui, a tutto vantaggio dell’energia del foglio, che dice quanto l’Artista tenesse a questo lavoro, vivendolo come un vero e proprio furto creativo.
Non poco, per l’artista trentenne che si rivelerà il maggiore “imprenditore” della storia dell’arte: fregiarsi d’un colpo della grande tradizione rinascimentale con un trait d’union degno di un vero protagonista.

Da tali premesse, considerato il prestigio del lavoro, può essere verosimile che Rubens abbia saputo trattenersi dall’intervenire direttamente sulla matrice?
Una occhiata non superficiale convince della assoluta armonia dell’insieme: incastri perfetti di luci e ombre, un controllo del segno sempre di ammirevole perfezione: assolutamente convincente nei panneggi e di massima espressività nei volti: sempre inventato e articolato nella raffinata tornitura
delle mani dei tredici personaggi.

Tutto con sintesi da maestro. Dove sarebbe improprio cercare il pathos distintivo del Rubens maturo, quei viluppi di energia che lo fanno unico. Piuttosto risulta palpabile una certa sospesa atmosfera di attesa che riporta, per equilibrio e compiutezza, a quel capolavoro giovanile di fascinante bellezza che è la tela “Romolo e Remo” della Pinacoteca Capitolina di Roma, dipinta ad Anversa nel 1616.
L’attribuzione a Pieter Claesz Soutman - così come quella più difficilmente sostenibile a Vosterman, di recente avanzata da De Liberis - merita qualche riflessione.

Intanto la curiosa, non trascurabile coincidenza che un foglio importante del Soutman, La Caccia al cinghiale, risulta inciso su due matrici, esattamente come il nostro soggetto. Tecnicamente e’ sempre presente in Soutman (come ha rilevato con acutezza L. Leeber) un puntinato fine, a volte circonflesso, per accompagnare il volume dei corpi e dare rilievo agli incarnati nei passaggi di maggiore finezza procedimento tipicamente pittorico di possibile suggerimento (o suggestione) rubensiano.
Mancano comunque prove certe, nonostante il Soutman fosse pittore e incisore, di una collaborazione ristretta tra lui e Rubens nell’ambito dell’incisione.

Ciò che sposterebbe questa attribuzione ad altri incisori: Cornelis Galle il Vecchio (conosciuto da Rubens in Italia), Boetius Adamsz Bolswert, Willem Isaac Swanenburgh e qualche altro, o confermare l’incisore eccellente dell’atelier Rubens, Lucas Vosterman.

Evidente, consentendo quest’ultima attribuzione, che la data verrebbe dilatata dal 1610 al 1620.

Ma in quale ottica il Maestro vedeva il rapporto con i suoi collaboratori?

Una solidale vicinanza è certa, ma lo è ancor più la puntigliosa accuratezza che egli pretendeva nella fase di riproduzione di prototipi che egli stesso era solito portare alla perfezione. E’ certamente la causa dei ruvidi, avventurosi contrasti emersi con Vosterman (troppa albasìa, a detta di Rubens), unanimemente considerato il suo intagliatore di maggior talento, ma il cui rapporto con il Maestro, per quanto ci riguarda, viene costretto ai quattro anni che vanno dal 1618 alla tempestiva rottura del 1622 per riprendersi poi (miracoli dell’arte!) dopo il 1630.
Rubens era fin troppo consapevole, a sue spese, che quando non personalmente controllata la qualità del lavoro poteva slittargli di mano.

Mi piace citare l’umiltà davvero commovente dell’Artista che aveva ormai conquistate tutte le corti d’Europa. “Con tutto ciò posso dire con verità, che li dissegni sono più finiti e fatti con più diligenza che le stampe, li quali dissegni io posso mostrare ad ognuno poiche li ho in mia mano”.
Come accaduto per la disgraziata serie delle illustrazioni per la vita di Ignazio di Lojola - incise a Roma dopo la sua partenza per Anversa - di una mediocrità disarmante, benché “L’unico disegno che ne conosciamo, ora al Louvre, sia di rara intelligenza e sensibilità” (D. Bodart 1977).
Quanto egli stesso lamenta in una lettera enigmatica del 23 gennaio 1619 diretta a Pieter Van Veen e riferita probabilmente al Vosterman: “Avrei ben voluto che l’intagliatore [bulinista] fosse riuscito più esperto ad imitar bene il prototypo, pur mi pare minor male di vederli fare in mia presenza per mano di un giovane ben intentionato che di gran valenthuomini secondo il loro capriccio”.

Non c’è migliore conferma della preferenza di Rubens per intagliatori rispettosi delle sue direttive piuttosto che per l’estro di genialità ingovernabili.
Federico Zeri amava ripetere (l’ha scritto anche in qualche suo libro) che mentre un capolavoro sopporta qualsiasi ingrandimento, sempre migliorando, una brutta opera non può che peggiorare mano a mano che viene ingrandita.
Entrando nell’incisione, si riscontrano subito due differenti tecniche.

Un potente ingrandimento permette di distinguere le diverse specie e modi di interventi e, ciò che più importa, i “tempi di esecuzione”.

Intanto la traccia, cioè il disegno che contorna forme e figure, risulta incisa all’acquaforte: un segno morbido e sensibile, robusto e deciso.

Tutte le figure e i profili dei volti appaiono tracciati da questa mano: una varietà e intensità d’espressioni non certo da copista! Il secondo stadio risulta eseguito al bulino: una mano assai abile ha dato corpo alle figure con un
intaglio secco e preciso. Di rilevante interesse i punti più delicati degli incarnati: la mani soprattutto, trattate con interventi di finissimi punteggiati, vibrazioni infinitesime per imitare una resa di materia pittorica.
Ecco al terzo livello riapparire l’acquaforte. Com’è possibile, trattandosi sempre di acquaforte, che le due fasi non siano state eseguite contemporaneamente?
E’ questa la scoperta più affascinante. Scrutando l’energica tratteggiatura delle massime ombre (specie tra i capelli degli apostoli e ovunque appaiano rinforzi consistenti) si osserva che le linee di di tratteggio procedono a scatti, come a balzelli.

