MELFI (Pz). Nella Cattedrale un’Ultima Cena di indiscutibile bellezza.

A Melfi un’Ultima Cena di indiscutibile bellezza è conservata presso la Basilica Cattedrale. Molti se ne sono accorti soltanto in questi ultimi tempi: dalla controfacciata, attualmente interessata da lavori, la tela è stata staccata e collocata momentaneamente in una cappella della navata destra. In questo modo è possibile ammirarla ad altezza naturale e analizzare ogni singolo dettaglio nonché il cattivo stato di conservazione che invoca un immediato intervento di restauro.
Sono andato a trovarla più volte, fotografando e dialogando con essa.
Il tema rappresentato, facilmente riconoscibile, riguarda uno dei momenti più salienti della Passione di Cristo, anzi ne costituisce l’incipit: si tratta della cosiddetta Ultima Cena, avvenuta durante la Pasqua ebraica celebrata da Gesù e dai suoi dodici apostoli la sera del giovedì “santo”, nel luogo noto come Cenacolo che la tradizione vuole sul Monte Sion a Gerusalemme.
L’Ultima Cena istituisce il sacramento dell’Eucarestia: offrendo il suo corpo e il suo sangue (rappresentati dal pane e dal vino), Gesù opera un atto di sacrificio fondamentale per la salvezza degli uomini.
L’episodio, raccontato da tutti e quattro i Vangeli, è uno dei temi più diffusi nella storia dell’arte.
L’iconografia, più o meno complessa, dipende da molteplici fattori: anzitutto le fonti classiche, vale a dire i Vangeli che narrano l’episodio, con qualche discrepanza l’uno dall’altro; si aggiungono poi una serie di considerazioni teologiche o ancora della tradizione popolare, nonché le inclinazioni della committenza artistica che hanno portato alla diffusione di un simbolismo sempre più variegato.
Gli storici dell’arte hanno pertanto elaborato un sistema di codifica dei simboli. Ad esempio, assai diffuso è il tema che vuole Giuda Iscariota – il traditore del Maestro – in una posizione emarginata rispetto al gruppo: colui che si macchia del misfatto più grande, non solo non è degno di sedere a quella tavola ma deve essere anche facilmente riconosciuto.
Non è così per Leonardo da Vinci, autore del celeberrimo Cenacolo conservato in Santa Maria delle Grazie a Milano e che costituisce lo spartiacque delle rappresentazioni sul tema: Giuda Iscariota si mescola con gli altri perché, in fin dei conti, è uno di noi e ognuno di noi può potenzialmente compiere un atto di tradimento. Si inserisce qui anche la dottrina del libero arbitrio, cara ai domenicani che commissionarono l’opera a Leonardo. Un ulteriore elemento che lo identifica è il sacchetto contenente i trenta denari con i quali è stato pagato dal sinedrio per consentire l’arresto di Gesù.
E veniamo al dipinto conservato nella Cattedrale di Melfi. Al momento non sono noti studi e documenti che possano dirci, con una certa sicurezza, la genesi e l’evoluzione della tela, pertanto ciò che conta è una buona capacità osservativa abbinata alla conoscenza della storia dell’arte per fare le dovute considerazioni. Ed è il lavoro che sto cercando di portare avanti, anzitutto attribuendo a ogni singolo personaggio una sua identità. Alcuni rilievi sono piuttosto convincenti ma mi riserverò di pubblicare le mie considerazioni in un secondo momento.
Attorno al tavolo rettangolare troviamo Gesù in posizione centrale, i dodici apostoli, ciascuno con una propria fisionomia ed emotività, e quattro servi che si adoperano a servire i commensali. Sulla parete di fondo si apre un finestrone che dà su un paesaggio collinare tempestato di nubi e raggi, assicurando un effetto di profondità e di sfondamento della tela, accentuato anche dalle linee tracciate dal pavimento ai piedi del tavolo.
Il Cristo emerge in tutta la sua solitudine, attorniato dal nimbo e con la mano destra benedicente alla “latina”, cioè con pollice, indice e medio aperti a significare la Trinità, e anulare e mignolo chiusi allusivi alla doppia natura umana e divina. Il fatto che Cristo sia l’unico a essere contraddistinto dall’aureola (simbolo di santità) non deve essere visto come una stranezza: considerata da molti artisti un retaggio medievale, l’aureola tende a comparire sempre meno perché interessa soprattutto rappresentare il santo nella sua condizione umana e quindi più vicina al fedele.
La scena è comunque a una svolta narrativa di straordinario valore: Gesù ha appena pronunciato le celebri parole “In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”. Parole che generano emotività, come un moto ondoso che investe totalmente gli apostoli. A ciascuno viene affidata una propria psicologia e un proprio dinamismo che si contrappone all’unico centro fermo, il Cristo, il quale spinge e allo stesso tempo raccorda una tale intensità.