La mano dell’incisore sa riconoscere tali scatti: il caratteristico salto della punta d’acciaio (puntasecca) ogniqualvolta interseca i solchi del bulino o dell’acquaforte sottostante. La sicurezza con cui si riesce qui a padroneggiare la direzione del segno, per quanto gli incavi possano impedirlo, rivela l’artiglio del Maestro. Per esperienza so quanto in un intervento del genere risulta difficoltoso, anche alla mano più esperta, mantenere la direzione voluta.
Se un intervento all’acquaforte - dove si disegna, è l’acido a incidere - può risolversi in tempi rapidi, la lavorazione a bulino comporta, oltre una ammirevole pazienza, tempi notevoli: un rapporto da giornate a mesi.
Questa considerazione conferma che un disegnatore prodigioso come Rubens era in grado di intervenire in tempi assai rapidi all’acquaforte, lasciando al paziente lavoro del bulinista tutto il rimanente, purché sempre sotto controllo. Un procedimento identico a quello di molti suoi disegni.

Nelle stupenda Testa a sanguigna di bambino qui riprodotta egli traccia appunto a sanguigna le parti più luminose e delicate, lasciano poi agli interventi energici del carboncino tutte le parti rinforzate in ombra. Nell’incisione la sanguigna corrisponde al bulino e il nero del carbone all’acquaforte.
La lettera sopra menzionata evidenzia che l’Artista considerasse l’incisione come emanazione della sua propria creatività. Il suo occhio straordinario non poteva che fargli ricercare nell’opera stampata quelle stesse caratteristiche di verità ed energia che ricercava nell’opera dipinta.
Una energia che egli riusciva a suscitare, come nel caso di questa incisione, avocando a sé tanto la parte iniziale quanto quella finale del lavoro, con la stessa fluidità con cui riusciva nei dipinti a interscambiarsi con i suoi valorosi aiuti.

Una bottega, la sua, che ha saputo gestire, oltre uno stuolo di incisori di considerevole statura, artisti della levatura di Van Dyck o Jordaens: il più importante esempio di gestione di creazione artistica di ogni tempo.

Eccessivo pretendere che per questa Cena il Maestro abbia messo mano anche al bulino, nonostante la sua pratica accertata dello strumento e la definizione di “Pittore del bulino” attribuitagli da Mariette.
Per mio conto è sufficiente, dato il valore del suo doppio intervento in acquaforte, la certezza che egli ha tenuto sotto controllo l’intera lavorazione, con un’attenzione specifica all’intaglio. Per il quale non credo ragionevole, in ultima analisi, spostarsi da Soutman non fosse che per le sue documentate capacità e per rispetto di quella tradizione che concordemente lo richiama. Una attribuzione diversa suonerebbe meno giustificata, come anche quella a Vosterman, avanzata da De Liberis, mi sembra posticipi troppo una esecuzione che io sento collocarsi nel primo decennio del Seicento.
Per cui, come per gran parte del suo stile di produzione pittorica, è possibile a pieno titolo ascrivere al nome di Rubens la piena paternità di questo stupendo e insolito foglio.

Una qualità e una rarità di cui non è certo agevole ipotizzare un possibile valore di mercato. Nella misura in cui è difficile precisare quale valore si intenda e, soprattutto, a quale mercato ci si voglia riferire.
Come artista e come appassionato studioso di questa meravigliosa arte su carta non posso che concludere: allo stesso modo che un appassionato di Rubens ricerca una sua opera autentica di pittura si può parimenti restare affascinati da questa originalissima “Ultima cena” del grande maestro di Anversa.

La scoperta è stata fatta da uno psicologo romano che ha fatto valutare una stampa anonima: grazie alla perizia del professor Andrea De Liberis e del professor Alfredo Pasolino si è scoperta, quindi, essere una preziosa e rarissima acquaforte.
L'acquaforte di Paul Rubens ritrovata a Roma è menzionata in un libro del 1836 denominato Le classiche stampe del Prof Giulio Ferrario in cui si accennava a questo studio di Rubens.
Fu eseguita durante il soggiorno romano del pittore fiammingo in cui fu impegnato a realizzare, dopo aver visitato e rilevato con disegni, L'ultima cena di Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano. Rubens si dedicò tardi all'acquaforte e soprattutto durante il soggiorno romano realizzò vari disegni di diverse opere poi eseguite al bulino.

La firma di Paul Rubens in basso a sinistra suggella l'importanza e l'autenticità dell'incisione coeva ed in prima tiratura delle due lastre. Solo al suo rientro ad Anversa, infatti, Rubens si affidò ad incisori locali e da quel momento in poi l'influenza del maestro sugli incisori si farà sempre più importante. Lo stesso Rubens sentì la necessità di avvalersi di un incisore la cui produzione fosse sotto la sua diretta supervisione e la scelta cadde su Lucas Vosterman, che divenne il più famoso interprete della grafica del maestro.

'Appena ho visto l'opera mi sono reso conto che erano secoli che cercavo questa incisione stupenda che non riuscivo a trovare da nessuna parte, in nessun mercato, ne' italiano, ne' straniero. E' un'opera molto rara - sottolinea De Liberis - Quando Rubens è venuto in Italia si e' soffermato a Milano e si e' dedicato all'incisione, ne ha realizzate poche, questa e una di quelle, fatte direttamente da lui. Infatti, nella lastra c'e' la provenienza dell'opera e la scritta in italiano. Si tratta di una rivisitazione, non di una copia, bensì di una reinterpretazione dell'Ultima cena di Leonardo da Vinci che Rubens aveva visto a Milano e che, arrivato a Roma, ha voluto riprodurre attraverso l'incisione su una lastra di rame. E' un'opera introvabile già nell'Ottocento. Si sapeva che Rubens l'aveva eseguita ma avendola cercata tanto, e inutilmente, si fini' per pensare che fosse andata persa'.

L'acquaforte e' un'opera orizzontale stampata su due fogli che il padre di questo noto psicologo romano acquisì da una famiglia aristocratica, probabilmente francese, che viveva nell'alta Savoia. Da dodici anni era rimasta inosservata, rischiando di rimanere ancora per chissà quanto tempo all'oscuro.

'Dare un valore ad un'opera come questa, più unica che rara, e' molto difficile - continua Andrea De Liberis - Il valore, per chi ama le opere rare è storico. Parliamo di un'opera di Rubens, uno dei più grandi pittori fiamminghi, di una testimonianza, di una interpretazione fatta da Rubens di un altro grande maestro come Leonardo Da Vinci, parliamo quindi di due enormi personaggi della storia dell'arte'.
Quest'opera rimane perciò una rarità ed è un eccezionale testimonianza delle rare incisioni eseguite direttamente dal pittore il cui valore artistico ed economico è notevole.

Fonte: Francesca Triticutti, 28 ottobre 2009 su http://www.comunicati-stampa.net


Data ultima verifica: 26/11/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BOCCIOLETO – ALPE SECCIO (Vc). Oratorio di San Lorenzo, Ultima Cena

La chiesa si trova in una radura originariamente riservata a pascolo ed è raggiungibile in circa un’ora e mezzo di cammino su di una mulattiera ben tracciata, partendo da Boccioleto o da Ronchi, una frazione di Boccioleto, situata poco a monte del capoluogo.
Boccioleto dista circa 14 chilometri da Varallo.
La val Sermenza si apre sulla sinistra idrografica della Valsesia (Vercelli), lasciando la strada statale per Alagna all’altezza del comune di Balmuccia.

L’alpeggio (altitudine m 1388) è situato nella val Cavaione, valletta laterale della val Sermenza.
IGM (scala 1:25000) – F. 30, IV S.E Fobello, II N.E Scopa
IGC (scala 1:50000) – 10 Monte Rosa Alagna e Macugnaga
Kompass (scala 1:50000) – 88 Monte Rosa
CAI Varallo (scala 1:25000) – foglio 2^, Rima S. Giuseppe – Boccioleto (senza curve di livello) la carta, con indicazione aggiornata dei segnavia, è allegata alla Guida degli itinerari escursionistici della Valsesia, vol. 3^, Club Alpino Italiano sezione di Varallo.

L’abitato del Seccio, che fu uno dei più alti villaggi abitati stabilmente in Valsesia e divenne alpeggio estivo alla fine del Seicento, nacque come insediamento permanente e fu forse fondato da valligiani che volevano sfuggire alla peste che infuriò intorno alla metà del Trecento.

Un documento risalente al 1420 testimonia che a quell’epoca l’insediamento era ormai strutturato e consolidato.

Localizzazione: Fraz. Alpe Seccio, a monte del capoluogo (vedi sotto come raggiungerla).
Note storiche:

La chiesa, costruita con pietre a vista e coperta di lose, ha una sola navata. Parte della parete destra venne abbattuta per costruire una cappella dedicata a S. Grato, che contiene una pala d’altare con Madonna e Santi.

Le pareti interne sono decorate con affreschi: nell’abside Cristo ed episodi della vita di S. Lorenzo, sulla parete sinistra una Crocifissione, una Madonna con Bambino ed alcuni Santi, tra cui spicca S. Antonio Abate, ai piedi del quale, si trova il solito maialino sull’arco trionfale un’Annunciazione e ai due lati S. Giovanni Battista e S. Gregorio Magno nella parete destra l’apertura della cappella di S. Grato ha mutilato un’Ultima Cena, di cui restano poche figure.

All’esterno sono affrescati una ruota della fortuna e S. Cristoforo.

Durante l’estate la commissione “Montagna antica, montagna da salvare” del CAI di Varallo organizza visite guidate da Boccioleto all’alpe Seccio, nell’ambito dell’iniziativa “Sentieri dell’arte sui monti della Valsesia”.

Gli affreschi sono attribuiti a Johannes Andreas, un pittore proveniente forse dal Piemonte o dalla Valle d’Aosta.

La chiesa è stata costruita nella seconda metà del Trecento e consacrata nel 1446 gli affreschi risalgono alla prima metà del Quattrocento, la cappella di S. Grato alla fine del Seicento.


Illustrazione opera:

Materiale illustrativo:

- Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Piemonte, Milano 1976, pag. 597
- AA.VV., Conoscere la Valsesia e la Valsessera, Istituto geografico De Agostini, Novara 1990, pagg. 75, 94-97.
- Opuscolo Valsesia, sentieri dell’arte, a cura della provincia di Vercelli e del CAI di Varallo, pagg. 4-5.

Bibliografia:

- L. Ravelli, Valsesia e Monte Rosa, Guida alpinistica – artistica – storica, Forni, Bologna 1980 (ristampa anastatica dell’edizione del 1924), pagg. 90-91.
- AA.VV., Percorsi tra arte e devozione – Vercelli, Vercellese, Valsesia, Vercelli pag. 188.
- (a cura di) R. Fantoni, L. e P. Carrara, S. Pitto, Sentieri dell’arte sui Monti della Valsesia. Boccioleto (667 m) – Alpe Seccio (1388 m), Club Alpino Italiano sezione di Varallo, pagg. 10-12 .
- Guida degli itinerari escursionistici della Valsesia, Club Alpino Italiano sezione di Varallo, vol. 3^, pag. 84.
- D. Minonzio, Valsermenza in Valsesia. Repertorio analitico dei dipinti murali nel Medioevo, Società valsesiana di cultura, Borgosesia 2005, pagg. 89-101.

Note: la cappella è stata restaurata nell’anno 2000.


Fruibilità: La chiesa solitamente è aperta solo la domenica più vicina al 10 agosto, ricorrenza di S. Lorenzo, quando vi viene celebrata la messa è visitabile ritirando le chiavi dal parroco di Boccioleto (tel. O163 75136).
Url: http://archeocarta.org/boccioleto-alpe-seccio-vc-oratorio-di-san-lorenzo/
Data ultima verifica: 01/09/2005
Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

GRAN BRETAGNA – LONDRA. L’Ultima Cena di Diego Jimenez II.

ULTIMA CENA, rilievo in terracotta policroma (36 x 98,5 x 2,5 cm), opera di Diego Jimenez II, prima metà del XVII secolo

Proveniente da Enrique Pelta, Madrid.
Conservato nella Matthiesen Gallery

La Matthiesen Gallery è una galleria d’arte londinese, fondata nel 1978 da Patrick Matthiesen, figlio di Francis Matthiesen, un mercante d’arte di Berlino e Londra. Ha funzione sia di galleria commerciale che di museo d’arte.