In base alle informazioni fornite sopra, è possibile individuare una figura chiave dell’episodio: Giuda Iscariota. Egli si trova al di qua del tavolo, dando le spalle all’osservatore mentre con la mano destra regge il sacchetto con i denari.
Ma c’è una figura che più di tutte ha destato curiosità, soprattutto tra i non addetti ai lavori, e che ha generato non poca confusione, tanto da richiederne una chiarificazione. Una curiosità che, bisogna dirlo, torna di tanto in tanto a seconda delle mode, alimentata spesso da una buona dose di ignoranza.
Si tratta dell’apostolo che poggia la testa sul petto di Gesù. Questa “posa” viene esplicitamente descritta nel Vangelo di Giovanni: “Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: <<Signore, chi è?>> (Gv., 23-25). La dicitura “il discepolo che Gesù amava” compare qui per la prima volta e verrà ripetuta anche quando il discepolo si trova sotto la Croce o quando viene avvisato da Maria Maddalena che il Signore non è più nel sepolcro. Gli studiosi hanno visto in questo discepolo prediletto San Giovanni Evangelista, seppure alcuni esegeti stiano tentando una riconsiderazione (ma sono studi recentissimi).
Nella storia dell’arte il tema dell’apostolo Giovanni “appoggiato” al Cristo è largamente adoperato, con diverse varianti. L’impressione che stia dormendo deriva, secondo diverse analisi, dall’usanza romana di sdraiarsi di fianco durante i pasti. San Giovanni ha spesso lineamenti delicati, quasi femminei o giovanili, da qui la convinzione che rappresenti una donna, nello specifico Maria Maddalena. È successo con Leonardo da Vinci, succede anche con il nostro dipinto. Ma è sufficiente fare una comparazione con tantissime Ultime Cene per rendersi conto di quanto questo tema iconografico sia diffuso.
Lo troviamo, ad esempio, nell’opera scultorea del pulpito della cattedrale di Volterra, ascrivibile a maestranze romaniche del XII secolo (vedi scheda); nel dipinto absidale datato XIII secolo della Basilica di Sigismondo a Rivolta d’Adda (vedi scheda); in Andrea del Castagno, autore della bellissima Ultima Cena in Sant’Apollonia a Firenze del 1445-50 (vedi scheda); nel Cenacolo di San Marco sempre a Firenze, opera di Domenico Ghirlandaio databile al 1486 circa (vedi scheda); in Jacopo Bassano nell’opera custodita presso la Galleria Borghese a Roma, del 1546 (vedi scheda). E l’elenco potrebbe continuare. E se ciò non bastasse, leggiamo Jacopo da Varazze, autore della Legenda Aurea, altro testo capitale di cui gli artisti si sono spesso serviti per realizzare le loro opere: San Giovanni è infatti descritto come un “giovane vergine”.
Proseguiamo con l’analisi. Sul tavolo sono presenti alcuni elementi altamente simbolici e che, nell’insieme, costituiscono anche un esempio di natura morta. Innanzitutto, l’agnello su un grande vassoio, proprio sotto la figura del Cristo, ascrivibile all’Agnus Dei, alla vittima sacrificale per la redenzione degli uomini. Ancora, il pane e il calice (quest’ultimo all’estrema destra), allusivi al corpo e al sangue di Cristo e quindi al sacramento dell’Eucarestia appena istituito; e poi dei frutti, delle vettovaglie e un coltello, forse allusivo all’episodio successivo dell’orecchio mozzato da san Pietro al servo Malco.
Il racconto, naturalmente, non si ferma qui. C’è un lavoro complesso in atto di indagine iconografica che dovrà individuare ogni singolo personaggio, nonché l’esegesi degli altri elementi presenti (come ad esempio la frutta). Una volta ricostruita la lettura del quadro, si potrà dire qualcosa sul periodo in cui è nato.
Ma forse quello che preme maggiormente segnalare è il restauro: il tempo, l’umidità, la polvere hanno portato a un deterioramento della tela, con considerevoli perdite di colore e formazione di macchie e di fori. Ciononostante, l’opera trasuda bellezza e maestria tanto da commuovere chi la osserva. Per questo bisogna intervenire su più fronti, e al più presto.
È un atto dovuto, sia per rendere giustizia all’artista che lo ha realizzato, sia perché Melfi, paese che mi ha dato i natali, merita di essere studiato seriamente e dalle fondamenta.
Solo così è possibile godere pienamente della Bellezza.

Fonte: www.lacasadimagritte.it, 25 gen 2020