L’opera fu realizzata nella bottega Cabredo in Navarra. Tale bottega fu avviata da Pedro González de San Pedro (1560-1608), un allievo di Juan de Anchieta. Juan Bazcardo entrò nella sua bottega e sposò una delle figlie del suo maestro, una delle quali a sua volta sposò in seguito Diego Jiménez II. Era pratica comune all’epoca per gli scultori provinciali formare ​​dinastie legate da legami familiari.

La forma di questo rilievo suggerisce che originariamente facesse parte del banco di una pala d’altare, più o meno corrispondente alle predelle nelle pale d’altare italiane. L’abilità di Jiménez come scultore è visibile nel modo in cui distribuisce le figure attorno al tavolo e crea una convincente illusione di spazio. In primo piano due coppie di Apostoli appaiono in animata conversazione, mentre sullo sfondo gli altri appaiono in atteggiamenti diversi: alcuni sembrano ascoltare attentamente le parole di Gesù, mentre uno, seduto in fondo al lato destro, guarda lo spettatore e si tira la barba in un modo che lo ricorda il Mosè di Michelangelo. Gli Apostoli hanno nasi prominenti, occhi sporgenti, barbe ondulate e talora capelli ricci. Le pieghe dei drappeggi degli abiti sono prevalentemente dure e spigolose, con gli orli dei mantelli aperti in ampie curve.

 

 

L’opera fu esposta alla National Gallery di Londra nel 2009-2010, nella rassegna ‘Il sacro si fa reale: pittura e scultura spagnole 1600-1700‘.
La mostra presenta molte opere esposte per la prima volta fuori dai confini della Penisola Iberica. Le opere fanno parte della collezione del museo inglese e di collezioni pubbliche e private spagnole, inglesi e statunitensi.
Secondo il curatore Xavier Bray, del dipartimento di pittura del XVII – XVIII secolo del Museo, “in Spagna la scultura era la forma d’arte preferita per rendere più immediata e diretta la religione. La scultura risvegliava tutti i sensi”.

Informazioni e immagine da
https://www.matthiesengallery.com/work_of_art/the-last-supper

Localizzazione: Londra, Matthiesen Gallery - 7-8 Mason Yard, Duke Street St James's.
Autore: Diego Jimenez II
Periodo artistico: 1600 - 1700
Data ultima verifica: 18/12/2009 - dicembre 2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CASERTA. Icona con l’Ultima Cena

Nell’ambito di una mostra dal titolo INVITO AL CREMLINO ‘L’Italia e la Corte di Mosca’.
Reggia di Caserta, dal 20 novembre 2009 al 20 gennaio 2010.

La preferenza per i tessuti italiani, manifestata dalla corte moscovita, era dovuta non solo alla loro versatilità, ma anche ai loro schemi decorativi e figurativi, conformi agli ideali estetici della società russa del XVI e XVII sec.
Spesso sulle icone troviamo riprodotti fedelmente i disegni e i colori delle stoffe italiane.
Così, quando Cristo è ritratto come ‘Re dei re’, spesso indossa un sakkos (dalmatica) di aksamit (velluto/broccato) dorato.
I vestiti prodotti con tessuti italiani, caratterizzano anche le altre icone.
A partire dai tessuti italiani, sono stati creati e approvati anche singoli moduli ornamentali impiegati nell’artigianato russo.
Singoli elementi come le immagini di corone, vasi, corni e rosette a più petali, entravano a far parte del disegno di ricami russi.

Localizzazione: Reggia di Caserta
Autore: Maestri dell'Armenia, sotto la direzione di Vasiliy Poznanskiy.
Periodo artistico: 1681-82
Note storiche:

Fra le opere presenti nella mostra viene presentata una icona rappresentante l''Ultima Cena', opera di maestri dell'Armenia sotto la direzione di Vasiliy Poznanskiy.


Illustrazione opera: Legno, carta, taffettà, kamka, raso, obuar, cordone di seta, olio, tessitura, applicazione incollata.
Cm. 39,0 x 31,0
Inv. n. Zh-1763
Fruibilità: Contesto della visita alla Reggia
Data ultima verifica: 28/11/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

CAVAZZO CARNICO (Ud). Chiesa di San Rocco (Glesia di Sant Roc). Trittico con Ultima Cena

 

Posta al limitare del paese verso la strada che conduceva al guado della “Maina”, l’edificio dalla facciata a capanna introdotto dall’ampio portico tripartito, è uno scrigno d’arte secentesca.

In cornu evangeli un ricco altare ligneo conserva la tela di Giuseppe Buzzi con San Nicolò e i Santi Vito e Maurizio (1721), mentre nell’altare ligneo di fronte, virtuosamente intagliato, è collocata una pala tarda con i Santi Floriano e Lorenzo.

 

L’altare maggiore è strutturato “a trittico” con una pala centrale di Secante Secanti (inizio secolo XVII) raffigurante la Vergine col bambino attorniata dai Santi Daniele, Rocco, Sebastiano e Lorenzo nelle laterali le fastose cornici comuzziane incorniciano l’Ultima Cena , a sinistra e il Cristo che consegna la croce ai protomartiri aquileiesi Ermacora e Fortunato.

Sul retro della pala raffigurante l’Ultima Cena compaiono scritte inerenti ad interventi di restauro.

Localizzazione: Al limitare del paese verso la Maina.
Autore: Secante Secanti
Periodo artistico: XVII sec, inizio
Data ultima verifica: 16/08/2009 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. Castello, Pinacoteca, Ultima Cena di Nicola Grassi

Nicola Grassi, nato a Tolmezzo in Carnia nel 1682, fu allievo dapprima di Giacomo Carneo e poi del genovese Nicolò Cassana la cui scuola frequentò a Venezia nel primo decennio del secolo XVIII.

Visse soprattutto a Venezia, ma fu anche a Torino, ad Augsburg ed in Dalmazia.

Ai prestiti della pittura veneta manierata si sostituiscono via via motivi desunti dal Piazzetta e dal Bencovich ed in seguito dal Pellegrini e da Sebastiano Ricci.

La poetica del Grassi, che si spense a Venezia nel 1748, sta alla base di tutta la pittura carnica del Settecento.

Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Nicola Grassi
Periodo artistico: XVIII secolo
Note storiche:

Olio su tela, cm. 110x147.

Tra le tele di analogo soggetto realizzate dal Grassi, questa, proveniente dalla collezione del conte Attems di Graz e databile al 1740-45, è una delle più dinamiche.


Illustrazione opera:

Nuova, nell'iconografia tradizionale, la disposizione dei personaggi, colti in vari e vivaci atteggiamenti attorno alla tavola a ferro di cavallo e nuova la festosa sinfonia dei colori verdini, rosa e lilla, quasi anticipazioni delle tenui gamme di Giandomenico Tiepolo.


Materiale illustrativo: Giuseppe Bergamini, I Musei del Castello di udine, La Galleria d'Arte Antica, la Pinacoteca, Udine 2001, pp. 97
Fruibilità: in Castello
Data ultima verifica: 14/02/2009
Rilevatore: Feliciano Della Mora

UDINE. Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, in Castello, disegno rappr. Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Il Castello, che sorge sul colle del centro cittadino, conserva il nome della costruzione precedente, distrutta dal terremoto del 1511, ma in realtà è un imponente palazzo, progettato da Giovanni Fontana nel 1517.
Sede del Luogotenente veneto fino al 1797, poi del dominio austriaco, dopo essere stato anche caserma e carcere divenne sede di Musei udinesi terminato il restauro del 1906.
Un radicale restauro fu eseguito a seguito del terremoto del 1976, per cui i Musei si riappropriarono della sede nel 1988 riallestendovi nell’ordine, dopo gli uffici, la Biblioteca d’Arte e la Fototeca, le sezioni museali: Lapidario, Museo Archeologico, Raccolte Numismatiche, Galleria d’Arte Antica (inaugurata nel 1990).

La Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, configuratasi con la distinzione delle sezioni museali creata nel 1946, si fonda su consistenti lasciti, come quelli dell’abate G.B. Del Negro (1873), del co. Francesco di Toppo (1883) e di Carlo Cosmi (1934).
Rinnovata nel 1960 con una nuova selezione delle opere, si presenta nell’allestimento inaugurato nel 1998 con una nuova scelta di poco più di trecento esemplari tra disegni e incisioni.
Per quanto riguarda i disegni, di cui si conservano nel Gabinetto Disegni e Stampe oltre duemila esemplari, essi sono per la gran parte opera di artisti veneti del Sei e Settecento ben rappresentati anche gli artisti locali, soprattutto per l’Ottocento.

Le stampe conservate sono oltre tremila, quelle esposte duecento, datate dal Cinquecento all’Ottocento. Sono stampe d’invenzione e stampe di traduzione da opere di celebri pittori, dai soggetti mitologici e storici a quelli religiosi, dai ritratti alle scene di vita, dalle carte geografiche ai paesaggi e alle vedute di città.

Localizzazione: Castello
Autore: Pomponio Amaltero (Motta di Livenza 1505 - San Vito al Tagliamento 1584)
Periodo artistico: 1534 - 1550
Note storiche: Nella Sala 2 dei Disegni, si trova un disegno a penna, inchiostro nero, acquerello grigio, mm. 205 x 325 (inv. 140), attribuito a Pomponio Amalteo.
Illustrazione opera:

Pompnio Amalteo era genero del Pordenone, suo allievo e collaboratore, ne esaspera la predilezione per grandiosità, movimento e affollamento delle forme, ma non ha la sua forza creativa.

Pochi in rapporto ai cicli di affreschi e alle pale d'altare eseguiti, i suoi disegni datano quasi tutti tra il 1534 e il 1550.

Sono per lo più disegni finiti, ma preparatori di un dipinto.

Non è posibile un riferimento a un'opera precisa per questo disegno, mentre un'altra Ultima Cena, abbastanza diversa, è collegata al ciclo di affreschi di Lestans.


Materiale illustrativo: - Cristina DONAZZOLO CRISTANTE, I Musei del Castello di Udine, La Galleria dei Disegni e delle Stampe Antiche, Udine 2001, pp. 91
Fruibilità: Orario apertura dei Musei Civici di Udine. Da martedì a sabato: 9,30 - 12,30 e 15 - 18 Domenica: 9,30 - 12,30. Luned' chiuso.
Data ultima verifica: 15/12/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

BORGO SAN DALMAZZO (Cn). Abbazia di San Dalmazzo di Pedona, Ultima Cena

Le testimonianze più antiche di insediamento nell’area di Borgo San Dalmazzo, interessata in età romana da una necropoli, sono costituite dalle strutture murarie in parte messe in luce dallo scavo archeologico eseguito negli anni Cinquanta del secolo scorso.
Il corpo di fabbrica in questione, rinvenuto sotto la sacrestia settecentesca e sotto quella attuale e nel portico adiacente, ha fondazioni profonde a seguire il ripido pendio, che venne terrazzato con filari di grandi ciottoli, ed anltre strutture collegate ad una stratificazione in situ che autorizzano l’identificazione dei resti di un edificio residenziale di epoca tardoromana, che venne solo parzialmente demolito al momento dell’edificazione di una prima chiesa, della quale si è individuata l’abside di sei metri di diametro, che sfruttò come muro di catena dell’arco trionfale un tratto delle strutture tardoromane, con un intervento attribuibile al tardo VI secolo.
Esse vennero riutilizzate anche in altri punti del terrazzamento, come attesta una grande tomba a cassa in lastre di bardiglio di Valdieri, inserita in un angolo dell’antico edificio: si tratta di una sepoltura privilegiata anche se non la più importante del sito per la sua posizione. A questa è forse accostabile anche un frammento di lastra decorata con croce gemmata e lettere apocalittiche, rinvenuta negli anno Ottanta del secolo scorso nel sagrato.
Una seconda ampia abside, evidenziata durante i lavori per la creazione di un’intercapedine di risanamento all’esterno della cripta, pare disporsi sul prolungamento di un breve tratto di muro orientato est-ovest, addossato e forse sovrapposto alla chiesa più antica.
A questo nuovo edificio di culto potrebbe riferirsi l’importante arredo architettonico altomedievale in pietra databile all’VIII secolo ed attribuito all’attività di una bottega di artigiani operanti sui due versanti delle Alpi Marittime.
La chiesa romanica nelle linee generali è quella ancor oggi esistente, riplasmata all’interno in forme decorative barocche, ma conservata nella pianta e nell’elevato.
All’XI-XII secolo sono pure riconducibili alcuni resti pittorici e frammenti di stucchi rintracciati su queste parti ora restaurate.
La costruzione della cappella gotica destinata alle reliquie di San Dalmazzo venne attribuita in un’attestazione degli anziani di Borgo del 1594 alla regina Giovanna d’Angiò.
Dopo la riduzione della chiesa ad ospedale militare ed ad altre vicende locali, si pose mano ai primi restauri della chiesa nel 1835, con riparazione di tetti e strutture e con interventi decorativi e pittorici. Dalla fine Ottocento, periodo in cui terminarono gli interventi di recupero, la chiesa ha mantenuto fino ad oggi la sua fisionomia.

Localizzazione: Abbazia di San Dalmazzo di Pedona
Autore: Lelio Scassa
Periodo artistico: XVII sec.
Illustrazione opera:

Nel presbiterio si trovano gli elementi su cui gravitano i segni centrali della celebrazione eucaristica.
Sulle pareti laterali dello stesso campeggiano due tele secentesche raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Ultima Cena, attribuite al pittore cuneese Lelio Scassa (XVII sec.).


Materiale illustrativo: Opuscoli illustrativi e pubblicazioni varie nel contiguo Museo dell'Abbazia
Data ultima verifica: 27/07/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SLOVENIA – BLED. Ultima Cena nella Parrocchiale

La parrocchiale è stata costruita nel 1904 in stile neo-gotico sul posto di una precedente chiesa gotica.

Localizzazione: Parrocchia di San Martino, ai piedi del colle con il Castello
Autore: Slavko Pengov
Periodo artistico: 1937
Illustrazione opera: L'interno è adornato con dipinti del 1937, opera di Slavko Pengov.
Data ultima verifica: 15/06/2008
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GERMANIA – HILDESHEIM. Dombibliothek, Salterio di St. Albans, Ultima Cena

Il Salterio di St. Albans è un’opera preziosa grazie al suo ricchissimo corredo illustrativo: 42 miniature a piena pagina e 214 iniziali istoriate.
Custodito nella Dombiblio thek di Hildesheim, in Germania, fu commissionato nel 1123 allo scriptorium dell’Abbazia di St. Albans per Cristina di Markyate, nobildonna anglosassone. Questo prezioso codice è uno degli indiscussi capolavori dell’arte medioevale e fra i più belli giunti fino a noi.

Fra le miniature ve ne sono due che rappresentano ‘La Lavanda dei piedi’ e ‘L’Ultima Cena’.

Localizzazione: HILDESHEIM (D). Dombibliothek
Data ultima verifica: 30/03/2008 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FRANCIA – NARBONNE. Tesoro della Cattedrale, Avorio della Crocefissione, particolare Ultima Cena.

Avorio della Crocefissione, facente parte del tesoro della Cattedrale. Particolare del manufatto con raffigurata l’Ultima Cena.

Dimensioni del manufatto: 25,3 x 15,5 cm, diametro 0,08 cm.

Inv. MH 30.09.1911

Probabile copertura di un manoscritto, risale a prima dell’815.

 

Localizzazione: Cattedrale di Saint-Just er Saint-Pasteur
Periodo artistico: IX sec.
Data ultima verifica: 16/03/2008
Rilevatore: Feliciano Della Mora

VICENZA. Palazzo Leoni Montanari, Ultima Cena (Cena Mistica) e Lavanda dei piedi.

Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, Vicenza.

Raccolte d’arte Intesa San Paolo.

Localizzazione: Palazzo Leoni Montanari, contra' S. Corona, 25
Periodo artistico: Seconda metà del XVIII secolo
Note storiche:

Ultima Cena (Cena Mistica) e Lavanda dei piedi
Russia centrale , seconda metà del XVIII secolo


Illustrazione opera: tempera su tavola di 54 x 42,4 cm

Inv. E.I-A0489A-D/BI


Url: http://www.palazzomontanari.com
Data ultima verifica: 04/11/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

SPAGNA – BARCELLONA. Museo di Arte catalana, Ultima Cena di Jaime Huguet

 

Ultima Cena di Jaime Huguet (1414-1492 circa)

Rilievo a tempera e stucco con foglia d’oro su pannello di legno, 170 x 161 x 9,5 cm, dipinto da Jaume Huguet e collaboratori nel 1463-86 circa.
Acquistato dal Museo nel 1944. Numero di inventario 040412-000

Si tratta di un pannello della pala d’altare della chiesa del convento di Sant Agusti Vell a Barcellona, che fu ​​commissionato dalla gilda/corporazione dei conciatori nel 1463.
Le dimensioni insolite dell’opera, una delle più grandi della pittura gotica catalana, e la crisi che il Paese stava attraversando all’epoca, ritardarono il completamento della pala fino al 1486 e giustificarono il coinvolgimento di diversi membri della bottega di Huguet, e in particolare di un membro della famiglia Vergós.
Il Museo conserva contiene sette degli otto pannelli superstiti di questa pala d’altare, un altro si trova al Museu Marès.

Link:
https://www.museunacional.cat/en/colleccio/last-supper/jaume-huguet/040412-000

Localizzazione: Museo di Arte catalana
Autore: Jaime Huguet
Periodo artistico: XV secolo
Data ultima verifica: 01/11/2007
Rilevatore: Feliciano Della Mora

RUSSIA – MOSCA. Galleria Tret’jakov, Ultima Cena, XVI secolo

Ultima Cena, prima metà XVI secolo, proveniente da Belozersk, chiesa dell’Ascensione.
Tempera su tavola (70,3 x 59,7 cm)

Iconografia simile all’icona conservata nel Monastero di San Cirillo a Kirillov, vedi scheda

Periodo artistico: XVI secolo
Illustrazione opera:

La struttura architettonica dell'opera rappresenta la stanza al primo piano del cenacolo, ma l’abside suggerisce l’immagine della Chiesa primitiva radunata intorno al sacramento dell’amore.

Cristo, in una mandorla rossa che lo rivela come il Signore, risponde a Pietro, che diventerà il suo successore a capo della Chiesa.

Giovanni e Giuda con due gesti che sembrano simili compiono in realtà due azioni opposte: Giovanni si getta sul petto di Cristo per chiedergli “Signore, chi è che ti tradirà?” Giuda invece afferra il boccone, pronto a tradirlo.


Data ultima verifica: 15/11/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora

ARCO (Tn), loc. Prabi. Chiesa di Sant’Apollinare con Ultima Cena

La chiesa di Sant’Apollinare è uno dei gioielli di arte sacra del territorio. Si trova sulla strada di Prabi, all’inizio di via Legionari Cecoslovacchi.
Le notizie sulla chiesa, nei documenti locali, si trovano a partire dal Trecento, ma la struttura romanica, la dedica a S. Apollinare, vescovo di Ravenna, la posizione fuori le mura ed in prossimità del fiume, fanno chiaramente pensare ad un luogo di culto ariano e quindi ad una datazione prossima all’VIII o IX secolo.
Pregevolissimi nella chiesa, sia sotto il porticato esterno che all’interno, i cicli di affreschi. La datazione delle opere, pur non essendo tutte coeve e (all’estermo) in parte sovrapposte, si può iniziare dal Trecento. Nicolò Rasmo ipotizza che i cicli all’interno siano realizzati dalla scuola dei Bonanno di Riva del Garda (autori di altri cicli in zona, fra cui quelli della chiesa di San Martino), di evidente scuola veronese. sia nei due cicli all’interno, completamente affrescato con figure di santi e storie della Bibbia, che nell’Ultima Cena e nella Crocefissione realizzate sotto il portico, sono interessanti da notare le numerose iscrizioni incise (la più antica risale al 1436) che danno notizie di alluvioni, prodigi e avvenimenti privati e pubblici che testimoniano la travagliata storia della chiesa.
La chiesa subisce infatti alterne vicende; assegnata nel Trecento a dei monaci, passò successivamente sotto il controllo della Pieve di Arco (con la bolla papale di Sisto IV), ma già nel 1580 gli inviati del Vescovo di Trento la trovano in uno stato di deprecabile abbandono, ridotta a stalla per animali. viene dato l’ordine di restaurare e rispettare la chiesa, ma solo mons. Alessandro Zanoni, l’arciprete che curò anche la costruzione della nuova chiesa Collegiata, avrà cura di realizzare un intervento in questo senso, a metà del secolo successivo.
Nel XVIII secolo la chiesa è affidata ad eremiti, ma di nuovo cade pian piano in uno stato di abbandono: nel 1782, per ordine di Giuseppe II la chiesa viene chiusa al culto e diviene di fatto un rifugio per vagabondi. Lo sarà fino ad inizio ‘800, quando per un breve periodo viene riaperta; la cura non si prolunga per molto, tant’è che nel 1866 la curia arcivescovile di Trento ordina che la chiesa sia demolita, per finire una volta per tutte l’uso indegno che ne viene fatto. L’ordine non viene, per fortuna, eseguito e anzi, nel 1882 l’arciprete Chini provvede al restauro totale che riporta alla luce anche i bellissimi affreschi, coperti da strati di calce; la chiesa subisce danni anche nel corso della Prima Guerra mondiale, ancora visibili all’esterno, e viene poi per lungo tempo chiusa.
L’ultimo intervento di restauro, nel 1983, l’ha restituita all’attuale condizione.

La chiesa ha la pianta rettangolare che si conclude con un’abside semicircolare, quasi una nicchia, che chiude verso Est l’aula.
L’altare in pietra rossa presenta tracce di affresco tre strette finestre a strombo illuminano la sacra mensa. Nel catino dell’abside ben visibile è il volto del Cristo Pantocratore ai lati dell’arco santo è raffigurata, quasi certamente, l’Annunciazione.
Le pareti Nord e Sud sono completamente affrescate, su due registri. La parete Sud presenta, nel livello più alto, la Madonna con il Bambino, circondata da figure di santi (riconoscibile S. Antonio con il bastone a gruccia ed il campanello), la deposizione di Cristo nel sepolcro e la Natività.
Nella fascia inferiore è raffigurato il martirio di S. Agata seguito da una serie di santi: S. Chiara, S. Francesco, S. Martino, San Nicola, Maddalena, San Giovanni Evangelista, Sant’Antonio Abate.
Nella parete a Nord, nel registro superiore, troviamo il martirio di S. Lorenzo, la Madonna che allatta Gesù Bambino, Crocefissione, Santa Margherita, Sant’Antonio Abate ed altri santi.
Sotto, altre figure di santi, tra cui S. Apollinare, vescovo benedicente, S. Paolo con la spada ed il libro, S. Anna e Maria bambina, S. Caterina d’Alessandria con accanto la ruota, simbolo del suo martirio, San Giovanni, Sant’Elena, San Gottardo, Sant’Antonio Abate.
La raffigurazione di S. Antonio abate e di S. Apollinare è presente in più punti.
La parete su cui si apre l’ingresso principale era tutta affrescata, ma ora sono poche le tracce rimaste leggibili. Si notano due persone attorno ad un fuoco, una regge un campanello. In basso vi è una figura di vescovo e, sulla destra, è rappresentata quasi certamente la bottega di falegname di S.Giuseppe. Sugli affreschi sono state incise, in più parti della chiesa, numerose scritte secondo una pratica che si ritrova più evidente nella chiesa di S. Rocco a Caneve di Arco.
All’esterno, la parete Nord del pronao presenta la raffigurazione dell’ Ultima Cena undici apostoli fanno ala a Gesù. Giovanni ha il busto reclinato sulla mensa, Pietro lo fissa in modo severo, mentre gli altri discepoli, a coppie, intrattengono un dialogo fatto di sguardi e di semplici gesti ai piedi di Gesù, sul lato opposto del tavolo, una figura inginocchiata alza le grandi mani in gesto di preghiera. Sulla sinistra una scritta in colore rosso ricorda che ‘Villelmo… venit huc prima et terza Junii…’.
Sotto l’Ultima Cena si intuisce la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi.
Accanto si erge la figura di S. Apollinare sul lato Est la Crocifissione sostituisce l’ancona sopra il semplice altare in pietra.
Questi ultimi affreschi risalgono ad epoca successiva rispetto a quelli interni alla chiesa, che sono attribuibili invece alla scuola del maestro Federico del fu Bonanno Oddone da Riva ed in particolare a Giacomo e Giorgio (rispettivamente figlio e nipote di Federico), operanti in Trentino nella seconda metà del Trecento.

Info: La chiesa viene aperta nel corso dei mesi estivi; vi sono celebrate anche le S. Messe. la proprietà è della Parrocchia di S. Maria Assunta di Arco.

Il Museo Civico di Riva del Garda, in collaborazione diretta con il Comune di Arco, propone nei mesi invernali percorsi di attività didattica per le scuole elementari ed alle medie dedicato proprio alla Chiesa di S.Apollinare, ed in particolare all’affresco Ultima Cena, sito sotto il porticato. Museo Civico di Riva del Garda 0464/573869.

Fonte: www.comune.arco.tn.it

Bibliografia:
– R. Turrini e a. – Ecclesiae, le chiese nel Sommolago – Ed. Il Sommolago
– R. Turrini – Guida per Arco – Ed. Comune di Arco

 

 

Localizzazione: Nei pressi del ponte sul Sarca, una strada, sulla destra, conduce in località Prabi, verso il campeggio di Arco, la piscina, la parete artificiale di free-climbing, il percorso vita ai piedi del Monte Collodri. Due presenze si segnalano all’attenzione di
Periodo artistico: XIV secolo
Fruibilità: Nei mesi di luglio e agosto, tutte le domeniche, Santa Messa alle ore 10,30. La chiesa non si è potuta visitare in quanto chiusa.
Data ultima verifica: 03/11/2007 - 26/06/2020
Rilevatore: Feliciano Della Mora

MILANO. Cenacolo di Leonardo da Vinci, nell’ex convento domenicano.

Dall’atrio settecentesco, avanzo dei corpi di fabbrica aggiunti per ospitare il tribunale dell’Inquisizione, si entra, a destra nel vasto refettorio appartenente alla costruzione del Solari.

Sul lato minore di fondo, in alto, è la celebre Cena di Leonardo.

Localizzazione: Ex convento domenicano
Autore: Leonardo da Vinci
Periodo artistico: 1496-1497
Note storiche:

L’artista l’iniziò, per incarico del Moro, forse non molto avanti il 1496, la concluse con alternative di intenso lavoro e di soste, e assai probabilmente la compì nel 1497, per cui è leggenda la lentezza con la quale l’avrebbe eseguita.

E’ l’opera alla quale Leonardo dedicò forse la maggior concentrazione del suo genio.


Illustrazione opera:

Il fatto evangelico è rappresentato nel momento drammatico in cui il Cristo annuncia che uno dei suoi lo tradirà.

Nel cenacolo, illuminato dal fondo, attraverso le tre porte, d’una luce che penetra lenta, vibrando, intorno alla mensa imbandita, al cui centro, isolata, è la figura mistica del Cristo, s’agitano gli apostoli (Giuda è il terzo a sinistra), aggruppati a tre a tre, in un vario gestire che caratterizza in ognuno l’emozione prodotta dall’annuncio del Maestro.

L’opera suscitò subito la più viva ammirazione. Già nel 1498 Luca Pacioli parlò della “divina proporzione del Cenacolo”. Paquier le Moine, che seguì Francesco I di Francia in Italia, nella sua qualità di portier ordinaire, pubblicò il diario del viaggio, vide nel 1515 il Cenacolo e rimase particolarmente colpito dalla verità dei particolari sulla tavola Domenico Antonio De Beatis melfitano, che seguì il cardinal d’Aragona in un viaggio dal 1517 al principio del ’18, parlò egli pure del Cenacolo come pittura “excellentissima, benché incomincia ad guastare”. Si deve ritenere leggenda che Luigi XII volesse farlo distaccare e trasportare in Francia.


L’affresco si trovò in istato di profondo deperimento, la causa del quale è dovuta forse in parte a qualche innovazione tecnica di Leonardo (che dipinse a tempera forte e non a olio come si è affermato) ma principalmente alle condizioni idrometriche del muro. Già Paolo Giovio (m. nel 1552) e l’Armenini che lo vide circa il 1547, parlarono della rovina della pittura alla fine del ‘500 Paolo Meriggia la disse “rovinata tutta”. Al principio del ‘600 il cardinal Federico Borromeo si consultò con persone dell’arte per salvare il dipinto Francesco Scannelli, che lo vide nel 1640 circa, dà indicazioni precise del suo avanzato deperimento e questo spiega perché i Domenicani non si peritassero di ampliare la porticina sotto la figura di Gesù , tagliando le gambe di questo e di due discepoli. Carlo Torre lo descrive come deperitissimo, M. Bellotti nel 1726 lo ridipinse a olio, ma l’imbrattatura cadde presto nel 1770 Giuseppe Mazza lo ripulì nel 1796 Napoleone ordinò che il refettorio non fosse adibito ad alcun uso militare ma più tardi il locale servì da quartiere e da stalla e nel 1801 fu invaso in parte dall’acqua.

Nel 1854-55 Stefano Barezzi fermò le particelle cadenti del dipinto.

L’ “Ode per la morte di un capolavoro” pubblicata da Gabriele D’Annunzio il 6 gennaio 1901 parve segnare la fine dell’opera gloriosa i restauri di L. Cavenaghi (1908) e di Oreste Silvestri (1924) valsero in parte ad arrestae una ulteriore rapida rovina.

Scampato miracolosamente alle bombe del 1943, esso subì un radicale restauro nel 1953 da parte di Mauro Pel liccioli, che liberò quanto restava dell’originale tessuto pittorico leonardesco dalle posteriori ridipinture dei restauri.


Data ultima verifica: 30/06/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora